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#picciottostaisereno (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/05/2014 .Marco Travaglio attualità

Massima solidarieta agli elettori del Pd, dal Piemonte alla Sicilia. In Piemonte, che oltre a mandare alla Regione l’ex sindaco ed ex banchiere Sergio Chiamparino e in Europa Alessia Mosca (tecnicamente: effetti collaterali), essi dovranno avallare un’opera pubblica faraonica, mostruosa, inutile, inquinante da 20-25 miliardi: il Tav Torino-Lione (per sole merci, gia oggi insufficienti a coprire la capienza della ferrovia esistente). Nelle isole, gli elettori del Pd sono ancora piu sfortunati, soprattutto a quelli dotati di buona memoria storica e dunque legati all’eredita berlingueriana.

Il 6 giugno 1984, cinque giorni prima di morire e 11 giorni prima delle elezioni europee, Enrico Berlinguer sintetizzo cosi la missione del suo Pci: “Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realta di un Paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale e dall’iniquita sociale qual e quella che si e vista col decreto che taglia i salari, per portare invece nella Comunita europea il volto di un Paese piu pulito, piu democratico, piu giusto”. Quanto alla P2, Cicchitto sostiene ufficialmente il governo Renzi e B. e coautore della riforma costituzionale. Quanto alle tangenti, basta la parola: Greganti. Quanto all’evasione, l’unico candidato sardo e Renato Soru, che ha gia dovuto ammettere (e restituire all’Agenzia delle Entrate) 7 milioni sottratti al fisco (la stessa somma per cui e stato condannato B.) e mercoledi comparira in tribunale – fresco eurodeputato – per rispondere delle ricadute penali. Poi c’e la trattativa Stato-mafia, che Berlinguer non cito solo perche non era ancora cominciata e forse non poteva neppure immaginarla: lui che, durante il sequestro Moro, s’era battuto contro la trattativa Stato-Br (caldeggiata da Craxi e mezza Dc). Ora il Pd candida, proprio in Sicilia, il professor Giovanni Fiandaca, e proprio perche ha appena scritto un libro che giustifica la trattativa Stato-mafia. Il veterano dei corazzieri Emanuele Macaluso, sul Foglio , chiede a Renzi “la sua adesione esplicita alle tesi e al garantismo di Fiandaca” (voluto dai cuperliani siculi e sostenuto dal capataz renziano, l’inquisito Faraone) per dare “al governo e al partito il primo importante segnale di svolta in materia di giustizia”. E cioe che “la lotta alla mafia dev’essere condotta con le leggi e con le regole previste dallo stato di diritto”. Finora infatti e stata condotta violando le leggi e le regole dello stato di diritto, a colpi di tortura e forse di garrota. Urge “il ritorno a Sciascia e alla sua lungimiranza”: quella lungimiranza che porto il grande scrittore a prendere una ciclopica cantonata, attaccando Borsellino e la sua promozione a procuratore di Marsala, che pareva preludere a quella di Falcone alla Procura di Palermo, nel famigerato articolo sul Corriere contro i “professionisti dell’antimafia”. Macaluso, non contento dell’incredibile candidatura di Fiandaca, vorrebbe che Renzi alzasse la voce (peraltro all’unisono con quella di Riina) contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo Trattativa. Poi, se resta tempo, il premier dovrebbe sposare anche la “tesi di Fiandaca”: e cioe che, quando la mafia comincia a mettere le bombe, lo Stato anziche combatterla deve genuflettersi e trattare, “in stato di necessita” e naturalmente “a fin di bene”. Si spera che il Lodo Macaluso-Fiandaca valga, per coerenza, anche nella lotta ai terroristi e ai sequestratori: se compiono o minacciano stragi, o rapiscono qualcuno, per combatterli meglio bisogna trattare con loro. Ora, si da il caso che una legge italiana proibisca ai familiari dei sequestrati di pagare il riscatto e preveda addirittura il sequestro dei loro beni. Una legge che inspiegabilmente (almeno per i Macaluso e i Fiandaca) stronco dopo decenni la piaga endemica dei sequestri di persona. Ecco dunque la svolta garantista tanto attesa per la riforma della giustizia: trattare con i terroristi e con la criminalita organizzata, pagare i riscatti, insomma calarsi le brache. Il tutto, si capisce, nel nome di Berlinguer. Le mafie stanno gia tremando

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Riina mi vuole morto e i politici attaccano le nostre indagini” (Marco Travaglio).

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Alle 17:30 Nino Di Matteo, il pm che Totò Riina vuole morto ammazzato è al lavoro nel suo ufficio, al secondo piano del Palazzo di giustizia di Palermo. Dire che non sia turbato, sarebbe troppo. Ma non ha perduto né la calma, né il sorriso. La determinazione, quella, è addirittura aumentata.

