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Ballarò del 27 Aprile 2014 Maurizio Crozza “Renzi: voi di Forza Italia quando andate a vot ..

Fonte Rai.it del 27/05/2014 attualità

Democrazia Renziana (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/05/2014. Marco Travaglio attualità

Mentre prosegue festosa la corsa sul carro del vincitore, anzi è appena cominciata, trovo sul web (copyright Adriano Colafrancesco) una definizione che mi pare azzeccata: “Democrazia Renziana”. Matteo Renzi non è il nuovo Berlusconi: non aveva stallieri mafiosi, non stava nella P2, non ha alle spalle poteri criminali, non è miliardario, non è uomo di azienda, non possiede tv né giornali (che semmai gli si offrono spontaneamente, cioè italianamente). Ma la pancia di una certa Italia lo vede e lo sente come il nuovo Berlusconi, cioè come il nuovo messia, il salvatore della patria, il populista ridens con il sole in tasca e 80 euro in mano, l’uomo solo al comando nelle cui braccia gettarsi e del cui verbo ubriacarsi, un po’ per speranza un po’ per disperazione. Un Berluschino un po’ allergico ai controlli, alle critiche e ai sindacati, con qualche conflitto d’interessi fra gli amici, ma molto più giovane e meno ideologicamente connotato, più sbiadito e gelatinoso, dunque più trasversale. In una parola: democristiano. In senso tecnico, non deteriore. Bisogna infatti risalire agli anni 50, cioè all’apogeo del centrismo, per trovare un partito – la Dc – sopra il 40%.

Anche allora pochi dichiaravano di votarla, ma la votavano in tanti. Un partito-contenitore, un grande sughero galleggiante che ospitava a bordo tutto e il contrario di tutto, e lasciava fare a ciascuno i suoi comodi. Prospettiva molto più comoda e accattivante della quaresimale austerità berlingueriana, incautamente evocata da Grillo e Casaleggio nel paese del Carnevale perpetuo, anche quando non c’è nulla da ridere.

La Dc durò 40 anni, Berlusconi 20. Quanto durerà Renzi, o meglio l’innamoramento di una certa Italia per lui, dipende solo da lui (la distanza fra palazzo Venezia e piazzale Loreto è molto più breve di un tempo). Il suo governo – nato dall’accrocco fra un Pd al 25%, un Centro montiano uscito dalle urne un anno fa col 9 e un Nuovo Centro Destra dato dai sondaggi al 6-7 – ora è un monocolore pidino, anzi renzino, che s’è mangiato gli alleati. Ma che dovrà seguitare a fare i conti con un Parlamento che non rappresenta più le vere forze in campo e con una maggioranza votata domenica da appena il 27% degli elettori aventi diritto al voto. I partner ufficiali Alfano, Casini e Monti, per non estinguersi alle prossime urne, dovranno marcare le distanze dalle cosiddette “riforme”, Italicum e nuovo Senato, peraltro pessime. Così paradossalmente il Pd al massimo storico dovrà chiedere aiuto a un Berlusconi al minimo storico. E sappiamo bene che il soccorso azzurro non è mai gratis.

In questa crepa potrebbe infilarsi il M5S, se si decidesse a una seria autocritica dopo la batosta (prendersela con i pensionati allergici al cambiamento fa ridere). Non per ammorbidire la sua opposizione intransigente, che è ciò che chiedono i suoi 5,8 milioni di elettori rimasti. Ma per cambiare linguaggio e strategia. Il linguaggio che paga non è quello provocatorio e paradossale di Grillo (che, tradotto sui titoli di tg e giornali, diventa serio e truculento, spaventa la gente e non basta un’ospitata a Porta a Porta per cancellarne gli effetti), ma quello dei suoi parlamentari migliori (più concreto sulle cose fatte e quelle da fare), e anche quello autoironico del video di ieri. Quanto alla strategia, il “mandiamoli tutti a casa” funzionava contro D’Alema, Bersani, Letta jr. e gli altri brontosauri. Contro Renzi no, non basta. Renzi va sfidato e incalzato sui fatti. Anche perché domenica ha risolto tutti i suoi problemi, non certo quelli degli italiani. Quando, intervistato dal Fatto il 2 gennaio, invitò i 5Stelle al tavolo delle riforme, offrendo la rinuncia ai rimborsi elettorali, fu demenziale rispondere picche e non andare a vedere le carte, magari per smascherare l’eventuale bluff. E quando il mitico “popolo della Rete” costrinse Grillo ad accettare l’incontro in streaming con lui, non si aspettava certo il rifiuto totale di ascoltare e di rispondere, anche duramente, ma sul merito.

Ciò detto, meno male che M5S c’è: altrimenti anche noi, come la Francia e la Gran Bretagna, avremmo gli antieuropei xenofobi e lepenisti oltre il 20%. Pur nella cocente sconfitta, i 5Stelle si attestano su un 21% di voti d’opinione e non di scambio (non governando da nessuna parte, non hanno soldi né favori da elargire e promettere), che potrà aumentare se riusciranno a entrare in partita, imponendo alcune battaglie giuste a un Pd più che mai in cerca di sponde: com’è già avvenuto nei voti contro B. e Genovese, e contro la responsabilità civile diretta dei magistrati. Se aiutassero Renzi a lasciar perdere riforme assurde come l’Italicum e il Senato delle autonomie e a farne di migliori, sarebbe meglio per loro, per il Pd e per tutti. Questo in fondo chiedono gli elettori: una maggioranza purchessia, che però risolva i problemi . Ed esca finalmente dalla campagna elettorale. Al momento vale il detto di Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma che cosa mangeremo domani”.

