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SE QUESTO È UN BAMBINO LEONARDO, 10 ANNI, CONTESO E LA VERGOGNA DELLA VIOLENZA DELLA POLIZIA


Fatto Quotidiano 12/10/2012 Di Sandra Amurri attualità C i avevano provato, due volte, a pre- levarlo da casa con i carabinieri. Il bambino, si è nascosto sotto il letto e hanno desistito. Così hanno deciso di “catturarlo” a scuola. Padre, agenti, assistenti sociali sono entrati durante la lezione esibendo il decreto. Hanno fatto sgomberare l’aula. Il bambino è rimasto solo. Atterrito ma non di- sposto ad arrendersi. Le mani attaccate al ban- co. Le urla sovrastano la campanella che nel frattempo inizia a suonare. Fuori le mamme attendono l’uscita dei figli tenendo per mano i fratellini. È il panico. Nessuno capisce cosa stia accadendo. Afferrano Leonardo per le gambe e le braccia e lo trascinano fuori sull’asfalto come fosse un randagio e loro gli accalappiacani. La mamma è al lavoro. La zia sente le sue grida: “Aiutami, aiutatemi”. E riprende la scena con il cellulare. L’impietoso video viene trasmesso da Chi l’ha Vi s to . La violenza delle immagini e delle parole resta appiccicata sugli occhi dei telespettatori. “Nonno, nonno”urla Leonardo mentre il padre lo tiene per una gamba aiutando gli agenti a metterlo in auto. “Aiuto, lasciatemi, non respi- ro, non respiro”, ripete mentre riescono a sbat- terlo nella macchina. “Lasciatelo stare non si mettono le mani addosso ai bambini, non si portano via i bambiniiiii”, ripete a squarciagola la zia mentre cerca di avvicinarsi a Leonardo. LA ZIA AVVERTE GLI AGENTI: “Finite in te- levisione” e li apostrofa “bastardi”. Il bambino sollevato di peso ripete “Bastardi”, poi “lurido verme, te e il governo”, a uno dei funzionari che lo sta tenendo. E continua a supplicare: “Aiu – tami zia, come faccio?” La zia: “Ma dove state nella Gestapo? Lei andrà in galera”La poliziotta risponde: “Lei andrà in galera”. Una voce urla: “Chiudi sta porta”mentre Leonardo, oramai sfi- nito ripete: “Non respiro, non respiro”. Chia- mate un’ambulanza”, urla la zia mentre si sente la voce della mamma che chiede trafelata: “Cosa è accaduto? Dove sta Leonardo?” La zia rispon- de: “Ombretta, è accaduto in due secondi, l’han – no portato via, lo hanno portato via”. La scena continua con la zia che chiede alla poliziotta: “Dov’è la sospensione? La sospensione è stata rifiutata?”. La donna, mani ai fianchi mostrando il distintivo della Polizia di Stato al petto rispon- de: “Sennò non saremo qua, è stata inammis- sibile, io non sono tenuta a dirle niente io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno”. Epilogo di una storia iniziata nel 2009 nel pa- dovano, quando i genitori si separano e il loro unico figlio, Leonardo, resta a casa con la mam- ma Ombretta, farmacista e i nonni. È un bam- bino sereno, il primo della classe, fa sport, quello in cui vive è un ambiente sano ma con il passare del tempo si rifiuta di vedere il padre nei giorni stabiliti dal giudice perché racconta che lo umi- lia, lo ridicolizza e quando si ribella per puni- zione lo rinchiude in uno sgabuzzino. La mam- ma cerca di mediare, chiede incontri protetti alla presenza di un educatore. Ma la situazione non migliora e il padre si rivolge al Tribunale dei Minori di Venezia che nomina il dottor De Ni- cola consulente tecnico d’ufficio. La diagnosi, che conferma anche 3 anni dopo in Appello è: Pas, “sindrome da alienazione genitoriale”. Vuol dire che Leonardo ha difficoltà a vedere il padre perché la mamma lo programma, quindi il suo racconto non è credibile e va “resettato” come si fa con un computer. L’ha inventata lo psichiatra americano Richard Gardner, morto suicida, che dei padri pedofili scriveva: “Non bisogna essere troppo punitivi nei loro confron- ti, in caso di abuso sessuale del padre sui figli, il padre non va allontanato da loro. La società do- vrebbe modificare l’attuale atteggiamento di condanna verso i pedofili e riconoscere invece il loro ruolo importante per la sopravvivenza della specie umana”. MA SULLA BASE DELLA PAS, il Tribunale dei Minori toglie la podestà genitoriale alla madre e decreta che prima di essere affidato al padre – di professione avvocato – Leonardo deve “disin – tossicarsi” come fosse un drogato, per un anno in una casa famiglia dove il padre può condurlo avvalendosi dei servizi sociali e delle forze di polizia ma che l’operazione deve “esplicarsi nel- le forme più discrete e adeguate al caso”. Intano il preside della scuola annuncia denuncie assieme ai genitori per l’assoluta mancanza di “discrezione”. E Leonardo si appresta a trascor- rere la sua seconda notte nella Casa famiglia dove gli è stata negata anche la visita del pediatra accompagnato dalla mamma. Il suo banco è rimasto vuoto. Leonardo, a 10 anni ha scoperto il volto oscuro della violenza che segnerà la sua vita e quella dei suoi com- pagni di scuola. Bambini che quando sentiran- no litigare i genitori sprofonderanno nella paura di fare la sua fine: essere prelevati da scuola e portati via anche da quegli agenti che dovreb- bero proteggerli.

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“Diaz” nelle sale, la Polizia chiede il silenzioUNA CIRCOLARE DEL DIPARTIMENTO RICORDA CHE INTERVISTE E PARTECIPAZIONI DEVONO ESSERE “C O N C O R D AT E ”


i Silvia D’Onghia e Malcom Pagani
La Polizia si incazza. Non solo nelle tragicomiche visio-ni fantozziane inflitte dagli impiegati ribelli al professor Guidobaldo Maria Riccardelli, teorico di Dreyer e cultore di Ejzenštejn. Ma nella realtà di
M A Z Z AT E Aun cinema tornato improvvisamente a interessarsi della verità storica. La circolare è del 15 marzo e, sulla carta intestata del Dipartimento Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, compaiono una quindicina di destinatari. Dalla Dia alle risorse umane, passando per la Stradale, l’antidroga e i Questori sparsi sui trecentomila chilometri di ter-itorio nazionale. I grandi capi avvertono tutti. Di film incentrati su una Polizia lontana dagli apologetici stereotipi televisivi, è meglio non parlare.
IL LINGUAGGIO è burocratico- ma come in una vecchia canzone il mattinale, quando vuole, si fa capire benissimo: “In concomitanza con la proiezione di numerose pellicole cinematografiche che affrontano la ricostruzione di eventi relativi ad attività di Polizia in situazioni ordinarie e straordina-ie, si ribadisce che qualsiasi intervista, partecipazione a convegni o dibattiti, va autorizzata da questo dipartimento”. Segue ulteriore postilla volta a recintare “ogni richiesta in tal senso” e così, il rischio di scorgere imbarazzo o veder volare dichiarazioni inopportune è preventivamente scongiurato. Se dal Dipartimento fanno sapere che la stretta dialettica è figlia delle molte proiezioni di “Aca b” (con annesso dibattito) fiorite nelle ultime settimane e non autorizzate, il sospetto (fortissimo) è che l’editto riguardi un altro film. “Diaz” di Daniele Vicari. Due ore secche per stile e narrazione che con rigore, attenendosi agli atti giudiziari e alle testimonianze dei presenti mette in scena il massacro avvenuto nella scuola genovese nel luglio del 2001 e i successivi orrori di Bolzaneto. Fino ad ora non ci aveva provato nessuno. E su Vicari e sulla sua impresa, par di capire, è meglio cali l’indifferenza. Pur lontani dal controllo statale dei funzionari di Ps sulla produzione cinematografica come nel Ventennio, è difficile negare che alle divise “Diaz” dia fastidio e provochi irritazione. Domenico Procacci di Fandango non ha trovato nessuno (Rai, Medusa, Telecom) che volesse affiancarlo nel progetto. Così ha cercato altrove (Romania, Francia) e messo il resto in proprio. Sette milioni di euro per raccontare – copyright Amnesty – “la più grave sospensione dei diritti in un Paese democratico dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”.
OSSERVANDO le immagini di “Diaz”, (premiato dal pubblico al Festival di Berlino) e i tutori dell’ordine trasformati in hooligans, si comprendono senza fatica gli imbarazzi della Polizia sul tema. Una violenza bestiale, senza ragioni o conseguenze per i protagonisti degli eccessi. Con il processo a forte rischio prescrizione e i comandanti in capo di quella notte ligure (pur condannati per falso) promossi di grado e funzione, meglio tacere che ricordare. All’epoca Manganelli non volle leggere il copione, ora il Dipartimento silenzia l’uscita. Per la Polizia di domani, a volte, uno slogan non basta.

Torino scontri a Porta Nuova


Prima la manifestazione pacifica poi gli scontri. Terminato il corteo pacifico e colorato, molti partecipanti sono rientrati in città con il treno. Arrivati …
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