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L’AUTOMOBILE ? E’ MORTA

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Fonte vincelewis.net Mercoledì, 21 maggio attualità
Nella foto sopra si vedono solo alcune migliaia su decina di migliaia di auto non vendute, a Sheerness, Regno Unito. Prova a cercare su Google maps, Sheerness, Regno Unito. Guarda verso la costa orientale, tra il fiume Tamigi e il Medway, a sinistra della A249.

Esistono centinaia di posti come questo nel mondo e la pila di auto parcheggiate non fa che crescere di giorno in giorno.

Houston, abbiamo un problema! Nessuno sta comprando macchine nuove! Beh, qualcuno ancora sì, ma non nella stessa misura di un tempo. Milioni di auto nuove non vendute rimangono parcheggiate da qualche parte nel mondo. Lì, ferme, deteriorandosi lentamente senza ricevere alcuna manutenzione.

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Anche questo è uno degli effetti della recessione economica che continua ad asserragliare il mondo. Le file di auto si fanno sempre più vaste e ogni anno i produttori non fanno che comprare acri e acri di terreno dove parcheggiarle.

Nota: le immagini che stiamo mostrando rappresentano sola una piccola proporzione. La vastità del problema è impressionante, pensa a quante case automobilistiche esistano sul pianeta, e quanti parcheggi come questo ognuno di essa abbia. Difficile immaginarlo, eppure queste immagine non sono state editate al computer. La parte peggiore è che il numero di auto non vendute aumenta di giorno in giorno.

È come un’epidemia che si estende a macchia d’olio e a meno che non vegano acquirenti dallo spazio, questi immensi parcheggi si vedono pure da lì, la questione non verrà risolta nel futuro immediato.

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Economia
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DI VINCE LEWIS

vincelewis.net

Nella foto sopra si vedono solo alcune migliaia su decina di migliaia di auto non vendute, a Sheerness, Regno Unito. Prova a cercare su Google maps, Sheerness, Regno Unito. Guarda verso la costa orientale, tra il fiume Tamigi e il Medway, a sinistra della A249.

Esistono centinaia di posti come questo nel mondo e la pila di auto parcheggiate non fa che crescere di giorno in giorno.

Houston, abbiamo un problema! Nessuno sta comprando macchine nuove! Beh, qualcuno ancora sì, ma non nella stessa misura di un tempo. Milioni di auto nuove non vendute rimangono parcheggiate da qualche parte nel mondo. Lì, ferme, deteriorandosi lentamente senza ricevere alcuna manutenzione.

Sotto, l’immagine di un parcheggio immenso a Swindow, Regno unito, con migliaia di migliaia di macchine invendute e nessun acquirente in vista! I produttori sono costretti ad acquistare sempre più terreno per parcheggiare le auto fuori dalla linea di produzione.
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Anche questo è uno degli effetti della recessione economica che continua ad asserragliare il mondo. Le file di auto si fanno sempre più vaste e ogni anno i produttori non fanno che comprare acri e acri di terreno dove parcheggiarle.

Nota: le immagini che stiamo mostrando rappresentano sola una piccola proporzione. La vastità del problema è impressionante, pensa a quante case automobilistiche esistano sul pianeta, e quanti parcheggi come questo ognuno di essa abbia. Difficile immaginarlo, eppure queste immagine non sono state editate al computer. La parte peggiore è che il numero di auto non vendute aumenta di giorno in giorno.

È come un’epidemia che si estende a macchia d’olio e a meno che non vegano acquirenti dallo spazio, questi immensi parcheggi si vedono pure da lì, la questione non verrà risolta nel futuro immediato.

Sotto è mostrato uno squarcio delle 57.000 (in crescita) auto che attendono di essere consegnate ad un acquirente a Port of Baltimore, Maryland, USA. Dai un’occhiata su Google Mappe, cerca un parcheggio infinito a sud della Broening Hwy. Non passa inosservato!
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Una soluzione per liberarsene, hai certamente pensato, potrebbe essere svalutare il loro prezzo. Semplice, eppure le case automobilistiche non rinunceranno neppure al centesimo del loro prezzo iniziale.

Sotto è mostrata un’immagine di una pista di test della Nissan a Sunderland, Regno Unito. La pista non viene più usata per i test. La ragione? Nissan ha scelto di parcheggiarvi le sue auto non vendute.
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E la pista non basta a contenerle tutte. Nissan ha di fatti acquisito i terreni adiacenti alla pista e alla sua fabbrica. Un enorme lotto di auto è ben visibile da Google Mappe, e non è il parcheggio riservato ai dipendenti!
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Nessuna delle immagini che stiamo mostrando su questa pagina sono foto aeree di semplici parcheggi di centri commerciali, cinema multiplex, stadi, ecc.. ma solo spiane immense di automobili nuove fiammanti rimaste invendute.

L’industria automobilistica non può certo smettere di produrre nuovi modelli: centinaia di fabbriche verrebbero chiuse e decine di migliaia di loro dipendenti si ritroverebbero dall’oggi al domani senza lavoro e avrebbe terribili ripercussioni sul già fragile equilibrio economico mondiale. Ma oltre alle fabbriche dove le auto vengono assemblate, che succederebbe all’intera industria metallurgica che produce buona parte dei componenti delle auto? Gli effetti sarebbero catastrofici.

Sotto è mostrata una piccola area di un parcheggio gigantesco in Spagna, dove decina di migliaia di automobili sono immobili a prendere il sole tutto il giorno.
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Altre migliaia sono accatastate al porto di Valencia, sempre in Spagna. Sono auto che aspettano di essere esportate e altre che sono state importate ma ancora senza acquirenti.
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Decina di migliaia di veicoli vengono ancora prodotti ogni settimana ma appena una piccola parte viene venduta.

Qui sotto un’altra immagina di migliaia di macchine non vendute parcheggiate su una pista d’atterraggio vicino San Pietroburgo, Russia. Sono state importate dall’Europa e adesso parcheggiate e lasciate ad arrugginire. A causa di ciò, l’aeroporto non può più usare quella pista per il suo scopo originale.
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Il ciclo “compro, uso, compro, uso” è stato ormai spezzato. Oggi il consumatore cerca di sfruttare il più a lungo possibile il suo acquisto. Sotto, altre migliaia di auto invendute parcheggiate in una pista d’atterraggio in disuso a Upper Heyford, Bicester, Oxfordshire. Hanno letteralmente esaurito lo spazio dove parcheggiarle.
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Un’altra decina di macchine sono parcheggiate al Royal Portbury Docks, Avonmouth, vicino Bistrol, Regno Unito. Se si fa un zoom sulla zona con Google Maps, non si vedrà altro che macchine invendute per centinaia di metri. Praticamente ogni singolo spazio della zona è stato occupato da un’autovettura.
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Fai un zoom indietro sotto la stessa area, in Avonmouth. Ogni spazio grigio che si vede sono lotti di macchine non vendute. Qualcuno vuol provare ad indovinare quante siano?
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Viene stimato che nel mondo esistano circa 10 miliardi di auto, praticamente più della stessa popolazione mondiale.

Sotto un altro migliaio di auto parcheggiate, stavolta della Citroen a Corby, Northamptonshire, Inghilterra. E ogni giorno ne arrivano delle altre dalla Francia senza una successiva destinazione.

Ricordiamo che si tratta di macchine nuove di fabbrica, con i contatori che segnano forse appena il tratto di strada dalle fabbriche a queste rimesse. Questa immagine da Google Mappe è proprio del maggio 2014, nei pressi di Corby, Northamptonshire.
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Fabbricare nuove macchine va contro ogni logica, logistica ed economia ma la produzione continua, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana…

Sotto è mostrata un’altra immagine recente (Aprile 2014) del porto di Civitavecchia. Ognuno di quei puntini è una Peugeot nuova di fabbrica che ogni giorno raccoglie polvere e magari un po’ di brezza marina.
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Sotto ancora, tutte carine e sbrilluccicose, rosse, bianche, nere, argento, viola, blu, insomma auto nuove fiammanti di tutti i colori dell’arcobaleno. Fanno un bel mosaico. Magari è questa la fine che faranno: arte urbana surreale dell’era della produzione meccanizzata.
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L’economia avverte chiaramente che queste auto rimarranno invendute. Ma per quanto durerà questo ciclo? Dove verranno parcheggiate se a momenti non abbiamo più spazio neppure in strada per guidarle?

Sotto, ancora il porto di Valencia, in una suggestiva composizione di colori.
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I tempi in cui una famiglia avrebbe potuto acquistare una nuova auto ogni paio di anni, adesso sono andati.

Il risultato sono immagini come quelle proposte.
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Potremmo dire che queste macchine sono lasciate ad arrugginire. E più passano i giorni trascorsi in delle rimesse meno saranno le chance che verranno acquistate. Dopo mesi e mesi sotto qualsiasi condizioni climatica queste auto andranno in detrimento.

Nell’immagine sotto le automobili coprono l’intero orizzonte. Che svenderle sia l’unica soluzione radicale? Chissà se presto non inizino a regalarle con le confezioni dei cereali.
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Maggiore è il tempo trascorso in rimessa peggiori saranno le conseguenze. Ma allora qual è la soluzione al problema?

Le case automobilistiche continuano a produrre nuovi modelli con le ultime tecnologie a bordo. Accade quindi che il consumatore finale preferisca comprare l’ultimo modello e non quello dell’anno precedente. Per i vecchi modelli a questo punto le alternative restano poche: essere smantellate e rottamate, riciclando le sue parti meccaniche.ed.

Alcuni marchi hanno già spostato la produzione in Cina, General Motors e Cadillac né sono un esempio tra i tanti. Le macchine qui prodotte vengono poi caricate in containers e scaricati nei porti di tutto il mondo. Gli USA, per favorire la produzione interna, ne ha limitato l’importazione. La conseguenza immediata è che centinaia di migliaia di automobili americane nuove di fabbrica si trovano ora parcheggiate in China. Nessuno in Cina può permettersi di acquistarle e bisognerà attendere che l’economia mondiale migliori perché queste automobili vengano vendute… e potrebbe richiedere diverse generazioni.

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La rete Usa per l’ascesa di Matteo

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Fatto Quotidiano del 15/05/2014 di Michele De Lucia attualità
Appena approda sulla poltrona di presidente della Provincia, Renzi comincia a tessere una ragnatela di rapporti negli Stati Uniti: allaccia rapporti privilegiati non tanto e non solo con i settori progressisti del Partito democratico, ma soprattutto con gli ambienti più reazionari della destra repubblica- na. Nell’ottobredel 2005 Renziriceve a palazzo Medici Riccardi l’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli. “Durante il colloquio, Spogli ha comunicato tra l’altro a Renzi che ha vinto il Visitor Program (progetto di scambi del governo degli Stati Uniti che ha un enorme im- patto nel mondo e che riguarda i dirigenti che si sono distinti in giovane età). La visita di Renzi negli Usa si concre- tizzerà il prossimo anno… Al termine dell’incontro il presidente della Provincia ha invitato l’ambasciatore alla prossima edizione del “Genio fiorentino”che si svolgerà tra apri- le e maggio del 2006” ( Ad – n K ro n o s , 25 ottobre 2005). Nel novembre del 2005 l’Associazione Eunomia dei renziani Marco Carrai (responsabile relazioni esterne) e Dario Nardella (direttore) organizza a Palazzo vecchio il dibattito “La politica di Europa e Stati Uniti di fronte alla glo- balizzazione”. Alla presenza di Renzi e di 500 studenti italiani e americani, in- tervengono due pezzi da novanta dell’establishment Usa, due falchi vicini al Partito repubblicano, Michael Le- deen e Richard Perle. Il programma della rassegna “Genio fiorentino” 2006 presenta, alla data del 16 maggio, “Opportunities and Constraints in the Conduct of Foreign Plicy: evento a cura dell’Università di Stanford e del Consolato Usa (a palazzo Medici Riccardi). Partecipano: George P. Shultz (Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 1982 al 1989), l’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli, l’ambasciatore Usa in Austria Susan Rasinski Mc- Caw, e Gerhard Camper della Stanford University”. ALL’INIZIO DEL 2007 RENZI annuncia che volerà negli Stati Uniti, e ci resterà dal 26 febbraio al 2 marzo, per presentare una singolare iniziativa della Pro- vincia fiorentina: “Cinquecento camere gratis ad altrettanti turisti americani che verranno a Firenze, per celebrare i 500 anni del nome America… La speciale iniziativa, intitolata “500 anni-500 camere”, prevede che Firenze offrirà una camera di hotel gratuita ai primi 500 americani che ne faranno richiesta sul sito”. A fine febbraio il viaggio renziano in Usa comincia da Los Angeles in quan- to “la Provincia di Firenze è gemellata con una contea della California”, e tocca quattro città in cinque giorni. Alla fine di giugno 2007 Renzi è di nuovo a Washington, stavolta al seguito del vicepresidente del Consiglio Rutelli, e nell’occasione invita a Firenze Hillary Clinton, candidata alle primarie dei Democratici per la corsa alla Casa Bianca: “Mi auguro di rivederla presto a Firenze, in veste di presidente degli Stati Uniti”. Sul finire del 2008 la dedizione ai legami americani di Renzi, presidente della Provincia in scadenza e aspirante sindaco di Firenze, fa un salto di qualità: il viaggio in Usa, a novembre, del renziano Dario Nardella, al momento consigliere comunale: “Non è ancora assessore alla cultura, anche se è in predicato per di- ventarlo in un’eventuale giunta di Matteo Renzi, ma da mesi lavora nell’ombra come se lo fosse. Tanto da salire su un aereo, volare negli Usa e, per un mese, prendere contatti con decine di fondazioni culturali e istituzioni del mondo dell’arte… È Dario Nardella, il giovane presidente della Commissione cultura di Palazzo vecchio”.La stampa informa che Nardella negli States è stato “ospite del Dipartimento di stato americano nell’ambito di un programma internazionale di scambio”, e che è ritornato dalla missione speciale con sei progetti, uno dei quali, intitolato Cento canti a Washington ,lo ha“inventato dalpresidente della Provincia Renzi per la rassegna del ‘Genio fiorentino’”. Il progetto renziano “vedrà coinvolti cittadini americani nel- la lettura della Divina commedia con la collaborazione di prestigio dell’Istituto italiano di cultura a Washington”. Il premio fedeltà non tarda ad arrivare. Nel febbraio 2009 il Berluschino cam- peggia, in primo piano, sulla copertina del prestigioso settimanale Time , sotto il titolo, roboante e programmatico, “La sinistra italiana ha trovato il suo Obama?”. È IL FATTO CHE RENZI in Usa ha rap- porti privilegiati non con i settori progressisti del Partito democratico, ma con gli ambienti più reazionari della destra repubblicana. Infatti, benché possa risultare incredibile, l’imminente Rottamatore della vecchia partitocrazia italica, l’aspirante giovane leader della “nuova” sinistra italiana, a Washington ha come amico, interlocutore privilegiato e superconsigliere un vecchio personaggio a dir poco imbarazzante: Michael Ledeen. Un ritratto di Ledeen (con ac- clusa intervista) lo pubblicò un settima- nale vicino a Comunione e liberazione nel marzo del 1992: “Professore di storia, giornalista, studioso di fascismo. Oppure: agente segreto, disinformatore, intrallazzatore”. Il trait d’union fra Renzi e Michael Ledeen è ancora e sempre Marco Carrai. Il quale, a proposito dell’imbarazzante personaggio, dichiara al quotidiano confindustriale: “A me piace andare a capire l’intelletto delle persone. Ledeen è una persona intellettualmente viva… come ce ne sono altre diecimila”.

ROMPERE IL SILENZIO: ESISTE Il PERICOLO DI UNA NUOVA GUERRA MONDIALE

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Preso da Altrainformazione.it del 15 maggio 2014 asiatimes.com DI JOHN PILGER attualità

Perchè tolleriamo di minacciare un’altra guerra mondiale in nostro nome? Perchè permettiamo menzogne che giustifichino questo rischio? La portata del nostro indottrinamento, scrisse Harold Pinter, è un “brillante, persino arguto, atto di ipnosi di immenso successo”, come se la verità “non fosse mai accaduta nemmeno mentre stava accadendo”.
Ogni anno lo storico statunitense William Blum pubblica il suo “Riassunto aggiornato della politica estera degli USA”, il quale mostra come, dal 1945, essi abbiano provato a sollevare più di 50 governi, molti dei quali democraticamente eletti, abbiano massicciamente interferito nelle elezioni di 30 paesi, abbiano bombardato la popolazione civile di 30 nazioni, abbiano fatto uso di armi chimiche e biologiche e abbiano attentato alla vita di leader stranieri.
In molti casi il Regno Unito ne è stato complice. Il grado di sofferenza umana causato, per non parlare dei crimini perpetrati, è ben poco conosciuto in occidente, malgrado la presenza la presenza del sistema di comunicazioni più avanzato del mondo e del giornalismo nominalmente più libero. Il fatto che la maggior parte delle vittime del terrorismo – il “nostro” terrorismo – sia musulmana non può essere detto. L’informazione che il jihadismo estremo, che portò all’11 settembre, era stato coltivato come arma dalla politica anglostatunitense (operazione ciclone in Afghanistan) è stata soppressa. In Aprile, il Dipartimento di Stato USA ha reso noto che, in seguito alla campagna della NATO nel 2011 “La Libia è divenuta un rifugio per terroristi”.
Il nome del “nostro” nemico è cambiato nel corso degli anni, dal comunismo all’islam, ma generalmente esso è incarnato da qualsiasi società indipendente dall’egemonia dell’occidente che occupi un territorio strategicamente utile o disponga di abbondanti risorse naturali. I leader di queste nazioni scomode vengono generalmente deposti con la violenza, come i democratici Muhammad Mossedeq in Iran e Salvador Allende in Cile, o uccisi come Patrice Lumumba in Congo. Tutti loro vengono sottoposti a campagne denigratorie dai media occidentali – pensiamo a Fidel Castro, Hugo Chavez e ora Vladimir Putin.
Il ruolo di Washington in Ucraina differisce solo per le sue implicazioni nei nostri confronti. Per la prima volta dalla presidenza Reagan, gli Stati Uniti stanno minacciando di ricondurre il mondo in guerra. L’Europa dell’est e i Balcani sono avamposti della NATO e l’ultimo “stato cuscinetto” al confine con la Russia viene fatto a pezzi. Noi occidentali stiamo sostenendo dei neonazisti nel paese in cui i nazisti ucraini sostennero Hitler.
Dopo aver architettato il colpo di stato di Febbraio contro il governo democraticamente eletto a Kiev, il piano di Washington per la conquista della storica e legittima base navale Russa in Crimea è fallito. I russi si sono difesi, come hanno fato per oltre un secolo di fronte ad ogni minaccia ed invasione da parte dell’occidente, ma l’accerchiamento a parte della NATO ha avuto un’accelerazione, insieme agli attacchi orchestrati dagli Stati Uniti contro gli Ucraini di etnia russa. Se Putin venisse provocato ad accorrere in loro aiuto, il suo ruolo di paria predestinato giustificherebbe la NATO ad intraprendere una guerriglia che potrebbe trasferirsi all’interno dello stesso territorio russo.
Putin ha invece frustrato il partito della guerra cercando una distesa con Washington e l’UE, ritirando le truppe russe dal confine ed invitando gli Ucraini di etnia russa a non partecipare ai provocatori referendum nelle regioni dell’Est. Questa parte di popolazione russofona e bilingue – un terzo del totale – aspira da tempo a una federazione democratica che rispecchi le differenze etniche del paese e che sia al contempo autonoma e indipendente da Mosca. Molti di loro non sono né separatisti né ribelli, ma cittadini che vogliono vivere sicuri nella loro patria.
Come le rovine di Iraq e Afghanistan, l’Ucraina è stata ridotta ad un parco divertimenti della CIA – diretto dal direttore della CIA John Brennan a Kiev, assieme ad “unità speciali” che sovrintendano ad attacchi selvaggi su coloro i quali si oppongono al golpe di Febbraio. Guardate i video, leggete le denunce dei testimoni oculari del massacro di Odessa di questo mese. Squadre di criminali fascisti hanno bruciato la sede dell’unione del commercio, uccidendo le 41 persone intrappolate al suo interno. Guardate la polizia starsene a guardare. Un dottore ha raccontato di aver tentato di salvare alcune persone “ma sono stato fermato dai sostenitori dei nazi. Uno di loro mi ha spinto via rudemente, promettendomi che presto io e gli altri ebrei di Odessa avremmo avuto la medesima sorte…mi chiedo perchè il mondo intero se ne stia in silenzio”.
Gli Ucraini russofoni stanno lottando per la loro sopravvivenza. Quando Putin ha annunciato il ritiro delle truppe russe dal confine, il segretario della difesa della giunta di Kiev – un membro fondatore del partito fascista Svoboda – ha rincarato dicendo che gli attacchi contro “i ribelli” sarebbero proseguiti. In perfetto stile Orwelliano, la propaganda in occidente ha ribaltato il tutto in “Mosca cerca di fomentare il conflitto e la provocazione”, secondo il Segretario degli Esteri britannico William Hague. Il suo cinismo fa da pari con i grotteschi complimenti di Obama alla giunta per la sua “notevole compostezza” nel seguire il massacro di Odessa. Benchè sia fascista ed illegale, la giunta è descritta da quest’ultimo come “propriamente eletta”. Ciò che conta non è la verità, ha detto una volta Henry Kissinger, ma ciò che è percepito essere vero.
Nei media statunitensi, le atrocità di Odessa sono state presentate come “confuse” e “una tragedia” in cui i “nazionalisti” (neonazisti) hanno attaccato i “separatisti” (persone che raccoglievano firme per un referendum a sostegno della Federazione Ucraina). Il Wall Street Journal di Rupert Murdoch ha condannato le vittime – “La sparatoria è stata probabilmente innescata dai ribelli ucraini, dice il governo”. La propaganda in Germania è stata guerra fredda allo stato puro, con il Frankfurter Allgemeine Zeitung che avvertiva i suoi lettori della “guerra ancora non dichiarata dalla Russia”. Per i tedeschi è una fantastica ironia che Putin sia l’unico leader a condannare l’ascesa del fascismo nell’Europa del 21° secolo.
Una popolare banalità è che “il mondo sia cambiato dopo l’11 settembre”, ma cosa è veramente cambiato? Secondo il grande informatore Daniel Ellsberg, un golpe silenzioso è già avvenuto a Washington e ora a governare è un militarismo rampante. Il Pentagono ultimamente svolge “operazioni speciali” – guerre segrete – in 124 paesi. In patria, una povertà crescente e una morente libertà sono il corollario ad uno stato di guerra perpetua. Aggiungiamo il rischio di una guerra nucleare e la domanda è: perchè tolleriamo tutto ciò?
John Pilger
Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/CEN-01-140514.html