Ps. Alcuni presunti “colleghi”, abituati al giornalismo embeddede specializzati nello sport nazionale di osannare i governi e di massacrare le opposizioni, credono che chi prende più voti abbia sempre ragione (la ragione del più forte, quella del duce). Infatti per vent’anni hanno tenuto il sacco a B. e ai suoi finti oppositori. E ora pensano di aver vinto le elezioni, che noi avremmo perso. Spiace deluderli, ma noi del Fatto siamo giornalisti, non politici. Possiamo permetterci il lusso di votare per chi ci pare e poi di esercitare il nostro spirito critico nei confronti di tutti, senza confondere il consenso con la ragione e senza farci prendere dall’horror vacui se ci troviamo in minoranza. Non siamo più bravi, solo più fortunati: non abbiamo nulla da guadagnare dalla vittoria di questo né da perdere dalla sconfitta di quello, perché non abbiamo padroni. E neppure editori costretti a mendicare favori e fondi pubblici dal governo di turno per salvarsi dalla bancarotta. Infatti, diversamente da costoro, non abbiamo mai preteso di insegnare ai nostri lettori per chi devono votare. Noi perderemo le elezioni quando ci candideremo. Cioè mai.

Renzinguer (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 24/05/2014.Marco Travaglio attualità

Nella sua esagitata campagna elettorale, Beppe Grillo almeno un risultato l’ha ottenuto: costringere Matteo Renzi a nominare – per la prima volta in vita sua, o quasi –Enrico Berlinguer. Il che dimostra uno dei tanti paradossi dei 5Stelle: volenti o nolenti (spesso a loro insaputa), svolgono la stessa funzione dei predatori in natura: migliorano le prede che vogliono cacciare, aiutandole dunque a sopravvivere. Come ricorda Scanzi nel suo blog, senza i 5Stelle in Parlamento col cavolo che il Pd avrebbe votato subito e col voto palese per la decadenza di B. e per l’arresto di Genovese (nel 1998-’99 avevano salvato persino Previti e Dell’Utri). Se poi Renzi fosse sincero fino in fondo, dovrebbe ammettere che, senza il terrore di Grillo, il Pd allora dalemian-lettian-bersaniano non gli avrebbe spianato la strada alla segreteria e poi al siluramento del governo Letta.

“Sciacquati la bocca quando parli di Berlinguer”, ha urlato giovedi il premier a Grillo da una piazza del Popolo semipiena o semivuota. E, se Grillo si fosse paragonato all’ultimo vero leader della sinistra italiana, da cui quasi tutto lo divide, si sarebbe meritato anche di peggio. La verita e che non l’ha fatto: anzi, ha precisato di avere tutt’altra storia, pero ha raccontato un fatto vero e facilmente verificabile. E cioe che l’avvocato Giuseppe Zupo, responsabile giustizia e legalita del Pci di Berlinguer (posto ora occupato dalla Morani e dalla Picierno, per dire l’evoluzione della specie), ha scritto una lettera a Grillo e rilasciato un’intervista a Micromega in cui riconosce ai 5Stelle il loro impegno sulla questione morale di Berlinguer abbandonata dai suoi presunti eredi. E allora chi dovrebbe sciacquarsi la bocca? Non abbiamo titoli per rispondere, ma per porre qualche domanda forse si. L’altro giorno abbiamo dato atto a Renzi di aver rinunciato, dimettendosi dall’azienda di famiglia, alla sua pensione privilegiata, nata da un trucchetto che e gia costato processi e condanne ad altri politici che l’avevano tentato e che il Fatto ha svelato in beata solitudine. Berlinguer si sarebbe fatto beccare con un simile sorcio in bocca? Berlinguer fu pubblicamente processato da Napolitano & miglioristi sfusi perche non voleva allearsi con Craxi (lo chiamava “il gangster”), e finche ebbe un respiro in gola denuncio l’inquinamento della P2: ve lo vedete mentre riceve il compare di Craxi, tessera P2 n. 1816, per concordare non solo la legge elettorale (mossa obbligata dopo il diniego di Grillo), ma anche la riforma della Costituzione? Ve l’immaginate che risponde a B. “del presidenzialismo se ne puo parlare?”. Ve lo figurate che governa col piduista Cicchitto? Che nomina un rinviato a giudizio vice-ministro dell’Interno e tre inquisiti sottosegretari? Che candida alle Europee imputati, inquisiti e (in Sicilia) il professor Fiandaca, noto giustificazionista della trattativa Stato-mafia? Che piazza Emma Marcegaglia, azionista e dirigente di un’azienda condannata per tangenti all’Eni, alla presidenza dell’Eni? Che si tiene nel partito Giancarlo Quagliotti, condannato con Greganti per una tangente Fiat sui rispettivi conti svizzeri, dunque braccio destro del sindaco renziano Fassino? Nel forum- intervista con il Fatto, abbiamo discusso con Renzi degli inquisiti in politica. La sua posizione, purtroppo, e la stessa di tutto il resto della vecchia casta: la presunzione di innocenza come scudo e alibi per non cacciare nessuno. Per Renzi non c’e alcuna differenza fra chi e indagato (o addirittura imputato) e chi non lo e: sono tutti gigli di campo, anche dopo il rinvio a giudizio, come se i magistrati si divertissero a inquisire e a mandare a processo la gente cosi, per sport, a casaccio. Per lui la differenza la fanno solo le condanne in Cassazione. Dunque, visti i tempi della giustizia, qualunque delinquente puo restare in politica e nelle istituzioni per dieci anni. Se, per dire, il suo vicino di casa fosse indagato o imputato o condannato (ma non definitivo) per pedofilia, Renzi gli affiderebbe serenamente i suoi figli quando si assenta da casa e attenderebbe la Cassazione per rivolgersi a qualcun altro. Ma qui non c’e neppure bisogno di scomodare la buonanima di Berlinguer, o di sciacquarsi la bocca: basta collegarla al cervello.

La rete Usa per l’ascesa di Matteo

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Fatto Quotidiano del 15/05/2014 di Michele De Lucia attualità
Appena approda sulla poltrona di presidente della Provincia, Renzi comincia a tessere una ragnatela di rapporti negli Stati Uniti: allaccia rapporti privilegiati non tanto e non solo con i settori progressisti del Partito democratico, ma soprattutto con gli ambienti più reazionari della destra repubblica- na. Nell’ottobredel 2005 Renziriceve a palazzo Medici Riccardi l’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli. “Durante il colloquio, Spogli ha comunicato tra l’altro a Renzi che ha vinto il Visitor Program (progetto di scambi del governo degli Stati Uniti che ha un enorme im- patto nel mondo e che riguarda i dirigenti che si sono distinti in giovane età). La visita di Renzi negli Usa si concre- tizzerà il prossimo anno… Al termine dell’incontro il presidente della Provincia ha invitato l’ambasciatore alla prossima edizione del “Genio fiorentino”che si svolgerà tra apri- le e maggio del 2006” ( Ad – n K ro n o s , 25 ottobre 2005). Nel novembre del 2005 l’Associazione Eunomia dei renziani Marco Carrai (responsabile relazioni esterne) e Dario Nardella (direttore) organizza a Palazzo vecchio il dibattito “La politica di Europa e Stati Uniti di fronte alla glo- balizzazione”. Alla presenza di Renzi e di 500 studenti italiani e americani, in- tervengono due pezzi da novanta dell’establishment Usa, due falchi vicini al Partito repubblicano, Michael Le- deen e Richard Perle. Il programma della rassegna “Genio fiorentino” 2006 presenta, alla data del 16 maggio, “Opportunities and Constraints in the Conduct of Foreign Plicy: evento a cura dell’Università di Stanford e del Consolato Usa (a palazzo Medici Riccardi). Partecipano: George P. Shultz (Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 1982 al 1989), l’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli, l’ambasciatore Usa in Austria Susan Rasinski Mc- Caw, e Gerhard Camper della Stanford University”. ALL’INIZIO DEL 2007 RENZI annuncia che volerà negli Stati Uniti, e ci resterà dal 26 febbraio al 2 marzo, per presentare una singolare iniziativa della Pro- vincia fiorentina: “Cinquecento camere gratis ad altrettanti turisti americani che verranno a Firenze, per celebrare i 500 anni del nome America… La speciale iniziativa, intitolata “500 anni-500 camere”, prevede che Firenze offrirà una camera di hotel gratuita ai primi 500 americani che ne faranno richiesta sul sito”. A fine febbraio il viaggio renziano in Usa comincia da Los Angeles in quan- to “la Provincia di Firenze è gemellata con una contea della California”, e tocca quattro città in cinque giorni. Alla fine di giugno 2007 Renzi è di nuovo a Washington, stavolta al seguito del vicepresidente del Consiglio Rutelli, e nell’occasione invita a Firenze Hillary Clinton, candidata alle primarie dei Democratici per la corsa alla Casa Bianca: “Mi auguro di rivederla presto a Firenze, in veste di presidente degli Stati Uniti”. Sul finire del 2008 la dedizione ai legami americani di Renzi, presidente della Provincia in scadenza e aspirante sindaco di Firenze, fa un salto di qualità: il viaggio in Usa, a novembre, del renziano Dario Nardella, al momento consigliere comunale: “Non è ancora assessore alla cultura, anche se è in predicato per di- ventarlo in un’eventuale giunta di Matteo Renzi, ma da mesi lavora nell’ombra come se lo fosse. Tanto da salire su un aereo, volare negli Usa e, per un mese, prendere contatti con decine di fondazioni culturali e istituzioni del mondo dell’arte… È Dario Nardella, il giovane presidente della Commissione cultura di Palazzo vecchio”.La stampa informa che Nardella negli States è stato “ospite del Dipartimento di stato americano nell’ambito di un programma internazionale di scambio”, e che è ritornato dalla missione speciale con sei progetti, uno dei quali, intitolato Cento canti a Washington ,lo ha“inventato dalpresidente della Provincia Renzi per la rassegna del ‘Genio fiorentino’”. Il progetto renziano “vedrà coinvolti cittadini americani nel- la lettura della Divina commedia con la collaborazione di prestigio dell’Istituto italiano di cultura a Washington”. Il premio fedeltà non tarda ad arrivare. Nel febbraio 2009 il Berluschino cam- peggia, in primo piano, sulla copertina del prestigioso settimanale Time , sotto il titolo, roboante e programmatico, “La sinistra italiana ha trovato il suo Obama?”. È IL FATTO CHE RENZI in Usa ha rap- porti privilegiati non con i settori progressisti del Partito democratico, ma con gli ambienti più reazionari della destra repubblicana. Infatti, benché possa risultare incredibile, l’imminente Rottamatore della vecchia partitocrazia italica, l’aspirante giovane leader della “nuova” sinistra italiana, a Washington ha come amico, interlocutore privilegiato e superconsigliere un vecchio personaggio a dir poco imbarazzante: Michael Ledeen. Un ritratto di Ledeen (con ac- clusa intervista) lo pubblicò un settima- nale vicino a Comunione e liberazione nel marzo del 1992: “Professore di storia, giornalista, studioso di fascismo. Oppure: agente segreto, disinformatore, intrallazzatore”. Il trait d’union fra Renzi e Michael Ledeen è ancora e sempre Marco Carrai. Il quale, a proposito dell’imbarazzante personaggio, dichiara al quotidiano confindustriale: “A me piace andare a capire l’intelletto delle persone. Ledeen è una persona intellettualmente viva… come ce ne sono altre diecimila”.

