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Siriani in mare. Le mani insanguinate dell’Italia

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Fonte Blog FrancescoSantoianni.it del 4 ottobre 2013 attualità
Era completamente falsa la “notizia” strombazzata per due giorni (ovviamente, in primis da Repubblica) degli “scafisti siriani” che, a cinghiate, avrebbero costretto i migranti a uccidersi, gettandosi dal gommone (proveniente dalla Libia) nel mare davanti Scicli. Una notizia (vera) ha trovato, invece, pochissimo spazio sui mainstream: secondo l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) sono sempre di più i siriani che approdano sulle nostre coste. Per fuggire dalle bande di mercenari che stanno insanguinando questa nazione e dalle conseguenti azioni dell’esercito siriano, certo. Ma, sopratutto, per fuggire dalla fame e dalla miseria, conseguenti ad un feroce embargo, decretato dalla Comunità Europea e in primo luogo dall’Italia. E i motivi di questo embargo, decretato due anni fa, sono scritti nero su bianco: per costringere la popolazione a ribellarsi contro Assad. Una “primavera araba” dettata dall’Occidente che ha già fatto 100.000 morti e due milioni di profughi.

Una aggressione che, dopo le lacrime di coccodrillo e l’ipocrita adesione al “Digiuno di Pace” della Bonino e di Mauro continua. E così, oggi, il nostro ministro degli Esteri annuncia che l’Italia continuerà – insieme a USA, Francia, Turchia, Arabia Saudita… – a far parte del Gruppo Amici della Siria (quello che, per intenderci, sostiene e arma i “ribelli”) mentre quello della Difesa, si appresta ad inviare in Giordania batterie antimissili e soldati. Il tutto condito da elargizioni ad una pletora di, omertose, “organizzazioni umanitarie” impegnate nell’assistenza (fuori dalla Siria) ai disperati siriani e ad una sempre più pressante richiesta di “corridoi umanitari per “soccorrere la popolazione.” E sarà proprio questa richiesta (ovviamente inaccettabile per Assad) il casus belli dei futuri bombardamenti sulla Siria.

Ma c’è qualcuno, qui in Italia, disposto a protestare per questo?

Tralasciando la manifestazione nazionale del 12 ottobre a Roma “Per difendere la Costituzione” (l’adesione a questa di personaggi come Gad Lerner lascia ben poche speranze a chi si batte contro l’aggressione alla Siria) e tralasciando pure la manifestazione nazionale (Roma, 19 ottobre) “NoTav – Lotta per la casa – Gruppi anti-precarietà”, parliamo del 18 ottobre. La piattaforma dello sciopero contro il Governo non fa cenno alla sua politica estera né tantomeno alla Siria. Una inevitabile assenza, considerando il taglio prevalentemente “economico” della mobilitazione? Forse, c’è dell’altro. Del resto, anche nel “No Monti Day” del 27 ottobre 2012 la mobilitazione contro la guerra – al di là di una ovvia condanna delle spese per nuovi armamenti e di una sparuta, “tollerata”, presenza della Rete No War – era completamente assente. Il motivo, verosimilmente, era da cercare nella composizione della struttura che aveva indetto la mobilitazione – sostanzialmente il Comitato No Debito – che vedeva la presenza di almeno due organizzazioni che riconoscevano l’esigenza di sostenere, a tutti i costi, la “Rivoluzione siriana”: il Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica. Quest’ultima organizzazione – dopo una davvero scandalosa presenza alla “fiaccolata” per chiedere la “liberazione” di Padre dall’Oglio – si è spaccata in due tronconi; Quello di “sinistra”, – Rivoluzione Anticapitalista – pur continuando ad appoggiare la fantomatica “rivoluzione siriana” (e arrivando a perorare l’invio di armi ai ribelli) è destinato a confluire in Ross@: creatura alla quale l’USB (tra i promotori dello sciopero) e, quindi la Rete dei Comunisti affida il suo futuro.

Improbabile, quindi, che la denuncia, non già di una futura “guerra”, ma, dell’aggressione che i governi italiani hanno finora condotto e stanno conducendo contro la Siria (dapprima imponendo l’embargo, poi riconoscendo i tagliagole della Coalizione Nazionale Siriana quali “unici rappresentanti del popolo siriano”, poi appoggiando l’azione militare della Turchia, poi inviando ai “ribelli aiuti e armi, poi rifiutando l’ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi italiani…) possa essere un elemento della mobilitazione del 18 ottobre.

Peccato. Perché se così fosse, di fronte ai continui sbarchi di disperati che giungono sulle nostre coste, per scappare, spesso, da guerre e da tragedie – come quelle della Siria – che sono state pianificate dai nostri governanti – l’unico argomento che rimarrebbe da usare sarebbe quello, logoro e rituale, della denuncia della Legge Bossi-Fini

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Video dalla Siria. La bufala della CNN

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Fonte Francesco Santoianni.it 8 settembre 2013 attualità

Avrebbe dovuto essere la “pistola fumante”, l’incontrovertibile prova della immane strage (355 morti, 3.600 “ricoverati”, nel villaggio di Ghouta, alle porte di Damasco) effettuata, con gas Sarin, dall’aviazione di Assad e che sta per scatenare una guerra. Ma i videomostrati, il 6 settembre, da Obama ai riluttanti rappresentanti del Congresso, e diffusi “in esclusiva”, il 7 settembre, dalla CCN, si stanno rivelando una bufala a tutti gli effetti.

Prima di analizzarli, soffermiamoci sulle due versioni della “strage di Ghouta”.

Finora ad “attestare” l’immane strage c’era soltanto un davvero sospetto comunicato di Medicins Sans Frontieres del 24 agosto, basato su quanto avrebbero riferito alla (benemerita?) associazione umanitaria suoi medici che operavano a Ghouta. Sulle incongruenze di questo comunicato e sul successivo, scandaloso, silenzio di MSF mi sono già soffermato qui e qui.

L’altra versione dell’accaduto, – sostenuta da una prima inchiesta ,di Dale Gavlak della Associated Press, e Yahya Ababneh, (ignorata da tutti i media mainstream) e poi da altri reportages – addebita la strage (molto più contenuta come numero di vittime) ad un incidente in un tunnel dove i “ribelli” maneggiavano gas tossico (non Sarin), fornito dall’Arabia Saudita, che si sarebbe esteso fuori dal tunnel uccidendo anche qualche passante.

E ora analizziamo il video della CNN, realizzato con spezzoni di numerosi video mostrati da Obama ai membri del Congresso.

Intanto il video ripropone le stesse incongruenze evidenziate (da autorevoli esperti e anche da me) per altri video di “attacchi con il Sarin” diffusi – spesso non sa bene da chi – in Rete.

Ad esempio:

“Soccorritori” che maneggiano i colpiti senza una adeguata protezione: il Sarin uccide, anche in microgocce, per contatto con la pelle.

Nessun “sopravvissuto” che mostra i sintomi tipici del Sarin (o altri gas nervini organofosforici) quali bava rossastra, tremori caratteristici, rilascio di feci e urina (evidenziabili, ad esempio, da inconfondibili macchie nei vestiti o per terra) o “pinpoint pupils”, un restringimento del diametro della pupilla (ma su questo ci ritorneremo).

Nessuna scena che mostra persone ascrivibili come familiari o genitori, a fianco delle vittime.

E a proposito della strage di Ghouta:

Nessuna traccia dei 355 morti e dei 3.600 “ricoverati” segnalati da MSF.

Nessuna testimonianza da parte di familiari o genitori delle vittime.

Nessuna testimonianza di residenti che possa attestare l’avvenuta strage.

Ma occupiamoci del primo spezzone del video diffuso dalla CNN.