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org da STEFANO ZAPPA
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/05/15/rompere-il-silenzio-esiste-il-pericolo-di-una-nuova-guerra-mondiale/#sthash.S1RshRdX.dpuf

PERCHE’ NASCONDONO IL RIVOLUZIONARIO VOTO BRITANNICO

corelFonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it di Sergio Cori Modigliani attualità
Ecco come Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa presentano la notizia della sconfitta di Cameron in parlamento. Un voto epocale, un “tradimento” degli americani e di una tradizione politica che, a prescindere dalle maggioranze in parlamento, dalla seconda guerra mondiale in avanti non ha mai fatto mancare l’ok per guerre e operazioni militari ai governi britannici. All’ora di pranzo la notizia è scomparsa e sul cartaceo non ha fatto in tempo ad arrivare.

A seguito, “A la guerre a la guerre. C’è chi la fa e c’è chi, invece, non la vuole fare.” (Sergio Di Cori Modigliani, sergiodicorimodiglianji.blogspot.it);

Discutibili scelte editoriali, che penalizzano i lettori e il dibattito pubblico. La censura ideologica è una brutta bestia, persino una notizia tanto clamorosa finisce sacrificata sull’altare della partigianeria.

Che invidia!!

Ieri mi sono guardato per intero il dibattito politico che si è svolto nell’aula del parlamento britannico. L’ordine del giorno non riguardava il fatto se il principe ereditario Charles deve o non deve andare in carcere essendo stato giudicato un delinquente; non riguardava neppure il fatto se un certo Lord, figlio di famiglia aristocratica, sia coinvolto nei traffici con la mafia irlandese. Si doveva discutere di una questione davvero seria. Tema del giorno era “Dobbiamo approvare la delibera per entrare in guerra ufficialmente contro la Syria oppure no?”. Non solo. Nel caso il Parlamento avesse votato a favore, immediatamente dopo il Gran Cancelliere avrebbe comunicato un conseguente dibattito: “Come e dove troviamo i necessari miliardi di sterline per le spese militari?”.

L’aula era stracolma.

Il premier Cameron era seduto insieme ai suoi e ha letto un foglio, spiegando il quesito. Si è alzato un laburista e ha detto il suo punto di vista (tre minuti). Poi si è seduto. Si è alzato Cameron e gli ha risposto. Poi si è alzato un conservatore (due minuti) e Cameron gli ha risposto. E poi un liberale democratico e così via dicendo. Le opinioni erano diverse e molto argomentate. E il premier rispondeva subito a ciascuno di loro. Dopo un’ora e mezza si è votato, quando l’aula ha preteso, quasi all’unanimità ( 72%), che il premier garantisse “sulla parola” che nessuna decisione venisse presa dal Ministero della Difesa senza previa autorizzazione del Parlamento. Cameron lo ha garantito. Hanno discusso, anche con toni forti. Hanno dibattuto sul loro futuro. Hanno votato. Trentadue conservatori moderati hanno formalmente dichiarato che ritenevano più saggio e aderente alle autentiche esigenze della collettività e dell’integrità sociale del popolo britannico astenersi dal ripetere errori del passato e investire la stessa cifra per affrontare il problema della disoccupazione giovanile. Alla fine Cameron ha preso atto della decisione del Parlamento: ha incassato la sua sconfitta, se ne è ritornato nel suo ufficio, ha telefonato a Obama e ha comunicato la scelta. E’ probabile che gli abbia detto qualcosa del tipo “Really sorry Barack! I cant’afford it right now” (mi dispiace, non me lo posso permettere in questo momento)-

Questo avviene in un paese europeo nel quale esiste una destra “normale” e una sinistra “normale”.

Questo accade in un paese dove i moderati moderano il dibattito, i conservatori vogliono salvaguardare e conservare le tradizioni del paese e i progressisti lottano per far progredire le classi più disagiate.

Quasi banale. Ma almeno ha un Senso.

Il dibattito è pubblico e chi sceglie si assume la responsabilità della propria scelta.

Dove esiste una destra, esiste una sinistra, esiste un centro e quando parlano, discutono di affari che riguardano tutti.

Beati loro!

Da noi, non è venuta in mente neanche nell’ anticamera del cervello di nessuno dei nostri governanti, concludere in anticipo le vacanze, riaprire il Parlamento e –data la grave situazione- affrontare in aula un identico dibattito, con lo stesso argomento, identico tema del giorno. Regalando così, all’intera cittadinanza, lo spettacolo di un esecutivo e di deputati che spiegano al popolo che cosa sta accadendo, quanto costa, quali saranno le conseguenze e poi ciascuno voti come vuole.
Nessuno ci dirà mai nulla.
Che invidia!!

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/08/a-la-guerre-la-guerre-ce-chi-la-fa-ce.html
30.08.2013

TRA VENERDI E SABATO INIZIA L’ATTACCO ANGLO-AMERICANO ALLA SIRIA ?

corel
Fonte clarissa.it di ALFATAU del 28/08/2013 attualità

Secondo fonti israeliane, gli Stati Uniti hanno programmato l’inizio dell’attacco aereo alla Siria per la notte fra venerdì 30 e sabato 31 agosto prossimi.
I preparativi comprendono anche il rafforzamento, effettuato nelle ultime ventiquattro ore, delle forze aeree dislocate nella base americana di Al Udeid nel Qatar, dove sarebbero stati posizionati bombardieri B-1 e cacciabombardieri “invisibili” F-22 Raptor, provenienti dalla base aerea di Masirah nell’Oman e dalla grande base aero-navale di Diego Garcia nell’Oceano Indiano.
Significativamente, queste forze non sono destinate all’attacco contro la Siria, che, più probabilmente, scatterà dalle unità navali che stazionano da alcuni giorni nel Mediterraneo orientale e dalle basi saudite e giordane: questi velivoli sono pronti per non meglio specificate complicazioni che si potrebbero produrre nel corso delle operazioni contro la Siria.
A nostro avviso, il rafforzamento descritto potrebbe costituire una forza di intervento aereo non solo a copertura di Israele, Turchia e Giordania, ma, assai più probabilmente, è rivolto contro eventuali reazioni o coinvolgimenti dell’Iran, che offrirebbero agli Usa ed a Israele un’ottima occasione per colpire i siti “nucleari” del paese.
Si tratta quindi di un elemento di ulteriore preoccupazione, rispetto al possibile allargamento delle operazioni Usa in Medio Oriente, che aprirebbe la via ad un conflitto di maggiori proporzioni.
La certezza dell’imminenza di un attacco contro la Siria viene anche dai primi provvedimenti presi da Israele, che ha ordinato una parziale mobilitazione delle proprie forze, in particolare difesa aerea e anti-missile, intelligence e difesa civile, iniziata con la massiccia distribuzione di maschere anti-gas, con evidenti effetti anche di natura psicologica sulla popolazione.
Per parte sua, pare che la Siria, consigliata anche dal personale militare russo, stia disperdendo in rifugi protetti le proprie forze aeree, unità di élite come la 4a armata e le divisioni della guardia repubblicana, adottando quindi una strategia di difesa passiva, senza che perciò si debba escludere la possibilità di impiego di armi anti-aeree di fabbricazione russa.
Interessante sarebbe conoscere, in questo contesto, che valore abbiano le ripetute affermazioni dei politici italiani circa la non partecipazione alle attività militari degli alleati, tenuto conto del fatto che le principali basi Usa in Italia, anche a seguito di protocolli di intesa tuttora coperti da segreto militare, operano in condizioni di sostanziale extra-territorialità. Per questo, il fatto che l’Italia voglia restare al di fuori di questa nuova, pericolosa dimostrazione di forza occidentale, non esclude affatto che gli alleati utilizzino invece intensivamente il nostro paese come linea logistica essenziale per alimentare il loro sforzo offensivo.
Alfatau
Fonte: http://www.clarissa.it
Link: http://www.clarissa.it/editoriale_n1905/Tra-venerdi-e-sabato-inizia-l-attacco-angloamericano-alla-Siria