MA COME PARLI? Neologismi alla Renzi: “Sforbiciare ”fa meno male

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Fatto Quotidiano del 27/04/2014 di Furio Colombo attualità
I l nostro giovane governante, alle prese con i tagli a qualunque stipendio o bilancio gli capiti a tiro, come il geniale ragazzino Hugo Cabret con i complicati meccanismi di mostruosi orologi nel film di Scorsese, ha avuto una trovata in più. È una pa- rola che rende rapide e gentili le privazioni più gravi a carico dei cittadini, una parola che po- trebbe essere il titolo di una poe- sia di Totò (ricordate La livella ?) di una commedia di De Filippo, tipo Ha da passà a nuttata , o di un film di Dino Risi, come Il sorpas- so . Renzi è l’autore de “La sfor- biciata”, un evento per metà contabile e per metà avventuro- so, con un aspetto tranquilliz- zante (che sarà mai?) e uno an- siogeno (sì, ma quanto mi tol- gono?). La parola “sforbiciata” fa in modo che invece di un col- po di maglio improvviso, ti ar- rivi un annuncio che ti consente di prepararti. E un poco anche di sperare. Non sempre le sfor- biciate sono letali, e hai tutto il tempo di presentare le tue ra- gioni. A nessuno, naturalmen- te, perché tutto avviene altrove e senza appello, e non puoi certo scrivere al tuo deputato, come fanno i cittadini americani quando si sentono coinvolti in una ingiustizia. Là il deputato, una volta eletto, può dissentire liberamente dal suo partito, il senatore resta senatore (termi- ne del mandato: sei anni) e tutti e duesono liberidi direno per- sino al presidente. Qui il giovane Renzi e il suo amministrato- re Padoan decidono da soli per il nostro bene, danno istruzioni alla Camera e, per accorciare i tempi e semplificare, aboliscono il Senato. PER TUTTO QUESTO la “password” è “sforbiciata”. Ai media, e soprattutto ai lanci dei telegiornali, la parola è piaciuta moltissimo, viene ripetuta cotinuamente, perché le sforbicia- te piovono e si ripetono. Però pensate quante cose contiene quella sola parola, sforbiciata: la giovinezza di Renzi, il privilegio di non essere una “manovra”, una certa implicita garanzia di non calcare la mano, un tocco di leggerezza e di ra- pidità indolore. O forse non proprio indolore, ma certamen- te egualitaria, senza margini per favorire o lasciare fuori qualcu- no in ognuno dei gruppi rag- giunti dal vento pieno e giovane delle cose che cambiano. E qui vi chiedono di aggiungere, oltre alla rinuncia provocata dalla sforbiciata, l’esclamazione “fi – nalmente!”. La parola, ormai, è troppo importante e occorre tentare di darne una definizione, o almeno una descrizione un po’ più precisa. Ecco alcune proposte. Primo. La sforbiciata implica un di più di cui si può fare a meno. Mala parola è allo stesso tempo ferma e gentile, una cosa che facciamo tra noi, senza imposizioni, perché è necessaria, ed è un bene per tutti. Secondo. La sforbiciata è l’audacia di fare qualcosa che inter- rompe ogni routine e ogni pre- cedente abitudine. Ha dunque in sé un che di nuovo, porta un messaggio di innovazione, che arriva forte e chiaro a chi non è toccato da quella sforbiciata, e fa sentire gli sforbiciati come un gruppo isolato che fa bene a non farsi notare con la protesta. Terzo. È un modo di ottenere un risultato utile, a volte importan- te, senza alterare la cosa che su- bisce la sforbiciata. Dunque non cambia nulla, salvo un sacrificio che ciascun sforbiciato farà bene a subire con dignità e consape- volezza del vantaggio comune. Quarto. La sforbiciata, specialmente con l’incalzare di un continuo sus- seguirsi di nuove sforbiciate, è la conferma che niente e nessuno è sacro, e che non ci sono esentati. È molto importante, a questo proposito, che i settori sforbi- ciati (sconsigliato dire “colpiti”) mostrino accettazione piuttosto che offesa per non aggiungere al sacrificio una cattiva immagine. Nessuno lo dice, ma la sforbicia- ta è pensata in modo che chi la subisce debba unirsi alla cele- brazione e non al cordoglio, per- ché è l’unico modo di dimostra- re che si può contare su di te in caso di bisogno. Quinto. La sforbiciata è una ras- sicurazione a chi teme il peggio. Infatti ognuna di queste decisio- ni “è solo una sforbiciata”. O questo finisce per essere il senso. LA SFORBICIATA è dunque una notevole trovata di governo,disinvolta, sfacciata, un po’prepotente con una certa incoscienza da gente giovane. La parola rende relativamente leggera e non troppo allarmante la decisione, mantenendo comunque un che di improvvisato e di tempora- neo al taglio che si deve fare, e dunque al sacrificio che ne con- segue. La persona di governo che decide non cerca assenso, ma apprezza un consenso a cose fatte, che di solito ottiene con la riserva di definire “difesa del privilegio” qualunque dissenso. Sforbiciata è una parola bonaria che scansa la discussione, evita il confronto (tipo “si poteva fare in un altro modo?”) e consente di governare senza chiacchiere, alla svelta. Dunque “sforbiciata” è la parola che rappresenta di più (e racchiude e descrive me- glio) il momento politico che stiamo vivendo.

Settis e l’archeologia : Renzi odia la profondità

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L’EX RETTORE DELLA NORMALE INSEGNA A TUTELARE IL TERRITORIO (ANCHE DAI DISASTRI DEL TAV) E IL PREMIER LO TRATTA CON SARCASMO: VIETATO CRITICARE IL GOVERNO
Fatto Quotidiano del 13/04/2014 di Dario Fo attualità
In presentazione di un suo saggio uscito da pochi anni ( Azione popolare. Cittadini per il be- ne comun e Einaudi, 2012) il giornalista che intervista Salvatore Settis commenta: “L’ex rettore della Normale di Pisa è un 71enne signore dai modi gentili e leggermente impac- ciati, tipici di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più pre- stigiose istituzioni universita- rie”. Salvatore Settis, dice: “Il mio non è un atteggiamento estremista né ammiccante all’antipolitica, cioè all’odio e alla vo- lontà di eliminare gli altri, ma è invece un modo di pormi fatto di indignazione e radicalità. Tutti i cittadini dovrebbero mobilitarsi per l’interesse generale, a difesa dei beni comuni. Compresi quelli artistici”. CONOSCO Salvatore Settis da parecchi anni. Ho avuto la fortuna di tenere lezioni e convegni sul teatro e sull’arte della messa in scena alla Normale di Pisa, che ha diretto lungamente. Ho imparato dai suoi saggi e dagli articoli che trattano della salvaguardia del paesag- gio e del territorio sommerso quanta negligenza criminale deve sopportare il nostro Pae- se; non solo, ma il Prof. Settis si inoltra con analisi chiare e in- confutabili a proposito dei progetti ferroviari di transito veloce che causano veri e pro- pri disastri ambientali e che non tengono conto dei sacro- santi diritti delle popolazioni che grazie a questo atto di fe- roce modernizzazione perdo- no la propria autonomia e libertà; inoltre, lo scienziato Settis, sottolinea con giusta ironia come siano abili e spudorati i responsabili di questa tutela nello scaricare addosso alla natura e alle calamità imprevedibili la causa dei disastri che ciclicamente colpiscono la nostra terra. Questi suoi scritti sono lezioni impagabili che ogni gestore della cosa pubblica dovrebbe imparare a memoria. Eppure è talmente desueta la coscienza dell’apprendere che uno scien- ziato come Settis che ha l’ardire di avanzare una critica al programma politico del governo in carica, fa scattare l’indignazione immediata da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi che con evidente sarcasmo commenta la scienza alla quale è legato il critico Settis, l’ archeologia , anzi tout court lo definisce l’archeologo , cioè qualcuno che è con il cervello nel sottosuolo. SECONDO l’enciclopedia Treccani, caratteristica del- l’Archeologia è il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante cioè lo scavo sul terreno, la ricognizione di superficie e la lettura dei resti monumentali residui, cioè è la scienza che invita a guardare sotto, in profondità ai problemi e non dare nulla riguardo alla base per scontato. Come diceva Socrate: “Chi non scava, non sa su cosa cammina e trascorre la vita”. Si vede subito che il Signor Renzi è uno che resta in su- perficie e si limita piuttosto ai ‘ si dice che ’. Andare in profondo significa scegliere la fatica di osservare le cose sempre da punti di vista diversi, scoprire spesso il ro- vescio della propria condizio- ne sia statica che dinamica; ed è proprio di lì che Eratostene di Cirene, nel II sec. a.C., intuisce che non solo gli umani vanno vivendo su una super- ficie sferica ma ha l’illuminazione che, grazie alla rivoluzione del nostro pianeta, nell’universo non esiste né sopra né sotto né donne e uomini all’in piedi o capovolti. Ma questo Renzi non l’ha ancora capito. Se il governo ha un’idea bisogna che tutti i citadini la condividano. Chi fa obiezione si ritrova fuori dall’universo. E non bisogna quindi pren- derlo in considerazione, specie se è un archeologo.

Renzi a Milano: slogan, poche risposte e fischi

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IL PREMIER IN VISITA AL SALONE DEL MOBILE E ALL’EXPO VA ALL’ATTACCO: “SERVE UNA VIOLENTA LOTTA ALLA BUROCRAZIA”
Fatto Quotidiano del 12/04/2014 di Davide Vecchi attualità
Milano Arriva in ritardo, cancella la conferenza stampa e si becca qualche insulto per stra- da. “Quegli 80 euro tieniteli, non vogliamo la carità”. La visita milanese di Matteo Renzi non è stata il solito bagno di folla che da 50 giorni ormai accompagna il premier nella sua costan- te campagna elettorale in giro per l’Italia. Tanto che già ieri sera ha lasciato il capoluogo lom- bardo per raggiungere Torino dove oggi aprirà la campagna elettorale di Sergio Chiamparino a presidente della Regione. I milanesi mal gradiscono le auto blu e qualcuno comincia a nu- trire dubbi sulle promesse annunciate. Ieri, do- po il suo arrivo in stazione Centrale alle 15.55, Renzi insieme al sottosegretario Graziano Delrio e ai ministri lombardi Maurizio Lupi e Maurizio Martina, sale sul corteo di auto tra oltre 80 agenti del servizio di sicurezza, e raggiunge la Fiera per il salone del Mobile. Qui un rapido giro, stringe qualche mano e tiene un mezzo comizio sintetizzato dalle agenzie di stampa: assunzione all’azienda di famiglia e sulle ri- forme. Risposta: “Dopo, in conferenza stam- pa”. Alle 17.30 lascia la Fiera di Milano per raggiungere la sede di Expo. Percorre via Dante per 600 metri a piedi, scortato da un numero imbarazzante di agenti, da Torino è stato ap- positamente mandato anche un nucleo di Ca- rabinieri. Ed è qui che arrivano i primi fischi. LUI TIRA DRITTO, punta i passanti e va a stringergli la mano. Scortato, scortatissimo raggiun- ge la sede di Expo dove alle 18 si siede in riunione con i presidenti di Regione e Provincia, Roberto Maroni, Guido Podestà; sindaco Giuliano Pisapia, commissario unico Giuseppe Sa- la, oltre a vari assessori e vertici della società. Dopo un’ora e mezza viene cancellata l’annun – ciata conferenza stampa e Renzi si mostra alle telecamere. Cosa avete deciso? “Expo è un altro pezzo dell’Italia che funziona, bisogna fare le cose in modo tale che questi milioni di turisti attesi a Milano possano vivere un’esperienza unica”. Sì ma di cosa avete parlato in queste due ore? “L’Expo è una grande occasione per l’Italia, noi parliamo solo di infrastrutture e opere pubbliche, che è un aspetto importante, Expo è una grande scommessa culturale ed educativa, anche per la lotta contro l’obesità, un grande investimento”. Scusi e delle opere pubbliche an- cora da realizzare avete affrontato la questione degli appalti? Sa che poche settimane fa il di- rettore generale di Lombardia Infrastrutture è stato arrestato Antongiulio Rognoni anche a seguito di un’inchiesta su Expo? “Di questo si occupa la magistratura, dobbiamo evitare che la burocrazia blocchi tutto”. Per burocrazia in- tenderà mica la magistratura? Via, verso To- rino. Per cercare di sapere cosa in concreto ha portato la visita di Renzi, dobbiamo attenerci a quanto dichiara Pisapia. ha ribadito che lui in prima persona e l’intero governo offrono la to- tale disponibilità e il loro massimo impegno perché Expo 2015 sia un successo per il Paese, per Milano e per tutti noi. Come dice lo stesso Renzi, il governo ci mette la faccia. È stato quindi un incontro positivo e costruttivo che ha fatto emergere la forte volontà di confronto e unità d’azione tra tutte le Istituzioni.

Giusi Nicolini Il sindaco di Lampedusa “Il leader del Pd ha ceduto a logiche di apparato”

