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Tour europeo finito, risultati (quasi) zero

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Fonte conropiano.org Giovedì 02 Maggio 2013 attualità
Il tour europeo di Enrico Letta ha sostanzialmente confermato quel che era chiaro da tempo. Le scelte di politica continentale restano di fatto bloccate fino alle elezioni tedesche, ma non è affatto detto che dopo possano esser diverse.

In fondo, persino il sindacato dei metalmeccanici, l’IgMetall, ritiene che i “paesi cicala” debbano fare tutti i sacrifici loro richiesti dalla Troika. Segno che l’”unità di classe”, sul continente, è tutto meno un dato “spontaneo”. Una peraltro improbabile vittorio dei socialdemocratici della Sod, insomma, potrebbe non cambiare molto nella gestine teutonica della crisi europea.

Nel frattempo, tutti gli altri paesi di grandi dimensioni e con problemi economici più o meno gravi, si incontrano e si dicono d’accordo sulla necessità di politiche “per la crescita”. Ma nonostante i “numeri” che possono vantare nelle istituzioni europee non hanno la potenza economica sufficiente a far cambiare l’orientamento della nave unitaria.

Resta quindi un parlottare convulso, un fiorire di ipotesi e “possibili soluzioni”, che si scontra puntualmente col “nein” di Berlino e degli altri paesi “virtuosi” (Olanda, Finlandia ben poco altro).

Anche il povero Letta, dunque, ha fatto il suo giro per infine ritrovarsi al punto di partenza: gli impegni sul contenimento del debito pubblico assunti davanti all’Europa devono essere confermati ma, «nei limiti dei target definiti», vanno individuati spazi per la crescita.

Botte piena e moglie ubriaca, frasi che si possono dire ma che indicano azioni in contrasto fra loro. Eppure il “programma” enunciato da Letta in Parlamento, quello su cui ha ottenuto la difucia e viene ricattato da Berlusconi, può fare qualche passo pratico soltanto se la “rigidità” degli impegni europei viene allentata in misura significativa. Perché il margine per trovare nuove risorse – a impegni confermati – appare decisamente inesistente. Una coperta corta, dove se togli l’Imu devi tagliare altre spese, se copri l’intera platea degli “esodati” o delle valanghe di nuovi cassintegrati saresti costretto ad aumentare un pressione fiscale oltre i limiti della tollerabilità, se “freni” i metodi brutali di Equitalia ti ritrovi con minori entrate, ecc.

Saranno sei mesi durissimi, insomma, quelli che ci separano dal prossimo governo tedesco. Sei mesi in cui appare raggiungibile qualche risultato sul fronte europeo solo sotto forma di “cancellazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo”, che comporterebbe alcune rigidità in meno nel rispetto di altri parametri. Un minimo di margine operativo su cui – con una compagine così disomogenea e a tratti scgangherata – è facile prevedere uno scontro titanico.

Letta non ha ottenuto molto, dal suo tour. Barroso ha sorriso molto, ma concesso il minimo. «Positivamente impressionato per il forte impegno europeo di Letta. Entrambi siamo convinti necessità conti pubblici sani. Ridurre il debito per l’Italia è una necessità. Occorre accelerare le riforme strutturali», ha sottolineato. In cambio, si è detto «molto fiducioso sulla possibilità che l’Italia esca dalla procedura di infrazione». Ma tagliare il debito e fare le “riforme strutturali” è la condizione per ottenere l’assoluzione nel “processo” a carico dell’Italia.

Stesso ammoninento da parte del presidente del Consiglio Europeo, .Herman Van Rompuy Che ha sì assicurato a Letta che l’Ue é pronta a fare «pieno uso della flessibilità esistente», ma solo «conservando come obiettivo centrale la solidità delle finanze pubbliche».

Il maggior successo lo ha ottenuto con l’altro grande malato, la Francia di Hollande. Ma è quasi tutto sul piano della pura retorica. «Non possiamo avere un’Europa dove gran parte del continente affonda e 2-3 paesi vanno bene. È tutto il continente che deve andare bene».

Con una consapevolezza forte, peraltro sottaciuta quando parla in Italia: «Se la dimensione europea non c’è, se in Italia si compiono scelte che in Europa non si vogliono compiere, è come scavare una montagna e non ce la faremo». La tenaglia del Fiscal Compact, con i suoi 50 miliardi di spesa pubblica da tagliare ogni anno per i prossimi 20 anni, sta per scattare; ed è una catena recessiva da cui – ammette – non sarà possibile uscire vivi.

Per questo continua a rivolgersi all’”Europa tedesca” affinché cambi presto indirizzo: «Se l’Europa viene percepita come una matrigna che frustra le opportunità delle persone, le butta giù, l’elettorato le si rivolta contro e si trasforma in un disastro democratico».

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