Archivi Blog

Totò, lo Stato e la malastampa (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2013. Marco travaglio attualità

Proseguono gli sforzi dei giornali italiani per confermare l’ultima classifica di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa, che ci vede al 57° posto nel mondo, alle spalle di Botswana, Niger, Sud Corea, Ungheria, ma con ampi margini di peggioramento. Sabato mattina le agenzie informavano di una strana incursione in casa del pm di Palermo Roberto Tartaglia che sostiene l’accusa al processo sulla trattativa Stato-mafia con i colleghi Di Matteo e Del Bene: ignoti visitatori hanno abilmente forzato la serratura, spostato preziosi gioielli della moglie senza rubarli e individuato e trafugato a colpo sicuro una pen-drive fra le tante: proprio quella contenente verbali ancora segreti dell’inchiesta-bis sulla trattativa. Un messaggio preciso: sappiamo quel che fai, per noi non esistono segreti, entriamo in casa tua quando vogliamo, e attento ai tuoi cari. Un’operazione che puzza di servizi distante un miglio, infatti – a parte il deputato Lumia, il ministro D’Alia e l’Anm – nessun’autorità dello Stato ha solidarizzato col pm. E la grande stampa ha completamente ignorato la notizia (a parte il Fatto, si capisce). Parlare di Tartaglia significa nominare la trattativa, e non sta bene. Inoltre, a furia di raccontare le minacce subìte dai pm che l’hanno scoperta (anche Di Matteo e Del Bene ne ricevono da mesi), la gente potrebbe capire che quel processo “non s’ha da fare”. E perché. Mentre gli ignoti visitatori gli entravano in casa, Tartaglia era impegnato in udienza a rintuzzare la raffica di eccezioni e cavilli difensivi non degl’imputati mafiosi, ma dei rappresentanti dello Stato, che fanno carte false per traslocare il processo da Palermo verso lidi più placidi e sabbiosi: quelli di Roma. Magari al Tribunale dei ministri. Mancino ha la spudoratezza di sostenere che la sua presunta falsa testimonianza, commessa nel 2011, sarebbe reato ministeriale: e pazienza se Mancino smise di essere ministro nel marzo 1994. Un ministero, come il diamante, è per sempre. E vale il principio del “lei non sa chi ero io”.

Vedremo che spazio avranno sui giornali di oggi le dichiarazioni di Totò Riina sulla trattativa con lo Stato (“io non cercavo nessuno, sono loro che cercavano me”), sul suo arresto (opera “di Provenzano e Ciancimino, non dei carabinieri”) e sul furto dell’agenda rossa di Borsellino (“c’è la mano dei servizi”), ascoltate dagli agenti che l’accompagnavano in udienza il 31 maggio e riferite ai pm. Ma soprattutto vedremo come verranno presentate. Perché quando parla un mafioso, pentito o meno non importa, politici e giornali si regolano così: se il boss dice cose funzionali al potere, è un testimone attendibile proprio perché mafioso; viceversa, è inattendibile proprio perché mafioso. Brusca era attendibile quando confessò la strage di Capaci e altre decine di omicidi, ma appena parlò di trattativa divenne un bugiardo. Spatuzza era credibile quando smontò il depistaggio su via D’Amelio e se ne assunse la colpa, ma poi parlò di B. e Dell’Utri e divenne un peracottaro. Riina non è pentito: parla da mafioso. Ma stavolta lo fa non con dichiarazioni spontanee in aula (lì ogni parola sarebbe un’autoaccusa, per un boss che nega tutto, anche l’esistenza della mafia): lo fa off records, ma avendo cura di essere ascoltato, perché il messaggio arrivi a destinazione. Sull’agenda rossa e sul suo arresto, Riina non può sapere nulla di preciso: dunque ciò che dice lascia il tempo che trova. Ma sulla trattativa sa molto, perché il primo destinatario della mediazione di Ciancimino per conto del Ros era lui. E le sue parole collimano con tre sentenze definitive sulle stragi del 1992-’93, mentre smentiscono la versione dei rappresentanti dello Stato: la trattativa fu avviata dallo Stato, non da Cosa Nostra. Quando Riina dice “io non cercavo nessuno, sono loro che cercavano me”, sta ricattando chi sa lui, ma dice la pura verità. A questo siamo: il capo della mafia è un po’ più credibile dello Stato.