Strage in carcere tra i Fratelli musulmani L’esercito minaccia: “Non avremo pietà”

corel
IL GENERALE Abdel Fatah al-Sisi ha finalmente parlato.
da la Repubblica di Pietro del re 19/08/2013 attualità
Al Sisi avverte gli islamisti “Basta violenze o reagiremo” El Baradei abbandona l’Egitto.
Strage in carcere di Fratelli musulmani: 38 morti.
Il reportage.

IL DEMIURGO del colpo di stato, con cui il 30 giugno scorso è stato deposto il presidente Mohammed Morsi, ha parlato ma non ha detto nulla di nuovo, nulla che non si sapesse o che non avesse già fatto dire al governo ad interim da lui stesso di fatto nominato. Nel messaggio pubblicato sulla pagina Facebook dell’Esercito egiziano, il generale Sisi dichiara che il suo Paese si ergerà contro ogni tentativo di bruciare istituzioni governative o religiose. «Noi siamo più che disposti a tutelare l’Islam nella sua corretta interpretazione, con i principi tolleranti che sono ben lontani dal terrorizzare i cittadini. Ma non rimarremo in silenzio di fronte alla distruzione del paese e al rogo di istituzioni religiose », ha detto riferendosi alle decine di chiese cristiane date alle fiamme in questi giorni.
Le sole parole concilianti espresse dal capo delle forze armate egiziane, rivolte ai sostenitori di Morsi per esortarli a rivedere le loro posizioni, sono state: «In Egitto c’è posto per tutti ». Sisi non ha accennato a quanto detto due
giorni fa da un portavoce del governo del Cairo sulle misure allo studio per mettere al bando la confraternita. Il generale ha infine lanciato un duro monito contro il ricorso alla violenza e ha avvertito che l’esercito reagirà energicamente: «Chi pensa che la violenza possa piegare lo stato e gli egiziani, farebbe meglio a ripensarci».
Intanto, pur lanciando anatemi contro l’amministrazione Obama, colpevole ai suoi occhi di aver sostenuto il governo dei Fratelli musulmani, il generale Sissi, dai giorni in cui era a capo dell’intelligence militare egiziana, avrebbe mantenuto ottimi rapporti con gli israeliani. In questi giorni drammatici, scriveva ieri il
New York Times,
gli 007 dello Stato ebraico lo starebbero rassicurando sul fatto che gli Stati Uniti non taglieranno gli aiuti all’Egitto, pari a 1miliardo e mezzo di dollari: sorta d’ipoteca sul rispetto degli accordi di Camp David e sullo scorrevole svolgimento della strategia americana in Medio Oriente.
Dopo i violenti scontri dei giorni scorsi, con un bilancio ufficiale che supera 750 morti, ieri le forze di sicurezza hanno potuto saggiare quanto l’organizzazione della confraternita fosse stata danneggiata dagli arresti (oltre duemila persone, tra cui molti leader) e dalle numerose vittime tra le sue fila. Nel pomeriggio, dopo aver minacciato di far convergere verso il palazzo presidenziale e la corte costituzionale del Cairo nove cortei, l’Alleanza
islamista ha finalmente annullato le manifestazioni «per ragioni di sicurezza». Nonostante questa decisione, poche centinaia di confratelli hanno ugualmente compiuto marce spontanee nel centro della capitale.
In serata le agenzie hanno battuto una notizia che può illustrare il clima di violenza che in queste ore regna in Egitto: 38 attivisti pro-Morsi, arrestati sabato scorso nello sgombero della moschea Al Fath, sono stati uccisi durante
il loro trasferimento in prigione. Secondo alcune fonti, i prigionieri sarebbero riusciti a catturare un agente, e mentre cercavano di negoziare il suo rilascio in cambio della fuga, un altro poliziotto avrebbe infilato la canna del suo fucile tra le grate del blindato che li trasportava e aperto il fuoco. Ma circola anche un’altra versione sull’accaduto, secondo cui gli attivisti sarebbero rimasti uccisi dalle fiamme degli incendi che avevano appiccato nel tentativo di fuggire. Per il ministero dell’Interno «un numero imprecisato di detenuti ha perso la vita dopo aver cercato di scappare » dalla prigione.
Sempre ieri, lo stesso ministero ha dichiarato fuorilegge i comitati popolari, quelle milizie di quartiere anti-islamiche che nei giorni scorsi, soprattutto al Cairo, hanno aperto il fuoco sui sostenitori del presidente deposto provocando verosimilmente tanti morti quanti le forze di sicurezza e gli elicotteri da guerra. In un comunicato, il ministero spiega di essere giunto a questa decisione perché i comitati compiono “azioni illegali”, anche sistemando check-point ai quali sono fermate soprattutto le auto con a bordo uomini barbuti e donne velate. Senza contare che, davanti alla moschea Al Fath, la polizia è stata costretta a proteggere i confratelli usciti dall’edificio e presi a sprangate dai vigilantes dei comitati popolari.
Infine, l’ex vice presidente ad interim e premio Nobel per la pace, Mohamed El Baradei, si è imbarcato su un volo diretto a Vienna, dove ha vissuto a lungo quando era a capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. El Baradei, leader del fronte laico e voce fortemente critica del governo Morsi, mercoledì aveva presentato le sue dimissioni contestando la decisione del governo di lanciare la sanguinosa repressione e affermando di «non voler essere responsabile dello spargimento di neanche una goccia di sangue

Il Washington Post punta il dito, L’NSA ha violato la privacy degli americani migliaia di volte

corelSorveglianze non autorizzate, intercettazioni telefoniche e di posta elettronica sono solo alcune delle violazioni commesse in nome della Sicurezza Nazionale.
articolotre Redazione-16 agosto 2013-I complottisti e gli amanti delle teorie di cospirazione potranno di sicuro esultare e gridare forte “ve l’avevamo detto” dopo le ultime, incredibili rivelazioni del Washington Post. La National Security Agency, NSA, infatti ha oltrepassato i limiti delle autorizzazioni concessele dalle autorità migliaia di volte all’anno. Il numero così alto di infrazioni comprende anche – e soprattutto – sorveglianze non autorizzate di innumerevoli cittadini e l’intercettazione intenzionale di messaggi di posta elettronica e di telefonate.
A sostegno di queste accuse il noto quotidiano cita come fonte un audit interno e altri documenti top-secret.Secondo quanto ricostruito, molti casi sono dovuti a carenze operative e violazioni della procedura definita standard. Uno dei casi più gravi riportati è la violazione di un ordine del tribunale e l’uso non autorizzato dei dati relativi a oltre 3mila americani e titolari di green card.

