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La carica dei ministri chiacchieroni

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IL PREMIER AVEVA DETTO “NIENTE DICHIARAZIONI PRIMA DELLA FIDUCIA”. MA VINCE LA VOGLIA DI VISIBILITÀ
Fatto Quotidiano del 25/03/2014 di Salvatore Cannavò attualità
M atteo Renzi era stato chiaro: nel primo Consiglio dei ministri subito dopo il giuramento aveva raccomandato alla propria squadra di non rilasciare dichiarazioni né interviste. “Niente, fino al voto di fiducia”. Cioè fino ad oggi o anche fino a domani, dopo il passaggio alla Ca- mera. L’auspicio di Renzi risale a sabato. Dome- nica era stato già rinnegato. Come ogni “tradi – mento” che si rispetti il primo a violare la con- segna del silenzio è stato il più fidato, quel Gra – ziano Delrio nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cioè il vero numero due del governo, seduto allegro e sorridente alle 14:30 davanti a Lucia Annunziata per un’inter- vista che su Rai3 ha rappresentato la prima sci- volata di “turboRenzi”. Renzi doveva presentare al Senato il proprio programma ma 24 ore prima è stato impiccato a questa frase: “Se una signora anziana ha messo da parte 100 mila euro in Bot non credo che se le togli 25 o 30 euro avrà pro- blemi di salute”. Neanche Fausto Bertinotti avrebbe mai agganciato a una “signora anziana” l’ipotesi di tassare le rendite finanziarie. Eppure fu proprio Rifondazione comunista a creare quel manifesto, “Anche i ricchi piangano”, che segnò l’inizio del declino del secondo governo Prodi. Renzi è così entrato nel tritacarne della politica degli annunci prova cosa significa smarcarsi dal proprio uomo di fiducia. SE CON DELRIO , però, resta il dubbio di un’uscita in tv concordata, per spiegare “l’incontinenza” degli altri ministri si può ricorrere solo al desi- derio compulsivo della visibilità. Non aveva nem- meno finito di brindare per il giuramento che Stefania Giannini , neoministra dell’Istruzione si confidava a Repu bblica per inviare il suo primo messaggi o al mondo della scuola: “Studierò. Come una secchiona”. Come tentativo empatico non c’è male, poi ci si ricorda che è il ministro a parlare e qualche inquietudine la si prova. Se ha bisogno di studiare vuol dire che non sa nulla oppure sa poco. Infatti, sui siti più frequentati dagli insegnanti, categoria che nonostante le bot- te subite continua a votare largamente per il Pd (che infatti ha lasciato il ministero a Scelta civica), rimbalza la frase sull’abolizione degli scatti di anzianità per i docenti, “frutto di un mancato co- raggio politico del passato”. Chi guadagna 1300 euro al mese non è molto d’accordo. Poi lei, da ex rettore universitario, sottolinea che “soltanto un cieco può negare la realtà: nell’università italiana da troppo tempo non c’è ricambio”. Che non farà il semplice spettatore ma si dedicherà anima e corpo al nuovo incarico di ministro della Cultura, Dario Franceschini non l’ha mandato a dire. Lo ha detto lui stesso, prima dome- nica, fresco di giuramento, in una intervista al Tg1 e poi ancora ieri facendosi intervistare da Radio1. Così dall’ex ministro dei Rapporti con il Parlamento, ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Massimo D’Alema, ex segretario del Pd, abbiamo saputo che “uno dei motivi della stanchezza degli italiani nei confronti della politica, di qualsiasi colore è stato vedere molti annunci e pochi fatti corrispondenti a quegli annunci”. Compresi, quelli frettolosi, di France- schini. La neoministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi , si è fatta precedere dalle polemiche sui suoi conflitti di interesse e sulle sue presunte cene con Silvio Berlusconi. Anche lei ha dovuto esternare al Cor – riere della Sera per rassicurare (chi?): “Non sono mai stata ad Arcore a cena” e Silvio Berlusconi “non mi ha offerto alcuna candidatura alle Europee”. Poi deve ammettere di aver incontrato di- verse volte Berlusconi, “tramite Alfano”, e di aver avuto la richiesta di entrare in lista con il Pdl. “Ma ho rifiutato anche perché “avevo un bambino piccolissimo”. Ora il bimbo è cresciuto è lei è mi- nistra. Senza problemi di incompatibilità perché “ha dato le dimissioni da tutti gli incarichi nella società”. Come diceva qualcuno prima di lei. Pare si chiamasse Silvio Berlusconi.

