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Italia: “taglio tasse non ora”, per Ocse “rischio di una nuova manovra”

corel
Fonte Wall Street Italia 2/05/2013 attualità
Non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale. Banche deboli, soggette a rischi sistemici. Paese ostaggio dei mercati. Tagliate stime Pil a -1,5%, debito/Pil balzerà al 134% in 2014. Se deficit risale oltre 3%, servirà manovra correttiva. Via l’Imu?: “prima ridurre tasse su imprese e lavoro”.
ROMA (WSI) – L’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil italiano per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% stimato a novembre. Il ritorno alla crescita non è previsto prima del 2014, con un +0,5%, anche se qualche segnale potrebbe arrivare anche a fine 2013. Secondo l’organizzazione, la priorità resta la riduzione del debito pubblico che nel 2014 arrivera’ al 134%. “Con un rapporto debito/Pil vicino al 130%”, il Paese, infatti, “rimane esposto all’umore dei mercati”. Sarebbe dunque meglio non avviare un taglio delle tasse in questo momento.

“I dati non sono affatto buoni” “non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale, anche perchè il Pil continua a scendere”. Non ci sono alternative. Poi il problema del rapporto debito Pil, che salirà al 131,5% nel 2013″.

Ancora, “l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo prevede che lo stesso deficit sia sotto il 3% altrimenti è chiaro che bisognerà fare qualcosa”: lo ha detto il capo economista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan, rispondendo alla domanda di un cronista che gli chiedeva se all’Italia sarà necessario attuare una nuova manovra correttiva.

Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria ha affermato che “una delle priorità in ogni paese, specialmente in questa fase, è la riduzione delle imposte sulle imprese e, per secondo, una riduzione delle tasse sul lavoro”: così ha risposto a chi gli chiedeva un commento sul dibattito in atto in Parlamento circa la revoca o il mantenimento dell’imposta sulla prima casa, ovvero l’Imu.

“La priorità è quindi la riduzione ampia e prolungata del debito pubblico” e i risultati ottenuti grazie alle recenti riforme strutturali “devono essere consolidati e sono necessarie ulteriori misure volte a promuovere la crescita e migliorare la competitività”.

L’Ocse rileva che nel 2012 è stata realizzata una importante azione di risanamento. Nonostante l`impatto a breve termine sulla produzione e i costi sociali generati, tali sforzi sono stati ricompensati da una maggiore fiducia dei mercati finanziari e hanno migliorato le prospettive a medio termine.

Il governo italiano si è giustamente adoperato a frenare l`aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil e a ricondurlo verso una traiettoria discendente, cercando allo stesso tempo come utilizzare al meglio le limitate risorse per proteggere le fasce di reddito più basse.

Per riuscirci, prosegue l’Ocse, occorre puntare a un bilancio pubblico in pareggio o leggermente in avanzo e attuare allo stesso tempo una serie di riforme strutturali tese a favorire la crescita e l`istituzione di un nuovo sistema d`indennità di disoccupazione.

Nuove restrizioni di bilancio avrebbero effetti transitori negativi sulla produzione, ma consentirebbero di ridurre il debito in tempi più rapidi e di attenuare, di conseguenza, il rischio di nuove reazioni negative da parte dei mercati finanziari.

Le misure di bilancio dovrebbero concentrarsi sul contenimento della spesa pubblica e un processo continuo di valutazione delle politiche pubbliche dovrebbe mirare a migliorarne l`efficienza.

Secondo l’Ocse è ugualmente possibile ristrutturare il sistema fiscale per ridurre le distorsioni, in particolare tramite la riduzione delle agevolazioni fiscali.

Sebbene il sistema bancario si sia dimostrato complessivamente solido, diversi istituti di credito hanno incontrato gravi difficoltà e il settore finanziario rimane esposto a rischi sistemici. Occorre quindi proseguire gli sforzi in atto per rafforzare l`adeguatezza patrimoniale e gli accantonamenti per perdite. Di questo parla anche il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, che sottolinea che: “faremmo di tutto per fare uscire il paese dalla recessione nel 2013, ma sarà difficile. Banche sono troppo deboli e sopratutto restano sottoposte a rischio sistemico”. (AGENZIE)

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IL TAGLIO DEL RATING Disoccupati e banche, incubo Pil (il declassamento di Fitch)

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Fatto Quotidiano 9/03/2013 Stefano Feltri attualità

