Archivi Blog

IMU, 3 MILIARDI IN DUE MESI PER SALVARE IL GOVERNO LETTA

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 07/11/2013. Marco Palombi attualità

ALFANO MINACCIA: LA SECONDA RATA SULLA CASA VA ABOLITA. I CONTI DEL 2013 GIÀ BALLANO: VERSO LA STANGATA DI NATALE SU ACCISE E ANTICIPI DELLE TASSE.

Servono tre miliardi in due mesi per tenere in vita il governo Letta: è il prezzo del riscatto, per così dire, della seconda rata dell’Imu più i soldi per finanziare la Cassa integrazione per gli ultimi mesi del 2013. Senza l’abolizione completa della tassa sulla prima casa, infatti, l’esecutivo perde per intero il Pdl, Angelino Alfano compreso, senza gli ammortizzatori sociali si rivolta il Pd. Spese improrogabili, insomma, che valgono per la precisione circa 2,8 miliardi: poco più di 2,4 serviranno per compensare l’Imu, almeno 330 milioni se ne andranno per la Cig. “Trovare le coperture è difficile”, aveva mandato a dire Fabrizio Saccomanni da Londra. A seguire, come al solito, il ministro del-l’Economia è diventato il bersaglio dei berlusconiani e ha finito per essere smentito dai suoi colleghi di governo: prima dal suo viceministro Fassina, poi da un perentorio Alfano (“la seconda rata non si paga”). Il ciellino Maurizio Lupi è stato il più chiaro: “Qualunque governo, ma in particolare il nostro, non può permettersi, laddove ha preso degli impegni formali, di non mantenerli”. Tradotto: qua rischiamo di andare a casa. Il problema, insomma, è dove e come trovare i soldi: nuovi aumenti di tassazione (anche indiretta come le accise) non sono digeribili dalla maggioranza, su ministeri e enti locali già gravano i tagli della “manovrina” correttiva da 1,6 miliardi di inizio ottobre, l’unica strada è dunque trovare entrate straordinarie a compensazione.

AL TESORO, come sempre, vagliano ogni possibilità, ma stavolta il livello di astrazione delle proposte rischia di connettere direttamente la scrittura del bilancio pubblico con la metafisica. Al ministero, intanto, cercano di ridurre il danno: hanno presentato simulazioni per escludere dal beneficio i terreni agricoli e alcune categorie di case assimilabili a quelle di lusso (che pagano). In questo modo il costo da coprire risulta di 1,8 miliardi, cioè circa 650 milioni in meno rispetto alla “promessa” fatta da Enrico Letta in Parlamento (ma esistono anche versioni da trecento milioni): c’è, però, il problema che il Pdl di un’operazione di questo genere non vuole sentir parlare. Le fonti di finanziamento straordinario sono altrettanto ballerine. C’è chi pensa, ad esempio, all’incasso derivato da quel regalo alle banche che va sotto il nome di “rivalutazione delle quote di Bankitalia”: se il valore fissato fosse sette miliardi, come anticipato da Saccomanni, la tassazione delle plusvalenze porterebbe all’erario 1,3 miliardi circa. Problema: difficile incassare nel 2013 anche perché serve il via libera preventivo di Bruxelles. C’è chi pensa poi alle eterne dismissioni: qualche introito è possibile se si tratta di svendere – all’improvviso e con basse quotazioni – le partecipazioni azionarie come quelle in Eni (che comunque, ha detto Enrico Letta ieri sera, saranno vendute comunque), ma se si pensa invece agli immobili lo spazio è abbastanza esiguo anche ricorrendo alla consueta partita di giro della vendita a Cassa depositi e prestiti. Assai quotata, infine, l’ipotesi di aumentare gli anticipi Ires e Irap (oggi al 101 per cento) per gli istituti finanziari.

Tutto fa brodo, come si vede, per salvare le larghe intese da loro stesse, ma il problema vero è che i conti 2013 già ballano per conto loro, anche senza lo scoglio dei tre miliardi da trovare. Già le coperture per abolire la prima rata sono infatti assai dubbie: un miliardo e mezzo, infatti, doveva arrivare alle casse dello Stato tramite la sanatoria per le concessionarie delle slot machine e dagli introiti Iva dei pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione. Difficile: il minicondono, per dire, è già scaduto e solo metà delle aziende che avevano evaso ha aderito (mancano almeno 260 milioni). Pure sui debiti della P.A. il risultato è assai dubbio, almeno per il 2013: secondo il sito del Tesoro, infatti, su 27,2 miliardi teorici ne sono ad oggi stati erogati agli enti pagatori circa diciotto (altri 3,5 miliardi sarebbero in arrivo), di cui solo 14 effettivamente pagati.

QUINDI l’Italia non rispetterà i vincoli di bilancio? Non sia mai, ha messo le mani avanti il commissario Ue Olli Rehn: “Nel caso, il governo dovrà far scattare la clausola di salvaguardia”. Espressione complessa che però indica una cosa sola: aumenti di varie accise (da definire con apposito decreto) e degli anticipi Ires e Irap da riscuotere in tutta fretta entro il 31 dicembre. La mazzata di Natale.

Berlusconi, stop a primarie e congresso “Non pensiate che io sia finito

le-posizioniFonte Da La Repubblica del 14/10/2013. CARMELO LOPAPA attualità
Il Cavaliere frena Alfano e Fitto: “Sono stufo di questa guerra”
Il centrodestra.

