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EUROCRISI Cipro, assalto alle banche mentre la Slovenia trema (continua l’attacco dell’U.e-Bce-Fmi all’economia Europea)

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Fatto Quotidiano di Stefano Feltri del 29/03/2013 attualità

L’ immagine che resterà della crisi di Cipro è quella del convoglio di tir che, nella notte, scortati da auto della polizia ed elicotteri, portano ver- so le banche cinque miliardi di euro freschi di stampa dalla Bce. Banconote che servivano ad affrontare la riapertura, il momento temuto in cui, dopo quasi due settimane di incertezze e paure, ai cittadini dell’isola mediterranea è stato restituito l’accesso ai propri risparmi. Se il sistema ha tenuto, evitando il temuto collasso, è soltanto perché sono stati posti limiti alla circolazione di capitale: non si possono ritirare più di 300 euro dal bancomat, non si possono portare all’estero più di mille euro in contanti, vietato incassare assegni. Quasi tutto il resto, bonifici e pagamenti soprattutto verso l’estero, sono bloccati o sottposti a rigida approvazione preventiva. I paletti ai capitali, spiega il ministro delle Finanze Ioannis Kasoulides, verranno gradualmente rimossi. Ma ci vorrà almeno un mese. Poi la crisi di Cipro potrà, forse, essere archiviata. Gli strascichi, ovviamente, saranno tantissimi. A Cipro ci sarà una commissione di inchiesta sul disastro della Cyprus Bank e della Laiki, che costerà al Paese 16 miliardi di euro (10 dal fondo Salva Stati e Fmi, 5,8 dai prelievi sui depositi della Cyprus bank, la cui entità ancora non è nota, potrebbero arrivare addirittura all’80 per cento) e un crollo del 20 per cento del Pil. Ma l’effetto contagio dovrebbe fermarsi. ALMENO IN TEORIA. Perché da quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha fatto capire che il “modello Cipro” (salvataggi bancari a carico di azionisti e creditori della banca invece che dello Stato) potrebbe essere esportato, gli investitori cercano di indovinare chi sarà il prossimo. E ormai tutti puntano sulla Slovenia che, per la verità, è considerata sull’orlo del crac da oltre un anno. Ma il 18 marzo, nel suo rapporto annuale sul Paese, il Fondo monetario internazionale ha presentato l’economia di Lubiana come avvitata in un “circolo vizioso tra ten- sioni finanziarie, risanamento fiscale e fragilità delle imprese” che sta “pro – lungando la recessione”. Semplificando: le banche hanno finanziato ope- razioni di fusioni e acquisizioni delle imprese le quali, causa recessione, tagli e tasse, ora hanno ben poche prospettive e vacillano, minacciando di far crollare anche i finanziatori. La Slovenia è entrata nell’euro nel 2008, ma già ora comincia a scoprire gli effetti negativi, che passano per lo spread e il costo del debito: nelle ultime settimane il tasso di interesse imposto dal mercato ai titoli di Stato decennali di Lubiana si è impennato arrivando al 6,2 per cento (l’Italia è al 4,72). E questo è un guaio, visto che lo Stato dovrebbe raccogliere sul mercato 3 miliardi di euro. Le banche hanno crediti in sofferenza pe r il 14 per cento del totale, avrebbero bisogno di un miliardo di ricapitalizzazione che al momento non si trova. Le imprese slovene sono tra le più indebitate d’Europa. Il deficit è troppo alto, 5,1 per cento del Pil (ma anche quello strut- turale, corretto per gli effetti della recessione, è sopra il 3,2) e questo è il preludio per una sta- gione di rigore per ridurlo. La Slovenia è il candidato ideale per l’effetto domino. E secondo il Sole 24 Ore, le nostre banche sono esposte verso la Slovenia per 7,6 mi- liardi, mentre per Cipro erano solo 1,3. La Germania, protagonista della gestione della crisi, invece era esposta verso Nicosia per 7,6 miliardi e quindi si è data molto da fare per trovare una soluzione. Chissà se i 3,1 miliardi che rischia a Lubiana sono sufficienti per garantire una pronta soluzione. Lo si vedrà presto, a meno che il vuoto di potere in Italia non riporti gli inve- stitori a occuparsi più di Roma che di Slovenia. Ieri il nostro spread ha chiuso a 347 punti.

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