Se voleva rassicurare non ci è riuscito del tutto. Il ministro dell’E- conomia Vittorio Grilli commenta il taglio del rating sul debito pubblico, deciso venerdì dall’agenzia Fitch, e dice: “Il Tesoro farà di tutto per mettere in sicurezza il nostro Paese”. Fitch ha ridotto il giudizio di affidabilità dell’Italia da A- a BBB+ per tre ragioni: lo stallo dopo le elezioni, la recessione è “una delle più gravi in Europa”, la ri- duzione del Pil che farà saltare gli obiettivi di bilancio (tutti in percen- tuale sul Pil, tipo il debito che arriverà al 130 per cento nel 2013) e perché un governo debole non riuscirà ad affrontare questo disastro. COME SEMPRE le agenzie di rating hanno un doppio ruolo: sono il termometro che misura la febbre dell’economia ma, misurandola, possono aggravarla. Secondo le analisi che si fanno in queste ore nelle banche d’affari, iltaglio del rating sveglierà un po’i mercati che osservano inebetiti l’Italia paralizzata dal voto. E quindi da lunedì ci si può attenere un po’ di ri- percussioni su spread e Borsa, anche Più che il termometro, il problema è però la febbre. Se ha ragione Fitch e nel 2013 il Pil crollerà dell’1,8 per cento, quasi il doppio di quanto previsto dalla Banca d’Italia, saranno guai seri. Dal la- to dei conti pubblici, il problema è il solito: le stime del governo sono ferme a -0,4, adattare a -1,8 o almeno a -1,5 significa rimettere in discussione i saldi preventivati (cioè accettare un deficit più alto). E se non si ottiene prima una deroga dall’Europa, si rischiano basto- nate dai creditori che ci vedranno come inadempienti e inaffidabili, dunque in- capaci di gestire un debito al 130 per cento del Pil. Ma di fare nuove manovre non se ne parla: anche i nostri creditori si preoccuperebbero, altri tagli e tasse (non scordiamoci che a luglio l’Iva salirà ancora) darebbero il colpo di grazia alla moribonda economia italiana. L’UNICA SPERANZA è che in Europa il timido ravvedimento delle istituzioni e dell’asse del rigore diventi un vero cambio di linea: non si possono snaturare vincoli codificati in trattati, regolamen- ti e direttive. Ma si possono approvare “pacchetti”di misure su giovani, occupazione, imprese che permettano di annacquare i tetti a debito e deficit. Nel caso dell’Italia il tema più urgente è quello dei pagamenti arretrati alle im- prese fornitrici della Pubblica amministrazione, tra i 70 e i 90 miliardi: bi- sogna pagarle emettendo debito pub- blico che però non non venga però con- teggiato ai fini dei parametri europei. Se ne parlerà al Consi- glio europeo di giovedì e venerdì, in cui l’Italia sa- rà sotto osservazione particolare. Ci sarà ancora Mario Monti, un po’ indebolito dalla campagna elettorale, e spetterà a lui convincere partner a dare fiducia a un Paese in confusione. I lenti tempi della politica sono diversi da quelli dell’economia. Se il Pil andrà a -1,8,sarà una catastrofe. I disoccupati sono già tre milioni, per fortuna la caduta del Pil negli anni della crisi non si è tradotta immediatamente dal lato dell’occupazione. Ma come nota l’Istat ogni mese la tendenza è preoc- cupante, anche chi non cercava lavoro ora ha finito i risparmi e ha bisogno di un reddito. Che non trova: per la Com- missione europea la disoccupazione nel 2013 arriverà al 12 per cento, 700 mila disoccupati in più in due anni. IL PROTRARSI della recessione mette a rischio anche il sistema bancario: a gennaio 2013 le sofferenze, cioè i pre- stiti che forse non saranno rimbor- sati, nei bilanci delle banche italiane erano 95,9 miliardi, calcola Bankitalia, il grosso nell’industria (24,5 miliardi) e nelle costruzioni (22,5). Sen- za ripresa e con una recessione più grave, quei soldi difficilmente torneranno indietro e le banche daranno sempre meno credito. E tutti quelli che tifano per una richiesta di aiuti internazionale avranno sempre più argomenti: un intervento di Bce e Fondo monetario per dare prestiti al- lo Stato e ripulire i bilanci delle banche. In cambio della rinuncia totale alla sovranità nazionale. Il prossimo governo avrà il suo bel da fare.

“NON AVREMO PIU’ SOLDI PER PAGARE LE PENSIONI” HA DAVVERO TORTO GRILLO ?

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>DI di FEDETRADE rischiocalcolato.it 4/02/2013 attualità

Nuovo affondo di Beppe Grillo che dice: “presto finiremo i soldi per pagare le pensioni”. Ennesima trovata populista, oppure vi è un fondo di verità in ciò che dice?

Per capire la veridicità delle affermazioni non ci rimane altro che prendere i dati ufficiali Istat e provare ad interpretarli. Gli ultimi disponibili sono relativi al 2010, anno rispetto al quale alcune condizioni economiche sono mutate. Nel 2011 l’Ocse aveva emesso un “alert” nei confronti del nostro Paese, poiché le pensioni rappresentavano il 14,1% del Pil. Siamo i più alti al mondo, dato che la media degli altri Paesi era del 7%. L’invito era a sostenere l’occupazione per gli over 50. Diciamo che la Fornero ha interpretato un po’ a modo suo il monito: ha alzato l’età pensionistica, lasciando in braghe di tela migliaia di esodati; troppo vecchi per lavorare e troppo giovani ritirarsi.
Incentivi all’occupazione? Impossibili. Il mercato attuale è talmente contratto da non riuscire ad assorbire nemmeno i giovani: il 38,7% è disoccupato e quasi 3 milioni di quelli occupati sono precari. L’andamento generale della disoccupazione è in costante crescendo: abbiamo raggiunto il record dell’ 11,7%. Non c’è quindi strutturalmente spazio per dare una speranza agli over 50.

Dal 2010 a oggi, come dicevo, le cose sono peggiorate: il Pil si è contratto e sempre più disoccupati e precari, con stipendi da fame, fanno sì che la platea contributiva vada tendenzialmente ad abbassare l’importo versato. Ecco perché nell’ultimo anno sono aumentate le trattenute nelle buste di chi ancora ha un lavoro stabilmente retribuito. Morale, se assumiamo come “fissi” i costi pensionistici del 2010, il Pil in diminuzione fa sì che il rapporto Pensioni/Pil sia presumibilmente crescente.

Qual’era la situazione nel 2010?
corelDI di FEDETRADE rischiocalcolato.it 4/02/2013 attualità

Il primo dato interessante riguarda il peso delle pensioni in rapporto alla ricchezza prodotta: il valore più basso a Bolzano, mentre quello più alto in Liguria. In generale il peso pensionistico sul Pil regionale è del 15,6% al Nord-Ovest, del 14,9% al Nord-Est, del 16,5% al centro e del 19,6% al Sud. Un primo risultato: il costo di chi percepisce un reddito senza lavorare è decisamente più alto al Sud rispetto alla ricchezza prodotta. Ogni 100€ di ricchezza prodotta 20€ servono per pagare le pensioni. La media italiana è di 16,6€.

Secondo dato interessante (evidenziato in giallo): nel Mezzogiorno quasi 2 milioni di pensioni sono di carattere assistenziale, cioè le cosiddette pensioni sociali erogate a tutti coloro, sopra i 65 anni, senza un reddito sufficiente per poter sopravvivere (generalmente, quindi, chi non ha versato sufficienti contributi durante la sua età lavorativa). Ecco, dunque, che lo Stato si fa carico di loro. Nel Mezzogiorno sono, come numero, molto prossimi all’intero Centro-Nord messo insieme.

Guardiamo ora il rapporto per regione delle pensioni sul Pil.
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I rapporti si mantengono costanti fino al 2008, salvo poi incrementare nel 2009. Questo è molto probabilmente dovuto al fatto che nel 2009 il nostro Pil si è contratto drasticamente. ll numeratore, dunque, del rapporto è diminuito e il rapporto stesso è aumentato. Un movimento simile sarebbe molto verosimile nel 2012, dato che abbiamo registrato un calo di prodotto interno del 2,7%.

Con quale importo si va in pensione? Fatto 100 l’importo medio in Italia, registriamo le seguenti distribuzioni:

Nel Lazio si registrano gli importi più alti (+15% rispetto al valore medio), seguiti dalla Lombardia. Il Veneto è in perfetta media e il Molise è un 20% sotto.

Ed ora il dato senza dubbio più interessante, ovvero l’indice di beneficio relativo, cioè il rapporto percentuale tra l’importo medio della pensione e il Pil per abitante. In poche parole ci dice se un pensionato ha un reddito in linea, più alto o più basso della ricchezza della regione.
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Sorpresi ? Ai primi posti ci sono tutte regioni del Sud. Tradotto in soldoni: i pensionati del Sud hanno un reddito sproporzionato rispetto alla ricchezza prodotta dalle loro rispettive regioni.
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In testa la Campania, poi Sicilia, Puglia e Calabria. Agli ultimi posti Valle d’Aosta, Bolzano, Emilia e Lombardia.

La tabella sopra espressa e quella relativa all’importo medio pensionistico non sono in antitesi tra loro; ci offrono anzi un dato significativo: un pensionato al Nord ha una pensione più alta di un corrispettivo al Sud ma disallineata per difetto rispetto alla ricchezza prodotta nel suo territorio. In Lombardia chi lavora ha un reddito tendenzialmente superiore rispetto ad un pensionato lombardo, in Campania vale il contrario.

E’ quindi chiaro che, soprattutto al Sud, la ricchezza prodotta non basta per reggere il peso delle pensioni erogate.

Sintetizzando i dati sopra discussi: nel 2010 ogni 100€ di Pil prodotti, 16,5 servivano per pagare le pensioni. Molti trattamenti pensionistici, soprattutto al Sud, sono di carattere assistenziale, quindi erogati a chi ha effettuato, o non ha effettuato del tutto, versamenti che gli garantiscano un reddito di sussistenza. Sempre al Sud i redditi pensionistici percepiti sono disallineati rispetto alla ricchezza prodotta nel territorio di appartenenza.

Il sistema è sbilanciato territorialmente e troppo costoso.

Ad oggi, visto il trend del Paese in degrado, il quadro potrebbe essere ancora peggiore.

Ha davvero torto Grillo?

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2013/03/non-avremo-piu-soldi-per-pagare-le-pensioni-

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