Annunci

Una mafia lava l’altra (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 06/06/2013 Marco Travaglio attualità

È incredibile l’ingenuità, mista a malafede, con cui si continua a raccontare che bastava un cenno del capo di Beppe Grillo per far nascere un “governo del cambiamento” Pd-5Stelle. Chi continua a sostenerlo, a dispetto dei fatti e dei santi, ignora o finge di ignorare il grumo di poteri che, dinanzi a una prospettiva del genere – quella che un pizzino mafioso descriveva efficacemente come “il governo dei froci e dei comici” –, casomai fosse davvero esistita, sarebbe stato disposto a sparare pur di evitarla. La verità vera, com’è evidente a chi non abbia gli occhi foderati di prosciutto dai tempi della Bicamerale, della caduta del primo governo Prodi, delle non-leggi sul conflitto d’interessi, dei voti per l’eleggibilità dell’Ineleggibile, del caso Telecom, dei furbetti rosso-azzurri, dell’indulto 2006, del bordello bipartisan di Gianpi Tarantini, dell’Ilva e del Montepaschi, dell’eterno inciucio alla Rai, giù giù fino al governo Monti, alla trombatura di Prodi, alla rielezione di Napolitano e al Governo Nipote, è che da almeno vent’anni la cosiddetta destra e la presunta sinistra cogestiscono il potere d’amore e d’accordo, espellendo come corpi estranei i disturbatori dell’inciucio permanente (Prodi, i girotondi, i movimenti referendari, Cofferati, Di Pietro, Ingroia, ora possibilmente M5S).

Gustavo Zagrebelsky, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere a proposito del presidenzialismo, cioè dell’ultima calata di brache del Pd al signore e padrone d’Italia dal quale sogna segretamente (ma nemmeno più tanto) di essere posseduto, parla di “sindrome di Stoccolma”. Troppo buono, professore. La sindrome di Stoccolma, come tutte le patologie, non è colpa di chi ne soffre. Questi calabrache sanno perfettamente quello che fanno.

Una delle radici malsane dell’inciucio è la trattativa Stato-mafia, pietra fondante della Seconda Repubblica, che ora vede imputati insieme ai boss uomini di centrodestra (Dell’Utri), di centro (Mannino) e di centrosinistra (Mancino e Conso, per falsa testimonianza). Anche la sfilata dei testimoni, da Napolitano a Violante in giù, è l’emblema del trasversalismo. Ecco: che quel processo non s’abbia da fare lo scrivono il Foglio, Libero, il Giornale, e anche l’Unità. Qualche ingenuo domanderà: ma come, anche l’organo ufficiale del Pd? Ma certo. Nel giro di una settimana ha fatto commentare il processo appena iniziato da Pino Arlacchi e da Giovanni Pellegrino. Arlacchi è riuscito a scrivere, restando serio, che la trattativa “non c’è mai stata” anche se la chiamano così quelli che l’hanno fatta (i mafiosi e gli ufficiali del Ros Mori e De Donno). Sì, è vero, i Ros erano di casa chez Ciancimino, ma quello è “un episodio minore”, semplici “contatti privi di copertura politica (ci mancherebbe, ndr) tra alcuni carabinieri spregiudicati e alcuni confidenti mafiosi”, di cui peraltro “eravamo al corrente”. Eravamo chi? Mistero, anche perché Arlacchi e gli altri fantomatici “noi” si guardarono bene dal denunciare.

Pellegrino, già senatore Ds, dalemiano di ferro, già presidente di quel salotto di giallisti che era diventata la commissione Stragi, recensisce amorevolmente un “saggio” del professor Fiandaca pubblicato sul Foglio col titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”, per dire che l’accusa dei pm ai 10 imputati, già passata al vaglio del gip che li ha rinviati tutti a giudizio, è “al limite estremo della verosimiglianza”. Perché? Perché dice lui: “è difficile credere che vertici mafiosi, ufficiali dei carabinieri e politici di primo piano abbiano operato insieme per imporre al governo una trattativa volta all’attenuazione del contrasto legale” alla mafia. Insomma, se i carabinieri incontrano Ciancimino che parla con Riina che manda un papello che anticipa profeticamente una dozzina di leggi anti-antimafia; se Borsellino scopre tutto ciò e muore subito ammazzato, mentre uomini dello Stato fanno sparire la sua agenda rossa e svuotano i cassetti del suo ufficio;

Se gli stessi militari arrestano Riina ma non perquisiscono il covo lasciandolo svuotare dai mafiosi; se il governo toglie il 41-bis a 343 detenuti fra cui molti mafiosi; se i Ros non arrestano Provenzano nemmeno quando un confidente li porta al suo nascondiglio; ecco, se tutto ciò avviene è per pura coincidenza. E lo scandalo non è lo Stato che cede alla mafia, ma i pm che pretendono di “processare la politica governativa di allora”, con “scarso rispetto del principio costituzionale della divisione dei poteri”. Ecco cos’è il processo sulla trattativa: l’ennesimo “conflitto tra politica e giustizia che nuoce all’ordinato svolgersi della vita democratica”. Come nel ’92, con Mani Pulite, “una parte non piccola della magistratura fu spinta ad avocare a sé l’egemonia rispetto al potere politico” con l’irrisorio pretesto che i politici rubavano, così ora i pm di Palermo “aprono una nuova fase nel conflitto tra giustizia e politica” con la trascurabile scusa che i politici mafiavano. A questo punto chi avesse perso il filo potrebbe domandare: ma queste cose le dice Berlusconi o uno dei suoi giannizzeri su uno degli house organ della ditta? No, le scrive su l’Unità il Pd Pellegrino. Che non è un omonimo dell’avvocato che nel 2006 difese Previti alla giunta della Camera, sostenendo che doveva restare deputato nonostante la condanna definitiva a 6 anni per corruzione giudiziaria con interdizione perpetua dai pubblici uffici. È proprio lui

PARADOSSI Mafia, vietato sciogliere comuni

corelFatto Quotidiano 3/6/2013 di Lucio Musolino attualità

Reggio Calabria A nche San Luca è territorio della Repubblica italiana». Nella cittadina della Locride, ritenuta la culla della ‘ndran- gheta, il 2 giugno si festeggia così. Con un dibattito contro lo scioglimento del Comune disposto nelle settimane scorse dal Consiglio dei Ministri. Lo ha organizzato l’associazione “Liberi di ricominciare”che ha riunito nella piazza centrale di San Luca alcuni amministratori dei Comuni infiltrati dalle cosche. Il leit motiv è sempre lo stesso: “Si colpiscono i cattivi ma anche i buoni. – dice il presidente del movimento Paolo Ferrara –I cittadini non devono pa- gare le colpe di chi ha peccato”. SE DA UNA PARTE, nel corso della mani- festazione, il garantismo l’ha fatta da pa- drone, dall’altra la grandeassente è stata la consapevolezza di essere a San Luca, quel paesino arroccato sull’Aspromonte dove regna l’organizzazione criminale che la magistratura definisce “più potente al mondo”. Proprio la parola ‘ndrangheta, infatti, non è stata mai pronunciata durante gli interventi degli amministratori locali arrabbiati con uno “Stato assente” e con quei “politici – dice Francesco Nirta, uno dei candidati a sindaco – che vengono a San Luca solo per chiedere voti. Noi non siamo l’antistato ma vogliamo lanciare una pro- posta per cambiare la legge sullo sciogli- mento”. Si è salvato dall’onta della contiguità ma- fiosa, invece, Ferrara. Il presidente di “Liberi di ricominciare”, infatti, è un esponen- te del partito repubblicano, candidato ma non eletto al Comune di Reggio, sciolto per ‘ndrangheta lo scorso ottobre. Parla di “torto subito”da San Luca: “Perchè la maggior parte dei comuni sciolti sono in Calabria? Possibile che siamo solo noi i terroristi?”. “Noi non proponiamo l’abrogazione, ma vogliamo che la legge cambi”. È l’appello del consigliere provinciale Pierpaolo Zavettieri: “Preferisco dieci delinquenti fuori che un innocente in carcere”. Ad applau- dire c’era San Luca, quella onesta ma anche quella della strage di Duisburg. È scesa in piazza per ascoltare i suoi politici e il giu- dice di Cassazione Romano De Grazia, padre della legge Lazzati che è stata ripresentata dal Movimento 5 stelle: “Il malaffare entra nelle istituzioninel momento eletto- rale. Se ai sorvegliati speciali si vieta non solo il voto, ma anche la possibilità di fare campagna elettorale, si prevengono lo scioglimento per infiltrazioni mafiose che è un provvedimento generalizzato e per questo iniquo perché sanziona i consiglieri democraticamente eletti e quelli eletti dalla ‘n- drangheta”.“La legalitànon vadeclamata, va attuata”. De Grazia conclude con una critica alle associazioni antimafia “da salot- to” e alle iniziative della Regione. Come quella di produrre scatole di finte pillole “antindrina”che rievocano le confezioni di aspirina: “Voi ridete, ma così lottano la ma- fia. Con le pillole o con l’affisione di targhe con scritto Qui la ‘ndrangheta non entra”

Mafia, Grasso nomina il senatore sotto processo

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 13/04/2013 Giuseppe lo bianco attualità
ANTONIO D’ALÌ (PDL) È ACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO: CONFERMATO A RAPPRESENTARE L’ITALIA A BRUXELLES.

Palermo- La nomina non l’ha colto di sorpresa e aveva probabilmente le valigie pronte visto che da ieri il senatore Antonio D’Alì (Pdl), imputato a Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa, è a Bruxelles a rappresentare il Parlamento italiano in seno all’Apem, l’Assemblea Parlamentare Euro Mediterranea riunita stamane in seduta plenaria dopo le riunioni di commissione svolte ieri. D’Alì è stato confermato nell’organismo parlamentare europeo dal presidente del Senato Pietro Grasso, che ha raccolto un’indicazione del gruppo parlamentare del Pdl. Senza alcun imbarazzo da Palazzo Madama fanno sapere che la nomina è solo una ‘’presa d’atto’’ e che il potere discrezionale del Presidente è pari a zero, ma in realtà la decisione finale spetta proprio all’ex Procuratore nazionale antimafia, che ha liberamente scelto di mandare in Europa a rappresentare le Camere un senatore imputato di concorso esterno alla mafia. “Mentre ci affanniamo a esportare il meglio della legislazione antimafia italiana attraverso l’armonizzazione di 27 sistemi giudiziari negli Stati membri, cercando di sensibilizzarli sulla presenza e sulla pericolosità mafiosa anche nei loro territori, il segnale che arriva dall’Italia è quantomeno inopportuno – dice Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia europea – visto il coinvolgimento del senatore D’Alì in accuse legate alla criminalità organizzata e visto che l’Apem raccoglie numerosi paesi del partenariato euromediterraneo che da oggi rischiano di avere dell’Italia un’immagine diversa da quella che noi cerchiamo con fatica di costruire ogni giorno”. Oltre a D’Alì, nell’Apem sono stati nominati altri due parlamentari italiani, un senatore, sempre da Grasso, e un deputato, su indicazione di Laura Boldrini. E se la riunione plenaria dell’Assemblea si svolge una volta l’anno, le riunioni delle commissioni e dell’ufficio di presidenza sono più frequenti e D’Alì dovrà dividersi tra Bruxelles e l’aula del Tribunale di Palermo dov’è processato con il rito abbreviato dal gup Giovanni Francolini: prossima udienza il 4 maggio, per la requisitoria del pm. Una decina di pentiti lo accusano di avere avuto (e alcuni di avere ancora) rapporti con la famiglia del boss latitante Matteo Messina Denaro, l’ultimo degli stragisti di Cosa Nostra ancora latitante. Una proprietà in comune con i boss, il “baglio” sui terreni di Zangara, dove secondo il pentito Giovanni Ingrasciotta D’Alì incontrò nel ’94 proprio Matteo Messina Denaro, il “pieno sostegno elettorale di Cosa Nostra trapanese”, come ha detto l’imprenditore Nino Birrittella, e perfino l’intercessione del senatore che alla fine degli anni 80 avrebbe salvato la vita a Salvatore D’Ambra, titolare di una finanziaria che ha truffato diverse famiglie del Trapanese, fra cui anche i Messina Denaro: solo grazie all’intervento di D’Alì, ha sostenuto Ingrasciotta, la storia non sfociò in una sanguinosa vendetta

L’ex procuratore Antonio Ingroia Come nel ’92 è una stagione di forte crisi istituzionale” (le minacce al Pm Di Matteo e i suoi obiettivi)

corelFatto Quotidiano del 3/04/2013 di Lobianco e Rizza attualità

Dottor Ingroia, dopo la lettera anonima che rivela il progetto di un attentato nei confronti di Nino Di Matteo, c’è chi parla di nuova strategia della tensione. Secondo lei, qual è l’obiettivo della minaccia? È l’ulteriore appesantimen- to di un clima che esiste da più di un anno: non possiamo dimenticarci che fin dall’inizio dell’indagine sulla trattativa, a Palermo c’è stato un succedersi di fatti inquietanti nei confronti dei pm più esposti mediaticamente rispetto all’inchiesta: lettere anonime e telefonate anonime. Si è determinato un clima pesante attorno a questa indagine, che sembrava non volesse nessuno: né il mondo della politica, né il mondo dei sistemi criminali. Mi riferisco al contesto della mafia, ma non della mafia militare: di quella mafia che ha avuto a che fare con gli apparati. Questo clima pesante è cresciuto, via via che la situazione po- litica entrava in uno stato di fibrillazione, perché la triste tradizione ci dice che nei momenti di crisi della politica, il sistema criminale cerca di rendere il clima più pesante per poter condizionare il corso degli eventi’’. La lettera fa riferimento alla situazione di stallo istituzio- nale: è un salto di qualità nel linguaggio degli anonimi? No, direi di no. Ricordo anonimi molto sofisticati che vennero fuori nel ’92, in piena stagione stragista, in una situazione di analoga crisi istituzionale. Proprio come ha dimostrato l’indagiine sulla trattativa, in quel momento il sistema crimi- nale, prima con gli anonimi (le otto cartelle del cosiddetto Corvo due, ndr) e poi con atti violenti, ha condizionato il corso degli eventi. L’ho detto anche in campagna elettorale: oggi, come allora, bisogna tenere alta la guardia e gli occhi bene aperti. Lettere anonime, progetti di attentati, nuova strategia della tensione. Ma in vent’anni non è cambiato proprio niente nel nostro paese? Diciamo che quello della let- tera anonima è lo stesso lin- guaggio adattato a circostanze diverse. I sistemi cri- minali non sono cambiati, non sono stati abbattuti, ri- mangono forti e agiscono per lo più in modo silenzioso: fanno sentire la loro voce nei momenti di snodo. La differenza è che, oggi, la si- tuazione di fibrillazione istituzionale è perfino peggiore di quella di vent’anni fa: il quadro di ingovernabilità è più spiccato, la crisi dei par- titi è ancora più palese, la po- litica è in un tunnel apparen- temente senza via d’uscita, e ogni possibile soluzione alternativa (compresa anche la mia proposta politica) è stata espulsa dal circuito della politica e dei media. Il procuratore aggiunto di Pa- lermo, Vittorio Teresi, tra i fattori di isolamento del pm Di Matteo, ha evidenziato anche il procedimento disci- plinare avviato dal Pg della Cassazione Gianfranco Ciani… Lei che ne pensa? Non mi pronuncio perché non sarei imparziale, visto che, con singolare coinci- denza di tempi, le iniziative disciplinari si sono succedu- te a breve distanza nei miei confronti e nei confronti di Di Matteo: guarda caso i due pm della trattativa. Non tocca a me esprimere valutazio- ni, ma è chiaro che tutto questo ha un sapore strano, soprattutto se si considera che queste iniziative disciplinari arrivano a distanza di parec- chio tempo dai fatti che le hanno originate. l’estensore della lettera anonima si qualifica come un “uomo d’onore della famiglia trapanese e”. Ma gli analisti osservano che un messaggio così sofisticato non sembra provenire dalla manovalanza mafiosa. Secondo lei, qual è la matrice? È difficile dirlo. In genere gli autori degli anonimi, se sono sofisticati, si mascherano per lanciare messaggi. L’autore, che si presenta come un uomo d’onore, può be- nissimo essere qualcun altro che vuole lanciare dei mes- saggi. Si propone come un mafioso, ma può essere un uomo delle istituzioni che vuole mandare messaggi obliqui. Secondo lei, il messaggio in questo caso è rivolto alla politica o alla magistratura? Non conosco il contenuto e non posso dire più di tanto. Messaggi di questo tipo sono messaggi a più destinatari. Non ne hanno mai uno solo.

MUOS, MAFIA E CIA CONTRO CROCETTA ?

rosario-crocetta-commenta-la-sua-vittoria-alle-elezioni-regionali-siciliane
Fonte altrainformazione Aaron Pettinari : http://www.antimafiaduemila.com 13/03/2013 attualità

Quando lo scorso mese il Presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha dato mandato all’assessore regionale all’Ambiente Mariella Lo Bello e al dirigente Giovanni Arnone di revocare le autorizzazioni per la realizzazione del Muos, l’impianto militare di antenne satellitari di Niscemi, in tanti avevano accolto la notizia come uno straordinario successo per tutto il movimento “No Muos” che da anni si batte per questo. Nonostante ciò, però, all’interno della base Usa si continua a lavorare, come denunciato da alcuni attivisti, con gli Stati Uniti che si fanno forti del protocollo d’intesa siglato nel 2011 tra l’allora ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa e il governatore siciliano Raffaele Lombardo, favorevoli alla realizzazione.
Ci sono poteri forti a spingere per quest’opera e la conferma arriverebbe dalle dichiarazioni dell’ex Idv Sergio De Gregorio che, interrogato dai magistrati, ha raccontato i retroscena in merito alla campagna acquisti del 2007 che affossò il governo Prodi.
L’ex senatore ha dichiarato agli inquirenti che l’allora governo di centrosinistra cadde per le pressioni di altri poteri, ovvero la Cia, che avevano messo nel mirino Prodi e il suo esecutivo soprattutto per l’ostilità manifestata nei confronti del Muos. Un fatto che nei giorni scorsi ha allarmato non poco lo stesso Crocetta il quale ha dichiarato:

“Sono seduto su una polveriera. Già dai primi giorni dal mio insediamento sono partiti i dossier nei miei confronti. Ed è chiaro che a muoversi, in questi casi, sono i poteri forti. Non è mafia. O meglio, non stiamo parlando solo di mafia. Questi poteri, in passato, a mio parere, furono responsabili, ad esempio, della sparizione di Enrico Mattei. Figuriamoci se si preoccupano di intervenire su un presidente della Regione”.

Una considerazione forte ma che potrebbe anche non essere sconsiderata. Anche il presidente dell’Eni, morto sul cielo di Bescapé (in provincia di Pavia) la sera del 27 ottobre 1962 a causa dell’esplosione dell’aereo che lo stava riportando a Milano dopo una visita in Sicilia, con la sua politica energetica aggressiva stava “pestando i piedi” ai poteri dell’economia mondiale. Mattei aveva bene in testa l’idea di un’Italia libera dalla dipendenza dalle Sette Sorelle. Recenti documenti, recuperati dallo storico Mario Cereghino e pubblicati su “I Quaderni de L’Ora”, riportano una conversazione di un diplomatico italiano a cui Mattei aveva confidato che nell’arco di sette anni avrebbe tirato fuori l’Italia dalla Nato ponendola a capo dei Paesi non allineati. Una sorta di terzo blocco mondiale rispetto al blocco Usa e a quello dell’Unione Sovietica. Dichiarazioni di un certo peso che, seppur non portano prove sulle motivazioni che hanno portato alla morte l’ex presidente dell’Eni (su cui vi è ancora un forte alone di mistero ndr), certamente fanno riflettere rendendo non così remota l’idea che con il decesso di Mattei in molti, in Italia e all’Estero, possono aver tirato un sospiro di sollievo. E’ quasi una certezza che la carica esplosiva sul velivolo venne piazzata a Catania.
Nella sentenza De Mauro, dove viene messo nero su bianco che il disastro aereo di Bescapé fu frutto di un attentato e non un semplice incidente aereo, viene elogiato il grande lavoro del pm di Pavia Vincenzo Calia, titolare della terza inchiesta sul caso aperta il 20 settembre 1994 e chiusa nel 2003. Nella richiesta di archiviazione Calia scrive:

“L’esecuzione dell’attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero. La programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono – quantomeno a livello di collaborazione e di copertura – il coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano”.

E poi continua:

“E’ facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta – per la sua stessa complessità, ampiezza e durata – esclusivamente a gruppi criminali, economici, italiani o stranieri, a ‘Sette (… o singole…) sorelle’ o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente petrolifero di Stato, che hanno eseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o col consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito diretti vantaggi”.

Un’analisi che non esclude comunque il coinvolgimento della mafia. Per lo stesso Calia “la tesi della mafia come ente di supporto può essere molto verosimile seppur non esistono riscontri certi”. L’ex “boss dei due mondi”, Tommaso Buscetta, aveva raccontato che

“il primo delitto eccellente di carattere politico ordinato dalla commissione di Cosa Nostra, costituita subito dopo il 1957, fu quello del presidente dell’Eni, Enrico Mattei. In effetti, fu Cosa Nostra a deliberare la morte del Mattei, secondo quanto mi riferirono personalmente alcuni dei miei amici che componevano quella commissione, come Greco Salvatore “Cicchiteddu” e La Barbera Salvatore. L’indicazione di uccidere Mattei giunse da Cosa Nostra americana, attraverso Bruno Angelo (autorevole esponente della famiglia di Philadelphia) che chiese questo favore a nome della commissione degli Usa e nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”.

Dello stesso avviso il collaboratore di giustizia gelese Antonio La Perna mentre per il catanese Antonino Calderone il coinvolgimento di Cosa Nostra è da escludere perché “ …non c’era il motivo di uccidere Mattei. Portava ricchezza in Sicilia e alla mafia interessano i soldi…”.
Tuttavia non è inverosimile che l’attentato al presidente dell’Eni rientri nello scambio di favori tra mafia americana e siciliana. Così come non è “campata in aria” la possibilità che oggi si possa ripetere un fatto tanto grave nei confronti del Presidente dell’Ars, Crocetta. Dietro all’installazione del Muos ci sono interessi e poteri forti, internazionali e locali. E storicamente Cosa nostra si presta ad essere braccio armato del potere, ancor di più quando gli uomini da colpire sono già al centro del proprio mirino.

NAPOLI FLAMBE’ – TANTO PER CAMBIARE: LA MANO DELLA CAMORRA DIETRO L’INCENDIO DI BAGNOLI – IN SOLI 40 MINUTI CITTA’ DELLA SCIENZA E’ STATA COMPLETAMENTE DISTRUTTA – UN “LAVORO” DA PROFESSIONISTI PER DIVERSI POSSIBILI MOVENTI – GLI APPALTI, UNO “SGARRO” PER UNA FORNITURA NON GARANTITA, LA POSSIBILITA’ DI COSTRUIRE UN PORTICCIOLO O UN’ASSUNZIONE PROMESSA – DUE SOLE TELEFONATE AI POMPIERI…

Dario_FoFonta Dagospia 7/03/2013 Guido Ruotolo per “la Stampa”attualità

ROGO CITTA SCIENZA ILMATTINO IT Esce un attimo in corridoio, il procuratore Giovanni Colangelo: «Procediamo, per il momento, sull’ipotesi che si sia trattato di un incendio doloso, per non trascurare alcun aspetto seguiamo tutte le piste».

E’ ora di pranzo e il procuratore di Napoli, il suo aggiunto Gianni Melillo e il pubblico ministero anticamorra Michele Del Prete, sono riuniti con gli investigatori. Dietro al rogo che ha distrutto la «Città della Scienza» e mutilato Napoli ci sarebbe la camorra. Ne sono convinti gli investigatori e gli inquirenti. E anche se, naturalmente, non scartano alcuna ipotesi, è sui clan del territorio che concentrano la loro attenzione.

ROGO CITTA DELLA SCIENZA ILMATTINO IT Partiamo dalla scena del crimine. Con il senno di poi hanno avuto ragione i pm napoletani che l’altro pomeriggio avevano chiesto un sacrificio agli uomini della Scientifica e ai Vigili del fuoco, invitandoli a fare presto, a lavorare tutta la notte per mettere al sicuro i campioni da inviare nei laboratori. Le previsioni meteo annunciavano pioggia, e così è stato.

Ciò che resta dei capannoni anneriti dal fumo e arsi dalle fiamme di «Città della Scienza» rappresenta l’unica traccia per capire l’origine delle fiamme. E, dunque, gli investigatori hanno lavorato tutta la notte per raccogliere campioni di ciò che restava dei capannoni per cercare di individuare i possibili focolai che sono stati attivati e il tipo di innesco utilizzato dai piromani criminali.

COSA RESTA DI CITTA DELLA SCIENZA ILMATTINO IT Gli inquirenti sottolineano alcune «anomalie» che portano a ipotizzare che la sera di lunedì, tra le 21 e le 21,40 quando è arrivata al centralino dei vigili del fuoco la prima telefonata d’allarme (un’anomalia, sostengono gli inquirenti, è che le telefonate d’allarme siano state soltanto due) – sia entrato in azione un gruppo criminale di più persone. Tra il momento della prima telefonata d’allarme al centralino dei pompieri e l’arrivo sulla scena del crimine dei vigili del fuoco passano in tutto sei minuti. Di certo alle 21 erano usciti gli ultimi partecipanti a un laboratorio di studio. Dunque gli incendiari hanno avuto quaranta minuti in tutto per entrare in azione. E lunedì sera non c’era vento.

Un particolare che depone a favore dell’evento doloso è che la centrale elettrica della «Città della Scienza» non è stata danneggiata, e il sistema antincendio era perfettamente funzionante. Un altro elemento che viene dato ormai per certo è che l’incendio è stato appiccato dal lato mare (il che non comporta necessariamente che i piromani siano arrivati dal mare). Le fiamme si sono sviluppate per circa un centinaio di metri d’ampiezza.

ROGO CITTA DELLA SCIENZA ILMATTINO IT Questo scenario porta gli investigatori a ritenere che siano stati diversi i punti d’attacco del rogo e a sottolineare che non basta versare del liquido infiammabile in quantità indefinita per ottenere il risultato sperato. Insomma, bisogna essere esperti, essere dei professionisti per calcolare le quantità necessarie di liquido infiammabile per raggiungere l’obiettivo fissato.

Dice il questore Luigi Merolla che «con il prosieguo delle indagini emergeranno uno o più moventi». Vittorio Silvestrini, il fondatore della «Città della Scienza» in una intervista ha invitato a guardare alla prospettiva che in zona si possa realizzare un porticciolo per quattrocento posti barca.

CITTA DELLA SCIENZA IN FIAMME A ben vedere, i possibili moventi sono diversi: gli appalti, uno «sgarro» per una fornitura non garantita o un’assunzione promessa. E’ nella fase iniziale delle indagini che si analizzano tutti i possibili scenari. Inquirenti e investigatori escludono che l’incendio abbia una valenza eversiva-terroristica, come sono stati gli attacchi dei Corleonesi ai monumenti (le stragi di Firenze, Roma e Milano del ’93). E tantomeno che a Napoli siano nati gruppi fuori controllo, come quello di Giuseppe Setola dei Casalesi

I pm: trattativa aperta con cadaveri ancora caldi (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza).

corel

I pm: trattativa aperta con cadaveri ancora caldi (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza)..

FAVORI TRA POTENTI.Ecco perché il Pdl non vuole la legge (Bruno Tinti).

FAVORI TRA POTENTI.Ecco perché il Pdl non vuole la legge (Bruno Tinti)..

I QUADERNI DI CITTÀ SICURE L’EMILIA ROMAGNA È IL NUOVO ELDORADO PER LA ‘N D R A N G H E TA


Fatto Quotidiano 11/09/2012 di Davide Vecchi attualità
L a mafia ha ormai messo radici profonde anche nelle regioni del Nord. Ha cambiato volto e si è introdotta nel sistema economico e politico creando dei “raggruppamenti mafiosi”, così li definisce Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università di Roma Tre, già deputato per il Pci consulente presso la Commissione parlamentare antimafia a tempo pieno per undici anni (1997-2008), ha analizzato la realtà dell’Emilia Romagna (attraverso la documentazione di Dna, Dda, Dia e fonti giornalistiche) scoprendo che la criminalità organizzata è riuscita a insinuarsi nel tessuto sociale emiliano romagnolo. Qui “popolazione, ambienti politico-culturali, della imprenditoria e centri a m m i n i s t ra t i v i ” si erano mostrati “refrattar i” alle infiltrazioni ed alle “i n ge re n z e dei malavitosi”. Ora non più. Accanto agli imprenditori vittime della criminalità, “sono proliferati quelli collusi”, spiega Ciconte. “Negli ultimi anni con la crisi gli imprenditori hanno avuto problemi di liquidità e di recupero crediti, così si sono rivolti agli uomini del clan dei Casalesi, presenti in particolare a Modena”, prosegue Ciconte. A Bologna invece le mafie si sono concentrate nel settore immobiliare, in particolare alberghi e strutture turistiche. Nel 2009 fu arrestato Vincenzo Barbieri: era l’effettivo proprietario di un bar a Bologna e di un albergo a Granarolo dell’Emilia ed era in trattative per acquistare un altro albergo di pregio a Bologna. Ma fu ucciso a San Calogero, in “I Casalesi a Modena operano nell’edilizia A Bologna fa gola il mercato i m m o b i l i a re provincia di Vibo Valentia. Francesco Ventrici, ricorda la ricerca, “avrebbe acquistato una villa a San Marino di Bentivoglio e avrebbe acquisito l’agenzia immobiliare in San Lazzaro (Bologna)”, che acquista una particolare rilevanza perché era “collegata in franchising con la Gabetti”. Ma è la politica la vera chiave usata dalle mafie, in particolare dalla ‘n d ra n g h e t a , per entrare nel territorio tentando di occuparlo sempre più a fondo. “Economia e politica sono i punti chiave per definire una presenza mafiosa”, scrive Ciconte nelle conclusioni dello studio. “La ‘ndrangheta che ha operato al nord ha mostrato negli ultimi anni la volontà di passare dall’i n fi l t ra z i o n e e dal riciclaggio del denaro sporco al radicamento e all’insediamento stabile e per manente”, prosegue. “Il rapporto con la politica risponde a queste finalità ed ha la caratteristica di voler controllare il territorio che sinora non è riuscito a controllare. Negli ultimi anni, dopo un periodo di sottovalutazione e di disattenzione, è maturata una maggiore consapevolezza nelle istituzioni e nell’opinione pubbl i c a ”, aggiunge. “G u a rd a re e comprendere quello che accade sul proprio territorio è importante per valutare come fare fronte alle nuove situazioni”. La ricerca (“I raggruppamenti mafiosi in Emilia-Romagna – Elementi per un quadro d’insieme”, Quaderno Città Sicure) sarà presentata oggi alle 18.30 alla festa del Pd a Regio Emilia dal curatore, Ciconte, assieme a Franco Corradini, assessore alla sicurezza sociale di Reggio Emilia e al vicepresidente del Consiglio regionale, Simonetta Saliera

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: