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Messineo si difende al Csm: “Non sono stato influenzato da Ingroia”

corelE’ stato ascoltato oggi dal Csm il Procuratore Capo di Palermo Francesco Messineo. Il giudice rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale.articolotre Redazione– -11 luglio 2013- E’ durata due ore e mezza l’audizione del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo di fronte al Csm. Il giudice, difeso dal procuratore di Torino Maddalena, rischia infatti il trasferimento per incompatibilità ambientale, ovvero, non avrebbe gestito ottimamente la Procura del capoluogo siciliano.

Da Palazzo dei Marescialli, la prima commissione del Csm, ha supposto che Messineo avrebbe subito un condizionamento da parte dell’ex magistrato Antonio Ingroia. Come se non bastasse, gli errori che il procuratore capo avrebbe compiuto, avrebbero avuto come conseguenza quella di ostacolare la cattura del super latitante Matteo Messina Denaro.
Accuse pesantissime, che Messineo ha rigettato con forza, sottolineando come, anche nell’ambito della latitanza del padrino di Cosa Nostra, siano semplicemente mancati gli elementi necessari per giungere all’arresto. Una situazione che avrebbe dunque convinto il procuratore a “ripiegare” su Leo Sutera, il boss dell’agrigentino che sarebbe stato, almeno secondo il Ros, il personaggio chiave che avrebbe permesso la cattura di Messina Denaro.

Durante l’audizione, Messineo ha affrontato anche la vicenda delle intercettazioni che lo hanno interessato. Intercettazioni di cui la Procura di Caltanissetta avrebbe saputo grazie a Ingroia. Secondo il procuratore capo, però, la questione lo avrebbe soltanto danneggiato e non certo favorito.

A causa, però, della quantità di argomenti da trattare, Messineo non è riuscito a concludere la propria audizione. Per questo verrà riascoltato lunedì prossimo.

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L’ex procuratore Antonio Ingroia Come nel ’92 è una stagione di forte crisi istituzionale” (le minacce al Pm Di Matteo e i suoi obiettivi)

corelFatto Quotidiano del 3/04/2013 di Lobianco e Rizza attualità

Dottor Ingroia, dopo la lettera anonima che rivela il progetto di un attentato nei confronti di Nino Di Matteo, c’è chi parla di nuova strategia della tensione. Secondo lei, qual è l’obiettivo della minaccia? È l’ulteriore appesantimen- to di un clima che esiste da più di un anno: non possiamo dimenticarci che fin dall’inizio dell’indagine sulla trattativa, a Palermo c’è stato un succedersi di fatti inquietanti nei confronti dei pm più esposti mediaticamente rispetto all’inchiesta: lettere anonime e telefonate anonime. Si è determinato un clima pesante attorno a questa indagine, che sembrava non volesse nessuno: né il mondo della politica, né il mondo dei sistemi criminali. Mi riferisco al contesto della mafia, ma non della mafia militare: di quella mafia che ha avuto a che fare con gli apparati. Questo clima pesante è cresciuto, via via che la situazione po- litica entrava in uno stato di fibrillazione, perché la triste tradizione ci dice che nei momenti di crisi della politica, il sistema criminale cerca di rendere il clima più pesante per poter condizionare il corso degli eventi’’. La lettera fa riferimento alla situazione di stallo istituzio- nale: è un salto di qualità nel linguaggio degli anonimi? No, direi di no. Ricordo anonimi molto sofisticati che vennero fuori nel ’92, in piena stagione stragista, in una situazione di analoga crisi istituzionale. Proprio come ha dimostrato l’indagiine sulla trattativa, in quel momento il sistema crimi- nale, prima con gli anonimi (le otto cartelle del cosiddetto Corvo due, ndr) e poi con atti violenti, ha condizionato il corso degli eventi. L’ho detto anche in campagna elettorale: oggi, come allora, bisogna tenere alta la guardia e gli occhi bene aperti. Lettere anonime, progetti di attentati, nuova strategia della tensione. Ma in vent’anni non è cambiato proprio niente nel nostro paese? Diciamo che quello della let- tera anonima è lo stesso lin- guaggio adattato a circostanze diverse. I sistemi cri- minali non sono cambiati, non sono stati abbattuti, ri- mangono forti e agiscono per lo più in modo silenzioso: fanno sentire la loro voce nei momenti di snodo. La differenza è che, oggi, la si- tuazione di fibrillazione istituzionale è perfino peggiore di quella di vent’anni fa: il quadro di ingovernabilità è più spiccato, la crisi dei par- titi è ancora più palese, la po- litica è in un tunnel apparen- temente senza via d’uscita, e ogni possibile soluzione alternativa (compresa anche la mia proposta politica) è stata espulsa dal circuito della politica e dei media. Il procuratore aggiunto di Pa- lermo, Vittorio Teresi, tra i fattori di isolamento del pm Di Matteo, ha evidenziato anche il procedimento disci- plinare avviato dal Pg della Cassazione Gianfranco Ciani… Lei che ne pensa? Non mi pronuncio perché non sarei imparziale, visto che, con singolare coinci- denza di tempi, le iniziative disciplinari si sono succedu- te a breve distanza nei miei confronti e nei confronti di Di Matteo: guarda caso i due pm della trattativa. Non tocca a me esprimere valutazio- ni, ma è chiaro che tutto questo ha un sapore strano, soprattutto se si considera che queste iniziative disciplinari arrivano a distanza di parec- chio tempo dai fatti che le hanno originate. l’estensore della lettera anonima si qualifica come un “uomo d’onore della famiglia trapanese e”. Ma gli analisti osservano che un messaggio così sofisticato non sembra provenire dalla manovalanza mafiosa. Secondo lei, qual è la matrice? È difficile dirlo. In genere gli autori degli anonimi, se sono sofisticati, si mascherano per lanciare messaggi. L’autore, che si presenta come un uomo d’onore, può be- nissimo essere qualcun altro che vuole lanciare dei mes- saggi. Si propone come un mafioso, ma può essere un uomo delle istituzioni che vuole mandare messaggi obliqui. Secondo lei, il messaggio in questo caso è rivolto alla politica o alla magistratura? Non conosco il contenuto e non posso dire più di tanto. Messaggi di questo tipo sono messaggi a più destinatari. Non ne hanno mai uno solo.

DI MAGGIO, I ROS E GIOÈ SUICIDA“PUNTI CENTRALI DELLA TRATTATIVA Nelle conversazioni di D’Ambrosio i fantasmi del ‘92-‘93”

Fatto Quotidiano 22/06/2012 Attualità di Giuseppe Lo Bianco
Sandra Rizza
C’Pa l e r m o
era Di Maggio seduto vicino la segretaria che stava scrivendo qualcosa… vidi
che stavano preparando… questa attività ma non l’ho mai letto il decreto’’ . Via Arenula, giugno 1992, forse l’8 o il 9, certamente prima dell’11 giugno. Loris D’A mb ro s i o lavora al ministero della Giustizia, nella stanza di Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali, la stessa che fu di Giovanni Falcone, vede Di Maggio e la Ferraro impegnati a redigere ‘una sorta di dispositivo, che probabilmente doveva ancora essere sottoposto al ministro, al presidente del Consiglio, al presidente della Rep u bbl i c a ’’ . È la bozza di nomina di Francesco Di Mag-
gio a vicedirettore del Dap al fianco di Adalberto Capriotti, il capo dell’uf ficio indicato dal Presidente Scalfaro. Per D’Ambrosio, che si decide a rivelare il dato solo nel secondo interrogatorio dei pm di Palermo, il 16 maggio scorso, quella nomina è “una delle cose strane di quel per iodo’’ . Anzi, è “il punto centrale di questa storia’’ d e lla trattativa che si intreccia a sorpresa, nelle parole del consigliere di Napolitano, con il misterioso suicidio in carcere di Nino Gioè, il boss di Altofonte autore della strage di Capaci.
CHI HA SPEDITO Di Maggio al Dap? D’Ambrosio se lo chiede parlando al telefono con Nicola Mancino il 25 novembre dell’anno scorso, durante una conversazione sul 41 bis e sul controllo delle informazioni provenienti dal-
le celle. Il Guardasigilli di allora, Giovanni Conso, ha detto di non conoscerlo e neanche Capriotti, il suo capo, lo conosceva. “Posso dire che questa è una singolarità rispetto alla prassi normale’’ , detta a verbale D’A m b ro s i o nel primo interrogatorio, il 20 marzo scorso. Ma allora, chi ha voluto Di Maggio al Dap? “…cioè io credo che tutto questo sia nato tra Pomodoro e Ferraro, cioè questo è quello che io voglio dire, cioè Pomodoro, Ferraro e Di Magg io’’ . E quando il pm si dice “s t ra n i z z a t o ’’ dalla “p o s s i b i l ità che un magistrato se ne vada al ministero e dica: perché non mi nominate Vice Capo del Dap?’’ , D’Ambrosio replica così: “Cioè che poi loro avessero parlato anche con altri io francamente non lo so, cioè a me sembra strano che non avessero parlato con qualcun altro, detto onesta-mente’’ . E quando il pm gli chiede se lui non si domandò perchè fu scelto (e in quel modo tortuoso), il consigliere di Napolitano risponde: “Aveva detto che voleva fare in quel modo, aveva fatto questa scelta; io non chiedo perché avete scelto Di Maggio… perché l’unica domanda che potevo fare: perché avete scelto Di Maggio ? Eh,
Anche per il consigliere del presidente i contatti tra Stato e mafia p a s s a ro n o dalle carceri
che potevo chiedere!’’ . NUMEROSI INFATTI s o-
no i dubbi sulle motivazioni che avrebbero spinto Di Maggio ad accettare l’incar ico. “Gli dicevo: scusa, ma mi spieghi un attimo perché te ne vai dalla magistratura? Visto che perdi pure i soldi? Francamente non capisco…”, dice al telefono con Mancino. La tesi del consigliere di Napolitano è che il prescelto non fosse “tanto favorevole” all’alleggerimento del 41 bis (“lo escluderei’’ ), ma che fosse “di un’altra idea’’ , e la spiega ai pm il 16 maggio: c’e ra n o “due scuole di pensiero: una era l’alleggerimento del 41 bis; l’altra era il colloquio investigativo, per consentire più agevole accesso nelle carceri agli amici di Di Magg io…’’ . Eccolo, il punto. Per D’Ambrosio ciò che avrebbe spinto Di Maggio ad accettarela nomina al Dap era il suo interesse “all’allegger imento (del 41 bis, ndr) di soggetti che in qualche modo collaboravano: non formalmente, ma come confidenti’’ . E chi erano i suoi amici? “Essendo figlio di un maresciallo dei carabinieri – prosegue D’A mbrosio – aveva dell’Ar ma un’altissima considerazione e aveva rapporti di conoscenza con molti suoi ufficiali, tra questi il col. Bonaventura, già stretto collaboratore di Dalla Chiesa, al pari degli ufficiali Ganzer, Mori, di Petrillo e Pig n e ro ’’ . Di Maggio, dunque, privilegiava la via del carcere, e, chiacchierando al telefono con Mancino, il consigliere del Quirinale aveva parlato anche dell’esistenza di alcune non meglio precisate “s q u a d re t t e ” all’interno dei bracci del 41 bis.
“SICCOME LUI (Di Magg io, ndr) era molto custodiale – detta a verbale il 20 marzo scorso – ecco, quindi è chiaro che R ago s a che era il capo delle squadre diciamo operative del Dipartimento Penitenziario, aveva un ottimo rapporto con lui, quindi si rapportava a lui’’ . Fino al punto, continua il consigliere del Quirinale, di “assisterlo in punto di morte’’ . Parlando a telefono con Mancino aveva aggiunto: “Ta n t ’è che poi fu ucciso… cioè morì… un’a ltra cosa che io non ho mai seguito bene… cioè mi ha sempre stupito che Gioe’ si suicidò”. Per D’Ambrosio il suicidio del boss di Altofonte, trovato impiccato nel luglio del ’93 nella sua cella di Rebibbia, è’ “un segreto’’ , come confida a Mancino che a vent’anni di distanza ancora oggi “ci portiamo appresso’’ . Gioè si impiccò in cella con i lacci della scarpe da ginnastica, lasciando una lettera-testamento nella quale citava Pa o l o Bellini, confidente dei carabinieri del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico, come un “infiltrato dello Stato”.
E QUANDO ALLA FINE i pm gli chiedono perché nello stesso contesto delle carceri ha parlato a telefono con Mancino del suicidio di Nino Gioè, D’Ambrosio risponde: “Essendo lui (Di Maggio, ndr) un custodialista forte, avendo vicinanza con la cosa (Ragosa, ndr) che era il capo del Gom, no non c’era ancora il Gom, insomma che cosa in realtà è accaduto alle carceri in quel periodo? Questa la domanda che mi pongo io, la vera domanda al di là del 41 bis. Questo suicidio così è strano, mi ha turbato, ecco, mi turbò allora nel ’93 e mi turba tuttora. Mi turba, insomma, ci penso ogni tanto!’’ .

La mafia non esiste (Marco Travaglio).

La mafia non esiste (Marco Travaglio)..

Il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia “partigiano della costituzione ” Il Csm archivia ma possibile multa,


redazione
Adesso siamo oltre al ridicolo il procuratore di Palermo per altro molto noto Antonio Ingroia si schiera a favore della Costituzione e rischia sanzioni da parte del Csm.
da Redazione del Fatto Quotidiano 23/01/2012
Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, bacchettato a maggioranza dalla Prima commissione del Csm, che ha aperto
un fascicolo dopo che il magistrato, al congresso del Pdci, dell’ottobre scorso, si era dichiarato “par tigiano della Costituzione”. I consiglieri Zanon (Pdl), Calvi (Pd) e Corder (Indipendente), con i voti contrari di Borraccetti e Rossi (Area) e l’astensione di Fuzio
(Unicost) hanno approvato un documento che propone al Plenum di archiviare perché non ci sono i presupposti per un trasferimento d’ufficio: la partecipazione di Ingroia al congresso è stata inopportuna ma episodica, sostengono. Ma chiedono, comunque, una “punizione”: l’invio degli atti alla Quarta commissione, che valuta la professionalità dei magistrati. a.masc .

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