È girato in un semisotterraneo (si veda l’apertura) tenuto al buio. Perchè al buio? Perchè accatastare lì tanti corpi (tutti di adulti, incluso quello di due che, dal reggiseno sembrerebbero essere donne) ai quali nessuno (incluso il tizio che indossa il corpetto antiproiettile) sembra possa dare alcuna assistenza? Perchè non in un posto all’aperto, arieggiato, dove, almeno, i colpiti avrebbero potuto respirare più liberamente e, sopratutto, un’aria non impregnata da gas che verosimilmente (anche se in minima parte, considerato che i colpiti sono stati privati dei vestiti) si alzavano dai corpi? Una ipotesi. Buio, perchè nessuna luce doveva filtrare dall’apertura rivelando all’esterno quello che c’era lì dentro. Buio, perchè, altrimenti, questo video avrebbe rivelato i “ribelli” colpiti dal gas che qualcuno di loro stava maneggiando nel tunnel. Una scena da tenere accuratamente nascosta, aspettando che si imbastisse la leggenda dell’attacco con il Sarin da parte dell’aviazione di Assad; leggenda che proprio questo incidente doveva coprire.

Nella seconda scena, a differenza della prima, quasi tutti i “colpiti” non sono stati denudati. Come già detto, nessuno sembra mostrare i sintomi che ci si aspetterebbe riscontrare in persone colpite da Sarin; per di più un uomo riverso al suolo, evidentemente infastidito dall’acqua che un “soccorritore” ha versato sulla sua barba, si affretta a rimuoverla, con una sveltezza (si veda qui dal minuto 2,12) che non ci si aspetterebbe da un moribondo. Ma a rendere sospetto questo video è la questione dei sandali. Sandali a fianco dei colpiti stesi per terra. In un caso, addirittura, sandali ordinatamente disposti, come ad essere pronti per essere ripresi ed indossati. Perchè quei sandali? Li avessero avuti ai piedi i “colpiti da sarin” portati in braccio fino a lì, sarebbero certamente caduti nel, certamente non tranquillo, tragitto. Forse li indossavano quando, camminando a piedi e sostenuti da qualcuno, sono arrivati lì? Ma in questo caso, perchè qualcuno, prima di farli sdraiare per terra, senza preoccuparsi di togliere i vestiti, ha tolto ad essi i sandali e messi questi vicino a loro? Certo, si possono fare mille congetture. Ma, visto il contesto, l’ipotesi più probabile è che le persone prima di sdraiarsi per terra, si siano tolto il fastidio dei sandali, da recuperare facilmente una volta terminata la “scena”.

Il video continua evidenziando, oltre a quelle già segnalate, altre incongruenze. Quali, ad esempio, “personale medico”, (bardato con camice verde e guanti) che non si preoccupa di fare assumere alle persone riverse per terra e prive di sensi la posizione laterale di sicurezza, (una davvero elementare precauzione finalizzata a scongiurare il soffocamento) o sfocature che si direbbero fatte ad arte per impedire il riconoscimento delle “vittime”…. Promettendo di ritornare su questo video, affrettiamoci, quindi, a concludere analizzandone la “Prova Regina”: il “pinpoint pupils”, o miosi, il restringimento della pupilla, sintomo tipico dell’esposizione a gas nervini organofosforici, e che finora mancava in tutti i video che pretendevano di attestare l’utilizzo del Sarin.

Qualcuno al Pentagono o alla Cia deve essersene accorto ed ecco, finalmente, dal minuto 3.21 del “video di Obama”, l’agognato “pinpoint pupils”. Ho visto e rivisto i fotogrammi prima da solo e poi in compagnia di un mio amico oculista che sono andato a scocciare nel suo ultimo giorno di ferie. La “diagnosi”? Miosi indotta non da gas Sarin ma, verosimilmente, da gocce di Pilocarpina, un collirio comunemente utilizzato per il controllo del glaucoma. E perchè non può essere Sarin? Perchè se fosse stato questo la causa della miosi, l’occhio e le palpebre, con lo scompaginamento del sistema nervoso indotto dal gas, non potrebbero avere quei movimento registrato nel video.

Minuzie? Si, ma che credo invalidino un video che sta per giustificare una guerra

Francesco Santoianni

P.S.

È possibile scaricare il video della CNN, collegandosi a questo mio link, per esaminarlo con calma. E, visto che intendo mettere su un team che si occupa di esaminare – ed, eventualmente, sbugiardare – video di guerra, eventuali segnalazioni di dettagli che mi sono sfuggiti possono essere inoltrati a questo indirizzo

L’INCENDIO SIRIANO DIVAMPA, ANCHE SE NON SI VEDE

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Fonte lavocedellevoci.it 25 settembre, 2013 Giulietto Chiesa attualità
Si è spento l’incendio siriano?La risposta è no. Per molti motivi che, sommati, dovrebbero indurci a tenere la guardia alta. Riassumiamo ciò che è accaduto in questo convulso mese di settembre, dopo il presunto bombardamento chimico della periferia di Damasco del 21 agosto. Scrivo “presunto”, non perché esso non c’è stato. Esso si è verificato, ma ci sono mille e 400 ragioni circa per dubitare delle sue dimensioni (tanti quanti sono i morti dichiarati dal governo USA e mai verificati da alcuno); della sua localizzazione (incredibilmente in un sobborgo di Damasco, a circa 15 minuti d’auto dal centro, secondo la testimonianza di Gian Micalessin, inviato a Damasco del Giornale); delle sue reali dimensioni; dei suoi autori.Non intendo tornare su quest’ultimo aspetto del problema, se non per ricordare che in primavera la signora Carla Del Ponte, ex procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale, ben connessa con l’Amministrazione USA, rivelò pubblicamente, nella sua veste di operatore ONU, che qualcuno aveva fornito armi chimiche ai ribelli. Non venne detto chi aveva fornito quelle armi, né a chi fossero state date esattamente, vista la galassia di formazioni banditesche che compongono o coabitano all’interno del cosiddetto Free Sirian Army. Ma da quel momento furono evidenti e chiare due cose: che si stava preparando una grande “false flag operation” (operazione sotto falsa bandiera) che sarebbe stata utile per una improvvisa escalation della guerra. E che questa notizia era stata fatta trapelare da qualcuno – probabilmente da settori dell’Amministrazione americana – che intendeva ostacolare l’operazione.L’altro aspetto che a me sembra chiaro è che – come bene ha scritto Robert Fisk – non è stato Bashar el-Assad a usare armi chimiche, poiché se avesse avuto queste intenzioni le avrebbe messe in atto contro uno dei centri occupati dai ribelli, a nord. E quando era in difficoltà militari, non quando era all’offensiva. Invece, molto stranamente, il bombardamento è stato fatto su Damasco. Cosa più incongruente di questa era impossibile immaginare. Come ricordò Micalessin, in diretta su Radio 24-Il sole 24 ore, citando un comandante militare governativo sul luogo, se il vento avesse improvvisamente cambiato direzione, la stessa capitale sarebbe stata gassata. Attribuire a Bashar un tale autolesionismo è acrobazia logica alla quale possono credere solo Giovanna Botteri e tutti i maggiori commentatori italiani, che – come al solito senza né verificare, né ragionare – si sono affrettati a sposare la tesi del “dittatore assassino”, colpevole senza alcun dubbio e riserva di avere gasificato i suoi sudditi. Un fantastico coro di servi, già tutti pronti ad applaudire il volo dei missili Tomahawk americani.Avevamo e abbiamo (ci sono numerosi documenti e testimonianze a confermarlo, naturalmente sul web e non nel mainstream) ogni buona ragione per condividere l’opinione che Vladimir Putin ha espresso lo scorso 19 settembre: «È stata una provocazione, certamente una provocazione malvagia e ingegnosa». La Russia ha sicuramente informazioni molto precise e addizionali: gli esecutori hanno fatto uso di una tecnologia “primitiva”, consistente – ha aggiunto Putin – di vecchie armi dei tempi sovietici che non sono più neppure in dotazione dell’esercito regolare siriano. Notizie analoghe erano emerse da giornali britannici fin dallo scorso gennaio e Megachip le aveva riprese nel pieno della polemica settembrina.Putin reagiva duramente al rapporto, fintamente salomonico, degl’ispettori dell’ONU, affermando che la Russia aveva forti argomenti per ritenere che i responsabili dell’attacco chimico fossero i ribelli antigovernativi. E qui veniamo ai giorni nostri e ai prevedibili sviluppi. La mossa di Putin per fermare l’operazione militare è equivalsa, scacchisticamente parlando, a una mossa del cavallo: accusate Assad di usare armi chimiche? Bene, io l’ho convinto a consegnarle tutte. Dopo il no del parlamento britannico, e il grido di Papa Francesco (“attenti che corriamo il rischio della terza guerra mondiale”), questo ha costretto Obama a fermare la macchina.Passando dagli scacchi al calcio, il punteggio del match Putin-Obama è stato 10 a 0. Ma era solo il primo tempo. E, ai bordi del campo americano non c’è solo il trainer Obama. C’è l’Iran e c’è, per esempio, Netanyhau. Il presidente Rohanivede la frenata di Washington e dichiara che l’Iran non intende fare la bomba atomica, che lui vorrebbe incontrare Obama, e manda gli auguri agli ebrei per una loro festa religiosa. Netanyhau replica che Rohani è un lupo travestito da agnello. Tutto piuttosto chiaro. Israele continua la propria guerra “sottotraccia”. Protetto, in questo, dal silenzio dei media occidentali. Bombardò la Siria nel gennaio di quest’anno, colpendo un convoglio che avrebbe trasportato missili SA-17 terra-aria di fabbricazione russa; bombardò di nuovo in maggio, per due giorni, colpendo rifornimenti militari in provenienza dall’Iran (missili terra-terra Fateh 110); bombardò ancora il 5 luglio colpendo un deposito di razzi a Latakia. Un comportamento, come si vede, molto pacifico e rispettoso delle regole internazionali. Se la Siria avesse fatto un centesimo di atti analoghi avreste sentito non solo le grida di tutti i giornali occidentali, ma il rombo dei bombardieri della NATO.Che succede ora? Che l’attacco aereo-missilistico americano-israeliano-inglese-francese-turco è rimandato a data da destinarsi, in attesa che si smorzino i dissensi in Europa, e che la voce di Papa Francesco sia dimenticata. Ma la guerra è in via d’intensificazione. Il ponte aereo che rifornisce i mercenari è in pieno rilancio. Riprende cioè la tattica precedente: mettere in ginocchio la società siriana, la sua economia, le sue possibilità di difesa. Si vuole provocare il collasso economico e sociale interno, con l’obiettivo di costringere Bashar alla fuga, o di far scoppiare un colpo di stato, o di ucciderlo.Le cifre parlano di un vero e proprio tracollo economico di Damasco. In due anni di guerra alimentata dall’esterno (non è una guerra civile, ma una vera e propria aggressione) la disoccupazione è quintuplicata. In un paese di 20 milioni di abitanti i disoccupati sono oltre 2,5 milioni. Il resto lavora quando può. La sterlina siriana è crollata a un sesto del suo valore pre-guerra. Si calcola che le distruzioni di edifici pubblici, ospedali, infrastrutture superino i 15 miliardi di dollari. Il prodotto interno lordo del paese è circa un terzo di quello che era due anni fa: fabbriche distrutte a centinaia, un’agricoltura rasa a zero, i pozzi petroliferi fuori uso e molti in mano ai ribelli, le riserve di valute estere passate da 18 miliardi di dollari a 4 miliardi. Mancano medicinali quasi dovunque. Unici paesi che forzano il blocco dei rifornimenti sono la Cina, l’Iran e la Russia, ma i percorsi sono tutti sotto minaccia.In queste condizioni la sopravvivenza del regime è oltremodo precaria. È quasi miracoloso che Bashar Assad sia ancora vivo, se si tiene conto che gli jihadisti, insieme ai servizi segreti dei nemici esterni, mettono bombe perfino nella capitale e sicuramente hanno squadre di commando pronte a colpire al minimo varco lasciato aperto. È scontato che i suoi movimenti, le sue comunicazioni, la sua catena di comando, sono tutti sotto permanente controllo da parte dei satelliti americani. Se resiste è perché continua a mantenere non solo l’appoggio della minoranza alauita, ma perché ha ancora un vasto consenso popolare, sia dei cristiani delle varie confessioni, sia di una parte della maggioritaria popolazione sunnita. Ma chiunque capisce che, con il peggiorare delle condizioni di vita della gente, il consenso finirà per essere eroso.E in questo contesto che avverrà la lunga e impossibile trattativa sugli arsenali chimici della Siria. Impossibile perché non li si potrà smantellare, né trasferire in breve tempo. Entrambe le cose si possono fare in pace, non in guerra. Si negozierà a lungo, senza risultati. Ma non ci sarà tregua.Resta l’evidenza dei fatti: la strategia del logoramento “lento”, che era stata formulata in precedenza, è stata abbandonata da Obama all’inizio dell’estate. Qualcuno ha deciso l’accelerazione verso l’escalation. Perché? Con ogni evidenza Washington, Riyadh, il Qatar, hanno fretta. Cosa li preoccupa e li stringe da vicino?Forse un imminente aggravarsi della crisi finanziaria internazionale, che suggerisce di “bruciare i libri mastri” in un grande falò il più presto possibile?Impossibile sapere con precisione. Salvo una cosa: Israele ha già tracciato la sua “linea rossa” nei confronti dell’Iran. Le aperture di Rohani non la sposteranno. Tutti gli altri seguono, compreso Obama.Dunque, se le cose stanno così, e visto che ora non si può bombardare Damasco perché il mondo sarebbe contrario, allora aspettiamoci grandi novità sul piano militare, sul terreno dove Obama non vuole mettere piede. O, forse, da qualche altra parte, in Europa per esempio. Giulietto ChiesaFonte: http://megachip.globalist.itLink: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=86984&typeb=0&L%27incendio-siriano-divampa-anche-se-non-si-vede CLICCA PER ACCEDERE AL SITO DE LA VOCE DELLE VOCI: http://www.lavocedellevoci.it – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/25/lincendio-siriano-divampa-anche-se-non-si-vede/#sthash.pqN9HvRj.dpuf

SIRIA: IL VELENO NELLA CODA. IL RAPPORTO DEGLI ISPETTORI ONU SUL GAS A GHOUTA

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Fonte francescosantoianni.it DI FRANCESCO SANTOIANNI 19 settembre, 2013 attualità
E che volete di più? Il Rapporto dell’ONU parla chiaro: hanno trovato il Sarin. E pure i missili con caratteri cirillici. E pure la traiettoria dei missili suggerisce il punto di lancio: una postazione di Assad. Quindi, il colpevole (anche se questo Rapporto per “statuto” non poteva indicarlo) è l’infame Assad che, nella “immane strage di Goutha”, ha ucciso centinaia e centinaia di persone. A proposito, dove stanno i loro corpi? Beh, quelli gli Ispettori dell’ONU non li hanno trovati. Anzi, non li hanno nemmeno cercati. Nonostante la, certamente disinteressata, collaborazione dei “ribelli” che li aiutavano nell’indagine sul campo.

Una indagine sbalorditiva questa dell’ONU. Che si direbbe volutamente sciatta, ambigua, fatta per prendere tempo. E permettere agli aggressori della Siria (dopo la loro debacle diplomatica) di tenere in caldo l’opinione pubblica, per quando (Rambouillet insegna) sarà chiesto al governo di Damasco –magari con qualche inaspettata clausola al programma di dismissione delle armi chimiche – di mettere la testa nel capestro. E scatenare la guerra.

Ma diamo una scorsa al Rapporto ONU reso pubblico il 16 settembre. Su quali fonti si basa? L’elenco è lungo: “testimoni”, (chi? presentati da chi?), “immagini” (quali? riprese da chi?), “video” (quali?, ripresi da chi?) “audio” (quali?, registrati da chi?) “cartelle cliniche” (compilate da chi?)… Il Rapporto non rivela le fonti; assicurando, comunque, che il tutto è stato depositato in qualche archivio delle Nazioni Unite. Con queste premesse, non potendo analizzare alcuna documentazione acquisita dalla Commissione di indagine, non resta che affidarsi al racconto degli Ispettori ONU.

“Il 26 agosto, la missione ha visitato Moadamiyah di West Ghouta per due ore. Il 28-29 agosto la missione ha visitato Zamalka e Ein Tarma di East Ghouta per un tempo totale di cinque ore e mezzo. Nonostante i limiti di tempo imposti, e ripetute minacce di danni, tra cui un attacco al convoglio da un cecchino non identificato il 26 agosto, la missione è stata comunque in grado di raccogliere una notevole quantità di informazioni e di raccogliere la quantità necessaria di campioni.” (Paragrafo 18, pag. 3). “Notevole quantità di informazioni” raccolte in sette ore e mezza. Anche con le interviste ai nove infermieri, sette medici curanti, e 28 testimoni oculari (pag. 16)? Speriamo di no, perché se così fosse, ci sarebbe da dubitare del valore di queste interviste.

Tra l’altro, oltre all’attendibilità delle testimonianze raccolte, la stessa accuratezza delle indagini in generale (caratterizzate da una solerzia che è possibile osservare qui, qui e qui) meriterebbe una valutazione. Il punto 6 (pag. 2) del Rapporto riferisce che “la missione ha visitato Moadamiyah il 26 agosto 2013 e Ein Tarma e Zamalka il 28-29 agosto. Durante le sue visite in loco, la Missione delle Nazioni Unite ha condotto le seguenti attività: interviste con i sopravvissuti e altri testimoni; documentazione delle munizioni e dei loro sub – componenti; prelievo di campioni ambientali per analisi successive; valutazione dei sintomi di sopravvissuti; raccolta dei capelli, urina e sangue campioni per successive analisi.” Ma di quante persone era composta la squadra degli Ispettori ONU per potere svolgere tutte queste funzioni in sette ore e mezza? Il Rapporto non lo dice ma crediamo non dovessero essere poi tante, considerato che entravano tutte in sei autovetture partite da Damasco. Altrettanto importante, poi, è un’altra domanda: chi aveva organizzato le verifiche sul terreno degli Ispettori? Chi diceva ad essi dove andare a cercare, dove guardare, quali campioni raccogliere, quali testimoni sentire? Il Rapporto (Appendice 3, pag. 10) lo spiega: “Un leader delle forze di opposizione locali – che è stato ritenuto preminente nella zona da visitare – è stato identificato e ha chiesto di prendere la ‘custodia’ della missione. Punto di contatto all’interno dell’opposizione, è stato utilizzato per garantire la sicurezza e il movimento della missione, per facilitare l’accesso ai casi/testimoni più critici da intervistare (…) dando così modo alla missione di concentrarsi sulle sue attività principali.”

Un ottimo punto di partenza per garantire l’affidabilità dell’inchiesta!

Ma occupiamoci del Sarin, che alcuni laboratori – assicura il Rapporto – hanno rintracciato sia nel sangue e nelle urine di alcuni sopravissuti e sia in campioni di terreno e oggetti vari nell’area di Ghouta. Intanto una premessa. Il Sarin uccide con dosi infinitesimali (DL 50 i.p. per la cavia di 0,4 mg/Kg): una microgocciolina sulla pelle e via. Questo significa che nei sopravvissuti devono essere rintracciate dosi ancora più piccole. I pochi studi non coperti da segreto militare attestano che la valutazione del basso livello d’attività delle pseudocolinesterasi circolanti eritrocitarie (nei globuli rossi) può fornire una qualche indicazione sulla presenza di Sarin solo a condizione che questa analisi venga fatta tempestivamente.

Ovviamente non sappiamo se i laboratori utilizzati dall’ONU abbiano usato una qualche tecnica diagnostica solo da essi conosciuta; ma ci domandiamo perché mai, invece di ineffabili analisi su campioni di urine e sangue, prelevati dopo almeno una settimana dalla presunta esposizione, l’indagine non sia stata effettuata sui corpi (ed eventualmente, anche sui vestiti) delle persone uccise da Sarin, nei quali – essendo assente lo smaltimento metabolico – le tracce di Sarin avrebbero potuto essere evidenti.

Una domanda senza risposta, in quanto i protocolli di analisi (Appendice 2, pag. 8 del Rapporto) sono segreti e restano pure secretati in qualche cassaforte dell’ONU i dati delle analisi. In mancanza di questi, non resta che affidarsi alla buona fede dei membri della Commissione dell’ONU e dei suoi collaboratori. Stessa rassegnazione per quanto riguarda il Sarin che sarebbe stato rintracciato su campioni di terra indicati agli Ispettori dell’ONU dai, certamente obbiettivi e scrupolosi, capi di ribelli che li accompagnavano.

Ancora più sospetta è la pretesa degli Ispettori di identificare il Sarin dai sintomi dei sopravvissuti; sintomi, si badi bene, che il Rapporto non specifica se fossero ancora presenti al momento dell’anamnesi o se fossero solo rievocati dai sopravvissuti. Ma quali sintomi? Il Rapporto delle Nazioni Unite elenca (a pag. 13) i sintomi che si manifestano nei sopravvissuti da attacchi da Sarin: difficoltà respiratorie, visione sfocata, irritazioni negli occhi, miosi, perdita di conoscenza, convulsioni, vomito. Tutti tranne uno, riportato in qualsiasi manuale di Difesa civile o pubblicazione scientifica: la perdita di controllo dell’intestino e della vescica e, quindi, fuoriuscita incontrollata di feci e di urina. Senza questo ultimo sintomo, (dettato dalla inibizione dell’enzima colinesterasi, che idrolizza il neurotrasmettitore acetilcolina) e assolutamente assente nei 36 sopravvissuti esaminati dagli Ispettori dell’ONU il quadro clinico può essere fatto risalire a qualsiasi gas. Non a caso, questo sintomo risulta assente nei pur numerosissimi video prodotti dai “ribelli” che pretenderebbero di documentare vittime di gas Sarin.

E pure un altro sintomo – tipico del Sarin – risultava assente in questi video: la miosi e cioè il restringimento della pupilla. Fino a qualche giorno fa, quando un video diffuso dalla CNN mostrò – finalmente! – al mondo la famosa miosi. Sarin? No, inoculazione di un collirio a base di Pilocarpina, (comunemente utilizzato per il controllo del glaucoma). Fosse stato Sarin, l’occhio e la palpebra, con lo scompaginamento del sistema nervoso indotto dal gas, non avrebbero potuto avere quei movimenti registrati nel video. Movimenti che, ovviamente, non si possono cogliere nella foto che troneggia a pag. 14 del Rapporto. E l’eventuale video di questa “prova” resta secretato in qualche cassaforte dell’ONU. Non ci resta, perciò, da chiederci come mai questo “classico” sintomo dell’esposizione a gas organofosforici, quale il Sarin, sia presente (pag. 13 del Rapporto) soltanto nel 14 per cento dei “sopravvissuti” analizzati dagli Ispettori dell’ONU.

Poi c’è la faccenda dei missili. Missili. Non già proiettili di artiglieria caricati di gas come quelli usati dai “ribelli” e da essi propagandato in questo video. Missili. Che devono, necessariamente essere lanciati o da apposite postazioni lanciamissili (che, pare, i “ribelli”, non abbiano ancora) o da aerei. Missili con incise lettere in alfabeto cirillico (diligentemente fotografate a pag. 19 del Rapporto). Missili di Assad, quindi. Missili, come abbiamo visto, fatti ritrovare agli Ispettori dell’ONU dai “ribelli”.

La faccenda dei missili, quindi, potrebbe chiudersi qui. Se non fosse per la curiosità di scoprire cosa ci abbiano ricamato sopra gli Ispettori dell’ONU. Cinque pagine (da 18 a 23) nelle quali, utilizzando reperti e presunte tracce di crateri di impatto, si pretende di dimostrare l’azimut e la traiettoria di alcuni missili. Cinque pagine che si direbbero messe lì a rimpolpare una relazione desolatamente carente se non fosse per annotazioni (pag. 22) davvero gustose: “Durante il tempo trascorso in questi luoghi, alcuni individui sono arrivati portandoci altre munizioni”. La Relazione, saggiamente, fa notare nella frase successiva, che questo potrebbe essere un eventuale tentativo di inquinare le prove. Peccato che non si sia chiesta anche come facessero i volenterosi collaboratori a maneggiare missili già carichi di Sarin continuando a restare vivi. E, visto che c’erano, gli Ispettori potevano pure domandare ai ribelli, che li hanno immortalati nei loro video diffusi in Rete, come facevano a restare vivi i “soccorritori” che trasportavano a braccia le “vittime da Sarin”.

Un’altra perla quando la Relazione (punto 22, pg. 4) pretende di attestare la volontà di compiere una colossale strage con missili e gas sfruttando la particolare ora dell’attacco. “La mattina del 21 agosto mostra un calo di temperatura tra le 02,00 e le 05, 00 del mattino; questo significa che l’aria non si muove dal basso verso l’alto, ma piuttosto il contrario. In caso di attacco chimico tali condizioni meteorologiche massimizzano il potenziale impatto del gas che, essendo più pesante dell’aria, può rimanere vicino al suolo e penetrare in livelli più bassi di edifici e costruzioni dove molte persone erano alla ricerca di un riparo.”

D’accordo, per il calo di temperatura che, comunque, si manifesta in tutti i giorni dell’anno. Di meno, sull’efficacia di un attacco con i gas di notte, quando le persone sono in parte protette dalle mura domestiche. Per niente, sulla scelta di uccidere persone che si andrebbero a rifugiare ai piani bassi e in cantina, anche perché non si vede proprio – con un gas inodore e immediatamente paralizzante quale il Sarin – come avrebbero potuto allarmarsi e avere il tempo di rifugiarsi ai piani bassi e in cantina. Ma, visto che si insiste tanto sulle questioni atmosferiche, forse sarebbe stato il caso citare, nella Relazione, anche i venti che spiravano, da giorni, nella zona di Goutha e che, oltre a ridurre l’efficacia del gas, lo avrebbero indirizzato nel centro di Damasco. Roccaforte dell’infame Assad.

Concludiamo rispondendo ad una argomentazione che sta serpeggiando sui media mainstream, per venire incontro ai tanti che già si stanno lamentando per la vacuità dei contenuti del Rapporto dell’ONU. E cioè, che questa indagine sarebbe stata caratterizzata da superficialità e approssimazione per colpa del regine di Assad che, fino alla fine, avrebbe ostacolato l’ingresso degli Ispettori dell’ONU nell’area di Ghouta per permettere ai suoi sgherri di far sparire le prove. Non è così. Ispettori dell’ONU stavano già in Siria, invitati dal governo di Assad, per investigare su tutta una serie di attacchi chimici effettuati, con ogni evidenza, dai “ribelli”. E quando la notizia della “immane strage di Ghouta”, certificata da un davvero incauto comunicato di Médecins sans frontières (“355 morti, 3600 ricoverati”) ha fatto il giro del mondo, il governo di Damasco non ha esitato un secondo a chiedere agli ispettori dell’ONU di andare a Ghouta. A Ghouta, dove, con ogni evidenza, un ridotto numero di persone è rimasto ucciso, non già da un attacco con missili al Sarin, ma da gas sprigionatosi da un tunnel nel quale i “ribelli” costruivano i loro artigianali ordigni chimici. E questa verità è attestata – non già da autorevoli Rapporti ufficiali che rimandano a “documentazioni” destinate a restare segrete – ma dalle già decine e decine di interviste a viso aperto, video, foto, analisi e articoli che chiunque può leggere sul web (ad esempio, su questo sito).

Se, invece, qualcuno, vuole continuare a schiumare di rabbia contro la “diplomazia” e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU” che impediscono di dare la giusta lezione a quella canaglia di Assad (anzi “Gas-add”, come già suggeriscono innumerevoli pagine Facebook) non ha che da credere al Rapporto dell’ONU e pregustarsi la prossima guerra.

Francesco Santoianni
Fonte: http://www.francescosantoianni.it
Link: http://www.francescosantoianni.it/wordpress/?p=1048

OBAMA SCHIAFFEGGIATO IN PRIMA PAGINA SUL NEW YORK TIMES

corel
Fonte ilribelle.com DI FEDERICO MANCONI 14 settembre attualità

Vladimir Putin mette a segno un altro goal nel suo confronto con Barack Obama e questo è un goal pesante perché segnato fuori casa: addirittura l’11 settembre e sulle pagine del New York Times, una delle roccaforti della propaganda mediatica statunitense, specie per quanto riguarda il quadrante mediorientale.

Il giornale di cui bisogna cercare di capire gli effetti sull’uomo, come cantavano i Bee Gees nel ‘77, non poteva lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione di pubblicare un articolo scritto di suo pugno dal Presidente russo, nonostante questo potesse essere contrario alla linea ufficiale o disturbare il potere. Anche se qualche maligno osservatore potrebbe vedervi un segnale del fatto che Israele non è poi così convinto della validità di un attacco USA alla Siria. Meglio avere un nemico di fiducia, con cui si è convissuti per anni e che abbia pieno controllo del territorio, che trovarsi ai confini una “Libia” dominata, ma non controllata, dall’integralismo islamico al soldo di Riad.

Opinione questa non condivisa in certi ambienti sionisti italiani, specie quelli che fanno riferimento al PD, dove la decisione di Assad di aderire alla Convenzione sulle Armi Chimiche suscita ilarità, ma sarebbe meglio dire irritazione, ritenendo costoro che il tiranno non porrà mai sotto controllo dette armi. A questi fondamentalisti, che sono l’esatto rovescio della medaglia di quelli islamici e la cui ostinazione religiosa ha portato all’attuale instabilità della polveriera mediorientale, va ricordato chiaro e forte che Israele, pur avendo firmato il trattato di cui sopra, non lo ha mai ratificato ed i suoi depositi non sono sotto controllo di alcuno. D’altronde lo Stato ebraico neppure ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare o la Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali, che permette loro di usare il fosforo bianco, arma chimica non considerata tale dalla Convenzione sulle armi chimiche.

È naturale che l’adesione di Assad alla Convenzione sulle armi chimiche possa mettere a disagio Tel Aviv: al controllo degli arsenali di distruzione di massa di Damasco potrebbe, anzi dovrebbe, seguire un’analoga richiesta per quelli israeliani. Al contrario, però, dei sionisti de noantri, quelli veri preferiscono evitare un conflitto che destabilizzi la regione e possa finire per dar forza all’Iran, identificato dal sionismo DOC come il principale nemico da abbattere. Inoltre, non essendovi alla Knesset iscritti al PD, questi non hanno bisogno di nascondersi dietro pruderie da diritti umani: anche perché non potrebbero dato che li violano sistematicamente nei territori, usando pure quelle armi chimiche che, per convenzione, tali non sono.

Questo a pensar male, che comunque potrebbe non essere sbagliato, ma anche non fosse così non si poteva ignorare il contributo Op-ed di una firma quale quella di Vladimir Putin e così sul New York Times è arrivata finalmente una opinione diversa dalle veline ufficiali e capace di squarciare il velo della propaganda USA, opinione che ovviamente è rimbalzata di agenzia in agenzia infrangendo il muro di silenzio e non solo negli States.

La pochezza delle argomentazioni di Obama e di Kerry ha fornito ulteriore forza all’intervento del Presidente russo, che ha saputo colpire l’opinione pubblica statunitense proprio l’11 settembre e giusto il giorno prima degli incontri previsti fra il Segretario di Stato degli Skull&Bones ed il Ministro degli esteri russo Lavrov, quello che tempo fa aveva coniato il termine pace fredda per descrivere le relazioni russo-statunitensi, che sono ormai degenerate in un clima di aperta guerra fredda.

Per cominciare, Vladimir Putin ha sbattuto in faccia a lettori statunitensi che gli appelli alla nazione del loro Presidente possono contenere una menzogna di base, degna di quelle del Bush dei bei tempi, sui gas: «Nessuno dubita del fatto che gas letali siano stati utilizzati in Siria. Ma esiste ogni ragione per credere che non siano stati utilizzati dall’esercito siriano, ma dalle forze dell’ opposizione, al fine di provocare l’intervento da parte dei loro potenti padroni stranieri, che appoggiano i fondamentalisti. Indiscrezioni secondo cui i ribelli starebbero preparando un altro attacco – questa volta contro Israele – non possono essere ignorate». Con somma abilità ha anche inserito un riferimento ad Israele, che Andrew Rosenthal, responsabile delle pagine delle opinioni esterne e figlio d’arte del defunto editore esecutivo della testata, non ha potuto non prendere in considerazione nel decidere di pubblicare, visto anche che appare coerente con l’attuale attitudine del governo di Tel Aviv, cui il NYT è particolarmente sensibile, nei confronti della crisi siriana.

Il Presidente russo, inoltre, manda un chiaro avvertimento all’amministrazione USA, destinato ad influenzare fortemente Kerry nei suoi incontri con Lavrov: «È allarmante vedere che l’attacco militare in conflitti interni di paesi stranieri sia diventato un atteggiamento normale per gli Stati Uniti. È nei loro interessi di lungo termine? Ne dubito. Milioni di persone nel mondo guardano sempre di più all’America non come a un modello di democrazia ma come a una società che si affida dalla forza brutale, creando coalizioni sotto lo slogan “o siete con noi o siete contro di noi”». Un avvertimento che potrebbe svegliare dal loro torpore gli statunitensi, anche quelli che considerano normale l’aut-aut “o siete con noi o siete contro di noi”, facendoli tornare coi piedi per terra almeno da un punto di vista pragmatico: se volete continuare a provare ad essere i padroni del mondo dovete porre in atto una condotta più intelligente di quella che stanno portando avanti i vostri imbelli leader.

Quello russo, che è forse l’unico vero leader in campo, dà anche una lezioncina di geopolitica di base ai lettori ed ai loro governanti: «Un potenziale attacco da parte degli Stati Uniti contro la Siria, nonostante la forte opposizione da parte di molti paesi e dei principali leader politici e religiosi, incluso il Papa, risulterà in un numero più alto di vittime innocenti e in una escalation, allargando il conflitto molto oltre i confini della Siria. Un attacco aumenterebbe la violenza e creerebbe una nuova ondata di terrorismo. Potrebbe mettere a rischio gli sforzi multilaterali per risolvere la questione nucleare dell’Iran e il conflitto israelo-palestinese e destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa». Interessante notare come i russi siano cambiati dai tempi di Stalin: adesso riconoscono che anche il Papa ha le sue divisioni, che pur non intervenendo direttamente nelle battaglie possono influenzarne l’esito, e che è meglio averle al servizio dei propri fini.

Il riferimento all’Iran è, poi, un’abile carezza data ad Israele, ma anche una lezione sull’uso degli strumenti di propaganda essendo stata data proprio sul NYT. Per quanto noi si rifugga da logiche complottiste ottusamente antiebraiche o antimassoniche a prescindere e che vedono “illuminati” dappertutto, non si può non notare che il quotidiano è di proprietà della The New York Times Company, che possiede anche l’International Herald Tribune ed il The Boston Globe, e che ha come attuale chairman Arthur Ochs Sulzberger Jr, il quale è succeduto al padre, Arthur Ochs Sulzberger, a sua volta erede di Arthur Hays Sulzberger e di Iphigene Bertha Ochs, figlia costei di Adolph Ochs, editore del The New York Times e del Chattanooga Times dell’epoca: una genealogia che lascia comprendere come, sia pur legittimamente, la linea editoriale del NYT non possa essere in contrasto con la linea politica di Tel Aviv.

Obama sembra, quindi, in procinto di essere abbandonato anche dai suoi più “leali” amici del settore e questo mentre Putin riceve il continuo sostegno da parte di Assad, che segue pedissequamente la linea diplomatica del Cremlino, accedendo senza riserve alle sue richieste. Anzi, nel caso dei gas il dittatore sottolinea addirittura che se Damasco accetta certe mutilazioni di sovranità, al fine di disinnescare il rischio di escalation bellica, è solo perché sono proposte della Russia e non perché teme gli USA, dando così anche lui, uno schiaffetto all’ego statunitense. Kerry, per parte sua, non riesce invece ad avere alcuna influenza sulla linea politica dei ribelli che premono per la guerra a tutti costi, obbedendo costoro solo ad Allah ed a Riad, che a suo tempo si era apertamente offerta di finanziare l’aggressione, purché fossero gli Usa a condurla e seguendo le direttive dei monarchi del Golfo.

Indipendentemente dalla tifoseria cui si appartiene, ma ancor più se, lucidamente, non si appartiene a nessuna tifoseria, non si può non registrare che Putin e la sua Amministrazione abbiano condotto una partita magistrale che ha chiuso nell’angolo Obama, facendo quasi risultar più degno del Nobel per la Pace il presidente russo rispetto a quello statunitense, anche se in questo ci vuol poco. Va detto, però, che i russi sono stati fortemente aiutati sia dall’atteggiamento di Assad, sia dalla ottusità dei ribelli che, nella loro foga islamizzatrice, sono andati a far strage in una città cristiana dove si parla ancora la lingua del fondatore di quella religione, facendo così crollare il muro di omertà del mainstream sulle atrocità degli insorti e regalando consensi in Occidente al Raìs che si voleva abbattere: all’Islam pare mancare quell’abilità manipolatoria dell’opinione pubblica in cui i gesuiti sono maestri da sempre.

La partita è ancora aperta, ma, nonostante l’aggressione non sia ancora iniziata, Obama sta subendo un rovescio dietro l’altro anche in patria, dove, peraltro, la maggioranza dei cittadini non vuole la guerra. A proposito: in democrazia non dovrebbe essere determinante la voce della maggioranza, oppure questa è solo un bene d’esportazione? La Russia, al contrario, ogni giorno che passa si sta dimostrando di essere più che all’altezza di gestire il “ nuovo Grande gioco”, mentre negli USA sembra non sappiano neppure cosa sia.

Ferdinando Menconi
Fonte: http://www.ilribelle.com
13.09.2013

Siria. La foto che prova i massacri di Assad è clamorosamente un falso

Fonte altrainformazione.it 10 settembre, 2013 redazione attualità

La fotografia che testimonierebbe l’utilizzo distrong> armi chimiche da parte dell’esercito siriano ai danni degli attivisti, e diffusa dalla Bbc è un falso: è stata scattata nel 2003 in Iraq da un fotografo italiano.
L’hanno utilizzata per testimoniare il presunto massacro, effettuato con armi chimiche, da parte dell’esercito lealista di Assad. E’ stata diffusa come prova incontrovertibile della crudeltà del regime siriano, per il quale bisognerebbe a tutti i costi intervenire. Eppure, quella foto, resa pubblica dall’emittente britannica Bbc, che secondo i giornalisti inglesi rappresenterebbe il massacro avvenuto a Hula, è un falso.
esposito

Lo scatto, che ritrae una grande stanza in cui trovano spazio centinaia di corpi privi di vita, in realtà, con la Siria non ha niente a cui vedere. E’, invece, una fotografia scattata in Iraqaq dal fotografo italiano Marco Di Lauro che, attraverso Facebook, ha denunciato l’accaduto. Quei corpi non sono ribelli uccisi dal sarin, ma cadaveri ritrovati il 27 marzo 2003 ad Al Musayyb, una cittadina a quaranta chilometri a sud di Baghdad, all’interno di una fossa comune.

Di Lauro si trovava lì e vide i corpi accatastati in una scuola e successivamente coperti con teli. Per questo decise di fotografarli, per intrappolare in uno scatto tutto l’orrore della morte. “Qualcuno sta usando illegalmente una delle mie immagini per la propaganda anti-siriana in prima pagina del sito web della Bbc”, ha denunciato, una volta scoperto il tutto.
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/10/siria-la-foto-che-prova-i-massacri-di-assad-clamorosamente-un-falso/#sthash.jTWl6vFu.dpuf

Venti di guerra: La Cina invia navi militari sulle coste della Siria

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http://www.altrainformazione.it 5 settembre, 2013 redazione attualità
Secondo un rapporto pubblicato dal sito russo del ,Telegrafist.org la Cina avrebbe inviato delle navi da guerra sulle coste della Siria per “osservare” da vicino la situazione di tensione creatasi tra USA e Russia a causa di un probabile attacco americano alla Siria previsto per la prossima settimana. Stando a quanto dichiarato dal notiziario infatti, le navi cinesi non sono state inviate per ingaggiare combattimenti ma solo per “osservare” le azioni delle navi da guerra russe e americane. Il Cremlino da parte sua sta rafforzando la presenza .della propria flotta militare nell’est del Mediterraneo .Nel frattempo i mass-media americani hanno completamente censurato le ammissioni dei ribelli siriani sull’aver fatto uso delle armi chimiche durante l’attacco del mese scorso – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/05/venti-di-guerra-la-cina-invia-navi-da-guerra-sulle-coste-della-siria/#sthash.n9MXsaDc.dpuf

VIDEO – La Turchia arresta 12 terroristi islamici siriani con un deposito di armi chimiche –

Fonte altrainfornmazione.it redazione 4 settembre, 2013 di RT-tv .zattualiktà

i ribelli siriani del sobborgo di Ghouta a Damasco, collegati ai jihadisti di al-Qaeda Jabhat al-Nusra (Nusra Front), hanno ammesso al corrispondente Dale Gavlak che lavora anche per Associated Press che sono loro i responsabili per l’incidente con armi chimiche della scorsa settimana, che le potenze occidentali hanno attribuito alle forze Siriane di Bashar al-Assad, rivelando che le vittime sono state il risultato di un incidente causato dai ribelli che non sapevano usare le armi chimiche fornite loro dalla Arabia Saudita. Dalle numerose interviste con medici, residenti a Ghouta, combattenti ribelli e le loro famiglie, molti credono che alcuni ribelli hanno ricevuto armi chimiche tramite il capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, e sono stati responsabili per l’esecuzione dell’attacco gas (mortale), scrive Gavlak. I ribelli hanno detto a Gavlak che essi non sono stati adeguatamente addestrati su come gestire le armi chimiche persino non sapevano cosa fosse stato loro consegnato. Sembra che le armi inizialmente dovevano essere consegnate ad Al Qaeda mediante la propaggine di Jabhat al-Nusra.

“Eravamo molto curiosi di queste armi, e purtroppo, alcuni dei combattenti hanno gestito le armi in modo improprio e si è scatenata un’esplosioni per errore.” riferisce un militante di nome ‘J’ , sempre secondo il giornalista Gavlak.

Le sue affermazioni sono condivise da un altro combattente donna di nome ‘K’, che ha detto a Gavlak, “Loro non ci ha detto quello che queste armi erano o come usarle. Non sapevamo che erano armi chimiche. Non avremmo mai immaginato che erano armi chimiche.”

Abu Abdel-Moneim, il padre di un ribelli, ha anche detto a Gavlak, “Mio figlio è venuto da me due settimane fa per chiedere che cosa pensassi delle armi che gli erano state consegnate per portarle ad altri combattenti”, descrivendoli come un’arma con ”tubo-come struttura “, mentre altri erano come una “bottiglia di gas enorme”. Il padre chiama il militante saudita che ha fornito le armi come Abu Ayesha. Secondo Abdel-Moneim, le armi sono esplose all’interno di un tunnel, uccidendo 12 ribelli.

“Più di una dozzina di ribelli intervistati hanno riferito che i loro stipendi venivano dal governo saudita”, scrive Gavlak.

Se confermate, queste informazioni potrebbero fermare completamente la corsa degli Stati Uniti d’America verso un attacco diretto alla Siria che è stata fondata sulla giustificazione che Assad era dietro l’attacco di armi chimiche. La credibilità di Dale Gavlak è molto impressionante. E ‘stato corrispondente dal Medio Oriente per l’Associated Press per due decenni e ha lavorato anche per la National Public Radio (NPR) e ha scritto anche articoli per la BBC News .

Il sito sul quale è apparso la notizia originariamente è il Mint Press (che è attualmente è giù a causa del traffico enorme che sta attirando l’articolo).

Quindi la notizia sembra veritiera, visto che i media turchi hanno annunciato che le forze di sicurezza turche durante una perquisizione in casa di militanti jihadisti di al-Qaeda Jabhat al-Nusra (Nusra Front), hanno trovato una bombola da 2 kg con gas sarin, che stava per essere utilizzato per una bomba, il gruppo di terroristi di al-Qaeda arrestati fanno parte dello stesso gruppo che Gavlak cita nella sua intervista, ossia i jihadisti di al-Qaeda Jabhat al-Nusra (Nusra Front), quindi il collegamento è evidente.

Le forze speciali turche anti-terrorismo hanno arrestato 12 sospetti membri di Jabhat al-Nusra, il gruppo affiliato di al-Qaeda, che è stato soprannominato “il braccio più aggressivo dei ribelli siriani”. Il gruppo è stato designato un’organizzazione terrorista dagli Stati Uniti d’America nel dicembre 2012. La polizia ha anche riferito che è stato trovato un deposito di armi, documenti e dati digitali che saranno controllati dalla polizia. Il gas sarin è stato trovato nelle case dei sospetti islamisti siriani nelle province meridionali di Adana e Mersia a seguito di una ricerca da parte della polizia turca e presumibilmente sarebbe stato utilizzato per effettuare un attentato nella città di Adana, nella Turchia meridionale. Ora Erdogan ancora sarà deciso ad attaccare la Siria?
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/04/video-la-turchia-arresta-12-terroristi-islamici-siriani-con-un-deposito-di-armi-chimiche/#sthash.2pbotki8.dpuf

L’ATTACCO ALLA SIRIA DI OBAMA: LA SALUTE DEL COMPLESSO DELL’INDUSTRIA MILITARE

corel
infowars.com DI KURT NIMMO 3/09/2013 attuaità

Dopo i discorsi paralleli di venerdì del Segretario di Stato sulla guerra, i media mainstream, guidati dal maestro tradizionale della propaganda bellica, il New York Times (1), hanno concluso che gli Stati Uniti potrebbero non attaccare la Siria senza un sostegno sicuro.
“Privato del sostegno dell’Inghilterra, il più fedele alleato dell’Amarica in tempo di guerra, l’amministrazione Obama ha agito nel retroscena per costruire un sostegno internazionale alternativo per un attacco che potrebbe iniziare anche questo fine settimana”, ha riportato il Times. “I funzionari non hanno ancora abbandonato la speranza che almeno un Paese arabo potrebbe pubblicamente unirsi alla coalizione militare”.
Un Paese arabo? Patetico. Tutto questo non importa, perché i cosiddetti partner, il consenso ed il “bisogno di far valere la credibilità americana” hanno poco a che fare con l’impulso di bombardare la Siria.
Bombardare la Siria – o qualsiasi altro Paese – è una questione di affari: la prospettiva di lanciare bombe sopra Damasco riguarda il beneficio del complesso industriale militare. Si tratta di aziende transnazionali e banche internazionali piazzate per guadagnare sia cifre oscene, sia potere politico senza precedenti sulla scacchiera geopolitica. Se dubitate di ciò, guardate i grafici qui sotto. Essi rivelano qualcosa che non viene comunicato sulla prima pagina del New York Times: le guerre e le voci sulla guerra guidano i mercati.
Questa settimana, le quotazioni del mercante di morte Raytheon hanno toccato i loro massimi annuali.
Le azioni della Lockheed Martin hanno raggiunto il massimo in sei mesi lunedì, giorno in cui è davvero iniziata la propaganda bellica.
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Durante le guerre napoleoniche, il banchiere Nathan Mayer Rothschild svolse un ruolo determinante nel finanziare gli sforzi bellici dell’Inghilterra. Non solo organizzava l’invio di lingotti alle truppe del Duca di Wellington sparse per l’Europa, ma riceveva e usava a suo beneficio le informazioni politiche e finanziarie, negandole ai suoi concorrenti. È noto che Rothschild abbia sfruttato la vittoria dell’Inghilterra contro Napoleone a Waterloo per manipolare i mercati ed abbia rastrellato il mercato delle obbligazioni dopo la guerra.
Non molto diverso da oggi. Le aziende e le banche – molto più potenti rispetto ai giorni di Nathan Mayer Rothschild – guidano inevitabilmente alla guerra il governo statunitense. I discorsi del sangue blu John Kerry Heinz e del lettore di gobbi Obama, attentamente sistemato dalla CIA affinché diventasse il primo presidente nero – e quindi con più teflon addosso rispetto a Ronald Reagan – sono attori minori.
Kurt Nimmo

Fonte: http://www.infowars.com
Link: http://www.infowars.com/obamas-syria-attack-the-health-of-the-military-industrial-complex/

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTO PAPALEO
1) http://www.nytimes.com/2013/08/31/world/middleeast/support-slipping-us-defends-plan-for-syria-attack.html?_r=1&

Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

corel
Fonte megachip.globalist.it di Pino Cabras. 30/08/2013 attualità
Quando il Daily Mail parlava di «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».
CON AGGIORNAMENTO IN CODA ALL’ARTICOLO

Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».

Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L’edizione online delDaily Mail ha pubblicato un’interessante storia – a firma di Louise Boyle – in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.

Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.

Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l’articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l’informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l’articolo ed esporre qui i tratti salienti.

Lo scrittore Roberto Quaglia parla di «Legge delle Prime Ventiquattrore. Nell’epoca dei mass media informazioni reali e significative vengono occasionalmente riferite al pubblico da giornalisti in buona fede durante le prime ore che seguono un evento. Poi una invisibile catena di comando evidentemente si attiva e le notizie vere, ma scomode, scompaiono in fretta e per sempre dal proscenio dei media. Solo le notizie comode – non importa se vere o se false – rimangono in circolazione. Per capire il mondo diventa quindi particolarmente interessante soffermarsi proprio sulle notizie soppresse.» Anche per il pezzo di Louise Boyle, è così. Fortuna che c’è Webarchive.

Il sottotitolo dell’articolo della Boyle recita così:

«E-mail trapelate da un fornitore della difesa trattano di armi chimiche dicendo che ‘l’idea è approvata da Washington’.»

Parte il racconto:

«Secondo Infowars.com, la e-mail del 25 dicembre è stata inviata dal direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam, David Goulding, al fondatore della società, Philip Doughty.

Vi si legge: “Phil … Abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington.

Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere.

Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video.

Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione?

Cordiali saluti, David.”»

Come interpretare il messaggio? Nell’articolo si riassume così: «L’e-mail sarebbe stata inviata da un alto ufficiale a un appaltatore della Difesa britannica in merito a un attacco chimico “approvato da Washington” in Siria, da poter attribuire al regime di Assad.»

Insomma, il classico casus belli da scatenare con un atto spregevole “sotto falsa bandiera”, da attribuire al nemico. Una cosa impensabile per la stampa allineata, ma ben presente ai piani alti della pianificazione bellica. Abbiamo visto ad esempio con quanto candore uno dei frequentatori di questi piani alti, Patrick Lyell Clawson,dichiarava la necessità di un simile pretesto, in quel caso per attaccare l’Iran:

«Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l’Iran. Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l’America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti.» Ossia con un casus belli generato da una provocazione.«Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo», concludeva il falco di Washington.

Non sempre il potere si rivela in un modo così sfrontato ed esplicito. Nell’epoca di Wikileaks e di Edward Snowden le rivelazioni passano più spesso attraverso canali elettronici e contro il volere del governo. L’articolo del Daily Mail precisava che «le e-mail sono state diffuse da un hacker malese che ha anche ottenuto i curricula degli alti dirigenti e le copie dei passaporti attraverso un server aziendale non protetto, secondo quanto riferito da Cyber War News.»

E per far capire quanto i ribelli siriani alleati degli USA e del Qatar potessero essere spregiudicati (oltre che ben addestrati) nell’uso di armi chimiche, l’articolo incorporava anche un video nel quale questi provavano gli effetti delle armi chimiche sui conigli. Il video mostra immagini particolarmente crude, attenzione

Quando il Daily Mail parlava di «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».

È quantomeno curioso, per non dire di peggio, che oggi la grande stampa non ritorni sulla notizia del quotidiano londinese per approfondirla. Invece succede che tutto venga stravolto dai tamburi della propaganda bellica.

Le pagine online del 28 e 29 agosto 2013 di tutti i principali quotidiani italiani, ad esempio, titolano che “la Siria minaccia di colpire l’Europa con le armi chimiche”, distorcendo in totale malafede una frase di un politico siriano che diceva tutt’altro. Il viceministro degli Esteri Faisal Maqdad criticava infatti i paesi che hanno aiutato «i terroristi» (ossia i ribelli jihadisti) ad usare le armi chimiche in Siria, ammonendo sul fatto che gli stessi gruppi nemici di Damasco «le useranno presto contro il popolo d’Europa». Tradotto: attenta Europa, ti stai allevando da sola le serpi in seno. La frase era correttamente riportata in mezzo all’articolo. Ma il lettore osservi qual è invece la cornice scelta da la Repubblica e da La Stampa (e tutti gli altri, compreso Il Fatto Quotidiano, fanno lo stesso):
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La Stampa attribuisce addirittura la frase ad Assad (giusto per fabbricare l’ennesimo Hitler da strapazzare). Proprio Assad, inun’intervista a un giornale russo ignorata dalle redazioni italiane, due giorni prima dichiarava: «A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento. Non si può essere per il terrorismo in Siria e contro di esso in Mali.»

Basta poco per capire che i giornali italiani danno una copertura della crisi siriana totalmente manipolata e inattendibile. In Italia è ormai impensabile che un giornalista mainstream possa produrre un’articolo controcorrente come quello del Daily Mail.

Ancora oggi, quel giornale britannico, pur in mezzo a omissioni e distorsioni, in uno dei suoi più recenti articoli manifesta comunque il sospetto fortissimo che l’attacco chimico non sia opera di chi vorrebbero farci credere i governi.

A Londra i giornali vogliono ancora vendere qualche copia fra chi non si accontenta della propaganda. Da noi i giornali non fanno nemmeno il minimo sindacale per essere comprati. E il lettore si trova in guerra senza nemmeno sapere perché.

AGGIORNAMENTO DEL 1° SETTEMBRE 2013:
La giornalista Maria Melania Barone mi segnala gentilmente che la ragione più importante che ha spinto il Daily Mail a ritirare l’articolo sta nella citazione in giudizio per diffamazione presentata da Britam, ilcontractor della Difesa menzionato nel pezzo di Louise Boyle. Le e-mail in questione, in base ala denuncia, sono state manipolate prima della divulgazione. Il Daily Mail ha pertanto rettificato la sua posizione ritirando l’articolo controverso.
E’ in ogni caso significativo che il sospetto di azioni “false flag” abbia raggiunto la prima pagina del secondo quotidiano britannico già molti mesi fa. La clamorosa bocciatura della mozione presentata dal primo ministro David Cameron alla Camera dei Comuni per l’attacco alla Siria è stata preceduta da un dibattito parlamentare in cui il vero convitato di pietra era proprio la possibilità che l’attacco chimico fosse un pretesto, tutte le volte che i parlamentari ponevano i loro dubbi sul suo vero autore. Ed è in ogni caso clamoroso il fatto che queste inchieste, e il risultato stesso della storica disfatta parlamentare di Cameron, siano stati praticamente ignorati dalla stampa italiana.

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