ROMA— Fine delle ostilità. Silvio Berlusconi prova a imporre lo stop. Interviene in serata con poche righe, un concentrato di irritazione e stanchezza, dopo l’ennesima giornata combattuta dai due schieramenti che ormai si fronteggiano nel partito a colpi di dichiarazioni e interviste.
Decisione presa dal Cavaliere ad Arcore nel tardo pomeriggio, d’intesa col portavoce Paolo Bonaiuti, tra i (pochi) mediatori nella battaglia campale di queste ore. Il centralino di Villa San Martino è stato preso d’assalto per l’intero fine settimana. «Basta polemiche improduttive, sulle agenzie di stampa leggo troppe dichiarazioni di troppi esponenti del Pdl — scrive l’ex premier nella nota — E invito tutti a non proseguire in questa direzione del tutto improduttiva. Le diverse opinioni si devono confrontare non sulle agenzie di stampa e sui giornali, ma attraverso una serena dialettica all’interno dei luoghi delegati del nostro movimento ». Luoghi delegati, scrive. Che, stando a chi ha parlato di recente
con Berlusconi, potrebbero coincidere con il Consiglio nazionale Pdl, da convocare non ora, non subito. Il leader prima vuole lasciar decantare le tensioni interne ormai giunte al punto di rottura. Ma guai a insistere sul congresso, come fa da giorni Fitto, o sulle primarie, come fanno adesso Alfano e Lupi. «Vogliono le primarie perché mi considerano già finito, ma si renderanno conto che non è così», ha commentato un Berlusconi provato ma non domo, in uno dei colloqui telefonici con cui ha cercato di tenere sotto controllo la situazione. Sfoghi in cui non sono mancate amare considerazioni sull’ala governativa: «Sono ormai in mano a Cl», a Comunione e liberazione, dice alludendo al peso della cordata Lupi-Formigoni, molto lombarda e molto ciellina appunto. Ma ce l’ha anche con Fitto che sta tirando «troppo» la corda col rischio di spezzarla. Il Cavaliere li ha lasciati sfogare per giorni, ora vuole dimostrare di essere ancora l’unico in grado di tenere tutto a bada, tutti insieme. Ma non è più come prima, gli equilibri sono
cambiati.
A indispettire Berlusconi, in ultimo, è stata proprio l’insistenza sulle primarie. Dopo il vicepremier che aveva ripescato l’idea due giorni fa da Prato, ieri da Sky proprio il ministro Maurizio Lupi ha riacceso la bagarre: «Noi siamo stati quelli che un anno volevano le primarie, quando sembrava che Berlusconi non
dovesse più scendere in campo. È il più innovativo, rispetto a tessere e congressi, per scegliere un nuovo leader, se Berlusconi non si ricandiderà, e anche una nuova classe dirigente». È mezzogiorno e da quel momento si scatena una pioggia di reazioni contrarie di “lealisti” vicini a Fitto, comunque berlusconiani che invocano l’azzeramento dei vertici.
Rotondi, Gelmini, Bernini, Carfagna, tra gli altri, oppongono il loro «no alle primarie, tutti i poteri a Berlusconi». Alfano e i suoi tornano sul piede di guerra, si sentono assediati, nuove fibrillazioni e rischio scissione che torna ad aleggiare. È a quel punto che il Cavaliere decide di intervenire. «Parecchio stufo della guerra interna» spiegano. Per nulla intenzionato a rientrare a Roma per sorbirsi nuove riunioni, a quanto pare. Forse lo farà a metà settimana, ma non è scontato.
Anche perché le posizioni restano immutate. Alfano e Fitto ai ferri corti. In serata, il capogruppo Brunetta a Che tempo che fa da Fazio, fresco di passaggio al fianco dei governativi, getta acqua sul fuoco: «Non faremo regalo agli avversari. Fino a quando ci sarà Berlusconi, questo partito resta berlusconiano». Il Cavaliere invece è già storia passata, a sentire il sindaco di Verona Flavio Tosi, intervenuto ieri alla
Repubblica delle Idee a Venezia. Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, è il vincitore nel braccio di ferro con l’ex premier Berlusconi, dice: «A livello di governo, e quindi di peso in Parlamento, l’ha già spuntata Alfano. Perché Berlusconi, oltre a sbagliare politicamente la mossa, non condivisa neanche dagli elettori di centrodestra, di far cadere Letta per la questione della sua decadenza, ha anche perso la battaglia parlamentare. Siccome in Parlamento Berlusconi ha perso, è chiaro che una ricomposizione nel Pdl è assolutamente impossibile ». Lo stesso Tosi sponsorizza (come Alfano) le primarie, pronto a candidarsi anche lui «alla guida del centrodestra».

Report del 07/10/2013 – tra il dire e il fare – la puntata.

untitledFonte Da unoenessuno.blogspot.it 07/10/2013 attualità
I servizi trasmessi ieri sera da Report hanno letteralmente demolito il decreto del fare, l’insieme di leggi sventolate dal governo per giustificare la sua esistenza e prontamente tirate fuori quando si rinfaccia ai ministri il loro non aver fatto nulla.

Di quello bisognerebbe parlare, oltre che della vergogna delle leggi sull’immigrazione, dell’ennesimo scandalo che riguarda un politico (prontamente nominato a capo di una commissione) di maggioranza.

Tra il dire e il fare: mai titolo è più calzante. Tutte le parti che i giornalisti di Report hanno esaminato partono da buoni principi, ma dietro, appena si gratta la superficie della crosta, viene fuori il marcio.

