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IL RACCONTO Scuola, viaggio in un pianeta desolato

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Fatto Quotidiano del 5/02/2014 di Luigi Galella attualità
Nel cortile c’è un rettangolo di cemento, color ruggine, che delimita l’area di una virtuale palestra all’aperto, inagibile. Qui e là si aprono ampie buche, e chiazze grigie in evidenza, che durante le piogge si riempiono, trasformando il campetto in un unico pantano, che occorre aggirare, per non scivolare e cadere a terra. Le scale di marmo dell’edificio centrale sono sbrecciate e annerite e su uno dei pilastri che reggono la tettoia aggettante cresce una buganvillea, che in primavera inizia a fiorire, ma che ora è spoglia. Il portone di ferro, cigolante, ha la vernice scrostata e il vetro opaco. Dall’interno, la lunga maniglia verticale di sicurezza facilmente si sgancia dalla sede. Camminando lungo il corridoio che porta alle aule, mi rallento nei gesti: se poso lo sguardo sulle alte finestre, noto che sui vetri si è depo- sitata una seconda pelle grigia, prodotta dalla polvere, giorno dopo giorno. La pavimentazione è ricoperta da uno sbiadito linoleum rap- pezzato, sul quale sono rimasti impressi i segni rotondi delle gambe dei banchi, che agli esami di Stato vengono allineati, per ogni alunno. Se mi soffermo a osservare i davanzali vi leggo sopra delle scritte, incise sul- l’alluminio, che ricordano antichi amori di alunni, che risalgono agli anni Sessanta. ENTRANDO in classe, mi rendo conto che è impossibile far aderire la porta al battente. Bisogna operare con un movimento della mano deciso e ra- pido, perché possa scattare il meccanismo della chiusura. L’alto soffitto suggerisce l’impressione di un’ampiezza illusoria; le pareti hanno la vernice staccata in più punti a causa dell’umidità, e lunghe crepe che l’attraversano; l’impiantito è costituito da mattonelle di graniglia dal disegno asimmetrico, consunte e scolorite; la cattedra è priva di cassetti, che qualcuno ha trafugato, non si sa quando; i banchi sono ridotti ai due elementi essenziali di piano orizzontale e gambe. Gli alunni orientano gli occhi verso di me, nell’attesa che parli. Ma oggi ho deciso di non ricambiare quello sguardo e di osservare con attenzione ciò che li circonda. Vorrei rompere l’automatismo della percezione, pas- sando dall’astratto al concreto. L’astratto sono le mie parole e le loro attese, il concreto è il luogo che ci ospita. Per abitudine professionale, da quando insegno, mi sono separato idealmente dallo spazio fisico, pensando che la scuola sia un’occasione per un incrocio virtuoso di esperienze, e possa svolgersi ovunque: in un parco, una spiaggia, una casa. Ero in- sensibile, anche perché non ho mai veramente lavorato in una struttura scolastica, degna di questo nome. O si trattava di luoghi “adibiti a”, o di edifici di epoche remote, dai quali – pensavo – presto ci saremmo trasferiti. Sono passati circa tren- t’anni: un tempo sufficiente per alzare la testa e guardarmi intorno. Ciò che mi spinge a questa presa d’atto vi- siva non è l’emergenza, ma l’indifferenza, la perdita del decoro, per distrazione. Mi offende che la società – non solo la politica – abbia abban- donato la scuola, e che la scuola stessa si sia dimenticata di sé. Così, come se avessi addosso una videocamera, cammino e registro in soggettiva ciò che vedo, e chiunque potrebbe ve- dere, se avesse la pazienza di rallentare lo sguardo, assuefatto all’ordinario. Non tanto per volontà di denuncia, quanto per la ricerca intima di un porto sepolto. Come il poeta, al quale avevano parlato di un luogo denso di mistero, approdo e fonte di poesia. Allo stesso modo, vorrei ritrovare un’idea mitica di scuola, scro- stando la polvere antica, i graffiti, la graniglia ustionata e i pavimenti sconnessi. Dietro le lampade al neon dal ronzio costante e dalla luce in- termittente, gli intonaci crepati e le serrande arrugginite, vorrei che mi- racolosamente riapparisse la scuola, come l’avevo immaginata, pensata. Si rivela ai miei occhi, invece – ora che sollevo lo sguardo – colma di acciacchi, come un anziano cupo e rancoroso, che al mattino, al risveglio, sbadiglia e inveisce contro il mondo. Vorrei ritrovare e ritessere il filo invisibile di una collettiva dissoluzione. Perché, se la scuola è opaca, è la stessa società che scolorisce. E il futuro si allontana, fuggendo nella rimozione o nel rimpianto.

La guerra per le risorse Borse di studio, il diritto negato all’università

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Fatto Quotidiano del 31/12/2013di Carlo Di Foggia attualità
C’è chi ne avrebbe diritto, ma non la ottiene, chi riesce a prenderla ma si vede le rate liquidate in ritardo, a volte di molti mesi. E c’è chi imbroglia, come ha scoperto il mese scorso la Guardia di Finanza radiografando le dichiarazioni de- gli studenti della Sapienza di Roma. Vista attraverso la lente del diritto allo studio, l’università italiana è un disastro. L’ultima pezza al fondo sta- tale per le borse di studio ce l’ha messa la Camera pochi giorni fa: 50 milioni di euro, con un emendamento Pd alla legge di Stabilità.Vanno ad aggiungersi ai 100 previsti dal decreto istruzione di novembre e ai 13 già stanziati. Prima della toppa da 50 milioni, il valore era il più basso degli ultimi anni, più basso che ai tempi dell’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Anche dopo averle rimpinguate però, le risorse non bastano: per garantire il diritto allo studio a quelli che ne avrebbero bisogno mancano ancora 160 milioni. È arrivato un altro emendamento che dirotta il 3 per cento delle risorse liquide del Fondo unico giustizia, dove finisce il denaro confiscato alle mafie (950 milioni di euro in totale). Ma solo una minimaparte diquelle risorseè assegnabile(tra i l10e i l25percento),il resto è congelato.Nella migliore delle ipotesi arriverebbero altri 10 o 20 milioni. Non proprio l’ “inversione di tendenza” twittata dal ministro Maria Chiara Carrozza al- l’indomani dell’approvazione del decreto. E per il futuro la prassi resta questa. Di sicuri, ci sono solo i 100 milioni, tutto il resto andrà trovato di volta in volta nella legge di bilancio. I 43 mila idonei ma senza sostegno Quando si parla di soldi per lo studio, niente è come sembra, a partire dai numeri. Oltre 170 mi- la studenti avrebbero diritto alla borsa di studio, ma non sempre la ottengono. Nell’anno in corso 43 mila di loro non l’hanno avuta, sono gli “idonei non beneficiari”. Ne avrebbero i requisiti, ma visto che le risorse non bastano, intervengono le graduatorie a tagliare fuori quelli in eccesso. Un esercito che in Regioni come la Campania rappresenta oltre il 70 per cento degli aventi diritto. Solo l’Italia può vantare la figura dell’idoneo non benificiario”. In Spagna, Francia e Germa- nia la copertura è sempre garantita a tutti gli ido- nei. Il nostro è anche il Paese dove il numero dei borsisti, il più basso tra i big dell’Ue, ha subito un crollo verticale (-22 per cento) negli ultimi tre anni, mentre altrove la platea cresceva. Colpa della crisi, si dirà, ma non è vero. In Spagna, dove l’austerità ha colpito più che da noi, nello stesso periodo il numero dei borsisti è aumentato del 60 per cento. I fondi per aiutare gli studenti in condizioni di- sagiate, sono a carico dello Stato, delle Regioni e degli altri studenti che finanziano i loro colleghi meno fortunati attraverso la tassa regionale per il diritto allo studio, lievitata nel tempo e arrivata in quasi tutte le Regioni intorno ai 140 euro. In teoria la tassa dovrebbe essere modulata su tre fasce Isee in base al reddito, ma questo avviene solo in Liguria. Negli altri casi (eccetto Sardegna e Valle d’Aosta) è sempre 140 euro, in base al de- creto 68 del 2012. Funziona così, la maggior par- te dei soldi arriva dalle tasse, lo Stato fa la sua parte integrandole con un fondo annuale, la dif- ferenza ce la mettono le Regioni. Un meccanismo che premia chi gioca al risparmio: chi ottiene di più, integra di meno. “Senza un meccanismo che, fatto 100, fissa in maniera chiara la quota che spetta alle regioni, non si risolve nulla. Se il fondo aumenta e le Regioni ne approfittano per metterci meno cambia poco”, spiega Fede- rica Laudisa, dell’osservatorio per il Diritto allo

Scuola, il governo ne assume la metà PER EFFETTO DELLA RIFORMA FORNERO SU 25 MILA POSTI VACANTI AUTORIZZATE SOLO 11.268 IMMISSIONI IN RUOLO

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/08/2013 Salvatore Cannavò attualità

La ministra dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha comunicato ieri ai sindacati il numero dei nuovi docenti che saranno immessi in ruolo nell’anno scolastico 2013-1014. Sono 11.268 molto al di sotto dei 21.112 che furono assunti lo scorso anno e meno della metà dei 25.367 che, sempre secondo il ministero, sarebbero necessari a completare le piante organiche. Ma per il ministero dell’Economia, il numero è il frutto della riforma Fornero delle pensioni che ha quasi dimezzato i pensionamenti e quindi ridotto i nuovi accessi. Così, mentre la scuola sta per cominciare si avvicina il tradizionale caos.

La scarsità delle nuove immissioni in ruolo – 1274 posti sono nell’infanzia, 2.161 nella primaria, 2.919 nella secondaria di primo grado, 3.136 nella secondaria di secondo grado e 1.648 posti nel sostegno – lascia nell’incertezza i 160 mila precari ma anche coloro che hanno partecipato al “concorsone” indetto dall’ex ministro Profumo e che, a dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, è completato solo al 73% dei casi. Per legge, però, degli 11.268 nuovi posti disponibili, la metà, 5.634, è riservata ai vincitori del concorso, un quarto dei quali sarà così nominato solo dopo l’inizio dell’anno.
LA CONFUSIONE è alimentata anche dalla moltiplicazione dei contenziosi. Grazie a una legislazione che, nel tempo, si è ingarbugliata, ogni anno si verificano migliaia di ricorsi per le cause più diverse: dai nuovi tirocinanti esclusi dalle graduatorie a esaurimento a chi, avendo controllato i risultati del concorso, ha scoperto errori madornali, come, ad esempio a Roma, sufficienze piene trascritte come bocciature.

Eppure, intervenendo a Radio1 Rai, la ministra Carrozza ha assicurato che “la situazione è sotto controllo”: “Bisogna anche accettare gli esiti dei concorsi. Bisogna fare un salto di qualità. Purtroppo noi siamo abituati al ministero dell’Istruzione a ogni provvedimento ad avere sempre dei ricorsi e questa è la cosa che vorrei cambiare di più”. “Il problema vero – ha aggiunto la ministra – è di quanti insegnanti abbiamo bisogno, come li distribuiamo sul territorio nazionale. Bisogna riuscire ad avere un sistema più equo e anche più basato sui dati per distribuire gli insegnanti. Dovremmo arrivare a regime a una riforma complessiva di questo sistema”.

La riforma, però, è promessa almeno da 15 anni e nessuno finora è riuscito a mettere ordine in un ginepraio che rende dura la vita a migliaia di precari e a centinaia di migliaia di famiglie. Anzi, da indiscrezioni ministeriali sembra ormai che si vada a un nuovo decreto, agli inizi di settembre, per “aggiustare” le varie situazioni come la stabilizzazione dei precari, il ruolo degli insegnanti di sostegno e la collocazione dei cosiddetti inidonei. Sempre che si trovino le coperture adeguate.

TRA I SINDACATI convocati ieri dal governo a non apprezzare i numeri del ministro è la Cgil. “Siamo a un ricatto evidente da parte del ministero dell’Economia” spiega Annamaria Santoro, esponente della Flc-Cgil. Che punta il dito anche contro la non risposta data sull’assunzione dei 3.730 Ata (gli assistenti tecnici e amministrativi) non autorizzati dal Mef prima di un controllo sulla possibilità di impiegare in compiti di amministrazione quei docenti nel frattempo dichiarati “inidonei”. Allo stesso tempo, il ministero non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di allargare al personale della scuola i termini del “decreto D’Alia”, che punta a pre-pensionare una quota del personale pubblico per far posto a nuove assunzioni. Decreto, però, dal quale gli insegnanti sono e saranno esclusi. Da qui l’ipotesi di un nuovo decreto a settembre. Il caos è appena cominciato.

SCUOLA,I PROF RIBELLI NON GARANTIAMO PIÙ LA FINE DEL PROGRAMMA” BLOCCATE TUTTE LE ATTIVITÀ EXTRA DIDATTICHE IN DECINE DI ISTITUTI DAL TRENTINO AL SUD ITALIA


Fatto Quotidiano 21/11/2012 di Ciara Paolin attualità
Le notizie di giornata sono queste. A Lanciano, provincia di Chieti, gli insegnanti del liceo classico hanno chiesto ai genitori di sedersi sui banchi di scuola per una lezione su ta- gli e mazzate alla scuola pubbli- ca. A Ravenna il corpo docente del liceo Alighieri ha mandato a mamma e papà una lettera per avvisare che il percorso forma- tivo fin qui garantito ai figlioli sta impattando brutalmente contro l’austerity governativa. Infine, al liceo delle Scienze Umane di Viterbo s’è deciso di sospendere tutte le attività non obbligatorie per far capire che le 18 ore di cui si parla nel con- tratto collettivo sono solo quel- le dedicate alle lezioni in classe, e che ne servono altrettante per gestire lezioni, compiti a casa, scartoffie burocratiche, collo- qui, riunioni e scrutini. Sabato ancora tutti in piazza In tutta Italia l’onda anomala è quella degli studenti che sabato torneranno in piazza a Roma (ci sarà anche Casa Pound), ma so- prattutto quella dei professori che non ci stanno a subire tagli passando per lavativi. Il coordi- namento delle principali sigle sindacali ha stilato l’elenco completo delleattività chefan- no lievitare le ore materialmen- te lavorate ogni settimana da 18 a 36. Invitando tutti i docenti a limitarsi alle lezioni frontali: niente più approvazione del piano dell’offerta formativa, stop alle cosiddette attività extracurriculari (coordina- mento dei consigli di classe, progetti, commissioni, uscite didattiche e viaggi d’istruzione, settimane bianche, attività sportive, culturali etc), asten- sione delle prestazioni aggiun- tive del personale Ata, rifiuto di collaborare con l’Invalsi e di svolgere ore di servizio ecce- denti in sostituzione dei co ghi assenti. In pratica, vuol dire che d’ora in poi i compiti si correggono in classe, ma così non sarà possi- bile completare il programma scolastico. Vuol dire che se un genitore chiede un colloquio col prof non potrà ottenerlo. Idem per le schede di valutazio- ne di metà quadrimestre, e niente gite scolastiche né visite d’istruzione: si resta in aula e basta. Eliana Marchese, che in- segna all’Istituto Degasperi di Borgo Valsugana, vicino Tren- to, consiglia di visionare il Rap- porto Ocse Education 2012: in Italia i docenti prestano servi- zio per 39 settimane (anche se gli studenti ne fanno 33) contro le 38 della media Ocse. I profes- sori di scuola superiore lavora- no in media in Italia 630 ore al- l’anno, i francesi 632, gli inglesi 703, gli spagnoli 693. Se passas- se la proposta delle 24 ore, gli italiani dovrebbero aggiungere 6 ore la settimana per 33 setti- mane di lezione, arrivando a 828 ore, ben oltre la media Ocse (658). Parliamo di soldi: altre cattive notizie E lo stipendio? “Da noi il salario medio annuale è di 36 mila dol- lari – continua la Marchese –. In Spagna 49 mila. In Germania 67 mila. Per trovare stipendi come i nostri dobbiamo andare in Portogallo, in Grecia, in Slo- venia. I nostri vicini austriaci lavorano meno (589 ore) e gua- dagnano di più (45 mila dolla- ri). Ma c’è di più. Il precariato strutturale fa sì che fino al mo- mento del passaggio in ruolo si resti a stipendio base: 10, 15, 20 anni. Mi chiedo con che corag- gio si parli di allineamento alla media europea quando stiamo per diventare quelli che lavora- no molto più di tutti e guada- gnano molto meno degli altri”. Per le private restano i 223 milioni di euro Nel frattempo, il taglio da 100 milioni annunciato a luglio dal ministro Profumo è salito – col trucchetto –a quota 150 milio- ni. “La storia delle 24 ore è un rischio reale: se non lo fanno stavolta lo faranno la prossima – dice Barbara Battista dell’Usb -. Ma, visto il gran clamore e la forza delle proteste tra docenti e insegnanti, per ora il governo sembra orientato a mollare sul punto. E mentre tutti ci sgolia- mo sull’orario lungo, loro hanno risolto l’emergenza decurtando il fondo del salario aggiuntivo (così perdiamo il 4,6% dello stipendio) e il fondo di ri- sparmio cui si ricorre per le spese in extremis. Stimiamo che, alla fine, la legge di stabilità abbia tolto 200 milioni di euro alla scuola. Però i 223 milioni per le private si sono salvate

Scuola in piazza per sopravvivere “Soldi, altro che bastone e carota” (Chiara Paolin).

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“Pagelle web, tagli, tasse più care. Spending review in scuola e università” (Salvo Intravaia).

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Ma il colpo più pesante è sui dipendenti dello Stato (Salvatore Cannavò).

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