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OBAMA IN BAMBOLA, PUTIN PASSA ALL’AZIONE: LA RUSSIA SCHIERA DEI LANCIAMISSILI DI FRONTE ALLA FLOTTA NATO

Fonte Altrainformazione del 31 agosto, 2013 redazione attualità

Non si è ancora capito se Obama attaccherà la Siria, ma intanto Putin ha rafforzato lo schieramento navale nel Mediterraneo – Non è solo un segnale per ribadire che la Russia è al fianco di Assad, ma è un problema strategico in più per Usa, Gran Bretagna e Francia: i movimenti sono limitati… – –
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Maurizio Molinari per “La Stampa”

VLADIMIR PUTIN E BARACK OBAMA

Vladimir Putin rafforza lo schieramento navale nel Mediterraneo Orientale per ostacolare i piani dell’attacco americano al regime di Bashar Assad. Dall’inizio dell’escalation siriana il leader del Cremlino ha scelto il silenzio, lasciando ai diplomatici il compito di smentire le accuse ad Assad di aver usato i gas, ma ora compie una mossa militare: l’invio dei lanciamissili «Moskva» e «Varyag» assieme ad una «grande unità anti-sommergibili».
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PUTIN OBAMA

Attraverso l’agenzia Interfax lo stato maggiore russo spiega che sono «correzioni necessarie allo schieramento navale in ragione dei noti sviluppi in corso». Poiché Mosca ha già nell’area 16 navi da guerra e tre portaelicotteri l’intenzione è di aggiungere unità che rendano più visibile il primo dispiegamento permanente di navi nel Mediterraneo dalla dissoluzione dell’Urss. «È una manifestazione di diplomazia delle cannoniere da parte di Mosca – commenta Lee Willett, direttore di Jane’s Navy International – nel deliberato tentativo di interferire in qualsiasi tipo di attacco».
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NAVI USA

Per comprendere l’entità dell’ostacolo navale che Putin sta costruendo davanti alla Siria – e in particolare al porto di Tartus, ultimo approdo amico rimasto alla flotta russa nel Mediterraneo – bisogna tener presente due elementi.

Il primo è politico, perché evidenzia l’impegno di Putin a difesa di Assad, ma il secondo è tattico perché la presenza di oltre venti navi russe complica i movimenti della flotta che Washington, Londra e Parigi stanno posizionando per l’attacco.

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ESERCITAZIONE MILITARE RUSSA

Ed è un grattacapo per il Pentagono in quanto i piani di intervento si basano in grande parte sulle unità navali per via della necessità di affidarsi al lancio di missili Tomahawk in ragione dell’impossibilità di usare i cacciabombardieri F-22 e F-15 sui cieli siriani, nel timore di vederli bersagliati dalle difese antiaeree fornite da Mosca ad Assad: le batterie di vecchi S-200 e i più recenti SA-22 e SA-17.

Gli unici aerei che il Pentagono può impiegare evitando tali rischi sono i droni, i bombardieri strategici o i caccia capaci di lanciare bombe guidate a centinaia di chilometri di distanza ma ciò non basta a garantire il successo del bombardamento.

Ad avvalorare lo scenario di un’operazione alleata soprattutto navale – unità di superficie e sottomarini – ci sono le mosse del capo del Pentagono Chuck Hagel che ha ordinato ieri alla quinta unità lanciamissili di schierarsi davanti alla Siria. È lo «Stout» che aggiunge ai «Mahan», «Ramage», «Barry» e «Gravely» ognuno dei quali può lanciare un massimo di 45 Tomahawk: toccherà a queste navi, affiancate da unità simili britanniche e francesi, guidare l’attacco potendo contare anche sul sostegno dei sottomarini e delle squadre navali delle portaerei «Nimitz» e «Truman» in navigazione fra Golfo Persico e Oceano Indiano.
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ESERCITAZIONE MILITARE RUSSA

Il regime di Assad nell’ultimo anno si è preparato a questo scenario, accumulando scorte di missili antinave cinesi e in particolare russi: i supersonici «Yakhont», capaci di colpire a 300 chilometri di distanza con una testata di 200 chili. «Gli Yakhont sono difficili da individuare e ancor più da abbattere o ingannare» assicura Nick Brown, direttore di «Jane’s International Defense Review».

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OBAMA SIRIA

Non è un caso che il 5 luglio, secondo fonti Usa, Israele colpì con missili sottomarini proprio un deposito di «Yakhont» vicino Latakia. Armi in dotazione ad Assad e mosse di Putin sono tasselli di un unico mosaico: i missili antinave obbligano le navi alleate ad operare a grande distanza spingendole verso il Mediterraneo orientale dove la presenza di unità russe ne ostacola i movimenti. Ciò non impedisce a Washington di lanciare il blitz ma ne complica la gestione, mettendo a rischio i risultati.

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SIRIA VOLONTARIE SUNNITE

Ma le mosse di Putin non finiscono qui: la telefonata al presidente iraniano Hassan Rohani suggerisce che altro è in arrivo.

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Mentre la Siria è nel caos, la Russia fa le sue mosse in Europa

Styled_logo3Fonte da conflitti e strategie del 29/07/2013 by admin attualità

[Traduzione di Piergiorgio Rosso da:| Stratfor ] Amid Syrian Furor, Russia Makes its Move in Europe

Il netto rifiuto della Russia di interrompere il sostegno al regime siriano potrà aver attirato maggiormente l’attenzione durante i colloqui al summit del G8 in Irlanda, ma gli accordi economici raggiunti al G8 e in altre occasioni dimostrano ciò che è veramente importante per Mosca. La Russia sta usando la crisi siriana per distogliere l’attenzione dell’Occidente, mentre si rafforza la sua posizione in Europa centrale e orientale e con altre potenze europee come la Germania e il Regno Unito.

Anche se il summit era centrato in particolare su materie economiche – vi partecipano i leader delle prime otto economie mondiali, cioè gli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Canada, Giappone e Russia – il conflitto siriano sembrava ancora dominare la discussione. Il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto riunioni a margine con la maggior parte dei leader del G8, anche se l’incontro di Putin con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato il più atteso. Nell’avviarsi verso l’incontro di due ore fra Putin e Obama, la Casa Bianca ha affermato che Obama avrebbe lavorato per convincere il leader russo a smettere di sostenere il regime del presidente siriano Bashar al Assad. Alla fine del vertice, era ovvio che le due parti erano rimaste divise come all’inizio.