Provaci ancora, esperto (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/02/2014. Marco Travaglio attualità

A dar retta agli “esperti”, da quando sono entrati in Parlamento i 5Stelle non ne hanno azzeccata una. Dunque il MoVimento dovrebbe veleggiare intorno allo zero per cento nei sondaggi e i suoi parlamentari cercare affannosamente ospitalità nei vecchi partiti o nel gruppo misto, avverando così l’eterna profezia della stampa sull’imminente fuga di massa del poderoso esercito dei “dissidenti”. Purtroppo i sondaggi del M5S vanno a gonfie vele, i fuoriusciti restano i quattro gatti di un anno fa e i dissidenti altrettanti, poco a che vedere con Sacharov e Solgenitsin e molto con i due professionisti del finto suicidio sul cornicione del teatro Ariston. Del resto nel 2011-2012 gli “esperti” salutavano Monti salvatore della Patria e la fine del berlusconismo; un anno fa annunciavano il trionfo del Pd di Bersani e di Scelta civica, la fine del berlusconismo e i 5Stelle relegati al 15-18%; nove mesi fa turibolavano Letta nipote e la “rivoluzione dei quarantenni”; e tre mesi fa, con la decadenza di B. e la spaccatura del Pdl, oracolavano la nascita di “un governo più forte” e la solita fine del berlusconismo soppiantato dall’irresistibile Ncd di Alfano & C. Ne avessero mai azzeccata una. Il guaio degli “esperti” è che sono tutti imbullonati alle redazioni e non hanno la più pallida idea di quel che accade fuori. Rieccoli dunque, pensosi e un po’ spettinati, a domandarsi chi abbia vinto la partita in streaming fra Renzi e Grillo. Tralasciamo la risposta dei maestri di cerimonie e dei liberi docenti di bon ton (ha vinto il ragazzo bene educato e ha perso il vecchio teppista), e concentriamoci sulla domanda: ma che senso ha?

Renzi non ha perduto la calma e ha infilato due o tre buone battute, dunque ha vinto davanti al suo pubblico: l’elettorato del Pd e dei partiti, che vede in lui l’ultima speranza di un’uscita normale e tradizionale dalla crisi. Grillo ha vomitato tutto il suo repertorio come fosse in piazza, ma è stato anche attento a distinguere fra la persona del suo giovane interlocutore (“buono”) e il sistema retrostante (“marcio”), e ha vinto davanti al suo pubblico: l’elettorato dei 5Stelle e degli scontenti dei vecchi partiti, che non si fida più di nessuno e non crede più alla parodia che chiamiamo “democrazia” (di qui l’“io con te non sono democratico” grillesco). Con buona pace degli esperti che passano il tempo a spiegargli cosa vogliono i suoi elettori, Grillo lo sa benissimo da sé. Così come lo sa Renzi, giustamente poco preoccupato dall’applausometro post-streaming e molto dai ministri e dal programma del suo governo. Alla frottola della democrazia in pericolo perché Grillo non fa parlare Renzi credono soltanto gli esperti nei loro circuiti onanistici (dove poi non si fa un plissè dinanzi alle ghigliottine boldrinesche, alle crisi extraparlamentari, alle riforme piduiste della Costituzione, ai governi e ai presidenti fabbricati nelle segrete stanze contro il volere degli elettori). Quella dell’altroieri non era la partita (che comincia ora), ma solo il “selfie” delle due Italie irriducibili, incomunicabili, inconciliabili. Ma davvero qualcuno può pensare che gli elettori, quando saranno chiamati alle urne, voteranno Pd o M5S in base a quei 9 minuti di streaming? L’elettorato, per quanto idiota possano considerarlo i suoi esegeti e aruspici, è sempre un filo più intelligente di loro. E vota sempre senz’ascoltare i loro preziosi e sapienti consigli: con una mano sul cuore (sempre più incazzato) e l’altra sul portafogli (sempre più vuoto). La percezione di affidabilità dei leader e dei partiti è senz’altro alterata dallo specchio deformante della tv (il conflitto d’interessi: do you remember?). Ma non cambia in due ore di talk o qualche minuto di streaming. Cambierà se oggi Renzi leggerà una lista di nomi presentabili, competenti e nuovi rispetto alla solita sbobba, e se questi riusciranno a combinare qualcosa.

Certo, la sfilata di anime morte e vecchie pantegane che entra ed esce dalle consultazioni è un gigantesco spot per Grillo. Ma la speranza è l’ultima a morire. Anzi, è sempre la penultima.

Incoerenzi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 19/02/2014 Marco Travaglio attualità

Siccome è nell’interesse di tutti che il governo Renzi combini qualcosa di buono, si spera vivamente che le anticipazioni sui possibili ministri uscite sui giornali, compreso il nostro, siano tutte false. E cioè che il turbopremier e il suo entourage si divertano a far filtrare nomi improbabili e impresentabili per nascondere la vera lista dei ministri, da sfoderare al momento giusto per stupirci tutti. Se così non fosse, ci sarebbe da dubitare non solo della buona riuscita del nuovo governo, ma anche della sanità mentale del suo capo. Renzi giurava di non voler cambiare il governo, ma l’Italia. Ora ha cambiato il governo e l’Italia (almeno quella politica) rischia già di cambiare lui. Lui che il 4 dicembre, appena prima di diventare segretario del Pd, domandava a Letta: “Ma come si fa a governare con Alfano, Giovanardi e Formigoni?”. Ora ce lo spiegherà lui come si fa, visto che governerà con Alfano, Giovanardi e Formigoni, mentre persino i più autorevoli suoi supporter rifiutano di entrare nel suo governo.

Per carità, sappiamo bene quali prezzi deve pagare chi deve gestire un’Armata Brancaleone che – stando alle elezioni di un anno fa e agli ultimi sondaggi – rappresenta poco più di un terzo dei votanti e di un quinto degli italiani, e che in Parlamento si regge sul premio di maggioranza del Porcellum raso al suolo dalla Consulta. Ma un forte segnale di novità e discontinuità rispetto al governo Letta è d’obbligo, non foss’altro che per giustificare l’improvviso e improvvido ribaltone a Palazzo Chigi. Oltreché per tener fede alla fama di Rottamatore, Innovatore, Demolition Man. Qualche nome nuovo e valido circola (Colao, Guerra, Gino Strada), ma stradomina l’Ancien Régime. Agli Esteri e all’Interno si dice che lascerà la Bonino, entrata in Parlamento 38 anni fa, e Alfano. Ma come fa? L’estate scorsa, quando esplose lo scandalo Shalabayeva, Renzi disse che, se fosse già stato il segretario del Pd, avrebbe sfiduciato Alfano, colpevole di “una vicenda di cui come italiano mi vergogno, che coinvolge una bambina di sei anni” ed era “indegno scaricare su servitori dello Stato e forze dell’ordine tutte le responsabilità senza che venga mai fuori un responsabile politico”. Tutto dimenticato?

Un altro uomo forte del “nuovo” governo Renzi dovrebbe essere Dario Franceschini, che qualcuno vorrebbe financo vicepremier: ma quando, nel 2008, divenne segretario del Pd al posto di Veltroni, Renzi lo chiamò “vicedisastro” perché aveva condiviso con Uòlter la disastrosa campagna elettorale che aveva portato al trionfo di B.. Come può un vicedisastro diventare il vice-Renzi, o anche soltanto un suo ministro? Per l’Economia si alternano fautori di una mega-patrimoniale, come Barca; rigoristi come la Reichlin, aspirante banchiera londinese, il bocconiano Tabellini e i boiardi Bernabè e Padoan; e vecchi politici come Delrio (sindaco di Reggio Emilia) e addirittura Fassino. Per dire quant’è grande la confusione sotto il cielo.

Idem per lo Sviluppo e il Lavoro, dove sembra non si riesca a immaginare nulla di più nuovo e discontinuo di un Ichino, un Moretti, un Montezemolo: le quintessenze del vecchio establishment. La Giustizia, devastata da vent’anni di leggi vergogna trasversali, chiederebbe uno sforzo supplementare di coraggio e fantasia. E invece ecco un “ex” di 18 anni fa come Flick; il solito Vietti che, sebbene abbia materialmente scritto la porcata sul falso in bilancio, pare non piaccia (più) a B.; Guido Calvi, l’avvocato di D’Alema e Geronzi e il coautore di pessime leggi; Andrea Orlando, diplomato al liceo scientifico; e – udite udite – Livia Pomodoro, che già negli anni 80 lavorava al ministero della Giustizia con la Dc e il Psi e poi con Conso in piena trattativa (dovrà testimoniare al processo), e tre anni fa concordò con Ghedini un calendario del processo Mills così lento che andò in prescrizione prim’ancora della prima sentenza. Che cos’è, uno scherzo? Speriamo.

Il peggiore dei governi pensabili l’amministrazione pubblica a Giampiero D’Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'”apologia di reatotra i ministri l’amministrazione pubblica a Giampiero D’Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'”apologia di reato)

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Fonte Contropiano.org 28 Aprile 2013 09 Contropiano.org attualità

Non era impossibile far peggio, ma ci si è andati molto vicini. Nasce un mostro frutto del compromesso tra “partito americano” e “partito europeo”. Saranno guai per noi e per loro.

Tralasciamo le tante ragioni etiche o ideologiche che rendono il nuovo esecutivo “guidato” da Enrico Letta qualcosa di indigeribile per qualsiasi coscienza democratica – non diciamo “rivoluzionaria” – ancora viva in questo paese. L’osceno connubio tra cortigiani/e berlusconiani, subcortigiani piddini e tecnici di valore indiscutibile (come Fabrizio Saccomanni, fino a ieri direttore generale della Banca d’Italia), dovrebbe suscitare orrore soprattutto in questi ultimi. E a lungo andare potrebbe diventare motivo e occasione di divisioni, rotture, dimissioni, rimpasti, ecc.
Concentriamoci invece sulla logica di questa altrimenti scombiccheratissima costruzione. Cosa abbia in comune una Beatrice Lorenzin con Maria Chiara Carrozza è un mistero glorioso. Come si possa risanare un paese affidandone le infrastrutture ai Lupi famelici e le “riforme istituzionali” a un Quagliariello, la salute alla già citata Lorenzin e l’amministrazione pubblica a Giampiero D’Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'”apologia di reato” da cui trarre parcella Giampiero D’Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'”apologia di reato” da cui trarre parcella)”Giampiero D’Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'”apologia di reato” da cui trarre parcella Giampiero D’Alia , è un altro mistero che richiede più fede dei tre di Fatima messi insieme. Eugenio Scalfari questa fede ce l’ha a prescindere, e quindi lo giudica preventivamente un “buon governo” , anzi addirittura un “medico per l’Italia”.
Sorvoliamo anche sulla metafora “medica”, che presuppone un paese fatto di imbecilli malati ma riottosi alle “cure” e pochi saggi che sanno dove mettere le mani. L’ha già sfruttata fin troppo Mario Monti, producendo danni e dolori che nessun medico perbene accetterebbe di provocare.

La questione principale ci sembra decisamente un’altra: l’Europa ha perso la battaglia per imporre una decisa “svolta” a questo paese. Il tentativo che aveva avuto in Monti la sua espressione più cruda e apertamente totalitaria si è scontrato con un rifiuto di massa che ha reso altamente impopolare sia l’Unione Europea che la moneta comune. Due terzi degli elettori di febbraio – più quelli che si sono astenuti restando a casa – hanno pronunciato un robusto “no” a quelle politiche. Dividendosi però sia sulle ragioni di questa ostilità che sulle soluzioni praticabili (https://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/14769-tempesta-perfetta).
La tripartizione immobilizzante uscita dalle urne ha certificato sia il rifiuto della “cura della Troika” che l’assenza di soluzioni “pacifiche”, quindi l’impossibilità di andare avanti come programmato in sede di Unone Europea. Un compromesso andava perciò realizzato. E il “partito europeo”, fondamentalmente identificabile soltanto in parti consistenti del Pd e ovviamente i “montiani”, ha dovuto cercarlo – auspice un Napolitano più premier che presidente – con quegli “interessi spurii” che le politiche di “risanamento” avrebbero a questo punto dovuto colpire per primi.
Detto altrimenti, il “blocco sociale berlusconiano” è nella visione europea una sacca purulenta da rimuovere, un tumore da estirpare, un groviglio di pesi morti che succhia risorse pubbliche, si alimenta spesso di “economia criminale” ed evasione fiscale, che impedisce l’allineamento dell’Italia con gli standard europei. Gente che non possiede alcuna sensibilità istituzionale, senso delle “regole”, preferendo sempre i rapporti amicali, clientelari, individuali, le fedeltà basate sullo scambio di favori e di alcove. Tutta roba non “istituzionalizzabile”. La Ue, insomma, non sa che farsene.
Al contrario, questa massa informe di interessi non apertamente confessabili è – da sempre – la “base popolare” del “partito americano”. Non da sola ovviamente. Sensibilità tecnocratiche sono da sempre presenti anche su quest’altro fronte, coinvolgendo buona parte della diplomazia e delle strutture militari, gli organi di intelligence e una parte (in via di “snellimento”) dell’imprenditoria. Emma Bonino, da questo punto di vista, è una garanzia verso la Nato, così come la conferma di Moavero (e ancor più di Saccomanni e Giovannini) serve a “tranquillizzare” Bruxelles.
Non sembri uno scherzo, ma la nomina a ministro di Nunzia Di Girolamo, sposata con il dalemiano Boccia (quello sconfitto due volte consecutive da Vendola alle elezioni per la Regione Puglia), è un “tocco simbolico” che quasi ricorda i matrimoni tra case regnanti come sigillo ai trattati di pace. Qui il matrimonio c’era già, ma il significato è lo stesso…

CATENA DI COMANDO ? E QUALE ?

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fonte Altrainformazione.it DI CARLO BERTANI attualità
carlobertani.blogspot.it

Adesso si dimettono anche i ministri. Va beh… “met’al an sla fnestra” (posalo sulla finestra) diceva mia madre, ricordando i cantori erranti che giungevano per Natale e per Pasqua a porgere gli auguri (in cambio d’elemosina) e dei quali era difficile scorgere chi fosse il più povero, se gli “auguranti” o gli “augurati”.
Così accogliamo le dimissioni del Ministro Terzi di Sant’Agata (complimenti per il nome, se Villaggio facesse ancora Fantozzi lo userebbe di sicuro) non sappiamo se considerarlo un atto dovuto, una libertà dell’ingegno oppure una vigliaccata del solito furbetto di turno. Fate voi.
Aspettiamo il seguito: vale a dire gli altri che si devono dimettere, dopo il clamoroso fallimento di questo governo “tecnico” tenuto in piedi dal FMI e compagnia cantante. Ma torniamo in argomento.
Da quando mondo è mondo, se le acque non sono sicure, si scortano le navi. Prima dell’Ottocento era difficile scorgere delle differenze: le navi mercantili portavano cannoni a bordo e le navi militari, in tempo di pace, erano parzialmente disarmate ed usate per il commercio. Questo avveniva in un mondo nel quale l’armamento navale era costituito per lo più da cannoni su ruote (carronate): difficile, oggi, montare e smontare un sistema lanciamissili.
Una curiosità: nell’URSS vigeva ancora l’antica commistione, al punto che le navi mercantili per il trasporto d’autoveicoli (Ro-Ro) erano dotate di un ulteriore compartimento a poppa, allagabile, per sollevare la prua e poter, così, “consegnare” su una costa ostile una manciata di carri armati. Per quel che ne so, è l’ultima nazione ad aver usato quel sistema: forse la Cina o la Corea del Nord lo usano ancora oggi, ma non sono al corrente se capita.
Ancora nell’Ottocento, il giovane Tenente Carlo Pellion di Persano (il futuro comandante di Lissa) diresse un brulotto (scialuppa incendiaria) contro una nave pirata nel porto di Tripoli, riuscendo a salvare la pelle, giacché era un tipo d’assalto nel quale non s’invecchiava. Era il 1825.
Con la fine dell’Ottocento la pirateria (insieme alla schiavitù, fenomeni assai contigui) perse di significato e quasi cessò: le uniche aree dove continuò una sorta di “pirateria dei poveri” fu la Malacca dove – a causa degli stretti passaggi e dei fondali bassi – era favorita. Era in ogni modo una pirateria conosciuta e quasi tollerata, giacché quel che volevano era un po’ di greggio o di gasolio.
Le coste mediterranee della Turchia, invece, furono il teatro di (rari) episodi di pirateria nei confronti delle imbarcazioni da diporto: altri episodi accaduti casualmente in altri luoghi furono fenomeni di pura criminalità.
Oggi – per molte cause, che necessiterebbero di un articolo ad hoc per essere indagate – la pirateria è ripresa soprattutto nel Corno d’Africa, anche in conseguenza dello sfacelo lasciato dagli italiani in Somalia: siamo bravissimi ad esportare la nostra corruzione ed il nostro malaffare (vedi anche l’Albania). Come difendersi?
Logica direbbe che si tornasse a scortare le navi in convoglio con naviglio militare – ma costa troppo – e quindi bisogna arrangiarsi con quel che c’è.
Così, il ministro della Difesa La Russa inaugurò questo strano modo di difendere le navi: imbarcare i Fucilieri di Marina sulle navi mercantili. Crediamo (e lo dimostreremo) che il ministro La Russa – se è stato Ufficiale di Complemento – fu un pessimo Ufficiale: può aver avuto tutti gli encomi o le decorazioni del caso, ma la scelta operata con l’imbarco dei fucilieri sulle navi mercantili è una scelta stupida, che connota senz’altro di stupidità chi l’ha presa. Scusate la franchezza.
A chi rispondono i Fucilieri di Marina? Siccome sono dei militari di truppa, l’apposita legge li ha nominati ufficiali di polizia giudiziaria ed agenti di polizia giudiziaria (secondo il grado rivestito): riteniamo che Latorre e Girone fossero dei semplici agenti di polizia giudiziaria ai quali era stato affidato il compito di proteggere la Enrica Leixe. Chi li comandava?
In teoria un superiore – magari a Gibuti o a Mogadiscio – ma, nel momento della decisione di far fuoco, praticamente erano soli.
Va detto che i due hanno sbagliato anche le procedure: nessuno ha sentito parlare di colpi in aria? Soprattutto in una zona che, finora, non aveva dato segnali di pericolosità?
La questione delle acque territoriali – al fine di valutare le responsabilità – ha poco interesse: da essa dipende solo il Tribunale che li giudicherà, non la valutazione dell’accaduto.
Piuttosto, sarebbe interessante indagare sui rapporti esistenti a bordo della nave fra i due e gli Ufficiali di Marina Mercantile presenti: il Comandante, su una nave, ha poteri di questore e, quindi, ha ampia discrezionalità (se gli viene riconosciuta).
Ma così non è stato perché la Legge 107 non prevede una sorta di coinvolgimento esterno alle strutture militari:
“Il personale militare componente i nuclei di cui al comma 1 opera in conformità alle direttive e alle regole di ingaggio emanate dal Ministero della Difesa.” (1)
E stop.
Qui è stato l’errore: almeno, il principale dal quale altri ne sono discesi.
I due poveri fucilieri, al momento di prendere la ferale decisione – se premere oppure no il grilletto – furono lasciati soli: questo non giustifica assolutamente l’accoglienza seguita in Patria. Latorre e Girone sono colpevoli – fuor di dubbio – e come tali una maggior sobrietà da parte di tutti – anche le supreme istituzioni – sarebbe stata d’uopo.
Perché furono lasciati soli? (non riteniamo un superiore a 5.000 miglia di distanza una “presenza” autorevole).
Miglior soluzione sarebbe stata quella d’affidare il comando (e quindi il fatidico “spara”) al Comandante mercantile, che non è mai (salvo Schettino) l’ultimo idiota che va per mare.
Ma la Marina non vuole cedere ambiti o restrizioni nella sua catena C3 (Comando, Controllo e Comunicazione) e pretende di sapere – da 5.000 chilometri di distanza – chi sono gli occupanti di un peschereccio.
Il Comandante mercantile – tagliato fuori da tutto – s’è guardato bene dall’intervenire: se non mi vogliono, perché devo occuparmene? Qui è l’errore di La Russa.
Se avesse avuto parola in merito, forse avrebbe rammentato che ovunque – in mare – i pescherecci cercano di vendere il pescato alle navi in transito, per due sostanziali motivi: spuntare un prezzo migliore e, secondo, evitare la fiscalità una volta a terra.
Quanti lo fanno: in Portogallo, le navi si sintonizzano su Matosiňo Radio Pesca per intercettare le comunicazioni ai pescherecci e, quindi, sapere dove c’è stata pesca abbondante (e, dunque, prezzi minori).
Gli indiani s’avvicinavano soltanto per quella ragione – ora è stato acclarato – e si sono visti sparare addosso senza un perché: è giusto farsene carico ma, come sempre, nell’inferno giuridico italiota si cerca sempre di far pagare gli ultimi nella catena di comando.
Eppure, è molto strano che siano imbarcati dei militari su una nave mercantile – trasformandola, giuridicamente, in una nave da guerra – senza che vi sia qualcuno, a bordo, che abbia la responsabilità di comando. Lasciata a due militari di truppa?
L’Italia poteva rifiutarsi di consegnare i due all’India, fregandosene della parola data, in quanto l’India è un Paese dove vige la pena di morte, ed il nostro ordinamento vieta di consegnare chiunque in quei Paesi. Ma ci siamo accontentati di una “rassicurazione” verbale – forse scritta – un “pizzino”, al solito.
Ora, dopo il gran casino e le pessime figure rimediate, non rimane che attendere gli eventi: non c’è altro da fare. Per fortuna di Girone e Latorre la pena di morte in India viene comminata solo in casi rarissimi di strage, e non per un omicidio preterintenzionale.
In ogni caso, saranno condannati e la condanna non sarà lieve: d’altro canto – pur in una situazione intricatissima – hanno sbagliato, ammazzando due poveri pescatori. E chi sbaglia paga: sparando in aria non si fanno morti, lo rammentino.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.it
Link: http://carlobertani.blogspot.it/2013/03/catena-di-comando-e-quale.html
(1) http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2011-07-12;107~art5

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