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Fatto Quotidiano del 10/04/2014 i Sandra Amurri Giusi Nicolini,attualità
la sindaca di Lampedusa, la rivoluzione –da non confondersi con quella “rosa”fiore all’occhiello del premier –la fa ogni giorno, affrontando i mille problemi della sua isola. Lei, che non ha diritto a un segretario comunale, che ha affrontato a testa alta e con il cuore la carneficina di 366 immigrati, aveva accettato di essere capolista per il Pd alle Europee su richiesta pressante dei vertici del Nazareno. Lo aveva fatto per garantire a Lampedusa quella forza di cui avrebbe bisogno per contare di più in Europa. Ma il Pd, rimangiandosi la parola da- ta, le ha preferito Caterina Chinnici, figlia del magistrato del pool antimafia assassinato dalla mafia, ex assessore della giunta Lombardo, braccio destro della ministra Cancellieri. E Giusi Nicolini ha detto: no, grazie. Ci spiega perché essere capolista era così importante? A candidarsi alle Europee non era Giusi Nicolini, ma Lampe- dusa. Lo avevo spiegato forte e chiaro, tant’è che nel caso in cui fossi stata eletta avrei continua- to a fare il sindaco. Ma visto che Lampedusa, evidentemente, non è stata ritenuta degna di es- sere capolista, scelta che avreb- be avuto un alto significato sim- bolico, ho rinunciato. Non teme che questa scelta pos- sa essere letta come la paura di non farcela non essendo più ca- polista visto che nelle isole si eleggono due parlamentari e il Pd in Sardegna gioca la carta di Renato Soru? Non ho fatto tutti questi calcoli. Ho solo preso atto che la richiesta fatta mie reiterata mi dal deputato del Pd Faraone per conto di Renzi, era venuta meno. Giusi Nicolini non ha ambizioni personali, dedica tutte le sue energie ad affrontare fatiche di- sumane per amministrare e tentare di dare dignità alla sua isola. Qui tutto è più complicato di altrove. Qui la normalità è emergenza. Lei scrive “evidentemente nel Pd sono prevalse altre logiche”. Quali sarebbero queste logiche? Non sono una maga. Non faccio parte delladirezione nazionale, non sono neppure iscritta al Pd. Dico questo intuendo che Renzi non sia riuscito a difendere quella sua volontà rappresenta- tami con insistenza da Faraone di correre da capolista e a conti fatti non è stato così. La mia parola vale quanto me e mi piacerebbe che fosse così anche in politica, anzi soprattutto in po- litica. Non ero certamente alla ricerca di una poltrona, mi era sembrata una opportunità per Lampedusa: il mio amore visce- rale, la mia dannazione. Non teme che questo suo rifiuto potrà far venire meno o che pos- sa indebolire l’attenzione del governo verso Lampedusa? Non voglio neppure pensarlo. Lampedusa è carne viva, è or- goglio di questo Paese e dell’Eu- ropa non merce di scambio, di rivalse. Sono certa che durante la presidenza italiana del pros- simo semestre europeo, il go- verno terrà fede agli impegni assunti a ottobre di fronte alle 366 bare allineate nel piccolo aeroporto. Così come sono certa che non dimenticherà i tanti bisogni della mia comunità e non abbandonerà mai più le Isole Pelagie alla solitudine alla quale sono state relegate per troppo tempo. Altrimenti, come sempre, farà sentire la sua voce? Su questo non ci sono dubbi: chi combatte per una causa giusta lo fa sempre non a corrente al- ternata.

Ave, Matteo, morituri…(Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/04/2014 Marco Travaglio attualità

Vent’anni fa, estate ’94, mentre il Berlusconi I inondava l’Italia di promesse e annunci di riforme palingenetiche, seguite da spot con la chiusa perentoria “Fatto!”, Indro Montanelli scrisse un amaro editoriale su La Voce, con un pubblico (e sarcastico) atto di contrizione: “Nelle ultime due settimane i consensi al governo e al suo capo sono passati dal 48 a quasi il 54%… Bisogna dedurne che è stata proprio questa politica balneare con le sue scene da telenovela… diffuse in tutta Italia (e speriamo solo in Italia) da tv pubbliche e private in gara di zelo, a provocare questa impennata di popolarità. Se le cose stanno così… dobbiamo cospargerci il capo di cenere e chiedergli scusa. I problemi non li ha ancora affrontati né risolti. Ma è chiaro che gl’italiani sono sempre più convinti che lui è il solo uomo capace di farlo, e comunque quello in cui più e meglio si riconoscono”.

Gli italiani – aggiungeva Montanelli – non amano i “personaggi color fumodilondra”, tipo De Gasperi o Einaudi: “Vorreste mettere il gioioso e giocoso Cavaliere, con le sue risate, le sue barzellette, il suo ottimismo, la sua cordialità, le sue barche, le sue ville…”. Conclusione agrodolce: non resta che la resa. “Senza bisogno di sopprimerci come minacciano di fare certi suoi alleati e ministri, finiremo automaticamente confinati in una specie di Arcadia del buoncostume politico, quello che usava quando Berta filava… Non siamo pericolosi. La nostra audience si assottiglia di giorno in giorno nella stessa misura in cui s’infoltisce quella del Cavaliere. Ave, Silvio, morituri te salutant”. Quelle parole – al netto delle ville e delle barche, sostituendo B. con Renzi – sono perfette per descrivere l’attuale luna di miele fra il premier Pie’ Veloce e moltissimi italiani. Parecchi lettori, sui social network e nelle lettere al giornale ci rimproverano quasi ogni giorno di non “lasciarlo lavorare”, di stare “sempre lì a criticare”. Esattamente come nel ’94 dopo Tangentopoli con Berlusconi, poi nel 2012 dopo l’incubo berlusconiano con Monti, oggi c’è gente talmente disperata che si aggrappa a Renzi come all’ultima zattera e vuole fortissimamente sperare di aver trovato il nuovo uomo della Provvidenza: l’uomo solo al comando che ci porterà fuori dal guado e dal guano. L’ottimismo è obbligatorio e, ogni pur timida obiezione critica è vista come sabotaggio.

E pazienza se il compito del giornalismo indipendente è quello di smascherare le bugie del potere al servizio dei cittadini: di dire, per esempio, che l’abolizione delle province è finta, che il nuovo Senato è un obbrobrio mai visto al mondo, che la nuova legge elettorale ha gli stessi vizi del Porcellum (e comunque non è legge perché non è stata neppure incardinata al Senato e chissà quando lo sarà), che la promessa del ministro Poletti di 900 mila nuovi occupati ha tante possibilità di avverarsi quanto quella berlusconiana di un milione di posti di lavoro, che le ambasciate chiuse dal governo erano già chiuse, che la vendita su eBay di 100 autoblu è bassa propaganda elettorale, che regalare 80 euro in busta paga due giorni dopo le Europee ricorda le scarpe-omaggio di Achille Lauro e non produrrà l’annunciato “choc per la ripresa”. Non basta neppure – come facciamo – sottolineare le cose buone dette e fatte da Renzi; né valutarlo sul merito dei provvedimenti (pochi) e degli annunci (troppi); e nemmeno concedergli il beneficio della buona fede sul patto con B. per la legge elettorale (dopo averlo offerto, invano, ai 5Stelle). Ciò che molti non sopportano è proprio il lavoro di scavo e inchiesta che mette a nudo la propaganda: quasi che bastasse non smentire gli annunci perché questi, come per miracolo, si avverino. La tentazione di arrendersi all’ottimismo obbligatorio con un bell’“Ave, Matteo, morituri te salutant” è tanta. Ma poi basta ricordare che fine han fatto gli altri salvatori della Patria (Montanelli li chiamava “guappi di cartone”) per sapere che anche questo, se continuerà a colpi di chiacchiere e distintivo, durerà poco. E allora qualcuno magari si ricorderà: però, quelli del Fatto ci avevano avvertiti…

Legislazione a delinquere (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/04/2014. Marco Travaglio attualità

Circolano due balle sesquipedali. La prima, sostenuta da Corriere , Stampa, Foglio, Giornale, Libero e avallata dal premier Renzi e dall’autorevole ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, formatasi su Topolino e Tiramolla, è che da 30 anni non si fanno le riforme per colpa dei terribili veti imposti dai “professoroni” Zagrebelsky, Rodotà & C. La seconda è che il Senato è un ente inutile, dunque tanto vale abolirlo, anzi trasformarlo in una bocciofila per il tempo libero di governatori, sindaci, consiglieri regionali e amichetti ottuagenari del Colle. Purtroppo per lorsignori, a smentire entrambe le balle in un colpo solo c’è la cosiddetta “riforma della custodia cautelare”, votata da tutti i partiti (tranne M5S, FdI e Lega) alla Camera, emendata dal Senato e ora di nuovo a Montecitorio per l’approvazione definitiva. A sbugiardare chi dice che da 30 anni non si fanno riforme, c’è il fatto che questa è la diciannovesima riforma delle manette dal 1990, cioè dall’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale.

A smentire chi dice che il Senato non serve, c’è il fatto che – se fosse già in vigore la riforma Renzusconi – quella legge sarebbe partita dalla Camera e il Senato avrebbe potuto esprimere solo un parere consultivo, che la Camera avrebbe potuto ignorare. Dunque la legge sarebbe già in vigore. Con questi bei risultati, illustrati – come riferisce Giovanni Bianconi sul Corriere – dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (non una toga rossa, un fanatico giustizialista, un professorone conservatore: Pignatone): “Stanno rendendo impossibile l’arresto, anche domiciliare, per la corruzione e gli altri reati tipici dei colletti bianchi”, comprese le bancarotte, le evasioni fiscali anche di grandi dimensioni, le malversazioni e altre violazioni di tipo economico. Non solo: dalle porte delle galere spalancate per lorsignori passeranno indenni anche i delinquenti comuni.

“Il legislatore – prosegue Pignatone – deve sapere che non si potrà arrestare neppure chi compie delitti di strada, come lo scippo, il furto, fino alla rapina, a meno che uno non entri in banca col kalashnikov. Potremo applicare la carcerazione preventiva solo a chi ha precedenti condanne definitive, forse, ma agli incensurati no. Mi auguro che il Parlamento ci pensi bene, per non trovarsi costretto a tornare sui propri passi al prossimo allarme sulle città insicure o sulla criminalità diffusa che si fatica a contenere. Spero che deputati e senatori siano consapevoli di quello che stanno facendo, prima delle prevedibili polemiche in cui ci si chiederà perché un presunto rapinatore si trovava libero di colpire ancora, anziché in galera”. La porcata, infatti, partorita da menti superiori come la pidina Ferranti, il ministro Orlando e i loro degni compari forzisti, prevede tra l’altro la quasi impossibilità di arrestare gli incensurati (tanto lorsignori, a furia di prescrizioni, delinquono a manetta, ma sono sempre incensurati) e soprattutto pretende che i magistrati si trasformino in indovini e in aruspici: quando beccano uno con le mani nel sacco, possono arrestarlo solo se prevedono che, alla fine del processo (una decina di anni dopo), verrà condannato definitivamente a più di 4 anni. Altrimenti niente manette, e neppure i domiciliari. Il sogno di B., che provò infinite volte a esentare all’arresto i colletti bianchi, dal decreto Biondi dal ‘94 in poi, sta per avverarsi grazie ai berluscopidini. A meno che l’appello di Pignatone non induca la Camera a ripensarci in terza lettura. Oggi, grazie al bicameralismo regalatoci dai padri costituenti (quelli veri, non i cialtroni di adesso), il Parlamento può ancora “pensarci bene”: rimediando alla Camera i guai combinati al Senato da una classe politica dissennata, che per metà non sa quello che fa e per l’altra metà lo sa benissimo. Con il nuovo Senato e la Camera signora e padrona delle leggi, invece, cosa fatta capo avrà: i danni saranno irrimediabili e i cocci saranno tutti nostri. Tanto lorsignori viaggiano blindati e scortati, e di criminali non ne incontrano mai. A parte i loro colleghi, si capisce.

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