I russi non hanno incentivo ad abbandonare il loro sostegno al Assad e sono in realtà in una posizione forte riguardo la Siria e l’Occidente. Questo perché gli Stati Uniti non hanno alcun vero interesse ad aumentare sul serio il loro coinvolgimento in Siria. La scorsa settimana, Washington ha fornito promesse ambigue per aumentare l’assistenza alle principali fazioni armate dell’opposizione siriana, ma gli Stati Uniti continuano ad essere vincolati dalla difficoltà di ogni intervento e dalle preoccupazioni che le conseguenze regionali ad esso si rivelino peggiori dello status quo. Già la guerra siriana è diventata una battaglia tra una miriade di attori internazionali, tra cui l’Iran, l’Arabia Saudita, Turchia e, in effetti, gli Stati Uniti e la Russia. La Russia sa che gli Stati Uniti sono restii a rendersi più coinvolti nella guerra civile siriana e il rifiuto del tutto pubblico di Putin a riconsiderare il sostegno di Mosca ad al Assad era probabilmente destinato ad attirare l’attenzione sulla stessa riluttanza di Washington a fare di più. La Russia ha fermamente respinto qualsiasi no-fly zone sostenuta dagli Usa sulla Siria, qualcosa il cui sostegno a Washington era del resto già vacillante. E Putin ha condannato in modo colorito la decisione di armare i ribelli siriani, dicendo: “Non si vede proprio il bisogno di sostenere persone che non solo uccidono i loro nemici, ma aprono i loro corpi, mangiano i loro intestini di fronte al pubblico e alle telecamere.”

Se la Russia sembra essere in una posizione forte contro l’Occidente sulla Siria, la reale importanza della posizione della Russia a livello globale non ha nulla a che fare con il Medio Oriente. Per la Russia, il centro della sua attenzione internazionale si trova ad ovest, in Europa. La Russia è forte a livello internazionale se lo è in Europa. Attualmente, l’Europa sta attraversando una frammentazione politica che sta logorando i legami sociali ed economici delle persone sul continente. In assenza di unità europea, la Russia vede una finestra di opportunità per approfittare di queste divisioni.

La forza della Russia sta nel fatto che si tratta di una delle poche fonti di investimento, di risorse e di competenze tecniche interessate a stringere accordi economici e soccorrere le aziende che stanno per fallire in Europa. Mosca si sta concentrando in particolare su Europa centrale e orientale, come anche sui principali soggetti europei capaci di plasmare le dinamiche del continente.

Ma la Russia sa che non può agire in modo troppo aggressivo o troppo pubblicamente, perché tutte le sue importanti incursioni in Europa saranno contrastate con la paura che la Russia cerchi di ravvivare il suo predominio sulla regione ai tempi della Guerra Fredda. Così, invece, la Russia sta sia procedendo cautamente sia ritraendo se stessa in una posizione di debolezza. Ad esempio, la Russia sta subendo una serie di rinegoziazioni energetiche in Europa, in cui la Russia ha già tagliato i prezzi all’esportazione del gas naturale di circa il 10 per cento e sta ora rinegoziando un altro sconto del 7-10 per cento per i prossimi mesi. Apparentemente la Russia sembra essere in una posizione di debolezza, in quanto è ritenuta essere costretta a tali concessioni a causa della maggiore concorrenza al gas naturale russo che ci sarà sul mercato nel prossimo futuro. Tuttavia, anche in presenza di seri vincoli alla politica energetica russa, la Russia sta usando queste rinegoziazioni per bloccare molti paesi dentro contratti a lungo termine e pratica ancora prezzi ben al di sopra ai livelli di metà anni 2000. La Russia sta anche tranquillamente acquisendo industrie in Europa centrale e orientale, anche se non le aziende statali di alto profilo, nella maggior parte dei casi, ma invece controllate o società veicolo in modo da evitare di attirare l’attenzione. Inoltre, la Russia sta mettendo in tasca diversi grandi accordi in Paesi strategici che non sono così russo-fobici come molti Stati dell’Europa orientale e centrale. Poco prima della conferenza G8, Putin ha trascorso due giorni in riunioni a Londra con diversi dei migliori uomini d’affari e politici. In quelle riunioni, la Russia ha firmato un accordo che apre la strada alla Russia per iniziare a costruire centrali nucleari in tutto il paese, ruolo che tradizionalmente era coperto dalla Francia. Questo accordo arriva dopo che la britannica BP, gigante energetico, ha approfondito i suoi legami con il settore energetico russo, acquisendo una parte della azienda statale russa Rosneft e lanciando progetti in tutto il paese.

La scorsa settimana, una delegazione energetica russo è stata anche in Francia per aggiungere qualcosa ai crescenti investimenti di TOTAL in tutta la Russia. Inoltre, la Russia ospiterà il Forum economico di San Pietroburgo, in cui il cancelliere tedesco Angela Merkel sarà presente con una grossa delegazione di industriali tedeschi.

Ottenere accesso agli Stati dell’Europa centrale e orientale e stringere accordi economici con grandi paesi strategici fa parte del piano generale di Mosca per indebolire l’unità europea, in particolare ai confini della Russia. La Russia, però, non vuole richiamare l’attenzione su questo e invece preferisce concentrare l’attenzione mondiale su un tema, come la Siria, che alla fin fine ha relativamente meno impatto su Mosca.

[Le ripubblicazioni tratte e tradotte dal sito http://www.stratfor.com come del resto da altri siti, hanno l’intenzione di fornire ai nostri lettori materiali che noi giudichiamo interessanti e che pensiamo lo possano essere anche per i nostri lettori.C&S non supporta necessariamente le idee espresse in tali articoli]