Le nomine pubbliche devono essere valutate in base a curriculum, devono essere vagliate da una commissione, ci saranno cacciatori di teste che selezioneranno i migliori manager al mondo.
E invece .. Ciucci confermato all’Anas, Moretti, Scaroni e Conti rispettivamente a Trenitalia Enele e Eni. Nonostante i tre rinvii a giudizio (per reati ambientali e disastro ferroviario).
Ciucci è quello dei contratti capestro per il ponte sullo stretto, per cui dovremo pagare delle penali alle società che hanno preso gli appalti senza aver fatto nulla.
Eni e Enel non navigano in buone acque, eppure gli stipendi dei loro manager non sono corrispondenti ai risultati.
Scaroni è passato da 4,8 a 6,4 milioni di euro dal 2011 al 2012.

De Gennaro è stato nominato amministratore di Finmeccanica senza avere competenze specifiche, è stata solo una scelta politica. Bisignani docet, con buona pace del povero Fassina, costretto all’ennesima figuraccia (“oggi abbiamo trasparenza“, dice).

La riforma del Catasto servirà ad evitare le sperequazioni sulle rendite catastali tra comune e comune: sperequazioni che significa che se a Palermo il valore medio dell’IMU è di 30 euro, la differenza rispetto alle altre città del nord la deve mettere lo stato centrale.
Serve la riforma del catasto per rivalutare le case dei centri storici delle città, Milano e Roma, che oggi hanno valori quasi inferiori ai quartieri periferici.

A Milano e a Monza sono riusciti a creare un polo catastale: la nuova mappatura delle case, nel centro città, ha fatto risparmiare al comune 1 milione di euro.
Sarebbe forse il caso di affidare la revisione del catasto anche agli enti locali, visto che sono loro che oggi fanno la riscossione crediti per lo stato centrale.

Ma non sarà così: l’agenzia delle entrate ha assorbito quella del territorio: possiamo solo sperare che tra cinque anni (tanti ne serviranno) certe storture siano aggiustate.

Indennizzi sui ritardi della ppaa: altra legge sbandierata come fosse una riforma epocale.
il privato che ritiene di aver subito un ritardo per una pratica può chiedere un indennizzo per un tetto massimo di 2000 euro. Col rischio però di dover subire un ricorso da parte del Tar e di dover pagare pure.
E’ contorto, lo so.
Ma questo è quanto hanno partorito i ministeri della pubblica amministrazione, quelli che ora sappiamo essere, per loro stessa ammissione, composti da incompetenti.

La “burocrazia zero” è un’altra bufala. Semplicemente non esiste, se non sulla carta.
D’Alia invita a parlare con Zanonato (ma non è lui il ministro della semplificazione?).
Zanonato non sa nulla.

I debiti della pubblica amministrazione verranno pagati tramite rincari delle tasse locali: rincari imposti alle regioni, se vogliono accedere ai mutui concessi dalla Cassa depositi e prestiti.

I fondi per i rinnovi macchinari ci sono: sono 5 miliardi sempre anticipati dalla Cdp (i nostri libretti postali).
Peccato che poi a concedere i prestiti siano le banche, che in questi anni hanno chiuso il rubinetto dei prestiti: dice banca d’Italia che siamo a -41 miliardi.

E ci sono ancora i 12 miliardi, stanziati nel 2009 per le imprese e non ancora erogati. Lì fermi nei ministeri.

La mediazione: non sappiamo chi controllerà i mediatori e gli enti di formazione.
C’è il rischio concreto che si creino situazione di conflitto di interesse (enti di mediazione dentro studi di avvocati e commercialisti).
Non ci saranno ispezioni, spiega il sottosegretario Ferri.
E attorno alle società che sono state accreditate per fare mediazione, ci sono troppe strane amicizie politiche.
Presso E-Campus insegna Dell’Utri, il figlio di Schifani ed è considerato un ente vicino a Berlusconi.

Tra le società accreditate anche la Camera di conciliazione SRL:

La prima riforma sulla mediazione civile obbligatoria, l’ha fatta nel 2010 Angelino Alfano quando era ministro della Giustizia. È allora che vengono accreditati centinaia di enti di mediazione. Tra gli altri c’è anche l’organismo Camera di Conciliazione Srl. Questi i soci : Luigi Laudicina, nipote dell’ex segretario generale della Camera di
Commercio di Trapani Filippo Sparla, il cui nome era negli elenchi della loggia massonica segreta Iside 2; Gaetano Vita, presidente del Collegio dei Revisori della Camera di Commercio di Trapani, la Confcommercio trapanese; e infine Daniela Pace, figlia di Pino Pace, presidente sia della Confcommercio che della Camera di Commercio di Trapani.

Chi è stato il braccio destro di Pace? Alessandro Alfano, fratello di Angelino, ex segretario generale di Unioncamere Sicilia e anche della Camera di Commercio di Trapani. Ed era proprio Alfano il responsabile di Unioncamere Sicilia del progetto per promuovere la mediazione civile.

Un caso?

L’agenda digitale: quest’anno avremo 20 milioni di euro un meno per la barda larga. Tanto non riusciremo a spenderli, rassicura il ministro.
Forse facevano comodo al comune di Conca Casale dove, quando piove, non funziona più internet, sono tagliati fuori dal mondo.
Per il fascicolo sanitario elettronico il governo ha stanziato solo 10 ml di euro: sempre D’Alia, invita il giornalista a rivolgersi alla Lorenzin (ministero salute), perché non ne sa nulla.

Se il settore sanitario fosse informatizzato ci sarebbe un risparmio di 6,5 miliardi.
Risparmieremmo 995 milioni/mese se solo le banche dati sparse tra enti locali e amministrazione centrale si parlassero.
Se riuscirebbe ad incrociare i dati, per fare una vera lotta all’evasione, per i controlli fiscali.

Incentivi ai giovani: il governo Letta ha strappato all’Unione Europea 1,5 miliardi per incentivare le assunzioni di giovani (sotto i 29 anni).
Peccato che non sappiamo come spenderli: non per i centri per l’impiego, sicuramente.
Tra l’altro non abbiamo speso (Stato e regioni) da 5 a 7 miliardi di fondi sociali in questi ultimi anni.
Rischiamo di avere questi fondi, che però non produrranno nessun beneficio per l’occupazione.
Questo perché per anni, si sono pianificate riforme sul lavoro, ma non sono mai state fatte politiche sul lavoro.

Da unoenessuno.blogspot.it

Lacrime di coccodrillo (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 29/09/2013. Marco Travaglio attualità
Da qualche tempo a questa parte, appena prende la parola, il che gli accade ormai di continuo, in una logorrea esternatoria senza soste, anche due volte al giorno, prima e dopo i pasti, il presidente della Repubblica piange. È una piccola variante sul solito copione: il monito con lacrima. A questo punto mancano soltanto le scuse al popolo italiano, unico abilitato a disperarsi per lo schifo al quale è stato condannato da istituzioni e politici irresponsabili. Cioè responsabili dello schifo. L’altro giorno, mentre Letta Nipote garantiva agli americani che il suo governo era stabile e coeso come non mai e B. raccoglieva le firme dei suoi 188 servi in Parlamento per minacciare di rovesciarlo, Napolitano definiva “inquietante” la pretesa del Caimano di condizionarlo per fargli sciogliere le Camere e interferire nei processi giudiziari. E lo dice a noi? Sono anni e anni che lui, non noi, corre in soccorso dell’Inquietante non appena è in difficoltà. Lo fece nel novembre 2010, quando Fini presentò la mozione di sfiducia al governo B. e lui ne fece rinviare il voto di un mese, dando il tempo all’Inquietante di comprarsi una trentina di deputati. Lo rifece nel novembre 2011, quando B. andò a dimettersi per mancanza di voti alla Camera, e lui gli risparmiò le elezioni anticipate, dando il tempo all’Inquietante di far dimenticare i suoi disastri quando i sondaggi lo davano al 10 per cento. Lo rifece quest’anno, dopo la batosta elettorale di febbraio (6,5 milioni di voti persi in cinque anni): prima mandò all’aria ogni ipotesi di governo diverso dall’inciucio, tappando la bocca ai 5Stelle che chiedevano un premier fuori dai partiti; poi accettò la rielezione al Quirinale, sostenuta fin dal primo giorno proprio da B., quando ancora Bersani s’illudeva di liberarsi della sua tutela; infine impose le larghe intese, in barba alle promesse elettorali di Pd e Pdl, e nominò premier Letta Nipote che, come rivela Renzi nel suo libro, era stato scelto da B. prim’ancora che dal Pd. L’idea di consultare gli elettori gabbati per sapere che ne pensavano (come si appresta a fare l’Spd con un referendum fra i suoi elettori prima di andare a parlare con la Merkel), non sfiorò nessuno. Tanto i giornaloni di destra, centro e sinistra suonavano i violini e le trombette sulla “pacificazione” dopo “vent’anni di guerra civile”. E B., semplicemente, ci credette: convinto che Napolitano e Pd l’avrebbero salvato un’altra volta. Il Fatto titolò: “Napolitano nomina il nipote di Gianni Letta”. Apriti cielo. A Linea notte Pigi Battista tuonò contro quel titolo “totalmente insensato, eccentrico, bizzarro, non certo coraggioso” perché “non riconoscere che Enrico Letta sia una figura di spicco del Pd e scrivere che la sua unica caratteristica è essere nipote di Gianni Letta è una scemenza. Non vorrei che passasse l’idea che ci siano giornali, come il Corriere su cui scrivo, accomodanti e trombettieri, e altri che dicono la verità, sono coraggiosi, stanno all’opposizione”. Ieri il coraggioso Corriere su cui scrive Battista pubblicava le foto di Enrico e Gianni Letta imbalsamati che sfrecciano sulle rispettive auto blu dopo l’incontro al vertice di venerdì, quando “a Palazzo Chigi arriva anche lo zio di Enrico, Gianni Letta. Incontri non risolutori, che preparano il colloquio delle 18 al Quirinale”. C’era da attendersi un puntuto commento del coraggioso Battista per sottolineare quanto fosse insensata, eccentrica, bizzarra questa simpatica riunione di famiglia fra il premier e lo zio, sprovvisto di qualunque carica pubblica, o elettiva, o partitico, che ne giustificasse la presenza a Palazzo Chigi. L’indomani Napolitano lacrimava alla Bocconi perché B. ha “smarrito il rispetto istituzionale”. Perché, quando mai in vent’anni l’ha avuto? Per smarrire qualcosa, bisognerebbe prima possederla. Intanto il ministro Franceschini, in Consiglio dei ministri, si accapigliava con Alfano: “Voi volete solo salvare Berlusconi!”. Ma va? E quando l’ha scoperto? Infine ieri, mentre tutti parlavano di fine del governo e di “punto di non ritorno”, Napolitano dimostrava che il punto di non ritorno non esiste, la trattativa Stato-Mediaset è più che mai aperta: infatti chiedeva, eccezionalmente a ciglio asciutto, “l’indulto e l’amnistia”. Ma sì, abbondiamo. Così sparirebbero per incanto i processi Ruby-1 e Ruby-2, De Gregorio, Tarantini, Lavitola, la sentenza Mediaset e tutti i reati commessi da B. ma non ancora scoperti. I detenuti perbene dovrebbero dissociarsi e rifiutare di diventare gli scudi umani per B.&N., a protezione del sistema più marcio della storia. Essi sì avrebbero diritto a versare qualche lacrimuccia. Invece in Italia lacrimano solo i coccodrilli: chi è causa del nostro mal, piange al posto nostro.

