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Il Giro di Arcore (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 09/06/2013 Marco Travaglio.

Ci vorrebbe la buonanima di Adriano De Zan per raccontare col dovuto trasporto emotivo la gara in corso al Corriere per aggiudicarsi l’eredità dell’avvocato Ghedini, ormai appesantito e prossimo al ritiro dalle corse. In lizza ci sono le migliori lingue di Via Solferino, che si contendono la maglia azzurra in una corsa senza esclusione di colpi. L’ambìto trofeo pareva ormai appannaggio di Pigi Battista che, eccellente scalatore, aveva staccato il gruppone sullo Stelvio dei processi Ruby-1 e Ruby-2, contestando le requisitorie dei pm (in un processo per prostituzione si permettono financo di parlare di prostituzione) e conquistando il gran premio della montagna. Ma ecco, alla prima discesa, rimontare dalle retrovie un passista d’eccezione: Piero Ostellino. Che, profittando di una giornata di riposo del Battista e di un attimo di distrazione di De Bortoli, ha guadagnato varie posizioni piazzando addirittura due pezzi in un sol giorno. Pag. 60: “Quel giudizio espresso in tribunale che diventa accisa ideologica”. Pagina 61: “Maggiore controllo sulle libertà violate”. Il secondo, a causa dello sforzo profuso per il primo, è venuto così così: la solita difesa degli evasori italiani, minacciati dal noto “abuso della verifica fiscale”, insomma da uno “Stato di polizia” che “manco il fascismo”, diciamo pure da “forme più o meno occulte di totalitarismo” nel silenzio della stampa notoriamente dominata dai “manettari”. Molto meglio il primo, dedicato alle motivazioni della sentenza di condanna in appello per Paolo e Silvio B. per concorso in violazione del segreto, cioè per aver ricevuto la famosa intercettazione rubata tra Fassino-Consorte sul caso Unipol e averla fatta pubblicare dal loro Giornale in campagna elettorale sputtanando l’avversario politico. L’Ostellino in fuga giura di averle lette: visto il risultato, faceva meglio a evitare. Premessa: “Non intendo schierarmi fra innocentisti o colpevolisti”. Ma poi non riesce a tenersi e gli scappa: “pur di condannare Berlusconi si arriva a inventarsi un’accusa ideologica”. Cioè si schiera con gli innocentisti. Ma ciò che lo angustia, mentre l’auto civetta gli passa la borraccia, è “lo stato di salute”: non il suo, piuttosto cagionevole, ma “della giustizia in punta di logica e, se vogliamo, di filosofia del diritto”. Ecco: se vogliamo, lui è convinto che le sentenze debbano “aderire al senso comune”. E questa, perbacco, non aderisce. Almeno per chi, come lui, non ha la più pallida idea di cosa tratti.

L’accusa, confermata da gup, Tribunale e Corte d’appello, riguarda il furto della famosa bobina da parte di un funzionario della ditta privata che la incise, violando il segreto apposto dai pm che nemmeno la trascrissero perché era priva di rilevanza penale. Pubblicandola –scrivono i giudici- B. compì un’“efficace operazione mediatica”, dimostrando agli ignari lettori Ds “la capacità della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti”. È il movente del reato di violazione del segreto. E i giudici, com’è naturale, lo spiegano. Ma Ostellino è convinto che il reato sia la diffamazione a Fassino. Dunque si domanda perché mai i giudici abbiano scritto quella “sentenza surreale”, degna “dell’Inquisizione”, con un’“accusa ideologica” che “si concreta nei confronti di chiunque riveli le balle di chi le conta più grosse. E si chiede perché non abbiano condannato anche lui quando “dall’Urss scrivevo che il comunismo realizzato non era il ‘paradiso terrestre’ preconizzato da Marx, ma un inferno… diffamando oltre all’Urss anche il Pci”. La risposta sarebbe semplice: perché Ostellino non pubblicò intercettazioni segretate e rubate. Ma anche inutile: lui non sa nulla dei processi di cui scrive, ergo non capirebbe. In compenso sta insidiando la vittoria a Battista nel Giro di Arcore che si disputa nei corridoi di via Solferino. È il rush finale, siamo in dirittura d’arrivo. Dài Pigi, forza Piero, un ultimo sforzo, srotolate il vostro muscolo più sviluppato verso il traguardo! Pare proprio di vederle, le due superlingue protése sul filo di lana. Ci vorrà il fotofinish.

Piccoli Pigi crescono (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 08/06/2013 Marco Travaglio attualità.

giornalisti che non sanno nulla ma parlano di tutto sono un genere letterario sconosciuto nelle democrazie, dunque molto diffuso in Italia. Uno dei pulcini più promettenti della scuola di Pigi Battista è Claudio Cerasa. Siccome vive in clandestinità (scrive sul Foglio) ed è molto pettinato, è richiestissimo dalle tv. Negli ultimi giorni ha scoperto la trattativa Stato-mafia. Non ne sa niente, eppure, anzi proprio per questo, le ha dedicato due articolesse sul Foglio e nel suo blog col tipico zelo del neofita. Quella del Foglio è intarsiata da una vomitevole vignetta di Vincino, che definisce Nino Di Matteo (il magistrato in maggior pericolo di vita) “il pm del depistaggio dei primi processi Borsellino” (naturalmente Di Matteo non c’entra coi depistaggi su via D’Amelio, essendo arrivato a Caltanissetta a cose fatte). Per Cerasa invece la “presunta trattativa” e il relativo processo sono uno “spettacolo comico” e una “grottesca messinscena”. Ecco: lui ride molto; i parenti dei morti ammazzati nelle stragi un po’ meno. Purtroppo però esistono anche persone che sanno. Mori le ha additate ieri in tribunale: “Repici, Genchi, Travaglio, Pardi, Concita Di Gregorio, Amurri, Lo Bianco, Lodato” (nella black list c’è pure don Gallo, ma Mori si rassicuri: almeno il Don è morto). Il Cerasa, giustamente risentito con questa gentaglia che si permette di sapere, parla di “circo mediatico-giudiziario, pappagalli delle Procure, avvoltoi da talk show, pataccari”. Il sottoscritto poi “spara schizzi qua e là”. Invece il cocorito di Mori spara balle e basta. Sostiene che il papello di Riina è falso perché l’ha portato Ciancimino in fotocopia, non in originale, e poi Ciancimino ha fornito anche un documento taroccato su De Gennaro: non sa che la stessa Scientifica che ha smascherato il falso su De Gennaro ha periziato l’autenticità del papello. Certo, sarebbe meglio avere l’originale e magari anche la foto di Riina che lo detta: magari la prossima volta che i Ros lo arrestano, potrebbero gentilmente perquisirgli il covo, vedi mai che salti fuori qualcosa.

Ma Cerasa crede che il covo sia stato perquisito perché Mori è “stato prosciolto nel 2006 dalla Procura di Palermo dall’accusa di favoreggiamento per non aver perquisito il covo”. Ora, a parte il fatto che le Procure non prosciolgono (semmai i gup, ma qui il gup rinviò a giudizio Mori e De Caprio, poi assolti dal Tribunale), Cerasa potrebbe sforzarsi di leggere almeno 2-3 righe della sentenza: scoprirebbe che ha stabilito che i due ufficiali non perquisirono il covo, lasciandolo svuotare dalla mafia e ingannando la Procura, ma non c’è prova che l’abbiano fatto per favorire la mafia. In compenso – scrive il Tribunale – andrebbero puniti disciplinarmente per l’incredibile svarione investigativo: in un altro paese li avrebbero mandati a dirigere il traffico, da noi furono entrambi promossi. Poi c’è la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel ’95: ma lì, assicura Cerasa restando serio, “l’operazione era stata organizzata per fare solo dei rilievi fotografici”. Mica scemi, i ragazzi: invece di arrestare il boss più ricercato del mondo, gli han fatto delle foto e se le sono appese in ufficio. Furbi, loro. Ora non vorremmo procurare al Cerasa un’ernia al cervello con troppe notizie vere tutte insieme, ma se ci riesce dovrebbe leggere queste poche righe sull’estate ’92: “Iniziai a parlare con Cianci-mino: ‘Cos’è questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’… Lui disse: ‘Si può, sono in condizioni di farlo’… Restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Al quarto incontro mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina e Provenzano, ndr) accettano la trattativa’…”. Tieniti forte, Cerasa, e fai un bel respiro: chi parla è il tuo amico Mori davanti ai giudici di Firenze. Vabbè, dai, ti andrà meglio un’altra volta. E comunque tranquillo: farai carriera.

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