La nuova mafia viene dal freddo

corelFatto Quotidiano 1/07/2013 i Davide Milosa attualità

Milano Hanno denaro e rapporti. Sostengono politici e capi di Stato. Concludono affari miliardari in tutto il mondo. Si fanno chiamare businessman, ma possiedono il piglio, l’auto rità, la violenza dei padrini. Sono i boss della mafija georgiana. Potenti, ricchissimi, letali e molto più affamati dei clan russi saziati dalla grande abbuffata consumata assieme agli oligarchi. Oggi ilCaucaso dettalegge. Ce- ceni, ma soprattutto georgiani. Seguono un codice e un linguaggio (la fe nya ). Per loro l’Italia è l’ultima frontiera. Qui riciclano, qui vivono, qui pro- grammano le skode(summit) in residenze da sogno come il Borgo della Merluzza a Roma. Arrivano a bordo di berline lussuose e dormono negli alberghi più costosi della città. S’incon trano nella Capitale, ma anche a Dubai, in Grecia, negli Usa. Sono un’autentica spa del crimine internazionale con una cassa comune (obshak) che oggi vale un numero indeterminato di miliardi di dollari. Il loro è un mixdi altafinanza e violenzabrutale.Una storia inedita raccontata nell’inchiesta della procura di Bari che il 19 giugno scorso ha portato in carcere 14 persone. Piombo pesante per il georgiano Una storia che inizia da un omicidio. Quattro colpi. Uno letale alla testa. Sparato da mezzo metro. Bari, piazza Aldo Moro. È il 6 gennaio 2012. Per quell’uomo che fuma fuori dall’agenzia di spedizioni Italiano srl, il giorno della Befana porta solo piom- bo pesante. I killer sono professionisti. Così muore il cittadino georgiano Revez Tchuradze. Poche ore dopo, la vittima sta sul tavolo del medico legale. Ha il corpo pieno di tatuaggi. Sul dorso del piede un’abbreviazione in cirillico significa “poli – ziotto ucciso”. Un altro sulla caviglia ricorda “vendetta con- sumata”. Quello sul deltoide sinistro racconta di una condan- na a quattro anni. Gli investigatori dello Sco di Bari iniziano a capire. Revez Tchuradze, detto Rezo, è uomo della mafija dei vory v zakone, letteralmente “ladri in legge”, potenti e ricchis- simicustodidelcodicecriminale natoneigulagsovietici.Se- gni particolari: due stelle tatuate sul petto. Rezo non le aveva perché era affiliato al potente clan Kutaisi con la carica minore di “autorità criminale”. La storia inizia così. E un anno dopo dalla Puglia si sposta nel centro di Mosca. È il 16 gennaio 2013. In via Povarskaya, a due passi dai palazzi del potere, un cec- chino colpisce e uccide ilboss Aslan Usoyan. Conosciuto come nonno Hasan, era il capo incontrastato del clan Tbilisi-Rustavi. Nato nella capitale georgiana 75 anni prima, il padrino ha ricoperto il ruolo di garante nella polveriera mafiosa esplsa dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Era protetto dal governo di Vladimir Putin. E così sotto l’ombrello di Stato, non- no Hasan ha potuto tessere i suoi affari. Era membro del Brthers’circle, un network criminale segretissimo che è finito nel mirino del Dipartimento del Tesoro americano. Negli ultimi anni però Usoyan aveva visto indebolito il suo potere a causa dell’intraprendenza di Tariel Oniani, detto Taro (in carcere dal 2009) capo del clan Kutaisi. Una guerra, quella tra le due cosche, iniziata nel 2005 e che trova nell’omicidio barese il suo penultimo atto. È partendo dall’agguato di piazza Aldo Moro, che gli uomini della squadra Mobile di Bari in collaborazione con l’Interpol ricostruiscono ruoli, assetti e affari di uno dei clan più potenti della mafijacaucasica. Un lavoro riassunto in 400 pagine di ordinanza cautelare con la quale il gip Giulia Romanazzi ha disposto l’arresto di 24 persone (10 sono ancora latitanti), compresi i killer di Rezo. Tra i fermati c’è anche Merab Dzhangveladze alias Jango, ca- po del clan Kutaisi dopo l’arresto di Oniani. Secondo la ri- costruzione degliinvestigatori, infatti,il mandantedell’omi – cidio di nonno Hasan è proprio Jango. Una tesi supportata dalle intercettazioni successive all’omicidio di Rezo. Una faida da Mosca a Bari “L’assassinio equivale a una dichiarazione di guerra (…) ora conteranno i loro morti”. E così, seguendo le tracce della faida, la procura di Bari scatta un’inedita fotografia del risiko criminale nato sulle ceneri dell’impero sovietico, riportando in primo piano la figura dei voryv zakone, padrini violenti e spre- giudicati che da tempo, ormai, hanno lanciato un’opa mafiosa all’economia occidentale. “Noi – dice un affiliato – non siamo una piccola forza! Noi siamo dei ladri! Ragioniamo come si deve, laverità è dalla nostraparte”. La trasnazionalità èla loro peculiarità.Ireativanno dallacorruzionealriciclaggio,senza dimenticare estorsioni, droga, armi. In agenda conservano i numeri di importanti politici. Le intercettazioni confermano contatti con l’amministrazione di Mosca. Hanno rapporti con società inglesi e puntano all’affare delle Olimpiadi invernali del 2014 che saranno organizzate nella cittadina russa di Sochi. Epoi c’è l’Italia, meta prediletta per investire. I boss riciclano lungo la costiera Romagnola, tra Rimini e Riccione, acquistando alberghi, locali, discoteche. Da poco, poi, stanno puntando sulle rinomate località sciistiche delle Dolomiti da Canazei alla Val Gardena. Dice un membro del clan Kutaisi: “In Russia non ti fanno vivere tranquillo, qui (in Italia, ndr), invece abbiamo la libertà”. E ancora: “Cosi tanti ladri insieme uscivamo mai a Mosca?”. Nel nostro paese la mafija caucasica dispone di basi logistiche alla periferia di Milano, ma anche appartamenti con- trollati militarmente. Alcuni sono stati trovati nel complesso residenziale “Le ville di Marco Simone” a Guidonia dove due investigatori dello Sco subiscono un posto di blocco da parte degli uomini di Jango. Èil 15 maggio 2012. Uno degli agenti gira a piedi. Scatta l’allarme. Tre auto lo fermano. Il mafioso chiede indicazioni stradali, quindi con toni minacciosi gli domanda se abitaqua. Lasituazionesiscalda. L’uomodelclanordina aun altro di andare “aprendere ilferro(pistola,ndr)”. Tutto viene pacificato dall’intervento di Jango che, seduto sul sedile po- steriore di una Mercedes, gli occhiali abbassati sul naso, una cartella sulle ginocchia, fa un rapido cenno all’amico: “Sono italiani, lasciateli stare, non fate casino”. Restiamo in Italia. E riprendiamo le fila del conflitto tra i due clan. Una via del centro di Milano. È il primo dicembre 2011. All’hotel Zurigo un gruppo di georgiani si confonde con i turisti. Indossano vestiti firmati e si muovono a bordo di berline scure. In città sono arrivati per una shodka . Tra i par- tecipanti c’è il braccio destro di Jango e c’è anche Rezo che da lì a pochi giorni sarà ucciso a Bari. Si deve discutere di un accoltellamento avvenuto nel luglio 2011. L’aggressore è lo stesso Rezo, la vittima è Kvicha Kakalashvili uomo di fiducia di Lasha Shushanashvili vory v zakonedel clan Tbilisi-Rustavi e membro del Brothers’ circle assieme a nonno Hasan. Il fe- rimento è legato a contrasti per la gestioni degli affari nel capoluogo pugliese. Contrasti che la s hodka milanese tenterà, inutilmente, di sanare. “Sono italianil asciateli andare” Eppure prima ancora del summit lombardo, molto era successo. Per capire bisogna riandare all’estate 2008, quando Tariel Oniani organizza una shodka a bordo di un maxi-yacht. Obiettivo: favorire l’entrata del clan a Mosca. La riunione sarà interrotta da un blitz spettacolare delle forze dell’ordine. Molti vo r y finiranno in carcere. Nel 2009, prima di essere arrestato, Oniani cerca l’alleanza con il potente boss moscovita Vya- cheslav Kirillovich Ivankov detto il giapponese (Yaponchik) che negli anni Novanta dettò legge a Brighton Beach lo storico quartiere russo di New York. Yaponchik rifiuta. Morirà nel- l’ottobre 2009 dopo essere stato colpito da un cecchino a lu- glio. La colpa ricade sul clan Kutaisi. La faida si sposta in un appartamento di Nizza in rue Andrioli 8. Nel mirino finisce un membro del clan di Oniani. Il 14 febbraio 2010 la sparatoria lascia sul pavimento 33 bossoli. L’agguato, però, fallisce. Un mese dopo Vladimir Janashia viene ucciso a Marsiglia. Giu- stiziato con un colpo di pistola alla testa. La reazione di Jango e dei suoi vory v zakone arriva il 16 settembre 2010, quando nonno Hasan cade vittima di un primo agguato. Si salverà. Quel giorno, dall’altra parte di Mosca, Jango tiene una riu- nione con alcuni influenti vory v zakone. Con lui c’è anche il fratello, importante diplomatico e influente oligarca che può vantare rapporti diretti con l’establishment politico di Putin. Sangue e affari. La storia è questa. Politica, anche. Tanto che l’attualepresidente della Georgia, Mikheil Saakashvili,haac- cusatoil neocapodel governoBidzinaIvanishvili,il tyco o n di Chorvila tra gli uomini più ricchi del mondo, di aver rapporti con i boss. La mafija, dunque, tesse la sua tela. E intanto il messaggio dei voryv zakonegira per le carceri e le città di mezzo mondo: “Lunga vita ai ladri, prosperità e pace a nostra casa comune, movimento dei ladri e di tutte le persone!”.

PRIVATIZZAZIONI E INSUCCESSI NELL’ECONOMIA RUSSA

corelFonte Altrainformazione.it DI JEFFREY SOMMERS Counterpunch 14 giugno, 2013 attualità
Quando va via il rettore di un’università, i notiziari nazionali non ne parlano; un caso a parte è la storia che ha dominato la stampa internazionale per una settimana. Tuttavia l’abbandono del rettorato della New Economic School russa da parte di Sergey Guriev (nella foto) ha dimostrato proprio questo. Dai siti web russi ai principali organi di stampa internazionali come il New York Times, il The Guardian e il Financial Times, l’esodo di Guriev ha creato un subbuglio. Il tono preoccupato di tali articoli rispecchia lo stato buio in cui versa la libertà in Russia, oltre a rimpiangere la perdita di una persona di talento del calibro di Guriev. Così come si dovrebbero portare avanti continuamente delle inchieste sulla questione della libertà politica, allo stesso modo ciò andrebbe fatto sul valore del contributo intellettuale di Guriev.
Il suo ritiro dal mondo accademico russo dovrebbe essere al centro di un dibattito importante, ma non per i motivi per i quali oggi lo è già. La stampa internazionale offre il ritratto di un economista serio e di talento che lascia il suo posto spinto da una combinazione di pressione politica mista a paura. Non sono nella posizione di poter spiegare tali motivazioni. Posso solo affermare ovviamente che, se fosse stato vittima di intimidazione, si tratterebbe di un fatto assolutamente vergognoso.
Eppure, qualcuno potrebbe chiedere, come mai Guriev raggiunse alla velocità della luce, a soli 33 anni, la carica di rettore della New Economic School? Normalmente questi rari casi di carriere lampo ai vertici di istituzioni accademiche sono giustificati come il risultato di contributi pionieristici che ridefiniscono un ambito accademico. Tuttavia, se esaminiamo la carriera del rettore Guriev, non troviamo che abbia apportato nulla di così innovativo. Sicuramente Guriev è una persona dotata di talento; le sue competenze nell’ambito accademico sono eccellenti. I suoi lavori sono comparsi in pubblicazioni accademiche di prestigio, valutate secondo il processo di peer review; ciò nonostante, nulla di più di un qualsiasi professore di una buona università. Ciò vuol dire, in effetti, che è stato un esemplare leale e capace del modello economico anglo-americano che ha causato la crisi economica del 2008. Tale modello, fatto proprio principalmente dai responsabili (tedeschi e svedesi) della politica della Banca Centrale Europea, è stato inoltre la causa dell’austerità e della stagnazione che hanno seguito tale crisi. Nelle mani di Guriev e nel contesto Russo, tale modello rappresenta ciò che Laszlo Nemeth, intellettuale ungherese degli anni ‘30, definiva “auto colonizzazione”.
Tutto ciò implica che la sua rapida carriera è stata un atto politico, così come lo è stato il suo allontanamento. Perciò, a questo punto, la Russia dovrebbe riflettere sullo stato estremamente politicizzato della sua economia. E su questo non ci sono dubbi. Infatti, già prima della grande crisi economica mondiale del 2008, alcuni giovani economisti iniziarono a mettere in discussione l’aspetto ideologico dell’economia neoclassica/neoliberale. In Francia ciò ebbe inizio con il movimento chiamato post-autistic, costituito da giovani economisti che spingevano per dare inizio a nuove ricerche nell’ambito estremamente circoscritto dell’economia. Persino la regina Elisabetta, nel 2008 alla London School of Economics, chiese giustamente, riferendosi all’inizio della grande crisi, “Perché nessuno se n’è accorto?”. Ovviamente alcuni sì che videro i segni di una crisi in arrivo; proprio nessuno apparteneva alla corrente economica dominante. George Soros, che ha studiato economia prima di situarsi alla guida dei neoliberali, è stato frustrato dallo stato chiuso in cui si trova la disciplina da qualche decennio. In risposta quattro anni fa creò l’ Institute for New Economic Thinking [Istituto per nuove teorie economiche, ndt] per fondare una produzione intellettuale al di fuori della disciplina rigidamente definita e controllata. Guriev ha incarnato un’economia neoliberale di cui figure come George Soros e la regina Elisabetta hanno messo in discussione il senso a partire dalla crisi del 2008. Certamente miliardi di persone nel Sud del mondo sono state vittime, sin dagli anni ’80, di questo modello; così come lo è stata la classe media del blocco post-sovietico, pauperizzata dalle privatizzazioni degli anni ’90, i cui effetti sono stati attenuati soltanto dall’aumento dei costi dell’energia in Russia, che in seguito ha iniettato denaro dentro (e fuori) i confini russi.
Sergei Guriev ha ragione quando individua nella corruzione il maggiore ostacolo a uno sviluppo riuscito della Russia. Purtroppo commette un grave errore quando prescrive come cura la privatizzazione. Di fatto, un secolo prima negli Stati Uniti, i politici dell’era progressista e gli attivisti, misero a confronto la corruzione e il rent seeking dei fornitori privati di beni e servizi di uso quotidiano, dall’acqua alla raccolta dei rifiuti. I prezzi aumentavano enormemente e la qualità diminuiva. Rendendo queste utenze pubbliche i comuni ridussero i costi e incrementarono la qualità. In anni più recenti, la privatizzazione delle ferrovie nel Regno Unito condusse a un aumento vertiginoso dei costi dei trasporti. Inoltre, una volta realizzata la privatizzazione, i proprietari ne trascurarono la manutenzione (“riduzione” di costi). In questo modo, di fatto, i privati poterono risparmiare, ma le conseguenze furono incidenti e successivamente costi per il settore pubblico per pagare le costose riparazioni di cui i privati non potevano o non volevano farsi carico. In breve, i guadagni furono privatizzati e i costi furono esternalizzati al settore pubblico. Allo stesso modo Guriev promuove le privatizzazioni delle forze armate russe, seguendo l’esempio degli Stati Uniti. Ma anche in questo caso le spese sono spesso state gonfiate enormemente. Il salario dei soldati privati in Iraq era dieci volte superiore a quello dei soldati dell’esercito regolare. La privatizzazione della guerra degli Stati Uniti in Iraq non ha fatto altro che alimentare la corruzione: gli appaltatori, attraverso il blat, addebitavano al governo statunitense costi elevatissimi per i servizi prestati.
Ma, ancora una volta, non abbiamo capito. Né la privatizzazione né la proprietà pubblica da sole salveranno l’economia o freneranno la corruzione. Di fatto il sistema che la privatizzazione ha creato, e che dà sostento, conduce a un livello enorme di corruzione. In Russia la corruzione è stata il risultato della privatizzazione di beni pubblici, sia attraverso “vendite” (solitamente a prezzi enormemente sottostimati) che attraverso sistemi in cui i funzionari amministrativi mantengono il controllo privato dei beni, pur rimanendo questi ufficialmente di proprietà pubblica.
Si ha corruzione quando gente disonesta acquisisce il potere (potere sia privato che pubblico) e quando la gente comune ha la percezione che la società non è organizzata equamente. La chiave per il futuro della Russia è darle un obbiettivo in cui la gente creda e per il quale agisca. Non c’è bisogno che sia messianico come la visione sovietica, ma che sia un’idea e un piano per un futuro migliore. Quasi tutti gli stati che hanno adottato forme riuscite di progresso, sono riusciti a farlo incentivando, mobilitando e organizzando il settore pubblico e quello privato per creare valore e non solo profitti. Si possono fare profitti o distruggendo o creando valore. La stessa cosa vale per lo stato. Ma, storicamente, è sempre stato lo stato ad avere il potere di creare un ambiente tale da promuovere valore e creare sviluppo economico. L’idea che le privatizzazioni possano da sole perseguire lo sviluppo è pericolosa e che, in una prospettiva storica, non ha valore. Guriev può veramente credere che le privatizzazioni siano la cura alla corruzione della Russia, ma, se continueranno lungo questo cammino, sia lui che la Russia scopriranno che non fanno altro che alimentare il fuoco della corruzione.
Inoltre la richiesta di Guriev di aumentare le riserve monetarie è dissennata. Molti paesi provvisti di numerose risorse sono meno soggetti alla volatilità nell’economia mondiale. La Russia potrebbe subire un impatto della volatilità persino meno forte se producesse più beni per il consumo interno. Il modo migliore per conseguirlo è spendere le riserve monetarie in infrastrutture ora, in modo tale che, di conseguenza, si riducano le spese per l’attività economica, sia privata che pubblica. Storicamente troppo spesso il denaro (risparmi) è sprecato. Il miglior modo di tutelare un’economia è farla crescere investendo in infrastrutture, che, a differenza del denaro, non possono essere portate via.
Pertanto la Russia dovrebbe chiedersi che tipo di economia vuole portare avanti. La risposta è vari tipi di economia. Quindi i rispettivi fautori dovrebbero testare le proprie idee, scontrandosi tra di loro, alla luce dell’esperienza reale. In sintesi, quando la teoria non riesce a corrispondere con i risultati previsti, proprio come fa l’economia dagli anni ’80, allora è tempo di cercare nuove teorie. Dato il fallimento catastrofico dell’economia neoliberale, la quale non soltanto non è riuscita a vedere il principio della crisi, ma ha poi proposto politiche di austerità fallimentari, il valore del neoliberalismo andrebbe ridotto al valore di titoli di basso valore.
L’allontanamento di Guriev dovrebbe quindi dare vita a un dibattito riguardo la necessità di ampliare il campo di applicazione dell’economia. E tale necessità è urgente. L’incapacità della Russia negli ultimi vent’anni di far crescere l’economia dovrebbe servire da campanello d’allarme per le economie trainanti e per la Cina, che è in crescita rapida: per loro il rischio è di restare ancora più indietro. La ricchezza legata al “male olandese” in Russia ha permesso al paese di condurre esperimenti al margine dell’economia nazionale, ma non di esaminare seriamente delle alternative alla sua economia ibrida, che mescola elementi di neoliberalismo e di statalismo. Il grande patrimonio energetico della Russia ha consentito alle potenti oligarchie di farsi stordire dal successo (personale), mentre una ricchezza appena sufficiente produceva un effetto a cascata facendo sì che gran parte del paese sopravvivesse tirando avanti come mendicanti (nonostante la crescita della classe media nelle sue città negli ultimi dieci anni). Tale modello non è sostenibile. Sviluppi recenti nei settori dell’idrofratturazione e delle trivellazioni orizzontali promettono una caduta continua dei prezzi dell’energia, cosa che impedirà alla Russia di mantenere il suo attuale modello economico.
In sintesi, il modelle di sviluppo russo è un’immagine illusoria, dato che i costi dell’energia si manterranno stabili o addirittura scenderanno. È un morto che cammina, ma che non si è ancora reso conto di essere morto. La domanda è: la Russia morirà assieme al suo modello di sviluppo? La risposta dipende in parte dall’eventualità che il paese riesamini la sua posizione sia in casa che all’estero, ascolti gli economisti che predissero correttamente le crisi passate e presenti una comprensione coerente delle tendenze passate, presenti e future ancorate all’esperienza reale della storia economica.
Guriev rappresenta un modello per la Russia come paese di banchieri normali, di quelli che condussero alla crisi del 2008. È tempo di mandare in pensione le idee che queste persone rappresentano, prima che sterminino la stessa Russia. È arrivato il momento di discutere per una nuova economia e di tornare a concentrarsi sugli investimenti e sulla produzione piuttosto che sulla finanza. Forse l’allontanamento di Guriev può accendere quel dibattito di cui c’è un disperato bisogno.

JEFFREY SOMMERS è professore associato di economia politica presso l’università del Wisconsin-Milwaukee ed è in visita alla facoltà della Stockholm School of Economics di Riga. È coeditore del libro in uscita The Contradictions of Austerity [Le contraddizioni dell’austerità, ndt]. Oltre che sul Counter Punch pubblica anche sul The Financial Times, The Guardian, TruthOut e appare periodicamente in veste di esperto in programmi televisivi di tutto il mondo. Potete scrivergli all’indirizzo: Jeffrey.sommers@fulbrightmail.org
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2013/06/07/privatizations-and-failures-in-russias-economy/
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SIMONA MARINELLI

L’ENI OSTAGGIO DI PUTIN MA IL CONTO LO PAGHIAMO NOI

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Fatto Quotidiano 8/05/2013 di ionata Picchio attualità

Da macchina da soldi a ricettacolo di perdite operative e svalutazio- ni. È l’evoluzione del business gas di Eni. Colpa dei grandi contratti di importazione dai Paesi produttori come Russia e Algeria. Il crollo della do- manda dovuto alla crisi ha lasciato Eni alle prese con penali e obblighi pluriennali di acquisto per cifre da capogiro. Ed è forte la tentazione di passare il conto al “parco buoi” dei consumatori. Nel 2012 la divisione Gas&Power di Eni ha registrato una perdita operativa di 3,2 mi- liardi, in gran parte dovuta a svalutazioni di asset nella vendita per circa 2,5 miliardi. La revisione dei valori degli attivi è dovuta al contesto di mercato: negli ultimi quattro anni i consumi italiani sono crollati, tor- nando sotto i livelli del 2003. In Europa le cose non sono andate meglio. Oltre alla crisi hanno pesato l’aumento di produzione elettrica da rinnovabili e carbone, che ha tolto spazio al gas, e un parallelo incremen- to dell’offerta di gas via nave, effetto indi- retto del boom dello shale gas negli Usa. UNA TEMPESTA perfetta per Eni e gli altri grandi fornitori di gas, che si sono trovati a competere per una domanda asfittica mentre i prezzi sui mercati a breve (spot) crol- lavano per la molta offerta. Qui entrano in gioco i contratti: costruiti su impegni di importazione pluriennali, contengono clausole dette take or pay(“prendi o paga”) che obbligano a ritirare ogni anno un quantitativo minimo di gas o a pagarlo counque, salvo ritirarlo in seguito. Il tutto a prezzi che seguono l’andamento del petro- lio e per questo sono oggi fuori mercato rispetto ai più bassi prezzi spot. Risultato: secondo l’ultimo report 20-F del- l’Eni alla Sec americana, da quando con la crisi i consumi hanno iniziato a calare Eni ha pre-pagato gas non ritirato per 2,37 miliardi. Per il prossimo quadriennio 2013-16 la società prevede di onorare i suoi obblighi, grazie a rinegoziazioni dei contratti. Intanto però sul gruppo gravano impegni colossali: per i prossimi anni ritiri minimi per 15-18 miliardi di euro l’anno, per un totale di oltre 247 miliardi da qui alla scadenza dei contratti. Come limitare i danni? Secondo il piano industriale Eni il fattore deci- sivo sarà la rinegoziazione coi forni- tori, per avvicinare i prezzi a quelli dei mercati spot e allentare un po’ gli obblighi di ritiro. Ma c’è una strada più semplice: traslare almeno parte del fardello sull’ultimo anello della catena, il consumatore. Nell’energia una via per socializzare una perdita è quella amministrativa. E un possibile strumento lo ha indicato l’ad di Eni Paolo Scaroni lo scorso autunno: poiché i contratti take or pay garantiscono all’Italia forniture sicure ma attualmente fanno per- dere soldi, ha detto durante un’audizione al Senato, chi paga le bollette dovrebbe con- tribuire a mantenerli in vita, pagando di più. L’accoglienza per la proposta di Scaroni non è stata calorosa. Perché pagare di più proprio quando l’attuale abbondanza di offerta renderebbe possibili forti risparmi? In un primo momento l’Autorità aveva in parte accolto la richiesta, ipotizzando un “premio sicurezza” in bolletta da circa 800 milioni all’anno per i soli titolari di contratti take or p ay (Eni, Enel, Edison e pochi altri). Poi ha corretto il tiro annunciando che da ottobre, quando i consumatori inizieranno a pagare prezzi interamente legati ai mercati a breve con un risparmio atteso del 6-7%, un bonus tariffario per i big ci sarà, ma ridimensio- nato. DA QUALCHE tempo iniziano finalmente a vedersi alcune concrete occasioni di risparmio per chi abbandona i prezzi regolati per quelli liberi. Tuttavia dietro ad alcune pro- poste possono nascondersi brutte sorprese. Si pensi alle offerte a prezzo fisso, pubbli- cizzate come assicurazioni contro aumenti futuri. Ha senso per il consumatore bloccare il prezzo oggi quando, come abbiamo visto, le bollette si avviano a scendere almeno da qui a fine anno? Sarebbe poi folle congelarlo a un livello superiore all’attuale. Che è in- vece proprio ciò che fanno molte proposte. Basta fare un giro sul Trovaoffer te sul sito dell’Autorità: alcune formule “fisse”, quelle con sottoscrizione online, danno risparmi apprezzabili. Altre però, spesso proprio quelle più pubblicizzate, bloccano il prezzo a un livello uguale o anche molto superiore al regolato. Un cliente tipo che sottoscriva oggi un’offerta Eni3 o Eni Fixa spenderebbe, a seconda della residenza, 40-60 euro in più all’anno rispetto al prezzo regolato, neu- tralizzando per intero il calo del 4% deciso dall’Autorità ad aprile e autoescludendosi da quelli futuri. Con Enel “Energia Sicura”il maggior esborso sale addirittura a 90 euro e arriva fino a 150 euro con “A Tutto Gas” di Sorgenia. Molte campagne promozionali sul prezzo fisso sono partite lo scorso au- tunno, quando alle imprese era già nota l’in tenzione dell’Autorità di riformare i prezzi. Meno certo però è che lo sapessero o lo sap- piano tuttora i consumatori. Interpellata sull’argomento Eni ha sottoli- neato attraverso un portavoce che “oltre alle offerte bloccate, che consentono comunque di fissare i prezzi per 2 o 3 anni a seconda dell’offerta per scommettere su un rispar- mio nel tempo, dà anche la possibilità di un risparmio immediato, con prezzi inferiori rispetto a quelli fissati dall’Aeeg, come per esempio le offerte Young, Link e Free”

LA PEDINA CIPRIOTA

Cyprus crisis protestor
Fonte altrainformazione.it 25/03/2013 attualità
THIERRY MEYSSAN
megachip.info
Washington è stata pronta a usare la crisi finanziaria cipriota per attuare la strategia di acquisizione di capitali che ho descritto tre settimane fa su queste colonne (1). Con l’aiuto della direttrice del Fondo monetario internazionale, la statunitense Christine Lagarde, ha rimesso in causa l’inviolabilità della proprietà privata nell’Unione europea e ha tentato di confiscare un decimo dei depositi bancari, in apparenza per salvare la banca nazionale cipriota colpita dalla crisi greca.
Va da sé che la finalità annunciata è solo un pretesto, poiché, lungi dal risolvere il problema, questa confisca – se dovesse essere attuata – non farebbe altro che peggiorarlo.
Una volta minacciati, i capitali rimanenti fuggirebbero dall’isola provocando il crollo della sua economia. L’unica vera soluzione sarebbe quella di cancellare i debiti anticipando il fatturato dello sfruttamento del gas cipriota. Sarebbe d’altronde più logico che il gas a buon mercato rilanciasse l’economia dell’Unione europea. Ma Washington ha deciso diversamente.

Gli europei sono invitati a continuare a procurarsi la loro energia a prezzi elevati nel Vicino Oriente, mentre il gas a buon mercato è riservato ad alimentare l’economia israeliana.

Per nascondere il ruolo decisionale di Washington, questa rapina in banca non è presentata come un’esigenza del FMI, bensì di una troika che include anche l’UE e la BCE. In questa prospettiva, la confisca sostituirebbe una svalutazione resa impossibile a causa dell’appartenenza alla zona euro. Solo che qui la svalutazione non sarebbe una politica di Nicosia, ma un diktat del padrone della BCE, Mario Draghi, l’ex direttore europeo della banca Goldman Sachs, che è appunto il principale creditore di Cipro.

La signora Lagarde, ex consulente legale del complesso militare-industriale USA, non sta cercando di danneggiare Cipro, bensì di mettere in allarme i capitali basati in Europa per poi pilotarli fino a Wall Street affinché rilancino la finanza USA.

Perché mai prendersela con quest’isola? Perché è uno dei pochi paradisi fiscali rimasti in seno all’Unione europea e perché i depositi presenti sono principalmente russi. Perché farlo ora? Perché i ciprioti hanno commesso l’errore di eleggere come nuovo presidente lo statunitense Nikos Anastasiades. Essi hanno così ripercorso gli stessi passi dei greci che, vittime dello stesso miraggio americano, avevano eletto come primo ministro lo statunitense Georgios Papandreou.

Questa bassa cucina non ha comunque funzionato. Il Parlamento cipriota ha respinto all’unanimità dei voti espressi la tassazione che confisca i depositi bancari. C’è qui un apparente paradosso. Il governo liberale vuole nazionalizzare un decimo dei capitali, mentre il Parlamento comunista difende la proprietà privata. Il fatto è che la nazionalizzazione non si farebbe a favore della comunità nazionale, bensì della finanza internazionale.

I consigli amichevoli hanno dunque lasciato il posto alle minacce. Si parla di escludere Cipro dalla zona euro, se i rappresentanti del suo popolo persistono nel loro rifiuto. Tuttavia, questo risulta difficilmente possibile. I trattati sono stati concepiti in modo che la zona euro sia un viaggio senza ritorno. Non è possibile lasciarla da soli, né esserne esclusi, a meno che non si lasci l’Unione europea.

Tuttavia questa opzione, che non era stata considerata da quelli che raccolgono il pizzo, è temuta da Washington. Se l’isola fuoriuscisse dall’Unione, verrebbe acquistata con appena una decina di miliardi di dollari da Mosca. Si tratterebbe di un pessimo esempio: uno Stato della zona di influenza occidentale che entrerebbe nella sfera di influenza russa, in un cammino inverso rispetto a tutto quel che abbiamo visto dopo la caduta dell’URSS. Sarebbe sicuramente seguito dagli altri Stati balcanici, a partire dalla Grecia.

Per Washington, questo scenario catastrofico deve essere evitato a tutti i costi. Pochi mesi fa, al Dipartimento di Stato fu sufficiente aggrottare le sopracciglia per far sì che Atene rinunciasse a vendere il suo settore energetico a Mosca. Questa volta, tutti i mezzi, anche i più anti-democratici, saranno usati contro i ciprioti se resistono.

La Russia finge di non essere interessata. Vladimir Putin ha trascurato le offerte vantaggiose di investimento che sono state fatte dal governo Anastasiades. Il fatto è che non ha intenzione di salvare gli oligarchi russi che avevano nascosto i loro capitali nell’isola, né l’Unione europea, che li aveva aiutati a organizzare la loro evasione fiscale. Dietro le quinte, ha negoziato un accordo segreto con Angela Merkel che dovrebbe consentire una soluzione finanziaria alla crisi, ma dovrebbe anche sfociare in una vasta rimessa in causa delle regole europee. Per inciso, lo Zar ha raccolto delle informazioni sorprendenti in merito agli investimenti russi nell’isola durante l’epoca Medvedev, informazioni che potrebbero essere utilizzate come mezzo di pressione sul suo inconsistente primo ministro.

Thierry Meyssan
Fonte: http://www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/rubriche/67-cronache-internazionali/10016-la-pedina-cipriota.html
Traduzione a cura di Matzu Yagi
1) http://www.megachip.info/rubriche/67-cronache-internazionali/9884-la-nato-economica-soluzione-usa-alla-crisi.html
Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano “Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla “Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”.

Cipro dice NO all’Europa. Pesante sconfitta per tutti i banksters Ue

coreldi: WSI Wall street Italia Pubblicato il 19 marzo 2013
Sussulto di dignita’ del parlamento di Nicosia: con 36 voti contrari e 19 astensioni, bocciato il prelievo forzoso sui depositi bancari, chiesto dalla troika come parte del piano di salvataggio da 17 miliardi di euro, pari al 140% del Pil. La Bce promette liquidita’. Ma l’Europa trema. Non possiamo non dirci ciprioti. NICOSIA (WSI) – Il parlamento di Cipro, con 36 voti contrari e 19 astensioni, ha bocciato l’introduzione di un prelievo forzoso sui depositi bancari bancari, una misura chiesta dagli altri partner dell’Eurozona e del Fondo Monetario Internazionale, per dare il via al piano di salvataggio di circa 17 miliardi di euro, pari al 140% del Pil.

Leggi anche:
Non possiamo non dirci ciprioti

”La Bce prende atto della decisione del parlamento di Cipro e resta in contatto con gli altri partner della Troika (Bce-Ue-Fmi,NdR). Ribadisce l’impegno a fornire tutta la liquidita’ necessaria nell’ambito delle attuali regole”, cosi’ la nota dell’Eurotower. Il comunicato arriva dopo il voto del parlamento di Cipro che ha bocciato il prelievo forzoso sui depositi bancari. Una misura richiesta dai partner dell’Eurozona e dal Fondo Monetario Internazionale come condizione per attivare il salvataggio del sistema bancario del paese.

Commenta l’utente di WSI Cheshire Cat:

… si riproverà con un altro piano, perchè il punto importante della questione non è (ancora) l’uscita di un paese dall’euro, cosa che l’UE tenterà di impedire in tutti i modi.

Il succo di questo voto è che per la prima volta un paese si è rifiutato di mettere in pratica un piano richiesto dall’UE (la quale ora cerca di disconoscerne la paternità, attribuendola al solo Anastasiades). Il che significa che i vari Tsipras, Grillo, Berlusconi, Moya etc. potranno invocare un precedente in cui un piano UE è stato rifiutato, o almeno rinegoziato (stanotte molta gente a Nicosia, Strasburgo e Berlino non va a letto).

Il che è di per sè clamoroso. Fino ad adesso la UE aveva sempre ottenuto quello che voleva. Ora questo evento rischia di essere come la battaglia di Ajn Jalut per i Mongoli (1265), l’assedio di Malta per gli Ottomani (1566) o la Battaglia aerea d’Inghilterra per i nazisti. Oppure, ricorrendo ad esempi più politici, la sconfitta sul divorzio per la DC (1974) o il primo arretramento dei comunisti alle elezioni (1979). Una prima battuta d’arresto.

Che ne presagisce altre…

:Leggi anche: Che succede adesso?

Gli aiuti servono per salvare un paese che paga la crisi del proprio sistema bancario, gravido di sofferenze verso la Grecia. Il prelievo forzoso doveva servire come contributo (5,8 miliardi) del paese alle spese del piano, ma le manifestazioni popolari contro questa misura, considerata un salvataggio delle banche, non a carico degli azionisti, ma dei clienti, ha indotto il parlamento alla marcia indietro. Il presidente cipriota Nicos Anastasiades ha invitato i partiti al dialogo, mentre le banche restano chiuse per evitare una nuova massiccia fuga di capitali dall’isola.

Si dovra’ tornare al negoziato, non solo tra i partiti ciprioti, ma anche con gli altri partner dell’Eurozona, l’Eurogruppo e’ convocato per venerdi’. Sembra di assistere al ”deja vu” del famoso Psi fatto sulla Grecia, quando i detentori di titoli di Stato ellenici furono chiamati, anche in modo forzoso, a condividere le perdite, innescando un calo di fiducia sui titoli di Stato dei paesi dell’Eurozona, divenuti all’improvviso suscettibili di ristrutturazione forzosa. Nel caso di Cipro si e’ optato per un prelievo forzoso sui depositi bancari che, oltre a favorire la fuga di capitali dall’isola, innesca un calo nella fiducia dei depositanti, che diventano oggetto di una ristrutturazione delle loro disponibilita’ liquide. Per ora l’Eurogruppo si e’ limitato a dire che il prelievo forzoso rimarra un ”caso unico”, ma lo stesso spartito era stato suonato per la Grecia.

I mercati finanziari di fronte a questo proliferare di ”unicita” oggi hann penalizzato i paesi periferici dell’Eurozona con significative flessioni per le borse di Milano (-1,5%) e Madrid (-2,2%) ed inevitabile aumento dello spread. Per i trader, Italia e Spagna hanno ancora le maggiori probabilita’ di entrare in stress finanziario, soprattutto se la recessione dovesse approfondirsi. In calo anche l’euro, sceso fino a sotto 1,29 sul dollaro, sui minimi da fine novembre.

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