Caccia alla “stampella” Conta al Senato senza Pdl

20130723_51068_fuochi1Da Il Fatto Quotidiano del 28/09/2013. Paola Zanca attualità
IL PD MINACCIA: “LA MAGGIORANZA SI TROVA”. IPOTESI ESECUTIVO DI MINORANZA MA C’È ANCHE CHI RICORDA CHE MONTI HA RETTO GLI AFFARI CORRENTI PER 5 MESI.

Lo spauracchio, nemmeno troppo velato, lo agita un autorevole esponente dei senatori democratici. Dice che una maggioranza, Pdl o no, si deve trovare. E si troverà. Non solo perché il Porcellum passerà solo a dicembre il vaglio della Corte Costituzionale, ma perchè se si torna a votare con la legge firmata da Calderoli, ci si ritrova al punto di partenza: senza vincitori (o peggio ancora con i grillini in testa), condannati alle larghe intese. Così, la caccia al senatore è già aperta. Non deve necessariamente votare la fiducia all’esecutivo di scopo. Può anche semplicemente fare in modo che nasca “un governo di minoranza” . Se ne era discusso a lungo, già ai tempi dell’esploratore Bersani. Poi, Napolitano disse che, di soluzioni rattoppate, non era aria. Ma adesso sono passati sei mesi, tante cose sono cambiate e ci si può persino accontentare.

ACCORDI PREVENTIVI non sono ancora stati siglati, ma basta questa minaccia a mettere il Pdl di fronte alle sue responsabilità: con o senza di voi, si va avanti comunque. Non si tratterebbe, almeno questo è il messaggio che fanno filtrare i più vicini al premier, di un Letta-bis: l’attuale primo ministro non ha intenzione di intestarsi nessun prosieguo. Piuttosto, un esecutivo nato di nuovo sotto l’egida di Giorgio Napolitano, pronto a verificare l’esistenza di nuove “maggioranze”. I numeri con cui costruire la nuova intesa contano già alcune prese di posizione pubbliche. C’è Paolo Naccarato, con la pattuglia di 10 senatori di Gal (Giulio Tremonti, a dire il vero, si tira fuori) che non ha intenzione di seguire i vecchi amici pidiellini e annuncia “tradimenti” illustri (al momento, al Senato, non hanno firmato le dimissioni in bianco Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello). Ci sono i 4 ex senatori grillini, che tutti danno già per acquisiti, ci sono altrettanti dissidenti M5S che di fronte a un governo finalizzato a cambiare la legge elettorali sarebbero pronti a fare il grande salto. Non hanno gradito che il capogruppo uscente Nicola Morra abbia liquidato come un “bluff” le dimissioni dei Pdl. Scrive Luis Orellana: “Sarà vero o no. È poco importante. È importante invece proporre una soluzione seria e responsabile al Paese e capire chi ci sta”. Ci starebbero i senatori di Sel (sono 7): ieri è stato lo stesso Nichi Vendola a invocare un esecutivo per “cancellare il Porcellum e avviare l’Italia verso la ripresa”. La Lega invece è secca: “Se la scorsa volta ci siamo astenuti, stavolta voteremo contro”, spiega il capogruppo a palazzo Madama Massimo Bitonci. Sa anche lui che le elezioni subito non sono realistiche. Ma sostiene che si può tirare avanti fino a febbraio anche “a Camere sciolte”.

SEMBREREBBE una follia, invece, non è detto che non stia in piedi. Tra le ipotesi che lo stesso entourage lettiano non esclude, c’è quella di una “lunga gestione degli affari correnti”. Tradotto, significa che lunedì o martedì Letta esce sfiduciato dal Parlamento. Napolitano avvia le consultazioni e perde un discreto tempo alla ricerca di nuove soluzioni. Alla fine però, il Quirinale si trova costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni al massimo entro 70 giorni. Il Parlamento può comunque legiferare e addirittura si cita un caso scuola in cui il Presidente potrebbe autorizzare il governo ad emanare un decreto in maniera elettorale. Fantascienza, pura teoria. Eppure c’è chi fa notare che la lunga gestione degli affari correnti ha un precedente molto ravvicinato. Di mezzo ci sono state le elezioni, ma Mario Monti ha sbrigato l’ordinaria amministrazione dal 9 dicembre al 28 aprile: quasi cinque mesi.