John DeLong, uno dei manager della NSA ha inviato ieri sera un comunicato mail all’Associated Press, col quale manifesta l’intenzione dell’agenzia di identificare eventuali errori o “attività NSA non coerenti con le regole”.

Mentre si attende di far luce su questi episodi conviene, intanto, stare attenti alle spie: a quanto pare spiano.

WALL STREET SFORNA IL SUO NUOVO MOSTRO DI FRANKENSTEIN NELL’IMMOBILIARE

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FONTE: TESTOSTERONENEPIT-COM redazione Domenica, 04 agosto attualità
L’ingegno di Wall Street si rituffa nel mercato immobiliare. Il suo ultimissimo prodotto è una vera diavoleria, un titolo sinteticamente strutturato del tipo di quelli che hanno contribuito a far saltare in aria l’intero sistema finanziario nel 2008. E’ simile a quei titoli ipotecari a tripla A che sono diventati rifiuto tossico nei portafogli titoli “equivalente mercato/denaro”, o nel vostro 401(k) o nel portafoglio di una città in Norvegia – ancora peggio.

Per concludere l’affare, il gigante dei titoli privati Blackstone Group si è messo in combutta con la Deutsche Bank (quel gigante impossibile da ammanettare), che è già sommersa in Germania da una valanga di questioni legali, scandali, svalutazioni e cancellazioni di ogni genere.

Blackstone è sempre stata in prima fila nel mercato immobiliare, trangugiandosi (1) fino a 32,000 unità abitative per un totale di 5,5 miliardi di dollari, ovunque gli fosse possibile, alle aste immobiliari organizzate praticamente sulle scalinate dei tribunali in tutto il paese, nella speranza di una rivalutazione sul mercato e di lucrosi affitti.
La Deutsche Bank è stata la prima fra tutte a finanziare questa cuccagna, emettendo prestiti fino a 3,6 miliardi di dollari.

C’erano anche altre parti in gioco: American Homes 4 Rent ha acquistato 19,000 unità abitative, Colony American Homes ne ha prese 18,000, Silber Bay Realty Trust 5,370, Waypoint Homes 4,620, American Residential Properties 2,530…. In totale, fondi privati, d’investimento immobiliare e speculativi hanno guadagnato dal 2011 più di 17 miliardi di $ (2) per acquistare più di 100,000 unità abitative vuote e sgomberate (chissà cosa succederà alle loro “sorellastre”, i fondi ipotecari…. Se scoppia la bolla grossa, salta tutto) (3).

Un numero infinito di piccole società, genitori desiderosi di fare investimenti per i figli ed altri investimenti privati, tutti si sono gettati nella mischia, tentando di accaparrarsi qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani alle aste immobiliari. Frenetici messaggi alla radio hanno promesso ancora una volta ricchezze da capogiro in campo immobiliare. Tentare la sorte è ritornato di moda. Tutte le follie di cui ci eravamo finalmente liberati dopo il crollo finanziario sono tornate, ma questa volta in pole position troviamo le grandi società con accesso al denaro gratuito della FED.

Tutti alla folle ricerca di case all’asta. Ogni volta che ne comprano una, questa passa silenziosamente dalla super osservata lista delle case all’asta a quella pietosamente ignorata delle case in affitto. E ora i prezzi immobiliari salgono vertiginosamente anno dopo anno, proprio come nel 2006, a rischio di crollare definitivamente.

Ma la seconda fase di questa straordinaria strategia compra-e-affitta – cioè mettere in affitto una casa – è diventato un bel grattacapo. In generale, le percentuali di unità abitative disponibili sono scese all’8,2% nel secondo trimestre (4), il livello più basso dal 2001. Ma questo dato è dominato dagli appartamenti. Le case indipendenti acquistate all’asta, spesso delle vere e proprie bettole, occupano una posizione ben diversa. Dal 30 Giugno è stato dato in affitto solo il 48% delle proprietà di American Homes 4 Rent, secondo dati riportati da Bloomberg (5). E altre società stavano più o meno nella stessa situazione. “Il numero delle unità occupate, del 50% circa, non è sufficiente per dare un segnale certo che questo modello di lavoro funzioni” ha detto Jade Rahmani, un analista di Keefe Bruyette & Woods Inc. Dunque, come riuscire a spremere ulteriormente questo limone?

Vendere case in un mercato in cui i nuovi compratori stanno diventando merce rara – 29% a Giugno (6) , il 40% in meno di un mercato in salute – proprio quando gli alti tassi ipotecari stanno iniziando a scontrarsi con spumeggianti prezzi immobiliari? Non è una buona idea. Invece, scarichiamo un po’ di carta. Con questo spirito, Blackstone ha in mente di convertire i pagamenti mensili degli affitti di 1500/1700 sue case in un prodotto strutturato sinteticamente che la Deutsche Bank affibbierà a suoi malcapitati clienti, “gente familiare con questo tipo di cose”, avrebbero detto al Wall Street Journal. (7)

Essendo questo un fenomeno nuovo, non ci sono dati che possano confermare che chi occupa la casa sia un buon pagatore e quanto intenda restarci prima di trasferirsi altrove, lasciandole nuovamente vuote. Blackstone, una società che normalmente gestisce titoli privati, è diventata un grande proprietario immobiliare, con 32.000 unità sparse in tutto il paese. Ora è impegnata a sistemare gli impianti di riscaldamento, rifare i tetti e le tubature e cercare di riscuotere affitti in ritardo. Se gli affittuari non sono soddisfatti con la manutenzione, o se sono senza soldi, smettono di pagare l’affitto, mentre altri si trasferiscono senza una ragione specifica. Gli inquilini sono molto più volubili dei proprietari.

Ma gli investitori assetati di guadagni sono stati portati all’esasperazione, e sono pronti a correre un rischio, qualsiasi rischio, pur di guadagnare, e sarebbero disposti persino a tapparsi il naso e a prendersi un po’ di questa roba nuova: sarebbe comunque il primo affare di questo genere, magari il guadagno è più alto del solito… E’ come l’irresistibile canto delle sirene. Ulisse, quando si trovò in una situazione simile, si riempì le orecchie di cera e chiese all’equipaggio della sua nave di legarlo all’albero maestro.

Per quanto riguarda poi le persone “familiari con queste cose”, l’impegno iniziale non è poi così grosso. forse 275milioni di $. La tranche maggiore può sperare al massimo in una “A” da parte delle agenzie di rating che ebbero l’ardire di affibbiare una “A” anche a quei titoli ipotecari spazzatura anche quando il mercato immobiliare stava sprofondando. La carta potrebbe anche essere sostenuta da 350 milioni di $ in titoli e proprietà immobiliari – alle attuali valutazioni ballerine. Anche i titoli ipotecari erano sostenuti da proprietà immobiliari. Sulle nostre teste pende la spada di Damocle della “Bolla Immobiliare n.2”. Stavolta con una piccola variante: ora c’e’ in ballo un sacco di denaro, che ha fatto impennare i prezzi e reso inaccessibile il mercato ai nuovi compratori.

Ora che si stanno accumulando i rischi, con il 50% di unità immobiliari vuote e con i tassi d’interesse che lievitano ovunque nel mondo, i grandi investitori iniziano a scalpitare. E’ tempo di scaricare i rischi su qualcun altro. E’ il tipo di mossa – suggerita dalla FED – che abbiamo visto fare dai cervelloni di Wall Street così tante volte, e sempre con impeccabile tempismo. Per un pò funzionerà, poi il sacco verrà lanciato a qualcun altro.

Uno degli altri grandi beneficiari della FED, Amazon, ha spostato il fulcro della sua macchina promozionale su un terreno più ambizioso, sfruttando al massimo la visita del Presidente Obama a uno dei suoi uffici, durante la quale il Presidente ha pronunciato le parole “dei migliori affari” per “la classe media”. La visita si è svolta in perfetta sincronia con la dichiarazione da parte di Amazon di voler creare 7,000 nuovi posti di lavoro. Crearli dal niente. Una delle peggiori menzogne che circolano nell’attuale crisi occupazionale statunitense. Si legga: The American Jobs Curse At Amazon (And Obama Stepped Right Into It)(8)

Fonte: http://www.testosteronepit.com
Link: http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/31/wall-street-engineers-newest-frankensteins-monster-for-housi.html
2.08.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

1) http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324170004578638093802889384.html
2) http://www.bloomberg.com/news/2013-07-31/american-homes-4-rent-tests-housing-reit-market-with-ipo.html
3) http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/10/mother-of-all-bubbles-pops-mess-ensues.html
4) q213.press.pdf
5) http://www.bloomberg.com/news/2013-07-31/american-homes-4-rent-tests-housing-reit-market-with-ipo.html
6) http://www.realtor.org/news-releases/2013/07/june-existing-home-sales-slip-but-prices-continue-to-roll-at-double-digit-rates
7) http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324170004578638093802889384.html
8) http://www.testosteronepit.com/home/2013/7/30/the-american-jobs-curse-at-amazon-and-obama-stepped-into-it.html

Detroit dichiara la bancarotta

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La metropoli dell’automobile ha dichiarato bancarotta. Detroit diventa così la più grande città degli Stati Uniti a fare tale richiesta

articolotre Redazione– 19 luglio 2013 –attualità Che alcune città degli Stati Uniti avessero fatto domanda di bancarotta incapaci di gestire i servizi, soprattutto per colpa della forte crisi, era un fenomeno che si conosceva e che era stato in grado di travolgere anche nomi di una certa notorietà.

Ma questa volta è Detroit a caderne vittima. Una delle più grandi e importanti città della superpotenza mondiale non è in grado di sopperire alle spese e ha dovuto far domanda, tramite il commissario straordinario Kevyn Orr e l’approvazione del governatore del Michigan Rick Snyder, di accedere al cosiddetto Chapter 9, così da poter liquidare gli asset e soddisfare i creditori.

Uno scompenso che è stato determinato non solo direttamente dalla crisi, ma anche tramite vie indirette. Nel giro di poche decadi, infatti, la casa di General Motors, Chrysler e Ford ha visto crollare la popolazione da 1.8 milioni di abitanti a circa 700mila. Colpa dell’industria automobilistica in crisi, ora finalmente in ripresa, che ha spinto la città dello stato dei Grandi Laghi a trovare un modo per gestire interi quartieri diventati improvvisamente fantasma.

Si tratta ora di trovare i modi per colmare un debito stimato sui 18.5 miliardi di dollari, una cifra in continua crescita nonostante i fortissimi tagli effettuati

COREA DEL NORD: PERCHE’ IL MONDO HA BISOGNO DI UN DEMONE

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Fonte Comedonchisciotte DI HANNES HANSO asiatimes.com 20/04/2013 attualità

Il problema della Corea del nord e la dinastia Kim consiste nel fatto che entrambi continueranno a esistere finché poteri locali o globali importanti, tra cui Cina, Stati Uniti, Russia e Giappone, li sfrutteranno in termini geopolitici. La Corea del Nord è in una maniera rozza un male necessario che tiene in equilibrio poteri regionali ed aiuta a preservare uno status quo funzionale.

Quando questo fragile equilibrio si sarà sgretolato, sarà necessario inventarsi una struttura di sicurezza totalmente nuova. Nessuno sembra disposto a fare il primo passo verso l’ignoto.

I leader nordcoreani sembrano ben coscienti della situazione e stanno cercando di sfruttarla a proprio vantaggio; in altri termini, tentano di assicurare la sopravvivenza del regime ed il riconoscimento internazionale come potenza nucleare.

Un conflitto vecchio di 60 anni come quello coreano sta assurgendo a livelli inediti in un tempo in cui altre crisi di ampia portata sono sulla via del tramonto. La guerra in Iraq è finita, La tirannia malvagia di Saddam is è sul punto di diventare un lontano ricordo. Si fanno i bagagli anche in Afghanistan con gran parte delle truppe alleate in via di ritiro nel 2014. Osama Bin Laden è morto. La linea ufficiale vuole che le truppe afgane siano reputate capaci di assumersi compiti di sicurezza nazionale e che con alcuni Talebani si può persino instaurare un dialogo.

L’ escalation di tensione che circonda la penisola coreana e l’insorgere di un nuovo pariah internazionale nelle forme di Kim Jong-eun è in via di definizione. Il suo paese, la Corea del Nord, è stato etichettato come parte dell’Asse del Male, un faro di tirannia nel mondo, il più grande campo di prigionia nel mondo eccetera. Chi può competere con Kim? Gaddafi dalla Libia è fuori, Chavez dal Venezuela è morto, l’Iran di Ahmadinejad sarà messo fuori gioco dopo le elezioni di giugno, la Cuba dei Castro e lo Zimbabwe di Mugabe sono troppo vecchi mentre Thein Sein (Birmania) ora indossa un vestito elegante piuttosto che una divisa militare. Semplicemente non c’è nessuno del livello di Kim.

Ci si può chiedere come uno stato come la Corea del Nord possa continuare a esistere. È riuscita a isolarsi dalla comunità internazionale con sorprendente forza. Le alleanze dei tempi della Guerra Fredda con l’ex Blocco comunista sono ora storia del passato. A parte la Siria, l’Iran e forse qualche piccolo stato africano, nessun paese vuole essere dichiarato suo amico.

La posizione della Cina si sta facendo progressivamente ambigua – certamente non può più essere definita un alleato. C’è un insolito consenso in seno al Consiglio di Sicurezza ONU intorno ai programmi portati avanti dalla Corea del Nord in fatto di nucleare e missili balistici. Nessuno che si azzardi a difendere le azioni della Corea del Nord, persino i precedenti compagni in Cina condannano il suo atteggiamento.

Il mondo è al corrente delle decine di anni di carestie, campi di prigionia imponenti (ora si riescono perfino a scorgere su Google Earth), lo stato terrificante delle infrastrutture, la mancanza di tecnologie moderne, i rifugiati che tentano di fuggire dal paese e così via. La dimensione dell’economia nordcoreana (24 milioni di persone) per PIL sulla base del potere d’acquisto a parità di grandezza è grosso modo equivalente a quella del paese baltico della Lettonia ( 2,2 milioni di persone). Il Pil della Corea del Sud supera di 40 volte quello della Corea del Nord.

I Sud Coreani sono in media più alti dei loro fratelli del Nord di circa 4.8cm – 5cm. I Settentrionali semplicemente non mangiano abbastanza. Un paese che ha portato brillantemente a termine un esperimento con un missile balistico lo scorso dicembre e ha condotto un terzo esperimento nucleare in febbraio ha recentemente ridotto l’altezza minima per le nuove reclute a 142 centimetri dai precedenti 145.

Ci sono circa un milione di uomini nell’esercito, ciò che rende l’esercito nord coreano il quarto più numeroso del mondo. Il processo di militarizzazione assorbe tutte le risorse dale alter sfere dello stato e della società; le inefficienze economiche nonché gli sprechi dono inevitabili quando la classe dirigente a livello economico non incentiva alcuna iniziativa.

E’ scontato che la Corea del Nord avrebbe dovuto soccombere come stato già da un pezzo, non fosse per la continuazione di grandi lotte di influenza sullo stile della Guerra Fredda. Durante la Guerra Fredda, le grandi potenze trovavano alleati tra gli stati poveri e deboli del Medio Oriente, Africa, Asia ed America latina. Quei paesi hanno combattuto in conflitti interminabili, guerre civile e guerre vere e proprie, sempre per conto dei loro potenti alleati.

Sovietici e Stati Uniti non sono mai arrivati ad uno scontro armato diretto lungo quarant’anni di rivalità globale. Le guerre sono state condotte usando le mani delle popolazioni asiatiche, africane, mediorientali e latinoamericane e fornendo loro armi, addestramento e supporto economico. Il caso nordcoreano è per molti versi simile, fatta eccezione per gli attori che sono cambiati.

I cinesi sono ostili al crollo del regime nord coreano per una serie di ragioni. Temono che lo stato che verrà possa essere vicino agli Stati Uniti come lo è oggi la Corea del Sud. I cinesi sono preoccupati per la presenza americana nella regione. Certamente non apprezzano l’idea di ritrovarsi base americane in un paese che confina direttamente con la Cina. La preoccupazione dei cinesi riguardo al collasso del nord si spiega anche alla luce delle crisi dovute ai rifugiati e all’emergenza umanitaria che coinvolgerebbero l’intera regione. Le relazioni economiche di carattere esclusivo che la Cina vanta, in particolare nel settore estrattivo, subirebbero una seria battuta d’arresto. Il mondo intero è assorto sul nuovo duello globale emergente tra Cina e Stati Uniti. La caratterizzazione del ventunesimo secolo come Secolo di Pace da parte del Presidente Barack Obama non è una coincidenza. È fondata sulla consapevolezza che, poiché il peso dell’economia globale si sta trasferendo verso l’Asia, nuove sfide in tema di sicurezza e nuove rivalità dovranno essere affrontate in quella zona.

Minacce provenienti dalla Corea del Nord forniscono ragioni convenienti agli Stati Uniti per continuare a mantenere basi in Corea del nord, Giappone e il Pacifico. Senza l’occasione lanciata dalla Corea del Nord, l’intera analisi strategica avrebbe dovuto essere ridefinita – gli Stati Uniti avrebbero trovato difficoltà a spiegare il perché fosse necessario tenere basi permanenti in un raggio di 1000 chilometri (25-30 minuti il tempo di volo) dalla capitale cinese Pechino, poco più di 1000 chilometri da Taiwan e 750 da Vladivostok in Russia.

C’è stato un lungo confronto tra Russia Stati Uniti a proposito dei piani americani per installare un sistema di difesa missilistico in Europa centrale. Ora quei piani stanno cambiando vista la maggiore attenzione dedicate alla madrepatria Americana e ai territori del Pacifico. Mentre i nord coreani minacciavano gli Stati Uniti (abbiamo visto Kim Jong-eun posare davanti ad una mappa con gli obiettivi da colpire) con un attaco nucleare preventivo, il segretario americano alla difesa Chuck Hagel annunciava che i nuovi sistemi di difesa missilistica in centro Europa dovevano essere rivisti.

Gli Stati Uniti hanno sospeso la Fase 4 del programma di difesa missilistica in Europa, che prevedeva lo schieramento di avanzati SM-3 Block IIB interceptors in Polonia entro il 2022.Quei sistemi sofisticati di intercettazione sarebbero capaci di neutralizzare attacchi da parte di missili a lunga gittata in grado di colpire gli Stati Uniti. Si tratta peraltro degli intercettatori il cui utilizzo è stato per lo più osteggiato dalla Russia. Il governo russo dovrà ringraziare Kim per aver riportato un’importante vittoria strategica in Europa.

La divisione della penisola coreana potrebbe pure andar bene ad altri stati nella regione. Una Corea forte e unita potrebbe certamente diventare un rivale politicamente ed economicamente più forte ancora del Giappone. Dati i dissapori del passato tra coreani e giapponesi, tali relazioni potrebbero farsi tese su una serie di argomenti, tra cui dispute di carattere territoriale. Mentre i giapponesi percepiscono una netta animosità ed una sporadica minaccia dalla Corea del Nord, potrebbero non essere interessati a vedere Kim portare avanti la sua propaganda di guerra.

I rapporti del Giappone con la Cina si sono deteriorati negli ultimi anni a causa di contese territoriali nel mare della Cina orientale. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha annunciate di voler tentare di rendere le SDF (Self-Defence Forces) un esercito totalmente sviluppato, non solo una forza di protezione. Se il governo giapponese mira davvero a modificare la costituzione post-bellica pacifista del paese, allora una Corea del Nord aggressiva e minacciosa starà certamente proponendo argomenti ulteriori in favore del cambiamento.

Stando ad eventi recenti come la riuscita del terzo test di un dispositivo nucleare e il lancio di un missile balistico, è molto probabile che la Corea del Nord non sia affatto disposta a sedersi al tavolo a sei per negoziare lo smantellamento del proprio programma nucleare. Cosa che potrebbe avere serie ripercussioni per il futuro della sicurezza nell’area dell’Asia orientale.

Ciò significa che la Corea del Sud e il Giappone come democrazie fondate su libere elezioni dovranno replicare alle minacce proveniente dalla Corea del Nord con qualche forma di azione visibile e popolare. Entrambi gli stati potrebbero essere tentati di rispondere con i propri programmi nucleari, portando ad una corsa al riarmo nella regione. Non c’è dubbio che la Corea del Sud e il Giappone siano tecnicamente in grado di creare armi nucleari in un lasso temporale davvero breve.

La Corea del Sud ha condotto con successo esperimenti nucleari segreti (producendo sia il plutonio che armi a base di uranio) tra gli anni 1970 e i 1990, ma ha deliberatamente abbandonato questo programma una decina di anni fa.

I segni di un simile dibattito stanno già affiorando. L’ex governatore di Tokyo Shintaro Ishihara in carica per quattro anni, ora parlamentare e co-leader del Partito della Restaurazione giapponese, ha affermato che il Giappone dovrebbe disporre di armi nucleari capaci di contrastare Cina, Corea del Nord e Russia. Il parlamentare Chung Mong-joon del partito di governo Nuova Frontiera di recente ha rilasciato dichiarazioni nell’assemblea legislativa nazionale a sostegno del riarmo nucleare.

Ogni tentativo di diplomazia tradizionale così come approcci di sicurezza convenzionale hanno fallito a proposito della Corea del Nord. Se non si troveranno nuove forme di impegno o pressione, potremmo andare incontro ad un conflitto di portata enorme coinvolgente alcune delle economie più grandi del pianeta, emergenti in Asia orientale. La Corea del nord non è più un problema di dimensioni regionali, ma globali.

Hannes Hanso è un ricercatore specializzato su Cina, Asia centrale e politica estera russa presso il Centro internazionale per gli studi di difesa a Tallinn, Estonia.
F:onte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Korea/KOR-01-110413.html
11.05.2013

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