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Esce la slot-porcata, salvi però gli affitti d’oro

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Da Il Fatto Quotidiano del 23/12/2013. Sara Nicoli attualità

STABILITÀ E SALVA-ROMA.

I nodi arrivano al pettine di solito all’ultimo respiro. E così, come nelle migliori tradizioni, l’altra notte la Camera ha approvato, tra una marea di polemiche, il ddl sulle Province e le città metropolitane che quindi passa al Senato dove oggi si darà il via libera definitivo alle modifiche della legge di Stabilità. Solo che, sempre ieri, i 5 stelle e la Lega hanno trovato un inghippo. Ossia: un emendamento con cui Camera e Senato “salvano” i loro affitti d’oro. A denunciarlo, per prima, Laura Castelli del M5s: “Abbiamo trovato questo emendamento, scritto sotto invito della Ragioneria dello Stato, con il quale il relatore del provvedimento della legge di Stabilità esclude dalla rescissione dei contratti di affitto dello Stato a quei privati che hanno dei fondi di garanzia legati agli immobili in questione. Significa – ha spiegato la deputata – che se i proprietari degli immobili hanno una assicurazione su quell’immobile, lo Stato non può disdire il contratto. E guarda caso, sembra che la società Milano 90 che affitta i locali alla Camera dei deputati una assicurazione del genere ce l’hanno…”. La Lega, Gianluca Buonanno ieri si è presentato in Aula brandendo un forcone, annuncia ostruzionismo a oltranza. Insomma, chi dava per intascata la legge di Stabilità senza scosse si dovrà ricredere, anche se il governo sta valutando un decreto correttivo (l’ennesimo) sull’argomento, ma nulla è scontato. Come non lo sono le conseguenze del decreto “Salva Roma”, su cui ieri il governo ha posto la fiducia che sarà votata oggi alle 14,30. È stata trovata una soluzione al pasticcio delle slot machine provocato dagli alfaniani al Senato, ma viste le cannonate dei leghisti, che minacciavano di tenere inchiodati tutti “fino a Capodanno” con il loro ostruzionismo, il governo ha deciso di tagliare corto. Il decreto scade il 30 dicembre, dalla sua approvazione deriva il salvataggio del devastato bilancio capitolino, il 27 sarà di nuovo al Senato, di nuovo con la fiducia. “È emerso in queste ore – ha spiegato Dario Franceschini – un problema nella legge di stabilità (la norma sugli affitti, ndr) che non si può modificare in questo provvedimento (il decreto salva Roma, ndr). Prendo l’impegno, a intervenire per correggere tutto per decreto”. Insomma, si approvano leggi che poi dovranno essere modificate a gennaio per decreto per tappare le falle create da chi vuol mantenere lo status quo. A partire proprio dal “salva Roma” che davvero non piace a nessuno. Il partito di Grillo lo ritiene pieno di “marchette”, quello di Berlusconi – che nella scorsa legislatura aveva approvato un provvedimento simile a beneficio di Alemanno – dice che si va ad aiutare un’amministrazione di sinistra. E la Lega lo ha usato per fare propaganda suol denaro che viene profuso a pioggia su “Roma ladrona”.

IL GOVERNO, però, va avanti, incurante delle critiche. Come sulle province. Approvate a Montecitorio in piena notte di sabato con 277 voti favorevoli, 11 contrari (Sel) e senza i voti della Lega, di Forza Italia e del M5s. Si prevede la trasformazione dei Consigli provinciali in assemblee dei sindaci, che lavoreranno a titolo gratuito, l’istituzione di 9 città metropolitane e la disciplina della fusione dei comuni. Chiaro il taglio delle “poltrone” locali, che ha fatto infuriare la Lega e Forza Italia, ma – soprattutto – l’eliminazione delle elezioni provinciali, con gli enti che si trasformano in altro rispetto a quello che sono adesso. Il provvedimento ora passa al Senato, dove sono attesi fuochi di sbarramento. Ma anche lì, una fiducia e la promessa di intervenire “dopo, per decreto” alla fine chiuderà il cerchio parlamentare, anche se i grillini (e non solo loro), intravedono già l’inciampo: “Il governo canta vittoria per il ddl sulle Province, parlando di tagli e riordino – si legge in un comunicato 5 stelle – nulla di più falso; il ddl sarà presto dichiarato incostituzionale perché trasforma degli enti elettivi in non elettivi e per fare questo serve una riforma costituzionale” . “A un governo M5S sarebbero bastate poche righe – chiude il comunicato – per tagliare le Province, un semplice disegno di legge costituzionale, sopprimendo all’articolo 114 della Costituzione la parola Province”. E invece no. E tutto sta ancora in piedi come prima.

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Soldi a partiti? I tanti proclami dimenticati

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/12/2013.Sara Nicoli attualità

DA ALFANO A LETTA: TUTTI CONTRO IL FINANZIAMENTO PUBBLICO. A PAROLE.

È passato quasi un anno e non sembra. Perché era il 4 febbraio, dieci giorni prima delle elezioni, che Grillo sciorinava il suo proclama sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (“deve essere eliminato”) e Berlusconi gli scippava il tema solo due giorni dopo proclamando, a Porta a Porta: “E’ nostra intenzione – era il 6 febbraio – abolire il finanziamento pubblico ai partiti”. Bersani ci arrivò più tardi, quando pensava di essere a un passo da palazzo Chigi (17 marzo) ma lisciò clamorosamente il bersaglio: “Entro luglio avremo una nuova legge sul finanziamento ai partiti”. Oggi, insomma, sembra ieri.

CI SONO sempre i grillini a dire che “i soldi dei finanziamenti sono incostituzionali, è il momento di restituirli ai cittadini”, dall’altra parte c’è Enrico Letta. Che ancora oggi promette: “Spero di ottenere entro fine anno l’approvazione definitiva della legge sul finanziamento pubblico”. Giusto una speranza. La legge gronda polvere in commissione Affari Costituzionali del Senato, ma nelle orecchie risuonano i proclami con cui il premier aveva tentato di mettere alle corde il Parlamento, minacciando un decreto se la legge non fosse stata approvata rapidamente. “O si fa la legge in sei mesi – la minaccia il 23 giugno – oppure il governo agirà con decreto”. Ancora, ad agosto, stessa solfa, quindi l’ultimatum: “Non accettiamo scuse, i tempi ci sono, altrimenti il governo farà un decreto”. Il 17 settembre e di lì a breve (il 22 settembre) Ugo Sposetti, storico tesoriere del Pd, avrebbe fatto uscire un’intervista: “Sarà la morte dei partiti; il finanziamento pubblico è necessario”. Quagliariello (il 27 settembre) risponde: “Non vogliamo uccidere i partiti, li vogliamo tutelare”.

L’accordo tra Pd e Pdl alla fine ha partorito un provvedimento pieno zeppo di paracaduti, anche per la nascente Forza Italia, tutelata con un emendamento ad hoc in cambio del quale il Pd ha ottenuto la cassa integrazione anche per i dipendenti dei partiti. Finalmente il 16 ottobre il voto: festa grande. Fuoco d’artificio da Alfano: “Eliminazione contributi pubblici ai partiti, era nel nostro programma. Impegno mantenuto”. Quindi, mortaretto di Letta: “Con questa legge si sancisce la fine del finanziamento pubblico ai partiti”. In ultimo Renzi: “Se sarà abolito sarà una vittoria dell’Italia e non di Renzi che lo ha detto dall’inizio”. Dopo, più niente, grillini a parte. Un silenzio sospetto.

“ILLEGALI I SOLDI AI PARTITI” C’È UN GIUDICE A ROMA

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/11/2013. Sara Nicoli attualità

IL PROCURATORE DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO RICORRE ALLA CORTE COSTITUZIONALE: ”CON IL RITORNO DEI FONDI PUBBLICI VIOLATO IL REFERENDUM”.

Ce l’hanno messa tutta e in vent’anni si sono intascati 2,7 miliardi di euro nonostante 31 milioni di italiani, nell’aprile del ‘93, avessero votato, in modo plebiscitario, per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Un referendum, promosso dai Radicali, diventato carta straccia grazie a sottili artifici lessicali che hanno trasformato i “finanziamenti” in “rimborsi”, aggirando la volontà popolare fino a quando, con lo scandalo della Lega, ma anche con il caso Lusi e molti altri accadimenti legati al malcostume della Casta, la volontà popolare si è trasformata in incitamento alla protesta da parte di Grillo e dei suoi. Inducendo perfino il pacato Enrico Letta a minacciare, dal giugno scorso in poi, di intervenire “anche per decreto” pur di mettere fine alla faccenda.

ORA, dopo che la Camera ha approvato, non senza sforzo e disagio, una legge che dovrebbe interrompere l’erogazione a pioggia di denaro sui partiti, salvo poi scordarsela in commissione Affari costituzionali del Senato, ecco che ieri un giudice ha messo fine al balletto, sollevando una questione di legittimità davanti alla Corte costituzionale. Stiamo parlando del procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis. Che, in pratica, ha messo in mora tutte le leggi, a partire dal 1997, che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti, per averlo fatto “in difformità” rispetto al referendum del ‘93. La decisione è partita dopo l’indagine istruttoria aperta nei confronti di Luigi Lusi, sotto processo anche penalmente per illecite sottrazioni di denaro pubblico. Per De Dominicis, tutte le leggi che la Casta ha prodotto e votato per continuare a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, “sono da ritenersi apertamente elusive e manipolative del risultato referendario, e quindi materialmente ripristinatorie di norme abrogate”. Per la Corte dei Conti, quindi, “tutte le disposizioni impugnate, a partire dal 1997 e, via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012, hanno ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993, facendo ricorso ad artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi”. Dalla normativa contestata, sempre secondo il magistrato contabile, deriva “la violazione del principio di parità e di eguaglianza tra i partiti e dei cittadini”.

Infatti – argomenta – i rimborsi deducibili dal meccanismo elettorale “risultano estesi”, dopo il 2006, a tutti e cinque gli anni del mandato parlamentare, in violazione “del carattere giuridico delle erogazioni pubbliche, siccome i trasferimenti erariali, a partire dal secondo anno, non solo si palesano come vera e propria spesa indebita, ma assunti in violazione del referendum dell’aprile 1993”. Insomma, i partiti hanno “preso in giro” i cittadini “attraverso la finzione del linguaggio”, come sottolineato dal professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”, ma questo non ha fermato la Casta. Che ora, forte anche dell’attesa su una pronuncia della Corte, potrebbe decidere persino di non proseguire nell’approvazione del nuovo ddl in stallo in commissione Affari costituzionali del Senato, per evitare che venga dichiarato incostituzionale appena approvato. D’altra parte, dentro quel provvedimento è scritto chiaramente che l’erogazione dei fondi pubblici si sarebbe dovuta interrompere nel 2017.

Una data troppo lontana, a ben guardare, per la Corte costituzionale che solo ora, si sottolinea, può intervenire sul tema perché chiamata in causa direttamente da un giudice. E poi in quella legge sono contenute una serie di storture che non risolvono assolutamente il problema così come impostato dal giudice contabile alla Consulta. Si prevede, infatti, l’iscrizione dei partiti che possono essere inseriti nell’apposito registro e accedere così al finanziamento, mentre altri no (guarda caso, i 5 Stelle, perché non hanno lo statuto), ma a pagare è sempre lo Stato.

PER L’ANNO in corso e i prossimi tre anni l’esborso sarà sempre forte: nel 2014, 91 milioni di euro; 54 milioni e 600 mila per il 2015; 45 milioni e mezzo per il 2016 e per il 2017 circa 36 milioni 400 mila. A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini che potranno dare il due per mille mentre il tetto del finanziamento da parte dei privati è stato innalzato, alla fine, fino a oltre 100 mila euro. Insomma, l’ennesimo modo per aggirare la volontà popolare. Resta da vedere che cosa farà il governo alla luce di questa assoluta novità giuridica che ieri ha visto i grillini chiedere di nuovo “la restituzione dei soldi agli italiani” e Mario Staderini, segretario dei Radicali, affermare che per “vent’anni i partiti hanno fatto un furto agli italiani”.

La cifra è comunque imponente, sicuramente scandalosa in tempi di crisi come questi, dove si fatica a comprendere il distacco della politica da un problema così evidente. Perché salta agli occhi fin troppo chiaramente che chissà quante cose avremmo potuto fare con 2,7 miliardi di euro in più a bilancio dello Stato. Spesi diversamente.

Il Colle: no alla grazia E Alfano scarica B

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/11/2013.Sara Nicoli attualità

DECADENZA.

Scaricato e messo all’angolo, prima da Alfano, quindi da Napolitano, intervenuto a mettere un freno ad una possibile escalation mediatica di Forza Italia contro un solo colpevole: proprio il Quirinale. Giornata di grande tensione, quella di ieri, con indiscrezioni sulle intenzioni eversive del Cavaliere che si sono rincorse per tutto il pomeriggio fino a sfociare in un diktat, dal Colle, inviato nel tentativo di chiudere per sempre la questione della grazia e sedare gli animi dei facinorosi pro Silvio. Peccato che Berlusconi non abbia alcuna voglia di mollare. E i suoi anche meno. Ieri lo ha fatto capire con chiarezza, chiamando ancora in causa il Colle da cui si sarebbe aspettato, in virtù della sua storia politica, la concessione della grazia “motu proprio”. Parole disordinate alle quali Napolitano ha reagito subito – e male – chiudendo a suo modo la questione definitivamente. Cioè, che non ci sono le condizioni per la grazia: “Non solo non si sono create via via le condizioni per un eventuale intervento del Capo dello Stato sulla base della Costituzione, delle leggi e dei precedenti – ha sostenuto Napolitanosi sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”. Già, perché il Cavaliere aveva annunciato un’escalation di tensione in vista della sua decadenza. Puntando al “bersaglio grosso”, non Renzi come si era immaginato (e contro cui avrebbe, comunque, fatto fare un’indagine accurata, senza tuttavia trovare grandi riscontri), bensì proprio il Capo dello Stato. Allarmato, Napolitano ha quindi deciso di agire in via preventiva, levando spazio a Berlusconi e al suo gioco delegittimante contro il Colle.

UN’OPERAZIONE che comincerà comunque oggi. Quando il Cavaliere spiegherà pubblicamente come ha intenzione di restare a galla nonostante la sentenza di decadenza dal Senato. Primo bersaglio Napolitano, reo di avergli teso una trappola fin dal giorno della decadenza “facendogli credere – ci dice un falco a lui vicino – che un suo comportamento mansueto avrebbe favorito la decisione positiva sulla grazia, fatto che poi si è scoperto privo di ogni fondamento”. Ecco perché, proprio in previsione di questo gesto di sfida, il Capo dello Stato ha pensato bene di richiamarlo anche “a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Ossia: evitare di far tracimare la prevista manifestazione di mercoledì davanti a palazzo Grazioli (già pronti i pullman come ai primi di agosto) in qualcosa di più pesante, una gazzarra con relativo corteo che si spinge a protestare fin sotto il Senato, proprio nei momenti in cui Berlusconi parlerà in aula prima del voto. Un’escalation di tensione che l’intervento di Napolitano ha invece rinfocolato , convincendo i falchi ad andare avanti. Gasparri, per primo, ieri si è detto “sbigottito” dalla “tutela preventiva” del Colle. E Brunetta ha sostenuto: “Napolitano si è rivelato uomo di parte”. Oggi, dunque, il volume di fuoco sarà pesante, anche perchè Berlusconi annuncerà il suo voto negativo alla legge di Stabilità, dunque il passaggio al-l’opposizione e metterà sul tavolo anche nuove carte di Frank Agrama appena arrivate dall’America, sulla cui base si proclamerà “innocente” e griderà alla necessità di una revisione del processo. Già allertati i direttori delle testate Mediaset, con un’unica regola di ingaggio: scatenare l’inferno su quelle carte, far girare l’informazione come in campagna elettorale.

Conscio di tutto questo prossimo stridore di lame, ieri Angelino Alfano ha pensato bene di marcare la distanza a partire dalla manifestazione (in quanto ministro dell’Interno la vede come fumo negli occhi): “Guardiamo al futuro e non siamo coinvolti”, ha detto, rimandando al mittente l’invito di Brunetta a partecipare al corteo. Il vicepremier appare ormai lontano. Ha in mente di proporre “un patto al Parlamento, al governo e anche a Matteo Renzi”. “A fine 2014”, poi faremo il punto. Certo, Berlusconi non è del tutto dimenticato, “meriterebbe la grazia”, dice Alfano, peccato che accanto a lui continui a prevalere “una linea estremista del partito, che consideriamo sbagliata, di voler far cascare tutto e mettere gli interessi del Paese dopo l’egoismo di partito; c’è accanto a Berlusconi chi lo spinge in una direzione estrema”. E senza vie d’uscita.

Con Scelta Civica spaccata ora salvare B. è possibile

corelDa Il Fatto Quotidiano del 19/10/2013. Sara Nicoli attualità
VERSO IL VOTO SULLA DECADENZA: 12 SENATORI NEL NUOVO GRUPPO VICINO AL PDL.

Ieri è arrivato a gamba tesa anche Pier Ferdinando Casini, finito nella lista nera di Mario Monti dopo la sua decisione di dimettersi da presidente di Scelta Civica, decisione ribadita anche ieri come “irrevocabile”. “Prima mi chiedeva posti – ha sibilato l’ex leader di Scelta Civica – ora mi accoltella”. L’ormai ex alleato ha sferrato un attacco durissimo all’ex premier sostenendo che “le accuse nei miei confronti sono semplicemente ridicole”. Di più. Casini si è spinto fino a definire quello diMonti un “atteggiamento rissoso sull’azione dell’esecutivo” perché “questi continui distinguo, non sono accettabili”. Presa di distanza anche sulle dimissioni: “Non gli chiederò di ritirarle perché questo non mi riguarda”.
ALTRO CHE SOBRIETÀ. Non poteva finire peggio. Persino Corrado Passera, ieri, ha martellato Monti: “Scelta Civica mancava di radicalità, temevo che il progetto potesse finire così, ecco perché dissi no”. Il senatore a vita rimasto solo? L’immagine è quella. Mentre ribolle il terreno del centro politico che proprio oggi vedrà quella che sembra la nascita di un nuovo partito popolare: si parte dal Veneto “bianco” e da Villa Maschio, a Villafranca Padovana (Pd). A parlare di “Il Partito Popolare e il futuro dei moderati” ci saranno il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, Gaetano Quagliariello, Mario Mauro e Flavio Zanonato. La vecchia balena bianca, sembra proprio lì lì per risorgere. Tolto di mezzo un ingombrante Monti, che voleva fare di Scelta Civica il “suo personale” partito di sponda europea (questo, almeno, a sentire alcuni dei suoi detrattori), ora il primo passo sarà la creazione di un gruppo autonomo al Senato, composto da circa 12 dei 20 senatori ex Sc e che avrà la parola “popolare” nel nome: si tratta di Albertini, Casini, De Poli, Di Biagio, Di Maggio, D’Onghia, Marino, Mauro, Merloni, Oli-vero, Romano e Rossi. Ne resterebbero dunque fuori sette, con i ‘lealisti montiani’ in minoranza. Diverso il discorso alla Camera,dove tra i 47 deputati i montiani sono al momento la maggioranza. Ma in parallelo a quanto sta avvenendo, al Senato potrebbe anche a Montecitorio staccarsi da Sc e creare una componente autonoma. Il tutto, comunque, accadrà lunedì, a partire da Palazzo Madama dove – a questo punto – il pallottoliere sulla salvezza di Berlusconi potrebbe rimettersi in moto, complice il voto segreto.

IL PDL, PER QUANTO devastato dall’imminente scissione, si terrà unito nel nome della salvaguardia del “Padre Nobile”, la Lega non mancherà all’appello, mentre i 5 Stelle e il gruppo misto saranno compatti per il no. Poi, però, ci sarà il Gal, che potrebbe scegliere di votare contro la decadenza e il Pd. Che nel segreto dell’urna – è noto – potrebbe anche non tenere; nel partito, le spinte verso le elezioni a marzo sono forti e un voto per Silvio renderebbe la situazione ancor più fragile nella maggioranza che sostiene Letta. Dunque, i voti dei prossimi “popolari” serviranno. E molto. L’aveva capito, d’altra parte, anche Monti che nel pranzo che Mario Mauro ha consumato mercoledì scorso al circolo ufficiali di Roma, con Angelino Alfano e Berlusconi, non si è parlato di manovra economica. Ma di un’altra manovra, quella della fondazione di un partito centrista, cui Mauro vorrebbe dare la leadership al segretario del Pdl, ma anche una sorta di garanzia che un gruppo di senatori, gli ex Sc, potrebbero, nel segreto del-l’urna, fargli sponda nel giorno più importante. Il clima lo chiarisce Casini che, a proposito della decadenza, dice: “Non ho ancora deciso. Non è vero che ho contrattato con Berlusconi, non ho parlato con lui e non gli parlerò. Sará un voto che appartiene alla mia coscienza e basta. Al momento giusto lo dirò”.

Il partito centrista che verrà, composto per lo più da alfaniani di complemento, da ex democristiani di sempre e forse persino da qualche centrista del Pd costretto ai margini in caso di vittoria di Matteo Renzi (come Beppe Fioroni), si avvia a diventare una sorta di succursale del berlusconismo in salsa Dc che in prima battuta si muoverà, però, su un unico binario definito: salvare il Cavaliere al Senato. Poi verrà il resto.

La diaspora degli ex Sc, comunque, non sarà completa. Alcuni resteranno fedeli a senatore a vita. A partire da Ilaria Borletti Buitoni; la sottosegretaria ieri se l’è presa con Mauro, che “ha usato Scelta Civica per un altro progetto che non è Scelta Civica”. L’ultima resa dei conti martedì, durante il comitato di presidenza di Sc. Dove quelle che si conteranno saranno soprattutto le sedie vuote

Soldi ai partiti, l’emendamento per Forza Italia (altri soldi per il partito del banana)

Italy's former prime minister Silvio Berlusconi attends a session at the Senate in Rome
CAVILLO PDL PER DARE IL 2X1000 ALLA CREATURA DI B. IL DDL SUL FINANZIAMENTO PUBBLICO È IN ALTO MARE: E LETTA PENSA AL DECRETO.
Da Il Fatto Quotidiano del 22/09/2013 Sara Nicoli attualità
È ormai una corsa contro il tempo per impedire che la tagliola di un decreto, minacciato più volte da Enrico Letta, piombi sul lavoro parlamentare mandando in aria gli accordi sottili – e non sempre chiari – tra Pd e Pdl per rendere meno traumatica possibile la “rinuncia” al finanziamento pubblico dei partiti. Il ddl, rientrato in commissione Affari costituzionali dieci giorni fa dopo che si era riscontrata in aula alla Camera, l’impossibilità di trovare una quadra, passerà lunedì per l’ultimo tentativo di mediazione in commissione. “Partiremo alle tre del pomeriggio e andremo anche in notturna – spiega Sergio Boccadutri, capogruppo di Sel in Affari costituzionali – se servirà ci prenderemo anche martedì mattina pur di mandare il aula il ddl entro il pomeriggio per l’inizio della discussione; ormai siamo fuori tempo massimo, ma su alcuni punti prevedo che l’accordo sarà difficile da trovare”. Uno di questi punti, su cui il Pd e Sel stanno facendo muro (ma chissà quanto sia solido) è l’emendamento presentato da Maurizio Bianconi del Pdl (firmatari anche Francesco Saverio Romano, Elena Centemero e Laura Ravetto), ribattezzato per necessità di sintesi “salva Forza Italia”. Nel testo si prevede che il finanziamento derivante dalla donazione privata del 2×1000 possa andare anche a quei partiti politici non presenti nella legislatura precedente all’approvazione della legge se certificata la loro esistenza dalla “metà più uno dei candidati eletti sotto il medesimo simbolo (nel caso il Pdl, ndr) alle più recenti elezioni”.

IN PRATICA, se la metà più uno degli attuali parlamentari del Pdl diranno che esiste Forza Italia, il finanziamento potrà andare tranquillamente anche alla rinata creatura berlusconiana, ma non ai partiti nuovi di zecca. Una discriminazione, dunque. E, soprattutto, un favore grosso come una casa a Berlusconi. Ma non solo. C’è un altro punto che desta vere ondate di piena in commissione. Si tratta del tetto per le donazioni private, che il Pd vorrebbe al massimo a 100 mila euro e che il Pdl, invece, vuole fissare a un milione. Chiara la finalità, “ma se mettiamo un milione – sostiene sempre Boccadutri – è come se non mettessimo nessun tetto, e questo non può passare”. Nodi da sciogliere che, in questi due primi casi, forse potranno trovare una mediazione all’ultimo tuffo. Resterà invece lo scontro sul-l’emendamento di Sel, firmato proprio da Boccadutri, che impedisce le donazioni a chi è condannato in via definitiva per corruzione o frode fiscale (un vero emendamento contro Berlusconi) e sull’altro, il 5.50, dove si riformulano le modalità di applicazione del reato di finanziamento illecito ai partiti, che non sarà comunque applicabile in via retroattiva (come qualcuno del Pdl voleva) ma provoca parecchi mal di pancia. C’è poi un ultimo dato. Nella fretta di presentare alle Camere il ddl, il governo ha cancellato alcuni passaggi della precedente legge che riguardavano i controlli sulle donazioni e dunque in commissione sono stati ripristinati, nell’articolo 7, alcuni di questi paletti, creando ulteriori frizioni. Tra chi sta lavorando al ddl per cercare di portare a casa un risultato “più onorevole possibile, laddove possibile” si digeriscono male le minacce di Letta: “Francamente – commenta Boccadutri – stanno diventando un po’ patetiche. Un decreto impedirebbe il miglioramento del testo con diversi emendamenti, alcuni già approvati e altri, come quello presentato da Sel, che non trovano ancora l’accordo nella maggioranza”.

Parlamento pulito: non c’è urgenza tranne che per M5S

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BOCCIATA LA RICHIESTA GRILLINA DI UNA CORSIA PIÙ RAPIDA PER L’INCANDIDABILITÀ. PROVE GENERALI PER SALVARE B.?

Eccolo l’ultimo vergognoso regalo agli italiani di Pd, Pdl e tutti gli altri partiti del sistema dalla Lega a Scelta Civica; hanno negato in Senato, nell’ultimo voto prima della pausa estiva, la procedura d’urgenza al progetto di legge 452 Parlamento Pulito”, ha attaccato, ieri a palazzo Madama, il capogruppo M5S Nicola Morra. Perché è successo proprio questo: davanti alla possibilità di dare la precedenza ad una modifica della legge elettorale prevedendo l’incandidabilità per i condannati, il Senato ha alzato gli scudi. A parte Sel.

IL QUADRO che si è presentato ieri a Palazzo Madama, in realtà, aveva tutto il sapore di qualcosa di diverso rispetto al semplice rigetto della legge. Era una prova generale di un voto più delicato, quello che ci sarà verosimilmente ai primi di ottobre, forse anche prima se la Giunta per le Immunità terminerà rapidamente il suo lavoro. Per la decadenza di Silvio Berlusconi si voterà a scrutinio segreto, visto che basta la firma di 20 senatori per dare il via alla richiesta. E ci sono già. A quel punto, altri equilibri entreranno in gioco, soprattutto quello della sopravvivenza del governo; con un Berlusconi “decaduto” e di conseguenza incandidabile in virtù sempre della legge Severino del 2012, la tenuta del governo Letta sarebbe indubbiamente compromessa. Diverso, invece, se nel segreto dell’urna qualche mano amica si spostesse, come già si prevede, per votare no alla decadenza anche dai banchi di chi, ufficialmente, giura che non lo farà mai.

NEL MIRINO dei boatos parlamentari d’agosto, sul banco degli imputati ci sono soprattutto il Pd e Scelta Civica. I democratici sono fortemente a rischio tenuta sul voto segreto, meno – molto meno – in Giunta per le Immunità dove il diktat di Epifani (“Il Pd voterà l’incandidabilità di Berlusconi”) dovrebbe reggere. Per Scelta Civica, già tormentata e in via di scissione, poi, il problema è soprattutto di prospettiva. “Ma ce lo vedete uno come Casini – ragionava ieri ad alta voce un senatore pidiellino di rango – che vota per la decadenza di Berlusconi? E se volesse tornare nel centrodestra, chi pensa che gli riaprirebbe la porta, casomai con Marina nuovo leader?”. Ecco, ci sono anche questi calcoli sul piatto politico del voto segreto contro l’ex Cavaliere di Arcore.

MA QUALI sono i numeri che potrebbero garantire a Berlusconi almeno una speranza di salvezza? Gli servono almeno 32 senatori in più (molti, quindi) rispetto a quelli di Lega (16), Gal (10), Pdl (91) e (forse) i senatori delle autonomie (10) che in totale sono 127. Dall’altra parte, sulla carta “contro” Berlusconi sarebbero il Pd (108), il M5S (50) e il gruppo misto (12), per un totale di 170. Con Scelta Civica che vota, compatta, in questa “squadra”, il numero dei senatori per la decadenza salirebbe a 190 e non ci sarebbe partita.

Ma se, come viene ventilato, le ragioni del governo (ma anche altre, di equilibrio “di sistema” in assenza di un’alternativa senza passare per il voto) dovessero essere preponderanti, ecco che le fratture comincerebbero a emergere. Per ipotesi; se 12 senatori montiani con una ventina di eletti del Nazareno decidessero di astenersi (che al Senato è considerato voto contrario), allora si assisterebbe ad un ribaltamento della situazione; a favore della decadenza di Berlusconi sarebbero 158, contro 159. Con l’incognita, ovviamente, delle assenze.

Un voto, comunque, sul filo di lana, ma che va oltre – molto oltre – la semplice sorte parlamentare del pregiudicato Berlusconi. E su cui è davvero un azzardo fare qualsiasi scommessa.

Via la custodia cautelare Pasticcio Pd-governo

corelDa Il Fatto Quotidiano del 31/07/2013 Di Sara Nicoli attualità

SÌ DEL SENATO ALL’EMENDAMENTO CHE DEPENALIZZA FINANZIAMENTO ILLECITO, STALKING E FALSA TESTIMONIANZA. L’ESECUTIVO AVEVA DATO PARERE FAVOREVOLE.

Galeotto (è il caso di dirlo) fu il governo. Che la settimana scorsa, mentre l’attenzione era tutta rivolta all’ostruzionismo dei 5 Stelle alla Camera sul decreto del Fare, si è fatto prendere dalla fretta di far approvare rapidamente, in Senato, il decreto “svuota carceri”. Cadendo in un tranello accuratamente preparato dal presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, l’avvocato pidiellino Nitto Palma, con l’appoggio di Lucio Barani, pidiellino di sicura fede ora di stanza nel gruppo del Gal. Ebbene, Barani ha firmato un emendamento all’articolato che aumenta il tetto massimo per far scattare la custodia cautelare in carcere da 4 a 5 anni. Cioè: in base a questa modifica, non solo non ci sarà più il carcere preventivo per chi commette il reato di stalking, ma anche per chi finanzia illecitamente i partiti, per l’abuso d’ufficio (la pena massima di questo reato era stata portata a 4 anni nella precedente legislatura) e per chi rende false informazioni ai pm. Proprio uno dei reati su cui ruota tutto il processo Ruby. E, di sicuro, non è stato né un caso, né una svista. Il Pdl ha scientificamente distratto l’attenzione del sottosegretario alla Giustizia, Giuseppe Berretta, presente in commissione al posto del ministro, facendo passare l’emendamento Barani con il parere favorevole del governo. Di più: con la modifica, che è passata in commissione con larga maggioranza, uniche voci contrarie quella di Felice Casson e di Rosaria Capacchione del Pd, si salverebbero dalla custodia cautelare anche i reati di favoreggiamento, contraffazione, introduzione nello Stato e vendita di marchi contraffatti, per i quali è prevista, appunto, una pena massima di 4 anni. Inutili, al momento del voto, le grida dello stesso Casson che ha tentato di spiegare come la modifica andasse a incidere in modo consistente su alcune fattispecie di reati odiosi, di sicuro lo stalking, ma più che mai la falsa testimonianza. “La strada per arrivare a questo pasticcio – ci racconta proprio Felice Casson – è stata aperta dal governo, il parere favorevole all’emendamento è stata senz’altro una mossa sbagliata che andrà sicuramente rimediata alla Camera, dove per fortuna c’è una maggioranza ampia, anche se non penso che il Pdl mollerà tanto facilmente”. E, infatti, non avverrà. Nonostante l’alzata di scudi di molte deputate del Pdl (da Deborah Bergamini a Elena Centemero, passando per Mara Carfagna, Lucia Ronzulli, Annagrazia Calabria ed Elvira Savino) che hanno parlato di “norma da cancellare assolutamente”. Ma a far capire che aria tira davvero ci ha pensato proprio l’estensore materiale del’emendamento “trappola”, Lucio Barani: “Lo stalking è un’altra cosa, qui stiamo parlando di svuota carceri e ricordo che ci sono 25mila detenuti in attesa di processo e nemmeno uno è uno stalker, è una battaglia di civiltà contro la carcerazione preventiva”. “Non solo – ha aggiunto Barani – non sono sufficienti gli arresti domiciliari per il reato di abuso di ufficio? Insomma, non parliamo di depenalizzazione”.

IL TESTO della legge passa ora in commissione Giustizia della Camera dove il Pd, con la presidente, Donatella Ferranti, giura che “non pasaran”. Però, la cortina fumogena creata intorno alla questione dello stalking potrebbe rappresentare un modo per conservare la custodia cautelare solo per quello specifico reato, lasciando fuori tutti gli altri compresi nell’emendamento Barani. La (prevista, possibile) alzata di scudi del Pdl potrebbe indurre il governo a presentare un emendamento soppressivo di quello pidiellino, ma solo nella parte che riguarda, appunto, lo stalking. E ieri, infatti, c’è stato già un primo passo verso questa direzione “di compromesso”, con la presentazione di una modifica al decreto sull’esecuzione della pena, in discussione alla Camera, a firma dei pidiellini Costa, Sisto, Carfagna e Chiarelli. Che, guarda caso, aumenta la pena massima per il reato di stalking a cinque anni di reclusione. I molestatori, dunque, vedrebbero scattare la carcerazione preventiva, tutti gli altri no. Salvando il testo Barani. La missione del Pdl sembra ad un passo dall’essere compiuta

Il Pdl vuole prendere il Senato insieme a Monti (Sara Nicoli).

corelDa Il Fatto Quotidiano di Sara Nicoli 15/03/2013. attualità

BERLUSCONI PROVA L’ACCORDO CON IL PROF PER TORNARE PROTAGONISTA SU GOVERNO E QUIRINALE MARONI PRONTO A TUTTO PER SCONGIURARE LE URNE.
Un blitz. Per conquistare la presidenza del Senato al ballottaggio con i voti non solo della Lega, ma anche quelli di Monti. Incoronando Pietro Ichino oppure di nuovo Renato Schifani, ma probabilmente più il primo che il secondo, destinato a quanto pare a diventare capogruppo Pdl. È questo il progetto del Popolo della libertà, intenzionato a sfruttare a proprio vantaggio lo stallo in cui sta navigando il Pd che, soprattutto al Senato, difficilmente si tradurrà in un accordo di maggioranza per eleggere un candidato condiviso. Anche dai grillini.

PER STUDIARE come raggiungere tecnicamente l’obiettivo, ieri è entrato in campo Roberto Calderoli dopo aver ricevuto da Roberto Maroni un’indicazione precisa: qualsiasi compromesso dovrà essere considerato utile pur di non tornare rapidamente al voto. E se questo vorrà dire dover appoggiare anche un governo Pd, nessuno se ne dovrà fare un problema, casomai i mal di pancia potranno averlo al Nazareno, non certo in via Bellerio. Di questo, Maroni ha parlato a lungo a Berlusconi durante la visita dell’altro giorno al San Raffaele, perché gli obiettivi dei due leader al momento non coincidono affatto. Il Cavaliere, è noto, preme per tornare alle urne il prima possibile e su questo sta pianificando la campagna elettorale già a partire dalle prossime settimane, con la manifestazione del 23 a piazza del Popolo a Roma. Maroni, al contrario, ha visto dimezzarsi i voti della Lega e un ritorno alle urne ora, con la Lombardia ancora in bilico per la formazione del suo governo (peraltro, il leader del Carroccio non è stato ancora proclamato presidente) significherebbe veder evaporare anche quei pochi voti rimasti al nord. Ecco perché, avrebbe spiegato Maroni a Berlusconi, la priorità è far nascere comunque un governo, se serve anche con il Pd. Ne è nata una discussione che ha convinto il Cavaliere ad appoggiare, almeno al momento, la strategia della Lega del “minor male”. Perché in fondo, ragionava ieri Denis Verdini in visita con una folta delegazione del partito al San Raffaele, se i voti della Lega dovessero essere fondamentali per la nascita del governo, “l’esecutivo resterebbe in qualche modo nelle nostre disponibilità; saremmo sempre noi a decidere quando farlo cadere tornando a votare; Maroni in Lombardia governa con noi…”. Ora, però, per Berlusconi è fondamentale giocare con grande attenzione la partita delle cariche istituzionali. Puntare alla presidenza della Repubblica è l’obiettivo primario, ma conquistare quella del Senato solo per incapacità del Pd a stringere un accordo con Monti e con i grillini, in fondo è “quasi un gioco da ragazzi”.

I CONTI SONO presto fatti. Al ballottaggio, cioè dalla quarta votazione, viene eletto chi prende più voti. Se i montiani vengono convinti a votare per un loro candidato, con l’appoggio del centrodestra, poi il Pdl avrà un ruolo prioritario nella partita del Quirinale e anche in quella del governo, rimettendo in gioco il partito. Spiega un esponente di spicco del Pdl: “Al momento delle consultazioni, il mandato esplorativo viene dato dal Capo dello Stato prima al presidente del Senato, poi a quello della Camera, dunque noi avremo una sorta di diritto di prelazione sulla formazione del nuovo governo. E poi, al momento della trattativa per la presidenza della Repubblica, potremo contare sull’appoggio dei montiani sulla convergenza verso un candidato del centro-destra che garantisca Berlusconi come ha fatto Napolitano”. Ecco, appunto, Napolitano, in questi giorni molto teso non solo per la situazione generale, ma anche perché la Cassazione ha bloccato la distruzione dei nastri sulla trattativa Stato-mafia che lo riguardano. Un elemento più per convincere Berlusconi ad abbassare i toni dello scontro con la magistratura proprio per far vedere al Capo dello Stato la sua “vicinanza” di “vittima” vessata (in fondo proprio come lui) dalle procure.

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