Bufala Ue sui giudici da punire

LA DESTRA TRAVISA UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE SULLA RESPONSABILITÀ DEI MAGISTRATI
Fatto Quotidiano 26/09/2013 di Antonella Mascali attualità È bastato che la Commissione Ue aprisse una seconda procedura di infrazione per la “blanda”responsabilità di- retta dello Stato nei confronti dei cittadini, che hanno subito un provvedimento ingiusto, perché il Pdl invocasse la respon- sabilità civile, diretta, dei magistrati, per l’ennesima volta. Pure l’alleato di governo, il Pd, annuncia che presenterà “nei prossimi giorni” (bisognerà capire come, vista la situazione politica) una modifica della legge attuale. IN REALTÀ, la Commissione europea non ha parlato dei magistrati. Lo spiega il pre- sidente del Csm Michele Vietti: “Bruxelles si limita a constatare che l’Italia non ha dato seguito alla senten- za di condanna della Corte di Giustizia Ue. Ribadiva la responsabilità diretta dello Stato nei confronti del cittadino, che non può essere limitata ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ma deve essere ampliata a tutti i casi di erronea applicazione della nor- ma comunitaria”. Al Fatto , il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, rilancia: “Si vuole strumentalmente far dire all’Europa ciò che non ha mai detto sui magistrati”. Ri- corda che “non solo nei paesi europei non esiste l’azione diretta, ma il Consiglio d’Europa, con una raccomandazione del 2010, ha escluso l’ammissibilità di qualsiasi for- ma diretta di responsabilità civile per evitare che il magistrato possa essere chiama- to in causa in modo indiscriminato da una delle parti del giudizio che sta affrontando e per scongiurare pressioni che possano derivare da una prospettiva di causa”. A chi dice che i magistrati non pagano per i loro errori, Sabelli spiega la normativa attuale: “In Italia dal 1988 c’è la legge Vas- salli sulla responsabilità civile indiretta dei magistrati. Chi ritiene di avere subito un danno da un provvedimento giudiziario per ‘negligenza’, ‘dolo’ o ‘colpa grave’ può agire nei confronti dello Stato. E lo Stato, nel caso in cui abbia dovuto risarcire il danno al cittadino, si ri- vale sul magistrato”. Non solo il Pdl ma anche il Pd, facciamo notare al presidente dell’Anm, dice che la legge va cambiata. “Quando si parla di responsabilità civile dei magistrati si mira a rea- lizzare quello che l’Europa e la Costituzio- ne non vogliono, cioè il condizionamento del magistrato. I disegni di legge di questi anni hanno dimostrato questo”. MA PER RENATO Schifani, capogruppo al Senato del Pdl, “nel nostro Paese, ora più che mai, c’è l’urgenza di regolamentare la materia secondo le indicazioni dell’Euro – pa”. Per il responsabile Giustizia del Pd Danilo Leva, la legge Vassalli “è una nor- mativa che non ha funzionato, ma la ri- forma non può essere la rivalsa di una parte politica sulla magistratura. Bisogna intra- prendere un percorso condiviso con i ma- gistrati”. Leva assicura che il Pd non chiede la responsabilità civile diretta e ci anticipa alcuni punti della riforma: “Vogliamo eli- minare il filtro (finora è il Tribunale che decide sull’ammissibilità di un’azione civile, ndr) e disciplinare in maniera più pun- tuale i casi dell’azione civile di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato”. Oggi, invece, il Pd illustrerà la proposta di can- cellazione dell’ergastolo (pena massima 30 anni) e la riforma della custodia cautelare. “L’abolizione del ‘fine pena mai’”, dice San- dro Favi responsabile nazionale carceri del partito, “è una esigenza di civiltà, come l’introduzione del reato di tortura”mentre la riforma della custodia cautelare “è in- dispensabile per risolvere il dramma del sovraffollamento delle carceri”

Il Piano Napolinano (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 15/09/2013. Marco Travaglio attualità
Ancora una volta, nessuno dice la verità. Non la dice il Pd quando proclama che B. è finito e nessuna trattativa è possibile per salvarlo. Non la dice il Pdl, quando minaccia di rovesciare il governo ritirando i ministri subito dopo il voto in giunta sulla decadenza di B., o addirittura dopo la bocciatura della relazione Augello che vorrebbe lasciare B. in Senato in barba alla condanna e alla legge Severino. Il Pd infatti sta trattando con i suoi vari Violante, e soprattutto sta trattando Napolitano con i vari Letta Zio e Confalonieri. E il Pdl sa benissimo di poter contare, tra le file del Pd, di 120 franchi traditori che nel segreto dell’urna (bastano 20 senatori per ottenerlo) hanno già dispiegato la loro geometrica potenza impallinando Prodi sulla via del Quirinale. Perché lo fecero? Non certo per antipatia personale: perché sapevano benissimo che, con Prodi al Quirinale, sarebbe nato un governo senza (cioè contro) B., mandando a monte i piani di Napolitano e dei retrostanti poteri finanziari italiani ed europei che spingevano per il reinciucio.

I 120 vermi lavoravano e ancora lavorano per B. con la casacca del Pd. A spanne, sono 80 alla Camera e 40 in Senato: quanti ne bastano per salvare B. dalla decadenza, senza contare l’ala destra del Centro montian-casinista, pronta a corrergli in soccorso. Per questo Enrico Letta, che come tutti i capicorrente del Pd conosce benissimo gran parte dei franchi traditori, ostenta tanta fiducia sulla sopravvivenza del suo governicchio. L’Operazione Salvataggio è già in gran parte scritta nelle date e nei numeri (con buona pace di qualche anima bella grillina, che ancora si arrovella sul dialogo col Pd che nessuno ha chiesto né mai chiederà). Salvo sorprese, sempre possibili in un mondo politico di nani e incapaci, il percorso è questo. Mercoledì, nella giunta del Senato, il fronte Pd-M5S-Sel respinge la relazione Augello, che si dimette e cede il passo a un nuovo relatore. Il Pdl, per certificare la propria esistenza in vita, ritira i ministri dal governo Letta (che non li sostituisce, in attesa degli eventi), ma si guarda bene dal votargli la sfiducia, per tenerlo sotto ricatto ed evitare di spaccarsi tra falchi e colombe.

Il nuovo relatore Pd presenta una nuova relazione favorevole alla decadenza di B. Il quale s’inventerà di tutto (dopo le Corti europee e la Consulta, ora si parla di Tar, Consiglio di Stato e chissà cos’altro: mancano solo i caschi blu dell’Onu) per allungare il brodo. Di certo c’è solo il calendario giudiziario: entro il 15 ottobre B. deve scegliere fra i domiciliari e i servizi sociali e il 19 ottobre la Corte d’appello si riunisce per fissare la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, da uno a tre anni. Tra un mese, dunque, B. inizia a scontare la pena. A quel punto uno dei suoi chiede la grazia o la commutazione della pena da detentiva a pecuniaria. E Napolitano potrebbe concederla, come da precise istruzioni da lui stesso impartite nel monito di agosto. Intanto i difensori di B. ricorrono contro l’interdizione in Cassazione, che non può occuparsene prima del nuovo anno. Un giorno o l’altro, siccome si vota a volto scoperto, la giunta approva la nuova relazione e la trasmette all’aula. Che la vota chissà quando, probabilmente a scrutinio segreto. Lì può accadere di tutto. Se B. ha speranze di essere salvato dai franchi traditori, attende l’esito del voto; altrimenti si dimette da senatore e seguita a comandare da fuori, usando i suoi parlamentari per paralizzare il governo e ricattarlo sui temi che gl’interessano per la campagna elettorale. Che non potrà essere nel 2014 (il 1° luglio inizia il semestre di presidenza italiana dell’Ue). Ma solo nel 2015. Così il piano Napolitano-Berlusconi-Letta (zio e nipote) sarà compiuto. E l’Italia sarà l’unico Paese al mondo tenuto in ostaggio per anni da un noto pregiudicato per frode fiscale con la complicità dei suoi presunti avversari. Fantapolitica? Lo speriamo davvero, ma non ci scommetterremmo un euro.

Sbattete fuori dalle Istituzioni i ladri (Alessandro Di Battista).


Disinformazione del Tg3, meno male che c’e’ la rete! In Tv dicono che avrei detto ai deputati del PD e del PDL “siete dei ladri”. FALSO! Ho detto che il PD e’ peggio del PDL (posizione legittima che la Presidente Boldrini censura rafforzandola) e ho detto “sanzionateci ma prima sbattete fuori dall’istituzioni i ladri che rappresentano il PDL”. Chi froda il fisco ruba (allo Stato, quindi a tutti) e chi ruba e’ un ladro. Punto. Io non ho mai detto che sono tutti ladri, non lo penso, sinceramente non lo penso, c’e’ sicuramente gente onesta anche nel PDL, come per esempio un deputato (non ricordo il nome) che si e’ scagliato contro di me urlandomi: “Di Battista, non generalizzi, noi del PDL non siamo tutti ladri!”. Mi e’ venuto da ridere, ha ammesso che ladri ve ne siano ma lo sappiamo gia’ dalle sentenze. Oggi sono fiero del M5S, dei miei colleghi che mi hanno difeso con le unghie e con i denti nonostante gli insulti beceri che hanno ricevuto, le minacce, le intimidazioni. Grazie di cuore. Un grazie ai colleghi M5S della commissione affari costituzionali, hanno fatto un lavoro immenso contro il nuovo stupro della costituzione. Orwell, mi pare fosse lui a dire che “nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Non abbiamo offeso in aula, abbiamo detto la verita’ e la verita’ fa male solo a chi e’ in malafede. A riveder le stelle!

Da facebook.com/dibattista.alessandro

Parla il Lìder Maximo le correnti Pd vanno in tilt

corel
LE RIVELAZIONI DEL “FATTO ” FANNO SALTARE I NERVI AI DEMOCRATICI: LETTA, LIQUIDATO, NON L’HA PRESA BENE. I BERSANIANI: VOTO SUBITO, NIENTE CONGRESSO.

Se dovesse precipitare tutto, il congresso non sarebbe più per eleggere un segretario ma un candidato premier e Letta sarebbe il profilo giusto”. Il velo delle reticenze si squarcia di mattina. E il responsabile organizzazione del Pd, Davide Zoggia, ospite ad Omnibus, dice quello che tutti i suoi colleghi di corrente bersaniani pensavano da tempo, ma finora si limitavano a far capire. Voto subito (“nessuna maggioranza alternativa”, anche perché “pensare di allearsi” con i grillini, dunque “con forze politiche che offendono il capo dello Stato è impensabile”) e Letta in campo.
NIENTE primarie, per la segreteria, ma (forse) per la premiership. Le parole di D’Alema riportate dal Fatto evidentemente arrivano come pietre nel dibattito congressuale del Pd. E in effetti, il Lìder Maximo propone il suo schema di gioco, allo stato puro e senza mezzi termini. “Letta è solo un leader di transizione, non sarà utile una seconda volta. Per il futuro io immagino Gianni Cuperlo alla segreteria del partito e Matteo Renzi a Palazzo Chigi”. Uno schema al quale lavora da tempo, accarezzando il progetto di tenersi il Pd e di essere lui quello che dà l’investitura al giovane Matteo (l’aveva detto qualche tempo fa a Otto e mezzo: se segue i miei consigli, se studia, sarà presidente del Consiglio). Adesso però lo schema si aggiorna, immaginando l’attuale premier se non proprio a casa, in un ruolo assolutamente marginale. Tant’è vero che una smentita che in realtà non smentisce nulla si fa attendere, ma alla fine arriva. Alle 15 e 52, l’Ansa batte le dichiarazioni di Daniela Reggiani, la portavoce dell’ex premier: “’Le dichiarazioni attribuite da Il Fatto a Massimo D’Alema sono il frutto di un resoconto parziale, talora distorto e forzato. Ne esce fuori una ricostruzione del suo incontro con i militanti del Pd alla festa di Taizzano che non è fedele ed è gratuitamente ed esageratamente polemica”. Sui contenuti e sulle posizioni sostanziali nessuna correzione. D’Alema costringe i Democratici a uscire allo scoperto. Provocando corti circuiti e reazioni scomposte. Nessuno sembra essere d’accordo con lui, ma al solito le correnti sono l’une contro l’altre armate. Se è per i bersaniani, loro Cuperlo non lo vogliono, preferiscono tenersi Epifani al partito e Letta al governo, nell’illusione di poter mantenere il controllo della situazione. Ecco Nico Stumpo: “D’Alema fa esperimenti. In laboratorio due corpi di peso diverso cadono alla stessa velocità, dal centesimo piano di un palazzo non è così. La politica non è la fisica”. Mentre spiega che se si va al voto le primarie per la premiership sono obbligate, quelle per la segreteria no. Bersani e D’Alema hanno litigato in occasione del voto per la presidenza della Repubblica e non si sono più ripresi. Anche le considerazioni su Letta qualcuno dei più maliziosi tra i Democratici le attribuisce almeno in parte a rancori personali: lui, Massimo, ci teneva a fare il ministro degli Esteri, ma è stato lasciato fuori. Sacrificato nel nome di larghe intese il più possibile rispettabili. I lettiani reagiscono in maniera gelida. Nello stile sobrio, abile e ostentatamente al di sopra delle parti del loro capofila non si lasciano andare ad attacchi frontali o a dichiarazioni urlate. “Ha smentito”, provano a dire. Nessuno vuole parlare. Sembra proprio un ordine di scuderia. Nessun commento neanche da Letta, ma chi lo conosce lo descrive come piuttosto irritato, anche perché finora ha detto in tutti i modi che vuole rimanere fuori dalle dinamiche congressuali. Però, se il governo dovesse cadere, è pronto a candidarsi contro Renzi. Una scelta che valuta quasi obbligata.

NESSUNA dichiarazione entusiasta nemmeno da Matteo Renzi (che peraltro sta in America) e dei suoi. La posizione del sindaco di Firenze è abbastanza chiara: non ci pensa proprio a passare per il prescelto da D’Alema (peraltro il suo primo rottamato). Senza contare che non ha rinunciato affatto a correre per la segreteria. Interessante a questo proposito il ragionamento di Alfredo d’Attorre (bersaniano): “Cuperlo segretario dovrebbe avere l’appoggio anche di Renzi”. Ma in base a cosa ? I renziani con Dario Nardella però attaccano frontalmente Zoggia: “Mi chiedo che senso abbia che un partito si chiami democratico se rifiuta un congresso ed esclude le primarie per la scelta del candidato premier”. Poi: “Queste dichiarazioni irresponsabili non fanno altro che danneggiare inutilmente Letta e il governo lasciando pensare che la crisi sia cosa già scontata”. Anche uno degli storici dalemiani come Latorre prende le distanze: “Massimo fa sempre riflettere, ma non la penso come lui. Segretario e candidato premier devono coincidere”.

IL GOLPE BIANCO

alfano
Da Il Fatto Quotidiano del 24/08/2013.Paolo Flores d’Arcais attualità

L’ultimo ukase parla di amnistia. È il più indecente. una amnistia ad personam non si è mai sentita. Berlusconi pretende da Napolitano e Letta un golpe bianco. I suoi squadristi al botulino lo battezzano “agibilità politica”, ma in buon italiano di golpe si tratta. Controlliamo sul vocabolario Treccani: “Golpe bianco: colpo di Stato svolto senza ricorso alla forza da parte di un governo che eserciti il potere in modo anticostituzionale”. Alla lettera quello che Berlusconi e le sue cheerleader mediatiche vogliono imporre. Sarebbe “esercitare il potere in modo anticostituzionale” se la legge Severino, di cui Alfano menava vanto e primogenitura, non venisse applicata per Berlusconi, considerandolo legibus solutus perché unto da milioni di schede. “La legge è eguale per tutti” solo se vale allo stesso modo per chi dispone di un voto e per chi ne raccoglie milioni. Disattendere questo principio significa scalzare il fondamento dell’ordinamento giuridico. Lascia allibiti che semplicemente se ne discuta. Che su una pretesa golpista si invochi “la trattativa” o anche una semplice “pausa di riflessione”, come vanno blaterando quasi tutti i mass media.

Napolitano, Letta, Epifani hanno ribadito che il ricatto (o “l’agibilità” o cade il governo) è irricevibile. Dichiarazioni che vanno prese alla lettera in tutta la loro impegnativa solennità, perché il mero sospetto che alle parole non seguano comportamenti coerenti suonerebbe offesa nei loro confronti. Deve essere perciò chiaro che l’inizio del golpe bianco sarebbe segnato da qualsiasi rinvio che la Giunta del Senato concedesse il 9 settembre. Ogni giorno e anzi ogni ora di dilazione costituirebbe un bacio della pantofola alla protervia eversiva del Delinquente. Ogni minuto sottratto alla legalità repubblicana una complicità golpista. Oltretutto, lo sfregio andrebbe ripetuto per ogni prossimo processo berlusconiano con eventuale condanna: un salvacondotto tombale di impunità ad personam, un golpe bianco permanente.

Intanto una scheggia di golpe, che Napolitano, Letta ed Epifani passano sotto silenzio, è già la mancata tutela nei confronti del giudice Esposito da parte del Csm. Quanto alla minaccia di far cadere il governo,si accomodino: è una sciabola di cartapesta, solo che Napolitano, Letta ed Epifani non tradiscano la parola data. Ci sono altre due maggioranze possibili, infatti: un bel governo senza ministri di partito, presieduto da Rodotà o Zagrebelsky, o un brutto governo Letta-bis con qualche decina di sbandati del berlusconismo pronti a riciclarsi. Al ricatto di Berlusconi e manutengoli può dare ascolto solo chi è ricattabile.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: