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UNA DOMENICA ALLE URNE UNA DOMENICA ALLE URNE “Troppi timbri, non puoi votare”

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Fatto Quotidiano del 26/05/2014 di Emiliano Liuzzi attualità
Può non essere semplice votare. Vedi Roma, leggi tessere elettorali. Un caos prevedibile, ma che arriva alle 18 di ieri: elettori in coda perché avevano la famigerata tessera timbrata e tutti in fila, manco fosse domenica a una cassa dell’Ikea. Oggi, il pove- ro sindaco Marino, nome di battesimo Ignazio, dovrà fare i conti anche con quelli che non sono riusciti a votare. Ha già messo le mani avanti: “C’è stato un lavoro molto inten- so, ringrazio tutti i dipenden- ti comunali che si sono adoperati perché i problemi venissero risolti. Non sono un esperto in giurisprudenza, ma penso che forse si sarebbe potuto anche accettare di far votare coloro che per qualche motivo non erano riusciti ad avere la tessera nuova e ave- vano tutti i riquadri occupati da timbri nella tessera elettorale”. L’attesa di ore è stata gestita con i numeri distribuiti a ma no da un commesso elettorale improvvisato. Problemi non potevano mancare nella domenica elettorale. E rientrano in quella serie di imprevisti prevedibili che sono ormai consuetudine, guai non ci fossero. Alle ultime elezioni in Sardegna lo spoglio, causa inceppo burocra- tico, è terminato a distanza di dieci giorni dalle elezioni. IMBRIGLIATO nelle code anche Nanni Moretti, che però ha reagito con stile: “Non sempre è colpa degli altri, anche noi potevamo pensarci prima”, ha risposto al croni- sta che chiedeva se non avesse aspettato troppo. Oltre al caos delle schede elet- torali, poi ci sono le distrazioni, chiamiamole cosi, co- me quella di Matteo Salvini, segretario della Lega nord, fo- tografato all’uscita dal seggio con il tablet in mano. Non si potrebbe, ma se è per questo andrebbero lasciati fuori an- che i telefoni cellulari, ma – presidenti di seggio scrupo- losi a parte –nessuno in realtà lo sottolinea. Perché la legge vieterebbe anche di filmarsi durante il voto. Non è stato così almeno per due elettori del Movimento cinque stelle che, non solo si sono filmati, ma hanno postato anche il video su youtube . “Io ho votato così”, il titolo. Perché tutto deve diventare un gioco e an- che perché le operazioni di voto in Italia, il caso Roma lo spiega bene, sono al livello di un Paese scarsamente industrializzato e per niente proiettato nel futuro: le tessere elettorali non avrebbero bisogno di timbri, al voto sia- mo tra i pochi al mondo che usano ancora la matita e le scuole devono chiudere per tre giorni ogni volta che si in- corre (spesso) in un’elezione. A Venezia, un uomo si è rifiutato di votare perché nell’aula di una scuola media di Noale, paese della provincia, era presente un crocifisso. A Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo, un elet- tore è uscito dalla cabina so- stenendo di aver sbagliato a votare e di volere una seconda scheda. Il presidente ha spie- gato che non era possibile e l’uomo è andato su tutte le furie. E ALLORA armarsi di pazienza. Tanto la giornata di ieri, per i flash, era dedicata principalmente a Beppe Grillo, al seggio in scooter, accolto da uno striscione: “Grillo non fare la cicala, pensa alle for- miche del tuo paese”, appeso su un muraglione a pochi me- tri dal seggio elettorale dove ha votato il leader del dei cin- que stelle, a due passi dalla villa di Grillo tra il verde di Sant’Ilario, la collinetta affacciata sul mare di Genova. Nella giornata di oggi Grillo si sposterà a Milano, alla Casaleggio associati, per valutare i risultati e decidere se con- vocare una conferenza stam- pa o parlare agli elettori di- rettamente dal web. SILVIO Berlusconi, interdetto dai pubblici uffici, non ha potuto votare. Ci ha pensato la sua fidanzata, Francesca Pa- scale, di bianco vestita. Ha ba- ciato la scheda prima di de- porla nell’urna. Alcuni giornalisti hanno anche chiesto al presidente del seggio del liceo Visconti, dove Pascale ha votato, se fosse stato avvisato. No, è stata la risposta. “Si è presentata come una tra le tante”, e non si capisce il mo- tivo per cui non dovrebbe essere stato così. Pascale ha vo- tato a Roma perchè ha tra- sferito la sua residenza a Pa- lazzo Grazioli. Ad accompa- gnare la senatrice forzista e neo tesoriere del partito, Maria Rosaria Rossi, che ha votato qualche ora prima alla sezione di Cinecittà, è stato il capolista di Forza Italia per un seggio a Strasburgo nella circoscrizione al Centro, An- tonio Tajani. Dudù , segna- lano sempre i più informati, sarebbe rimasto ad Arcore insieme a Berlusconi. A Bologna, invece, ha votato Romano Prodi. L’ex premier è andato al seggio elettorale del liceo Galvani, in pieno centro. “Questo è un voto sull’Europa, ma l’Italia c’è dentro fino in fondo”, ha detto uscito dalla cabina elettorale. “Non abbiamo futuro fuori dall’Europa, quindi è un voto anche per noi”.

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ROMA Acqua e scuola: “Basta privatizzare”

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Fatto Quotidiano del 18/05/2014 redazione attualità
Contro le privatizzazioni, a favore dei beni comuni; la manifestazione che si è tenuta ieri pomeriggio a Roma ha convogliato un fronte ampio, dalle aree antagoniste ai Forum per l’Acqua pubblica, dai sindacati di base – molte le bandiere di Cobas eUsb – alle associazioni contrarie alla Tav e al Muos; tanto da far dire agli organizzatori di aver radunato 50 mila persone. Il corteo si è snodato per le vie del centro sino a Piazza Navona senza incidenti. Diversi manifestanti portavano sul petto una pettorina riprendendo così la proposta di identificare le forze dell’ordine impegnate nell’ordine pubblico.Non sono mancati gli slogan contro il governo Renzi. “Il corteo segna un passaggio – ha detto Piero Bernocchi, leader dei Cobas – la novità è laspinta a stare insieme:in campo sono scesi tutti i movimenti che lottano per i beni comuni,dall’acqua alla casa, dalla scuola alla salute”. Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e promotore del forum italiano per l’acqua: “Ci battiamo per l’acqua pubblica perchè dopo tre annida quando abbiamo vinto il referendum, il parlamento non ha ancora fatto nessun passaggio politico e nessun atto legislativo”.

SAN GIACOMO Quell’ospedale abbandonatto

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Fatto Quotidiano del 10/03/2014 Silvia D’Onghia attualità
Chi passeggia per via del Corso neanche se ne rende conto. Eppure quello splendido palazzo trecentesco ha un passato glorioso, archiviato quasi sei anni fa in soli 70 giorni per far posto a una voce di risparmio nel disastroso bilancio della Regio- ne Lazio. Assi di legno a sprangare ogni ingresso sui tre lati, perchè l ’ospedale San Giacomo ,ormai vuoto,sarebbe una casa troppo comoda per chi una casa non ce l’ha. E così pure l’ingresso principale è presidiato dal 2008–notte e giorno,feriali e festivi –da un’agenzia di vigilantes. Nessuno puòentrarci, fatte salve le ispezioni periodiche del direttore generale della Asl RmA, da cui la struttura dipende. L’ultima è di un paio di settimane fa, dopo le abbondanti piogge che hanno vinto la consistenza del tetto e allagato alcune stanze all’ultimo piano. Il San Giacomo garantiva 130 posti letto e un servizio di dialisi peritoneale all’avanguardia. Fu chiuso dall’allora governatore Marrazzo, nella fretta di fare cassa e nella speranza, neanche troppo celata, di venderlo ai palazzinari per farci un residence di lusso.Fu una carta a bloccare tutto:il testamento del cardinale Antonio Maria Salviati,che alla fine del’500 donò l’edificio alla città di Roma, col vincolo che fosse per sempre un luogo di cura. Finora non è bastata la battaglia – anche giudiziaria, con un ricorso al Tar –degli eredi del cardinale a mettere la parola fine a quest’incredibile storia di abbandono e di spreco (tre mesi prima della chiusura era stato ristrutturato con una spesa di ventimilioni di euro). Nei corridoi della Regione c’è ancora qualcuno che spera di poterne modificare la destinazione d’uso. Ma la geografia dello spreco, a Roma, non conosce quartiere. Seil SanGiacomo è in centro,la Città dello Sport a sud este l’ex Fiera a sud, c’è un luogo a nord della Capitale, nella riserva della Marcigliana , che vale lapena di ricordare. La sua origine è incerta: qualcuno dice un manicomio, più probabile un orfanotrofio, oggi si parla di messe sataniche e soft air. È un’immensa struttura a quattro piani, abbandonata dagli anni 70, fatiscente e pericolosa. Ma forse, ancora, recuperabile. Oppure ci sono i parcheggi, una Roma violentata per far posto alle auto che oggi neanche ci sono: è così sotto il piazzale di Porta Pia, è così a Cornelia, dove il parking aperto nel ’99 e chiuso nel 2006 è costato 35 milioni di euro.

ROMA, SCONTRI CON I SENZA CASA INTORNO A MONTECITORIO: 16 FERITI

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/11/2013. Enrico Fierro attualità

ASSALTI E BLOCCHI ANCHE SU UN BLINDATO: OTTO FERMATI, IN SERATA RILASCIATI.

Erano in migliaia in piazza, nel cuore di Roma. Volevano andare a gridare il loro diritto alla casa in via della Stamperia, dove governo ed enti locali si riunivano per discutere proprio dell’emergenza abitativa. Hanno trovato i blindati. Ed è finita a botte. Con i manifestanti che hanno lanciato fumogeni, uova e, dicono dalla Questura di Roma, anche gas urticanti contro poliziotti e carabinieri. Momenti di guerriglia urbana in via del Tritone, a pochi passi dai Palazzi di una politica che ormai sembra non avere più occhi per vedere in quali condizioni è ridotto il Paese. Disperazione e rabbia. Non sono black-bloc camuffati quelli che saltano sui blindati, alcuni hanno un casco da motociclista in testa, altri sono a volto scoperto. “Fatece passà, ve ne dovete annà”. Gridato mentre saltellano sul tettuccio del mezzo.

SONO GIOVANI, ma anche uomini che rasentano la cinquantina. Partono lacrimogeni e bombe carta. Si corre nel centro della città. Fino a Fontana di Trevi, poi la folla sembra calmarsi. Paolo Di Vetta, leader della protesta dei senza casa, cerca di mediare. “Datece cinque minuti, togliete ‘sti blindati, fatece arrivà a via della Scrofa”. È tutto inutile, il corteo deve rifluire in zona Montecitorio. Lì terrà un presidio fino a sera. Ma chi sono gli uomini e le donne, i bianchi e i neri, i peruviani e i pachistani, i rom e i sudanesi, i pensionati italiani al minimo e le giovani coppie di precari che incontriamo in piazza? La risposta è netta: una perfetta sintesi della sociologia della crisi anni Duemila. Un libro che la politica si ostina a non voler leggere. E sbaglia. “Qui c’è gente che da mesi a Roma occupa edifici abbandonati, strutture pubbliche o dei palazzinari, caserme che lo Stato vuole svendere ai soliti noti. Un movimento in crescita. I primi a organizzarsi agli inizi degli anni Duemila sono stati gli immigrati, quelli più disperati”. Paolo Di Vetta, leader del Blocco precario metropolitano, ci traccia l’identikit delle migliaia di persone in piazza. C’è il ragazzo sudanese che strappa la vita scaricando frutta ai mercati generali. “Quando va bene guadagno 600 euro al mese, non posso pagarmi un affitto, neppure una stanza, e allora occupo”. Ma c’è anche “bisnonno Angelino” che mostra un cartello col numero dei suicidi per mancanza di tetto sulla testa. Fa vedere la sua busta paga da pensionato: “1.140 euro, una moglie da mantenere. Come pago l’affitto? Ho occupato, e allora? Sono io che mi devo vergognare o lo Stato che non riesce a darmi una soluzione dignitosa?”. Roberto, studente di Architettura, ha occupato una casa in zona Garbatella. “In Italia non esistono politiche abitative, da quanti anni non si fa un piano per l’edilizia economica e popolare? Questo governo quando parla di casa si divide solo sull’Imu e non pensa a chi un appartamento non potrà mai comprarselo”. Eppure alla Conferenza Stato enti locali un trionfante ministro Lupi ha annunciato la messa a disposizione di 100 milioni per gli affitti dei meno abbienti. “Briciole, una miseria”, è la risposta secca di Di Vetta. La lotta continua, come si diceva un tempo, “e non si illudano di fermarci, perché il bisogno è grande e il movimento cresce ogni giorno di più”, dice Francesca, infermiera precaria e occupante. Vecchie caserme dismesse, scuole abbandonate, l’ex sede dell’Ente cellulosa e carte, locali delle Ferrovie dello Stato, palazzi dei costruttori sfitti e in attesa che il mercato del mattone risalga.

SONO UNA sessantina le strutture occupate a Roma. “Noi – chiarisce Di Vetta – non occupiamo gli alloggi dell’Ater già assegnati, non scateniamo una guerra tra i poveri, il nostro obiettivo è la riutilizzazione di un patrimonio abbandonato o nelle mani della speculazione” . L’esperienza che il movimento considera la più significativa è quella che chiamano “la città meticcia”. Una vecchia fabbrica sulla via Prenestina circondata da un’area di tre ettari, l’hanno occupata e trasformata, ora ci vivono cento famiglie, italiani e stranieri, africani e rom. Il bisogno unisce. Il presidio termina a sera, quando i leader del movimento annunciano che gli otto fermati sono stati rilasciati, prossimo appuntamento il 10 novembre per una nuova manifestazione. Il bilancio della giornata è triste, quattro agenti e dodici manifestanti feriti. La politica, al solito, si fa viva con le parole inutili di Formigoni (“basta violenze nei cortei”) e di Gianni Alemanno, che a Roma ricordano come sindaco più per gli amici sistemati che per le politiche abitative (“legittimo rivndicare il diritto alla casa, ma no alle violenze”).

Equitalia, mazzetta e il debito sparisce

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CINQUE INDAGATI E PERQUISIZIONI IN MEZZ’ITALIA: MILLE EURO PER CANCELLARE PENDENZE O OTTENERE RATEIZZAZIONI
Fatto Quotidiano 20/09/2013 di Rita Di Giovacchino attualità
Un vasto sistema di corruzione sembra aver contagiato Equitalia. Da perquisizioni e controlli, estesi anche a sedi dell’Inps, effettuati ieri in 29 uffici della società presenti a Roma, Genova, Latina, Venezia e Napoli è emersa “una fitta rete di contatti e rapporti tra gli in- dagati e i pubblici ufficiali in servizio presso l’agenzia di riscossione” in grado di garantire vantaggi economici a im- prenditori e aziende. Naturalmente in cambio di mazzette. GLI INDAGATI sono cinque personaggi in grado di muoversi con disinvoltura negli ambienti di Equitalia Sud, il Lazio in particolare: Roberto Damassa, ex di- rigente di Equitalia sud; Salvatore Fedele tuttora impiegato nello stesso ufficio; il commercialista Domenico Ballo e il consulente Alberto Marozzi e infine l’im- prenditore Romolo Gregori, rappresentante legale della Gresa srl, al momento nella veste di unico corruttore. Ma l’inchiesta è alle prime battute. Una perquisizione è stata compiuta anche a Genova, nell’ufficio di Francesco Pasquini, attuale direttore della Liguria, che al momento non risulta indagato anche se la Gdf gli contesta “un’intensa attività di favoritismi che raggiungevano l’apice quando era direttore regionale di Equitalia Sud spa, nell’agevolare in più occasioni la situazione debitoria di per- sone… che gli venivano sottoposte da Ro- berto Damassa”. Quest’ultimo, per gli in- quirenti, si sarebbe attivato in almeno tre occasioni ricevendo ogni volta in cambio un acconto di 1.000 euro. Per facilitare Gregori, l’ex direttore di Equitalia insie- me al consulente Marozzi, avrebbe pia- nificato “una manovra finalizzata alla manomissione dei dati informatici con- tenuti negli archivi dell’Inps” per far ap- parire come avvenuto il rimborso da parte dell’azienda debitrice. Fedele, tuttora dipendente di Equitalia, avrebbe invece agevolato la società Metropolitane srl, amministrata da Annamaria Rizzo, cui veniva suggerito di falsificare i dati azien- dali per usufruire della rateizzazione del- le cartelle. Favori anche ad altre otto so- cietà sempre dietro compenso dei soliti mille euro. Non si esclude che il grup- petto abbia cancellato fittiziamente alcu- ne cartelle. IL SOSPETTO del procuratore aggiunto Nello Rossi è che Damassa e Fedele fos- sero l’apice di un sistema “vasto e diffuso” in grado di ottenere rateizzazioni anche per i non aventi diritto, di interferire nel- le contribuzioni previdenziali fino ad al- terare la correttezza dei dati e la loro visibilità, soprattutto estorcere a Equitalia la rinuncia al sequestro di beni immobili. Ballo e Marozzi, in veste di intermediari, escogitavano soluzioni tecniche e segna- lavano gli imprenditori interessati a risolvere in tal modo le loro pendenze.

Dal palco abusivo chiede ai suoi: assolvetemi voi

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Da Il Fatto Quotidiano del 05/08/2013. Enrico Fierro attualità

Alessandra-La Duce-Mussolini regala sempre grandi emozioni. Nel catino infuocato di via del Plebiscito stringe mani e si fa fotografare con una t-shirt esplicita: “C’hann scassat o’ cazzo”. Marinetti c’entra poco, le vaiasse napoletane molto di più. Bandiere di Forza Italia, pochissime del Pdl che non c’è più, perché qui si gioca duro, in piazza, sotto Palazzo Grazioli, “siamo venuti per lui: Silvioooo”. Portati a Roma dai vari capatàz locali. Peppe Scopelliti dal Regno delle Calabrie, Giuggino Cesaro ‘a purpetta da Napoli, tantissimi dalle Puglie di Raffaele Fitto, romani strappati agli ozi di Ostia da Renata Polverini. Esplodono quando Silvio sale sul palco e urla con tutto il fiato che ha in gola, quasi a volersi convincere pure lui di quello che sta per dire, “Sono innocente. Innocente”. É il lavacro, l’autoassoluzione di fronte al suo popolo.
QUI NON CI SONO collegi di giudici, austeri palazzi dove si amministra la Giustizia in nome del popolo italiano, qui c’è la gente. “La Puglia è con te”. “Bitonto con Silvio”. “Trepuzzi con Berlusconi”. “Silvio santo subito”. Innocente urlato in una manifestazione abusiva: nessun permesso è stato chiesto al Comune di Roma per costruire il palco, informa il Campidoglio in una nota. Anzi, lamenta il Municipio, gli organizzatori hanno addirittura divelto dei segnali stradali. Ma la gente che è in piazza non se ne cura. “Giudici scismatici”, recita il cartello portato da un signore in pinocchietto nero e t-shirt dello stesso colore. Cosa vuol dire? “Che il potere in questo Paese illiberale è nelle mani dei giudici rossi”. Insomma, Silvio è il Dio, Forza Italia la Chiesa, chi li tocca, anche se applica una legge dello Stato, è reo di divisioni profonde, insanabili, da punire. E ce n’è anche per Giorgio Napolitano. Lo attaccano, lui e “i suoi compagni di merende”, che sarebbero i giudici, ovviamente.

Raffaele Fitto è soddisfatto, ha inondato via del Plebiscito di cartelli made in Puglia: “Sessanta pullman, una faticaccia”. “Veniamo da Bitonto, lavoriamo lì, le olive”, ci dicono due indiani con bandiera di Forza Italia in mano nuova di zecca. “Silvio sei grande come Giulio Cesare”, commerciante romano. E la condanna confermata dalla Cassazione? “So comunisti, Berlusconi paga milioni di tasse, quella volta forse il suo commercialista s’è sbagliato. Dottò, basta na virgola e il fisco te inc…”. Parla poco con i giornalisti, ma si fa riprendere da fotografi e cameraman tra lo sventolio delle bandiere azzurre, don Ernesto Piacentini, “postulatore, docente e cappellano di Regina Coeli”, come recita il biglietto da visita. La piazza, per comprensibile scaramanzia, non gli riserva grandi attenzioni. Il popolo di Silvio, immagine di un pezzo d’Italia complesso, indecifrabile, grande marmellata.

C’È GIGINO Cesaro, ras napoletano chiacchieratissimo per le sue spericolate frequentazioni in odore di camorra, e Rosanna Scopelliti, giovane deputata eletta in Calabria. La folla urla contro i giudici e la Cassazione, e giudice fu suo padre Antonino, ucciso dalla mafia il 9 agosto 1991. Fa la fila sotto l’ingresso di Palazzo Grazioli per rendere omaggio al grande martire, insieme a Peppe Scopelliti, il governatore della Regione Calabria che ha il triste primato di tre consiglieri in galera per mafia e altre storie. È accompagnata da Aldo Pecora, leader del movimento antimafia indipendente “Ammazzateci tutti”. Ci sono le bandiere col garofano rosso del Partito socialista e i militanti gomito a gomito con alcuni supporter di Renata Polverini. Turati, Pertini, Matteotti, ma chi erano?. Quando Silvio tende il braccio verso il balcone di Piazza Venezia per salutare la folla, gli accompagnatori di Renata non si tengono e scandiscono “Duce, Duce”. Lei ride. Ma conta poco, perché “siamo qui per Silvio e per l’Italia afflitta dalla dittatura dei giudici”. È convinta di vivere e soffrire nell’orrendo regime degli ermellini la signora che innalza fiera un cartello “Silvio, Soresina è con te”. Soddisfatta la gente in piazza, salutata anche alla fine per ben tre volte dal grande condannato affacciato al balcone. Sono soddisfatti i falchi del fu Pdl alla ricerca di una impossibile “soluzione tecnica” che devitalizzi la condanna del capo. L’Italia di Silvio suda in una via budello al centro di Roma. L’altra Italia spera, ormai senza eccessivi entusiasmi che la legge sia veramente uguale per tutti.

Roma : Ama, raccomandazioni &;assunzioni IL PD SCRIVE LETTERE E IL SINDACO FA NOMINARE UN AMMINISTRATORE TARGATO PDL

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Fatto Quotidiano del 22/05/2013 di Nello Trocchia attualità

Non bastavano sprechi e Parentopoli. L’Ama, la municipalizzata che raccoglie i rifiuti a Roma, è finita al centro di due storie pre-elettoriali all’insegna della spartizione. La prima riguarda il centrosinistra e alcune segnalazioni. Siamo nel 2007 e all’allora pre- sidente dell’Ama Giovanni Hermanin, ha raccontato il Corriere della Sera, arrivarono lettere di raccomandazione inviate da diversi esponenti di cen- trosinistra. Come quella firmata da Luigi Zanda, attuale capogruppo del Pd al Senato che segnalava il dottor G.B. per “le sue capacità professionali”. Nessuna segnalazione ebbe esito. La seconda storia, invece, è di questi giorni con esito positivo. Il fortunato è Stefano Proietto. Un passato in Forza Italia e ora nel Pdl, Proietto è stato nominato amministratore delegato di Ama soluzioni integrate srl, una controllata di Ama Spa. Una nomina, targata Gianni Alemanno. “Sono un professionista” racconta Proietto al Fatto

. Un professionista nel ramo rifiuti, finito in un brutto scandalo, negli anni Novanta, quando fu anche arrestato assieme a personaggi di spicco dell’ecomafia campana. Proietto mostra il casellario giudiziale “nullo” e il certificato dei carichi pendenti “negativo”. Il “professionista” è anche candidato come consigliere alle prossime comunali a Nettuno per il Pdl. Fedina pe- nale pulita, ma la storia del processo chiama in causa il gotha del malaffare impren- ditoriale casalese. Era il 1994 quando la Guardia di finanza arrestò 28 persone per diversi reati tra i quali truffa, danno ambientale, falsità materiale, un anno dopo vennero tutti, anche Proietto, rinviati a giu- dizio. Malagrotta, la mega discarica alle porte di Roma, aveva chiuso i cancelli ai comuni della provincia e così gli appalti venivano af- fidati ad imprenditori che si occupavano di smaltire i rifiuti. SECONDO L’ACCUSA lo smaltimento avve- niva in modo lecito solo sulla carta, nella realtà i rifiuti venivano affidati ad autotrasportatori che poi li scaricavano in cave abusive, buche o anche sulle rive dei fiumi. Tra gli arrestati c’era anche Stefano Proietto, allora dirigente di Forza Italia e titolare della Fab srl che si oc- cupava di raccogliere i rifiuti a Nettuno. In manette anche i fratelli Roma, trasportatori della provincia di Caserta, coinvolti in molte inchieste sulle ecomafie, ma anche Gaetano Cerci. Imparentato con il boss Francesco Bi- dognetti, Cerci con la sua Ecologia 89 è stato il braccio imprenditoriale che ha pianificato e realizzato, secondo la distrettuale antimafia di Napoli, il disastro ambientale in terra cam- pana. A Proietto, oltre il casellario giudiziale immacolato, chiediamo se ha lavorato con Cerci: “Io non conoscevo nessuno dei coin- dagati”. Cerci, in quel processo, fu condan- nato a 4 anni di carcere, anche per il “Ruolo gestionale nel trasporto e nello smaltimento dei rifiuti provenienti dal Comune di Net- tuno, individuatore dei siti di smaltimento illeciti, tra cui una discarica abusiva di Villa Literno”. Proietto ribadisce: “Quella vicenda non ha prodotto alcuna censura nei miei riguardi”. Per l’amministratore delegato è una storia chiusa. Gli chiediamo se vuole ringraziare Alemanno per il nuovo ruolo: “L’ho fatto nelle sedi opportune”.

Report del 14/04/2013 – ROMANZO CAPITALE- Anticipazioni.


ROMANZO CAPITALE
Un’inchiesta che assomiglia a un film noir. Solo che è tutto vero.

I subappalti per la metro C infiltrati dalle mafie; la nuova banda della Magliana che entra negli affari che contano; i mille consulenti del Comune, i debiti milionari delle municipalizzate; lo scandalo delle tangenti sui filobus. E tanti omicidi. Non è Romanzo Criminale, questa è la Roma vera degli ultimi anni.

Report passa al setaccio le zone grigie di una città aggredita per accaparrarsi il fiume di danaro che la attraversa. L’urbe eterna è piena di debiti, talmente indebitata da dover svendere i gioielli di famiglia. Ad attendere al varco c’è una nuova criminalità.
LA STORIA INFINITA
Era il 1997 quando la Sicilcassa, la storica banca siciliana, ha fatto crack. Sembra una vecchia storia. Ma non è così. A distanza di sedici anni è ancora in corso il processo sul crack della banca e solo due mesi fa è arrivata la sentenza di condanna in primo grado per gli ex amministratori, accusati di bancarotta fraudolenta. Alla fine chi ci ha guadagnato e chi pagherà?

UN EROE BORGHESE
Grazie a una storica vittoria referendaria il 3 marzo scorso la Svizzera ha introdotto un meccanismo per mettere un tetto ai bonus stellari dei manager delle grandi aziende. il frutto di una lunga battaglia solitaria di un eroe borghese: Thomas Minder.

Da report.rai.it

ROMA SENZA CASA OBBLIGATI A OCCUPARE PER AVERE UN TETTO NELLA CAPITALE SONO MIGLIAIA LE FAMIGLIE SFRATTATE O IMPOSSIBILITATE A PAGARE UN AFFITTO O UN MUTUO.

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Fatto Quotidiano Enrico Fierro 10/04/2013 attualità
Fierro La signora M ha i capelli bianchi come il Carlo Battisti di Um- berto D. Sono passati sessant’anni dal film di Vittorio De Sica e anche a lei è stata rubata la dignità e il diritto a vivere una serena vecchiaia. La signora M ha 76 anni ma non ha più una casa, l’abbiamo in- contrata nel caos preoccupato e creativo di un palazzone di piazza Attilio Pacili, quartiere Garbatella, Roma. Qui, in uno stabile dove una volta c’erano gli uffici della Asl, centinaia di persone lottano per avere un tetto sulla testa. Sono occupanti abusivi. Peruviani dalla pelle olivastra, uomini e donne dalla pelle scura che vengono da Pakistan e Bangladesh, neri dell’Africa, italiani dai mille dialetti imbastarditi dal roma- nesco. Sono disoccupati re- centi, gente che un lavoro ce l’aveva, l’ha perso e si è vista frantumare una vita normale, persone che lavorano ma che non ce la fanno più. La scala sociale ha gradini scivolosi, basta poco per precipitare ol- tre l’ultimo gradino. UNA MALATTIA, una separa- zione, un mutuo che non può essere più pagato, il fallimento di una piccola impresa di famiglia, per sprofondare. La si- gnora M ci racconta il suo pre- cipitare. “Abitavo a San Lorenzo da 44 anni, in una casa pic- cola dove ho visto nascere e crescere i miei figli. Ho sempre pagato l’affitto fino a quando i vecchi proprietari non hanno venduto la casa ad un architet- to. Mi ha creato problemi da subito, voleva più soldi, mi fa- ceva pressioni. San Lorenzo è cambiato, non è più il quartiere popolare di una volta, oggi ci sono i wine-bar, le osterie alla moda, fa molto chic abitare lì. E poi c’è l’università vicino e chi ha un appartamento vuole guadagnare sui posti letto da affittare agli studenti a 3400 euro al mese”. L’architetto alla fine ha vinto, la singora M, pensione da 500 euro al mese, è stata bollata come inquilina morosa, ha preso le sue cose ed è andata via. Il suo letto ora è un materasso buttato a terra in una stanza dove una volta si annoiavano gli impiegati della Asl. Una donna peruviana (“sono qui perché guadagno solo 900 euro e non posso pagarne 600 per un sottoscala”) la consola, “nonna non piange- re”. Al piano terra una ragazza raccoglie sul quaderno i nomi della famiglie che hanno occupato, altri maneggiano una fiamma ossidrica per saldare al cancello d’ingresso dei tubi in- nocenti, “perché tra poco arriva la polizia per sgomberarci e noi vogliamo resistere”. Accanto, in uno sgabuzzino, una giovane donna allatta suo fi- glio. Vicino a lei il marito. “Faccio l’elettricista per il cinema e non ho più lavoro. Ho gi- rato con Marco Tullio Giordana e Roberta Torre, ma il cinema è finito. Mi sono sepa- rato, ho perso la casa, ho dormito alla stazione Termini, poi ho conosciuto lei e abbiamo avuto il bambino. Siamo qui, lottiamo, la casa è un diritto”. CENTINAIA di edifici pubblici occupati tra sabato e domenica scorsa, nella Capitale scoppia l’emergenza abitativa. “Che a Roma non è mai finita”, ci dice Sofia Sebastian, giovane archi- tetto senza lavoro, “Abitare la comunità”, è il titolo della sua tesi di dottorando. “Nel 1970 Roma versava in una condizione abitativa molto simile a quella di oggi con 15mila famiglie, provenienti soprattutto dal Sud, che vivevano nelle baraccopoli della periferia. In quegli anni vennero occupate 7mila case a Pietralata, al Tiburtino, alla Garbatella, do- vunque”. Anche Sofia, che aspetta un bambino, è una occupante abusiva insieme al giovane compagno, architetto pu- re lui e disoccupato. La zona la chiamano della Casette ed è nel quartiere storico della Garba- tella, una fila di casa basse che una volta erano stalle, di pro- prietà di una immobiliare. C’è il giardino col prato, curato da- gli occupanti, un pannello so- lare e una sala collettiva. “Qui ci dice Sofia –facciamo una se- rie di cose per il quartiere, scuola di musica, attività per i bambini. Il nostro obiettivo è trattare con enti pubblici e proprietà perché le case ci vengano assegnate con affitti equi”. SONO ALMENO trentamila le famiglie a rischio casa nella Capitale. “Se non si fa ripartire l’e- dilizia agevolata, se non si co- struiscono case popolari, se non si immettono sul mercato case a prezzi calmierati, magari utilizzando gli oltre 100mila al- loggi sfitti nella sola città di Roma, la situazione è destinata a peggiorare”, è l’analisi di Claudio Di Berardino, segretario della Cgil. “Gli occupanti di oggi sono soprattutto italiani, gente che ha perso il lavoro e non ce la fa più”, ci dice Andrea Alzetta, consigliere comunale di Action, leader storico dei movimenti di lotta per la casa. “Alemanno in cinque anni ha comprato solo 750 apparta- menti, una goccia in un mare di bisogni. Perché non si mette mano ai 51mila appartamenti invenduti? Regione e Comune aprano un tavolo, è l’unico modo per affrontare l’emergenza abitativa e bloccare cementificazione e consumo di suolo”. Via del Caravaggio, in due pa- lazzoni tutto vetro e cemento, una volta c’erano gli uffici della Regione, ora sono occupati da 400 famiglie e avvolti in striscioni. “Alemanno come Veltroni”,“Casa subito”.“Noi non abbiamo un tetto e questo edificio è abbandonato da anni, eppure hanno speso milioni di euro per ristrutturarlo. Vedi questa gente, ci trovi extraco- munitari senza lavoro, ma anche italiani disoccupati e giovani. Laureati e plurilaureati. Sono loro i nuovi poveri

CAPITALE DA SBALLO Party e rave: Roma è la nuova Amsterdam

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Fatto quotidiano 18/03/2013 Chiara Ingrosso attualità

È una peste che si espande dall’America all’Oriente. Come Satana, ha mille nomi. Shaboo, Tina, meth, mdma, speed. Tutte facce della stessa medaglia. È la metanfetamina, la droga che sta mettendo in ginocchio 26 milioni di persone. Come nella serie tv “Breaking bad”, per produrla bastano una conoscenza base della chimica, un paio di sostanze reperibili nei farmaci, come eufedrina e pseudoeufedrina, unite a pesticidi e acido per batterie. All’ultimo stadio di lavorazione diven- ta Crystal meth, cristalli taglienti co- me vetro. Si fuma e lo “sballo” dura anche 12 ore. La dipendenza è immediata e le allucinazioni spingono a scarnificarsi il viso, le braccia e le gambe. Dalla Thailandia alla Cali- fornia, ci sono città come Frezno, in cui i tossicodipendenti vivono in accampamenti come zombie che si trascinano nel tempo che li separa tra una dose e l’altra. Lavorazioni più grezze sono utilizzate da mi- gliaia di giovani italiani. L’Mdma e la Speed sono le droghe dei rave, i party illegali che di solito si tengono nei capannoni abbandonati ai con- fini delle periferie. Feste che possono durare una notte, o andare avanti per giorni. “L’MDMA è la metanfetamina che sta alla base dell’ecstasi. Sono cristalli che si sciolgono in acqua o in bevande che ne mascherano il sapore duro e amaro” racconta un ragazzo di 26 anni, che per tre ha fatto uso di meth, frequentando quei luoghi di- smessi e isolati, dove la musica martellante e la droga “ti fanno viaggia- re”. Lui ha iniziato a 21 anni, in un centro sociale della Capitale. “Mezzo grammo di Mdma per 30 euro, va bene per tre persone. Quindi, con dieci euro è fatta. Poi, trovarla è stata più semplice che prendere un coc- ktail al bar.” Non avevi paura? “Mi dissero che mi avrebbe disinibito, dato una carica fisica pazzesca e un piacere immenso (contiene sei volte la dopamina emessa dal corpo uma- no, la sostanza che ci fa sentire il piacere del cibo o del sesso). Così è stato. Dopo però arriva il “down”, una specie di depressione latente”. Mentre la speed? “È meth in polvere, da sniffare per allungare la resistenza fisica. Con l’alcool da allucinazioni. Un grammo costa soltanto 20 euro”. Cosa succede al corpo e alla mente? “Ho visto ragazzi invecchiare, avere occhiaie scavate ed essere magri come chiodi, perdere i capelli, i denti e anche la dignità. Ma per loro è un aspetto secondario. Si ha un solo desiderio, andare oltre”. E quindi fre- quentare i rave? “Si. Prima erano fenomeni di protesta sociale, ora lì in mezzo non ce n’è uno che abbia mai letto un giornale. Aumenta il volu- me, aumenta la dose. Nei grandi rave arrivano camper da tutta Europa. Alcuni sono dei ‘chimici’, specialmente quelli olandesi, tedeschi e spagnoli, che dentro hanno tutto il necessario per produrre meth in espresso. Più che feste, sono funerali. Vivevo per questo, frequentavo quelli come me per non sentirmi giudicato. Ma in realtà non avevo amici, cercavo solo compagnia per farmi”. E ROMA? “(ride) È come Amsterdam! Per la metanfetamina è il paese dei balocchi. Quasi ogni weekend ci sono i rave della ‘città morta’, i capannoni abbandonati della via Cassia. Ma ora sono in voga gli ‘after’ della domenica mattina, fino a mezzogiorno e oltre. Spesso sono in pie- no centro, in case di privati a due passi da piazza Venezia o dal Pan- theon. Tutte le informazioni sono sul web o su Facebook. La Polizia ogni tanto viene, ma non perquisisce né arresta. Ufficialmente è illegale, ma la verità è che si svolge tutto alla luce del sole”.

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