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Cda, la carica dei ventimila

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Da Il Fatto Quotidiano del 11/11/2013.Salvatore Cannavò attualità

Oltre ventimila persone possono rappresentare un piccolo esercito. Una schiera di personale amministrativo, spesso politico, non sempre competente in grado di frequentare con abilità e perizia i consigli di amministrazione di società, consorzi, aziende speciali, associazioni collocate all’interno della pubblica amministrazione. Per pubblica si intende lo Stato ma anche le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e tutte le varie aziende collegate a questi enti.

I dati sono forniti dal prospetto Consoc redatto da PerlaPa, il sistema integrato della Funzione pubblica che raccoglie tutti i dati inerenti le Pubbliche amministrazioni per metterli a disposizione del pubblico. Il numero completo dei componenti Consigli di amministrazione è di 20.133 a cui occorre aggiungere i componenti dei Collegi dei Revisori. Quelli che percepiscono un qualsiasi compenso sono circa la metà e ancora di meno, 4.788, sono quelli che ricevono un’indennità superiore ai 5.000 euro annui. Il costo complessivo dei Cda pubblici è stato stimato da un ricerca del sindacato Uil di cui ci siamo già occupati, in 2,654 miliardi annui. In questa cifra, spiega il sindacato, sono compresi “i compensi per gli amministratori, i gettoni di presenza, le spese per il funzionamento degli organi, spese di missione e di rappresentanza, etc.”. Se si aggiungono i compensi per le collaborazioni e le consulente esterne (vedi box sopra) 1,292 miliardi, si sfiora la cifra di 4 miliardi.

È SOLO un tassello del costo complessivo della “cosa pubblica” e, in particolare, non tiene conto della spesa del personale . Ma, da tempo, il pubblico impiego è diventato l’obiettivo privilegiato di qualsiasi manovra economica. Interventi che nel tempo hanno ridotto non solo il costo complessivo di quella voce nel bilancio pubblico ma, contestualmente, anche il numero dei lavoratori stessi.

Molto più lentamente, invece, si riduce il numero degli amministratori delle controllate pubbliche. A questa voce, sempre secondo i dati del ministero, sono registrate 7.771 strutture di cui 2.436 sono i Consorzi – aggregazione di strutture già esistenti, spesso gli stessi enti locali – e 5.335 le società.

Tra queste ci sono le grandi partecipate di Stato che occupano la parte alta della classifica sia in termini di compenso dei consiglieri che in termini di fatturato. La testa di lista della graduatoria è composta, così, da nomi ormai entrati nell’informazione quotidiana: Eni, Enel, Finmeccanica, Poste Italiane, Cassa Depositi e Prestiti. Dietro di loro, dal punto di vista dei compensi, ma sempre in zona più interessante, strutture come le Ferrovie di Stato, Invitalia, la Zecca dello Stato, l’Anas. E poi le grandi multiutilities, le aziende dei servizi pubblici come Hera, Iren, Acea, A2A o l’Atac di Roma. Strutture di grande impatto nel potere locale dimostrato dalle vicende economiche che le riguardano e dai compensi dei loro vertici. Il presidente della bolognese Iren beneficia di 495 mila euro annui, l’ad di Hera 489.149, l’ad di Acea 420 mila euro. Nessun paragone con i 6,3 milioni dell’ad di Eni, con i 4 milioni dell’ad di Enel o con l’1,8 milioni alle Poste. Ma in compenso le aziende periferiche hanno consigli di amministrazione e di controllo pletorici in virtù della varietà di soggetti che li formano. Il Sole 24 Ore ha calcolato che in Hera ci sono 56 consiglieri, alla Metropolitana acque Torino 43 e all’Iren 42.

Le nomine riguardano spesso persone competenti oppure obbligate – rappresentanti di enti locali o degli stessi ministeri – ma nell’esercito dei 20 mila si annida la pratica dello scambio di poltrona ottenuta per meriti politici o per relazioni solide. Si pensi alla Iren che oggi è presieduta da Francesco Profumo. Storico rettore del Politecnico di Torino è diventato noto dopo aver assunto l’incarico di ministro dell’Istruzione nel governo Monti. Dopo le elezioni è stato ricollocato dalle giunte di centrosinistra – in particolare Torino – che controllano l’Iren alla presidenza della multiutility.Alla presidenza della Cassa Depositi e Prestiti siede l’inossidabile Franco Bassanini, già socialista, parlamentare, multi-ministro (con Prodi, Amato, D’Alema), fondatore della fondazione Astrid in cui siedono un po’ tutti. Alla presidenza di Invitalia siede ancora quel Giancarlo Innocenzi che quando era all’Agcom veniva insultato al telefono da Silvio Berlusconi per la sua presunta inefficienza nella difesa di Mediaset. La Sogin, che è incaricata della bonifica dei siti nucleari, è da poco presieduta da Giuseppe Zollino, curriculum in ingegneria nucleare ma anche membro di “Italia decide” associazione politico-culturale di stampo bipartisan fondata da Carlo Azeglio Ciampi e Gianni Letta, da Luciano Violante e Giulio Tremonti.

GRAN PARTE di queste società sono necessarie e spesso utili. La loro amministrazione costituisce un lavoro rispettabile. L’Acquedotto pugliese, società con azionista unico la Regione Puglia, ha però istituito un amministratore unico retribuito con 120 mila euro lordi l’anno. Di amministratore unico si parla da tempo anche a proposito della Rai per sottrarla al predominio dei partiti. Ma se ne parla soltanto, la modifica della governance di viale Mazzini resta un miraggio lontano. Eppure le soluzioni, non necessariamente “urlate o palingenetiche”populiste”, ci sono. Basterebbe applicarsi con diligenz

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Un milione di posti di lavoro (gli altissimi costi della politica)

le-posizioniDa Il Fatto Quotidiano del 28/10/2013 Salvatore Cannavò attualità

UN MONDO DI PORTABORSE CONSULENTI, ADDETTI STAMPA, COLLABORATORI.
DAI MINISTERI ALLE REGIONI FIN DENTRO I COMUNI UN PAESE NEL PAESE CHE
RISPONDE SOLO A CHI NOMINA.

Un milione di persone. Nemmeno Max Weber, quando scriveva La politica e la scienza come professioni pensava ci si potesse spingere a tanto. Il grande sociologo tedesco scriveva infatti nel 1919: “Si vive ‘per’ la politica oppure ‘di’ politica”. Chi vive ‘per’ la politica costruisce in senso interiore tutta la propria esistenza intorno ad essa” […] Mentre della politica come professione vive colui che cerca di trarre da essa una fonte durevole di guadagno”.

Secondo uno studio della Uil, invece, coloro che cercano “di trarre dalla politica una fonte durevole di guadagno” sono più di un milione: 1.128.722. Un “paese nel paese” ma non nella forma poetica in cui Pier Paolo Pasolini definiva il Pci. Piuttosto “un mondo a sé”, come lo descrive il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy che ha curato la ricerca. La cifra viene ricavata sommando voci tra loro diverse ma tutte legate alla politica: gli eletti e gli incarichi di Parlamento e governo (1.067) quelli nelle Regioni (1.356), nelle Province (3.853) o nei Comuni (137.660). L’incidenza delle cariche elettive sul numero totale non è molto alta, il 12%.

La forza del sottobosco

I numeri si fanno più forti man mano che ci si addentra nel sottobosco: i Cda delle aziende pubbliche ammontano, infatti, a 24.432 persone; si sale a 44.165 per i Collegi dei revisori e i Collegi sindacali delle aziende pubbliche; 38.120 sono quelli che lavorano a “supporto politico” nelle varie assemblee elettive. I numeri fondamentali della ricerca sono riscontrabili nelle due ultime voci, quelle decisive: 390.120 di “Apparato politico” e 487.949 per “Incarichi e consulenze di aziende pubbliche”. “Quest’ultimo dato si basa su numeri certi e verificati” assicura Loy, mentre quello relativo agli “apparati” costituisce una “stima della stessa Uil ma una stima attendibile”. Nella nota metodologica, infatti, il sindacato spiega che i numeri derivano da banche dati ufficiali e da quello “che ruota intorno ai partiti” (comitati elettorali, segreterie partiti, collegi elettorali, “portaborse”, ecc.”. Loy la spiega così: “Ventimila voti di preferenza non sono il risultato solo di un voto ideologico ma espressione di relazioni concrete”. E, in tempi in cui l’ideologia è fortemente in crisi, “si affermano gli interessi e la spinta ad aumentare il proprio tenore di vita, l’affermazione di un sistema economico”.

La politica si fa industria, quindi. E il dato è riscontrabile nei numeri. Si pensi al costo dei CdA dei quasi settemila enti e società pubbliche: si tratta di 2,65 miliardi mentre per “incarichi e consulenze” la cifra è di oltre 1,5 miliardi di euro.

Stiamo parlando di gente che lavora, ovviamente. Alcuni di loro, come i dipendenti di Rifondazione comunista, sono anche finiti in cassa integrazione oppure, come in An, licenziati. “Ma non hanno fatto alcuna selezione pubblica, non hanno seguitonessun merito” commenta Loy, “e vengono pagati con soldi di tutti”. Parliamo di collaborazioni dirette nei vari ministeri, assessorati, consigli elettivi, incarichi elargiti da questo o quel politico di turno. Oltre ai Francesco Belsito, Franco Fiorito, ai diamanti della Lega, alle ricevute di Formigoni o alle consulenze di Alemanno, gli esempi possono essere tutti leciti ma del tutto interiorizzati dalla politica.

I vari ministeri hano speso, nel 2012, oltre 200 milioni per collaborazioni dirette. Tra i dicasteri più attivi, gli Interni, l’Economia e Finanze, la Difesa e la Giustizia. Del ministero diretto da Alfano ci occupiamo a parte. Il Mef dispensa centinia di incarichi nelle società partecipate. Alla Difesa, il ministro dispone di ben 18 collaboratori quanti ne ha quello della Giustizia. Gli incarichi sono quasi tutti di pertinenza politica. Come proprio addetto stampa, ad esempio, il ministro ha la stessa persona che ha lavorato per Pierferdinando Casini dal 2006 al 2013 e prima, ancora, con l’Udc Vietti, attuale videpresidente del Csm. Una “ricollocazione” avvenuta tutta nei rapporti della politica.

Fedeli al ministro

Nell’Ufficio di gabinetto troviamo l’autrice di un libro, Guerra ai cristiani, troppo presto dimenticato e scritto insieme allo stesso Mauro. Più esemplare è il caso del “Consigliere per gli affari delegati, del Sottosegretario di stato alla Difesa On. dott. Gioacchino Alfano”, Nicola Marcurio. L’interessato ha iniziato la carriera politica nel Comune di Sant’Antonio Abate, dove organizzava le iniziative religiose per il Giubileo. Diviene consigliere comunale nel 2000 e di nuovo nel 2005. Poi va a lavorare presso il Commissariato per l’emergenza di Pompei, da lì alla Protezione civile per il G8 dell’Aquila. Finisce al ministero come consigliere di Gioacchino Alfano il quale, guarda caso, è stato sindaco proprio di Sant’Antonio Abate. L’altro sottosegretario, Roberta Pinotti, Pd, tiene nel proprio staff Pier Fausto Recchia, deputato non rieletto alle ultime elezioni e quindi ricollocato. Tra i collaboratori del ministro della Giustizia, Cancellieri, troviamo Roberto Rao, già deputato, non rieletto, e già portavoce di Casini ma anche Luca Spataro, già segretario Pd di Catania. Se un deputato non viene rieletto gli si trova un nuovo incarico. Come a Osvaldo Napoli, pidiellino molto presente in tv, bocciato lo scorso febbraio e oggi vicepresidente dell’Osservatorio Torino-Lione. Moltiplicando questi casi per l’intero numero delle cariche elettive si può avere un’idea del fenomeno. Alla Regione Lazio, il presidente Zingaretti dispone di un ufficio stampa con ben dieci addetti mentre in Lombardia, i consulenti della Regione sono passati, con la gestione Maroni, da 57 a 93, tutti riscontrabili sul sito ufficiale. Per questa voce l’ente regionale spende 2,6 milioni di euro l’anno. L’esercito della politica vive e si autoalimenta così.

50.000 SCUDI PER LA COSTITUZIONE

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UNA PIAZZA DEL POPOLO GREMITA PER DIFENDERE “LA VIA MAESTRA”. RODOTÀ AL PREMIER LETTA: “NO AL GRANDE IMBROGLIO”. FISCHI PER IL COLLE, MA ZAGREBELSKY INVITA ALLA “MODERAZIONE”.

Ve lo promettiamo, non finiremo spiaggiati”. Gustavo Zagrebelsky, negli inediti abiti del comizio di piazza, interpreta l’animo dei 50 mila che riempiono piazza del Popolo. Il corteo in difesa della Costituzione che il professore di Libertà e Giustizia ha voluto insieme a Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini, è pienamente riuscito. “Oltre ogni mia aspettativa” dirà al termine Rodotà.

UN CORTEO non lungo, da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, ma fitto. Molte bandiere rosse, della Cgil, della Fiom, di Sel e del Prc, ma anche molto “popolo” democratico nel senso vero del termine. Persone abbandonate dalla politica di palazzo, in cerca di valori. Conservatori? “In realtà siamo gli unici che vogliono cambiare questo paese” risponde Landini. Rinnovare applicando la Carta. Quando Zagrebelsky invita a un movimento di “moderati e determinati” raccoglie solo applausi. E un boato accoglierà l’intervento del nostro giornale che con Antonio Padellaro e Marco Travaglio, porta in dote le 440 mila firme raccolte dall’appello avviato a fine luglio. Applausi da stadio quando Padellaro cita Pertini o quando Travaglio ricorda che nel “mondo rovesciato” della nostra politica Berlusconi tiene in ostaggio l’intero paese ma gli ostaggi, cioè la classe politica, “fraternizzano con il sequestratore”.
Tante gente, identità diverse. Mentre Zagrebelsky parla, giù dal palco l’ex disobbediente Casarini annuisce; intervengono i comitati per l’acqua e subito dopo il costituzionalista Alessandro Pace. Don Luigi Ciotti affascina la piazza citando don Andrea Gallo, don Tonino Bello e “l’amore dei cristiani per la Costituzione” . Arriva un messaggio dal “no-Tav” Sandro Plano, ex sindaco Pd in Val di Susa e viene ricordata Giusy Nicolini sindaco di Lampedusa. Anche l’Arci ha garantito la riuscita dell’evento. Gli interventi che si alternano rappresentano un articolo della Costituzione: l’11 con Cecilia Strada di Emergency; il 9, per la cultura, con Salvatore Settis. Parla Giovanni Valentini, di Repubblica, a portare l’appello del suo giornale contro la Bossi-Fini, ma anche “Tarzan” della lotta per la casa.

LA POLITICA dei partiti è presente con Ingroia, Vendola, Ferrero, Di Pietro ma si tiene ai lati del palco. La domanda di politica, però, resta nella piazza. Ne parla Landini che, dopo aver ringraziato gli operai Fiat, riprende l’invito di Zagrebelsky: “Non finisce qui” e invita “a praticare la Costituzione tutti i giorni”. Ne parla don Ciotti, sottolineando che non è tempo di formare coalizioni o nuovi partiti. Ne parla più diffusamente nelle conclusioni Stefano Rodotà, coniando l’espressione “Coalizione dei vincitori” citando come esempi positivi le donne di “Se non ora quando” o le mobilitazioni contro la “legge bavaglio”.

Quello che nasce, quindi, è un esercizio di “buona politica” come “antidoto alle oligarchie”. Quando Zagrebelsky dice che“la Costituzione è stata scritta da gente sana per gente sana” da voce al disgusto imperante per la politichetta quotidiana. E quando, probabilmente avendo letto gli editoriali del Corriere della Sera, ricorda che per i “riformatori” la Costituzione “non è adatta per governare”, chiede a sua volta: “Ma voi siete adatti?”. Dietro le parole della Costituzione, spiega, “c’è un modello di società”. È il filo che srotola Landini ponendo la questione della “redistribuzione della ricchezza”. Ci torna Rodotà nella proposta di “ricostituire uno spazio politico” sia “guardando lontano”, verso il destino del Paese, ma anche “guardando vicino”, all’Italia delle povertà.

Rodotà, ma lo fanno tutti, indica poi la politica quotidiana accusando Letta di “grande imbroglio” perché, al fondo delle riforme, spiega, “c’è la modifica della forma di governo”.

IL FATTO NUOVO , dunque, è che nasce un movimento “che vuole riappropriarsi della Costituzione”. Ci saranno comitati locali e, assicura Rodotà, si continuerà “ad allargare il fronte”, includendo ancora le tante potenzialità che non si sono espresse. Si contano anche le assenze. Tranne Cofferati e Civati, il Pd ha disertato in pieno (ma la manifestazione è riuscita). E così la Cgil, a esclusione della sua sinistra, Fiom, Flc o Lavoro e Società. Rodotà definisce “puerili” le “imbarazzanti diserzioni” che hanno utilizzato l’accusa di voler fare un partitino. Che respinge irritato: “Ma secondo voi Fiom, Libera o Emergency si sciolgono? Sono stupidaggini in malafede. Pensate ai partitoni vostri” è la sua conclusione

Dall’ombra al fungo spremuti 107 volte

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/09/2013. Salvatore Cannavò attualità

L’ impresa eccezionale per un contribuente è sapere quante sono le tasse da pagare. Un elenco ufficiale non esiste. Il Ministero dell’Economia e Finanze, alla richiesta via mail, non ha saputo rispondere: “Quante? Bella domanda”. Qualche tempo fa l’ex ministro Giulio Tremonti, all’inizio della sua inconcludente carriera legislativa, di tasse complessive ne ha contate 107. Le associazioni dei consumatori e delle imprese parlano genericamente di cento, ma non ci sono certezze. Intanto, le tasse sono tutte lì: tante, complicate, introvabili.

La seconda impresa è riuscire a pagarle. Nel dossier sui Balzelli d’Italia, la Confesercenti, non ha solo pubblicato Il Bestiario delle 100 tasse che fanno tribolare imprese e famiglie ma ha fornito un dato poco noto. Pagare le tasse, riuscire cioè a mettersi in regola con il fisco, ha un costo considerevole: gli adempimenti tributari ammontano a circa 18 miliardi di euro l’anno. Chi esercita un’attività in Italia paga 4.495 euro contro i 1.320 dei francesi, i 1.290 dei britannici, i 1.210 dei tedeschi. Soldi che finiscono nelle tasche della consulenza fiscale, pervasiva e avvolgente.

L’impresa di sopravvivere

La terza impresa è sopravvivere. Per essere travolti da balzelli, gabelle, imposizioni improbabili o vere e proprie truffe, basta stare fermi. Al di là dell’Irpef, l’Irpeg, l’Irap o l’Iva esistono le tasse “assurde”, conosciute solo quando ci si inciampa sopra. Come la tassa sull’ombra che scatta quando la tenda di un locale invade il suolo pubblico. Oppure la tassa sugli spettacoli nei pubblici esercizi, la tassa sulle concessioni. La tassa per iniziare lavori edilizi , la tassa sulle cambiali. A i privati si applica la tassa sui gradini, dovuta quando le case hanno l’accesso dalla pubblica via. I lavoratori dipendenti, poi, subiscono una tassa occulta, il Fiscal drag: l’imposizione aumenta all’aumento dello stipendio senza considerare il contestuale aumento dell’inflazione.

Le tasse si pagano non appena si mette il piede fuori di casa. Letteralmente. Esiste, infatti, la tassa sui passi carrai, i varchi aperti sui marciapiedi per uscire dalle abitazioni. Si determina moltiplicando la larghezza del passo per un metro lineare convenzionale. Per uscire in auto, però, bisogna avere la patente per il cui rilascio occorrono ben cinque versamenti postali e un certificato, naturalmente in bollo. Non basta. C’è anche la tassa di iscrizione al Pubblico registro automobilistico (il Pra), importo che le province possono aumentare fino al 30% (solo Bolzano, Aosta, Trento e Prato non lo hanno fatto). C’è il bollo dell’auto, il costo della targa, i diritti del Dipartimento Trasporti terrestri e, se si sceglie di comprare un’auto usata, il passaggio di proprietà. Con uno scooter cambia poco. Meglio andare a piedi o in bicicletta. Anche perché al primo distributore di benzina potremmo imbatterci nelle micidiali accise.

La benzina dell’Abissinia

L’ultima rilevazione del ministero dello Sviluppo economico, della scorsa settimana, segnala che il prezzo medio della benzina è di 1,754 euro; l’accisa interviene per 0,728 centesimi e l’Iva per i restanti 0,304. Senza le imposte la benzina costerebbe 721 centesimi al litro. Il 41% se ne va in accisa, cioè l’imposta che si è accumulata nel tempo sommando spese straordinarie sostenute dai vari governi. Fu la guerra in Abissinia di Mussolini a far aumentare di colpo il prezzo della benzina nel 1935, poi sono venute la crisi di Suez, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il Belice e tutti gli altri terremoti fino a quelle emiliano. Ma nella voce vengono conteggiati anche il contratto degli autoferrotranvieri, le missioni all’estero o l’emergenza immigrati. L’intera storia italiana passa dalla pompa al nostro serbatoio e si fa pagare cara.

Lasciamo stare, quindi, la benzina. Torniamo a casa e portiamo a spasso il cane. Putroppo il governo Monti, nel 2012, ha provato a istituire un’imposizione anche sul possesso di animali ma ha dovuto fare marcia indietro cause proteste. La legge, però, prevede la facoltà di imposizione per i comuni i quali ora, in tempi di magra, stanno pensando seriamente di introdurre l’imposta. Meglio lasciare il cane a casa e andare in banca a occuparci dei nostri risparmi. Magari per aprire un conto corrente “a costo zero”, finalmente qualcosa di gratis. Ci si mette poco, però, a scoprire che al “costo zero” occorre aggiungere l’imposta minima di 34,2 euro più lo 0,15% delle somme depositate se si apre un conto deposito (su cui sono conservati i titoli). Se poi acquistiamo o vendiamo titoli azionari, scatta la la Tobin tax con lo 0,12% di imposizione.

Via anche dalla banca. Andiamo alla posta, ci sono le bollette. che attendono. Siamo stati molto attenti con i consumi, abbiamo utilizzato al minimo le forniture. Ma nella tariffa del gas le tasse incidono pe il 43% mentre per l’energia elettrica le imposte pesano per il 13,29%. La bolletta Enel, però, comprende anche i “servizi di rete” che incidono per il 33,44% e comprendono i i costi per gli incentivi alle fonti rinnovabili, la promozione dell’efficienza energetica, gli oneri per la messa in sicurezza del nucleare, i regimi tariffari speciali per le Fs, le compensazioni per le imprese elettriche minori, il sostegno alla ricerca di sistema. Un diluvio di tasse nascosto in bolletta. Su cui, dulcis in fundo, si paga anche l’Iva. La tassa sulla tassa. Il giochetto viene ripetuto per le tassazioni locali, ad esempio la Tares, che vengono rubricate come “tariffe” in modo da aggirare il divieto.

Casa cara casa

Via anche dalla posta. Dove andare? A cercar funghi si deve pagare il bollettino postale. A casa c’è il canone Rai anche se la Rai non la si guarda mai. E poi sulla l’accanimento sfiora il sadismo. Prima dell’Imu, infatti, abbiamo già pagato la tassa per l’acquisto (3% se è un’abitazione principale), l’imposta ipotecaria e quella catastale. Oltre al costo del notaio. Se l’avessimo presa in affitto avremmo pagato l’imposta di registro mentre la proprietà concorre a formare il reddito complessivo. Sulla casa, infine, si paga la Tares, la tassa sui rifiuti che si calcola sui metri quadri.

Tasse ovunque, tasse di ogni tipo. Per seppellire i defunti e accendere i lumini. Per fare un biglietto aereo o sbarcare in un in un porto. Anche per soggiornare in Italia. La tassa per i comuni con centrali nucleare anche se il nucleare non c’è più. Le tasse sul fumo, sulla sigaretta elettronica e sugli alcolici. Non si può nemmeno provare a impietosire le autorità perché si pagherebbe la tassa sulle suppliche, quella per “istanze, petizioni, ricorsi diretti agli uffici dell’amministrazione dello Stato tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento”. Tra le imposizioni improvvise va compresa anche la giustizia: per un ricorso ai tribunali si paga in base al valore dei processi, da 33 a 1.200 euro. Esiste l’imposta sulla birra e quella sui giochi; le concessioni governative e la tassa per studiare; i diritti alle Camere di commercio e la tassa sulle affissioni, l’imposta sugli spiriti e quella sugli zuccheri. Non si può nemmeno inventare un sistema alternativo: esiste, infatti, anche la tassa “sulle invenzioni” per brevettare nuove scoperte. Oltre ai diritti di brevetto ci sono quelli di segreteria e l’immancabile marca da bollo. Anche il desiderio di cambiare le cose è sottoposto al balzello.

Scuola, il governo ne assume la metà PER EFFETTO DELLA RIFORMA FORNERO SU 25 MILA POSTI VACANTI AUTORIZZATE SOLO 11.268 IMMISSIONI IN RUOLO

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/08/2013 Salvatore Cannavò attualità

La ministra dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha comunicato ieri ai sindacati il numero dei nuovi docenti che saranno immessi in ruolo nell’anno scolastico 2013-1014. Sono 11.268 molto al di sotto dei 21.112 che furono assunti lo scorso anno e meno della metà dei 25.367 che, sempre secondo il ministero, sarebbero necessari a completare le piante organiche. Ma per il ministero dell’Economia, il numero è il frutto della riforma Fornero delle pensioni che ha quasi dimezzato i pensionamenti e quindi ridotto i nuovi accessi. Così, mentre la scuola sta per cominciare si avvicina il tradizionale caos.

La scarsità delle nuove immissioni in ruolo – 1274 posti sono nell’infanzia, 2.161 nella primaria, 2.919 nella secondaria di primo grado, 3.136 nella secondaria di secondo grado e 1.648 posti nel sostegno – lascia nell’incertezza i 160 mila precari ma anche coloro che hanno partecipato al “concorsone” indetto dall’ex ministro Profumo e che, a dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, è completato solo al 73% dei casi. Per legge, però, degli 11.268 nuovi posti disponibili, la metà, 5.634, è riservata ai vincitori del concorso, un quarto dei quali sarà così nominato solo dopo l’inizio dell’anno.
LA CONFUSIONE è alimentata anche dalla moltiplicazione dei contenziosi. Grazie a una legislazione che, nel tempo, si è ingarbugliata, ogni anno si verificano migliaia di ricorsi per le cause più diverse: dai nuovi tirocinanti esclusi dalle graduatorie a esaurimento a chi, avendo controllato i risultati del concorso, ha scoperto errori madornali, come, ad esempio a Roma, sufficienze piene trascritte come bocciature.

Eppure, intervenendo a Radio1 Rai, la ministra Carrozza ha assicurato che “la situazione è sotto controllo”: “Bisogna anche accettare gli esiti dei concorsi. Bisogna fare un salto di qualità. Purtroppo noi siamo abituati al ministero dell’Istruzione a ogni provvedimento ad avere sempre dei ricorsi e questa è la cosa che vorrei cambiare di più”. “Il problema vero – ha aggiunto la ministra – è di quanti insegnanti abbiamo bisogno, come li distribuiamo sul territorio nazionale. Bisogna riuscire ad avere un sistema più equo e anche più basato sui dati per distribuire gli insegnanti. Dovremmo arrivare a regime a una riforma complessiva di questo sistema”.

La riforma, però, è promessa almeno da 15 anni e nessuno finora è riuscito a mettere ordine in un ginepraio che rende dura la vita a migliaia di precari e a centinaia di migliaia di famiglie. Anzi, da indiscrezioni ministeriali sembra ormai che si vada a un nuovo decreto, agli inizi di settembre, per “aggiustare” le varie situazioni come la stabilizzazione dei precari, il ruolo degli insegnanti di sostegno e la collocazione dei cosiddetti inidonei. Sempre che si trovino le coperture adeguate.

TRA I SINDACATI convocati ieri dal governo a non apprezzare i numeri del ministro è la Cgil. “Siamo a un ricatto evidente da parte del ministero dell’Economia” spiega Annamaria Santoro, esponente della Flc-Cgil. Che punta il dito anche contro la non risposta data sull’assunzione dei 3.730 Ata (gli assistenti tecnici e amministrativi) non autorizzati dal Mef prima di un controllo sulla possibilità di impiegare in compiti di amministrazione quei docenti nel frattempo dichiarati “inidonei”. Allo stesso tempo, il ministero non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di allargare al personale della scuola i termini del “decreto D’Alia”, che punta a pre-pensionare una quota del personale pubblico per far posto a nuove assunzioni. Decreto, però, dal quale gli insegnanti sono e saranno esclusi. Da qui l’ipotesi di un nuovo decreto a settembre. Il caos è appena cominciato.

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