Dottor Di Matteo, qual è il suo pensiero dominante dopo 15 mesi di minacce e preannunci di attentato?

Cercare di capire a fondo quel che sta succedendo intorno a me. Non tutto è ancora così chiaro. Un anno fa, al primo alternarsi di minacce di stile mafioso e di fonte istituzionale, pensai a qualcosa di casuale. Poi mi convinsi che erano attacchi collegati. Ora sentire e vedere Riina pronunciare quelle parole rabbiose e quegli ordini di morte contro di me mi riporta al contenuto di una delle prime minacce che mi fu recapitata anonimamente.

Il dossier di 12 cartelle intitolato “Pro to co l l o Fantasma”, con lo stemma della Repubblica Italiana, che la metteva in guardia dallo spionaggio di “uomini delle istituzioni” verso una “ce n – trale romana”, l’avvertiva che si stava inoltrando su terreni pericolosi e citava politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non ancora toccati dalle indagini?

Quello fu il primo messaggio di fonte istituzionale. Però mi riferivo al secondo, successivo alle elezioni di febbraio.

La lettera giunta il 26 marzo, scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava la sua eliminazione – in alternativa a quella di Massimo Ciancimino – perché l’Italia “non può finire governato da comici e froci”?

Quella. Usava un frasario tipico di chi vuole accreditarsi come appartenente alle istituzioni o ad apparati investigativi. E parlava della decisione di uccidermi “chiesta dagli amici romani di Matteo”, cioè di Messina Denaro, avallata dal carcere anche da Riina “tramite il figlio”. Ora che ho ascoltato la viva voce di Riina ho capito il collegamento fra le due tipologie di minacce: quelle mafiose e quelle istituzionali o para-istituzionali. E ho colto la sottovalutazione che se ne fa, magari in buona fede, per ignoranza, su molti giornali e a livello politico.

Sottovalutazione?

Tutti parlano di minacce di Riina. Ma minacciare qualcuno significa volerlo spaventare. Riina, intercettato in carcere, non si limita a minacciarmi: il suo è un crescendo di parole rabbiose che culminano nell’ordine di uccidermi. Tant’è che i procuratori di Palermo e di Caltanissetta hanno utilizzato uno strumento eccezionale previsto dal Codice per “desegretare” le intercettazioni e ne han consegnato la trascrizione e il supporto audio-video al ministro dell’Interno Alfano. Parlare di “minacce” è improprio e fuorviante.

Non voglio farla polemizzare con le massime cariche dello Stato, ma proprio questo dicono, dopo un anno e mezzo di silenzi imbarazzati e imbarazzanti: solidarietà ai magistrati minacciati dalla criminalità organizzata.

Per carità, solidarizzare con tutti i magistrati minacciati dalla criminalità organizzata è giusto: le minacce delle mafie sono sempre cose serie. Ma i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia sono un caso a parte: qui lo stragista numero uno degli ultimi trent’anni ha dato l’ordine di eliminarci e di rilanciare così la strategia stragista, sospesa vent’anni fa con la lunga Pax Mafiosa seguita alla trattativa.

Qual è il suo stato d’animo in questi giorni?

È un complesso di stati d’animo. Se mi guardo intorno e rifletto razionalmente, mi dico che non è valsa e non vale la pena aver sacrificato, in vent’anni di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza miei e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi per fortuna prevale la passione, come in tanti magistrati della mia generazione. Quando entrai in magistratura 22 anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. Tre su quattro li abbiamo purtroppo accompagnati nella tomba, ma quello è rimasto il mio imprinting.

Quindi prevale ancora la passione?

Sì, e ha la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. La passione per la bellezza del nostro lavoro. Che però non cancella la consapevolezza che fare il magistrato in questo modo – l’unico che conosco leggendo la Costituzione – “non paga”. Né in termini di serenità personale, né di carriera, né di apprezzamento omogeneo dalle istituzioni e dagli uomini che le rappresentano, e anche da pezzi importanti dell’opinione pubblica. Ma non importa, andiamo avanti.

Prima delle stragi del ’92 era palpabile a Palermo l’insofferenza per i magistrati antimafia, le scorte, le sirene, le zone di rimozione forzata, i pericoli indotti dalla presenza di giudici a rischio. Si respira di nuovo quell’aria?

No, anzi l’intensificarsi dei pericoli per la mia persona è stato accompagnato paradossalmente da un surplus di solidarietà e vicinanza di tanti cittadini: lettere, email, parole d’incoraggiamento. Anche dai vicini di casa. È uno dei maggiori, e rari, motivi di conforto. Lo stesso vale naturalmente per la mia famiglia: ho la fortuna di essere circondato da persone che condividono idealmente gli stessi valori che sono alla base del mio impegno. Andiamo avanti, pure con grande difficoltà.

Co m ’è cambiata la sua vita in questi ultimi mesi?

Non devi mai ripetere gli stessi movimenti e gli stessi percorsi, che devi rendere il più possibile imprevedibili. Sei costretto a rinunciare anche a quelle piccole e poche cose che ancora ti concedevi prima, anche da scortato. Ma non è questo che mi pesa.

Cosa le pesa di più?

La consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi sui rapporti fra mafia e istituzioni (non soltanto quelle politiche, ma anche i cosiddetti “apparati”), senti – per usare un eufemismo – di non essere capito da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della magistratura. Troppi continuano a pensare che le nostre indagini siano tempo perso,risorse sottratte alla “vera lotta alla mafia”, che consisterebbe soltanto nell’arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve recidere i suoi legami con istituzioni, politica, finanza, forze dell’ordine, apparati.

A parole, lo dicono tutti.

Sì, ma poi appena qualche pm ci prova e magari ci riesce, ecco il solito coro pieno di risolini e di dubbi sparsi a vanvera: ti senti additato al pubblico ludibrio come un “acchiappanuvole”, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le istituzioni per scalfirne il prestigio. C’è chi ancora ripete il ritornello che, scoperchiando la trattativa, abbiamo fatto un favore a Riina mettendo sotto accusa uomini dello Stato e della politica. Riina, a sentirlo parlare, non sembra proprio pensarla così. Anzi: manifesta nei nostri confronti una rabbia furibonda, che vuole addirittura tradurre nel mio assassinio.

Si è domandato perché Riina ce l’ha tanto e proprio con lei?

No. Ma constato che mi sono occupato spesso e da molto tempo di processi che lo vedevano imputato: sono stato pm sulle stragi di Capaci, di via D’Amelio, sugli assassinii dei giudici Chinnici e Saetta e su altri omicidi perpetrati a Palermo.

Ciò malgrado, Riina, per quei processi, non aveva mai manifestato quel furore contro di lei. Che esplode solo per la Trattativa.

Con l’uscita di Ingroia, sono il pm che da più tempo segue quelle indagini. Quindi quella rabbia non me la spiego altrimenti.

Eppure, dagli atti che avete depositato finora, non si coglie un motivo che giustifichi tanta rabbia. A Riina non dovrebbe dispiacere di apparire come il superstragista che ha messo in ginocchio lo Stato. Avete il dubbio di non aver capito ancora tutto ciò che è acceduto, e che lui invece conosce bene?

Non il dubbio: la certezza. Finora abbiamo capito e riteniamo di aver provato solo una parte di ciò che è avvenuto. Non è casuale la tempistica dell’intensificarsi di questa pressione. Inizialmente si pensava che l’indagine sarebbe finita in archivio. Poi invece c’è stata la nostra richiesta di rinvio a giudizio e poi l’ordinanza di rinvio a giudizio del gup. E il processo è iniziato. Ma non è un mistero che stiamo continuando a indagare: non ci fermiamo certo a cercar di provare la colpevolezza degli attuali imputati. Vogliamo trovare chi li ha manovrati, li ha diretti e ha concorso con loro, dall’esterno di Cosa Nostra, nei delitti che abbiamo contestato. Con chi, perché e su incarico di chi gli attuali imputati han fatto ciò che han fatto. Ecco: quando si è capito che non ci fermiamo, sono partite non solo minacce e ordini di morte, ma anche episodi pericolosi come l’irruzione in casa del giovane collega Roberto Tartaglia.

Voi rappresentate lo Stato, ma anche chi ha fatto la trattativa e chi vi minaccia o fa di tutto per ostacolarvi. Quanti Stati ci sono, in Italia?

Lo Stato è uno solo: quello disegnato con chiarezza e precisione dalla Costituzione. Per essere credibile e riconosciuto come tale, lo Stato non deve temere di processare se stesso, attraverso propri esponenti infedeli, collusi, deviati. Altrimenti non ha titolo neppure per processare la criminalità, organizzata e non.

Mai avuto il dubbio di essere voi, i deviati?

No, nemmeno quando veniamo additati come tali, come portatori di interessi diversi dalla giustizia e dalla legalità costituzionale. Certo, c’è la sensazione palpabile di essere devianti rispetto al sentire comune molto diffuso che vorrebbe imporci una particolare “prudenza” perché non scoperchiamo certi vasi. Ma quella sulla trattativa è una delle poche indagini che ha subìto attacchi praticamente da tutte le parti politiche: almeno non possono accusarci di volerne favorire una a scapito di un’altra.

Qual è l’accusa che vi ha ferito di più?

Quella di autorevoli esponenti del giornalismo e della politica che ci attribuiscono addirittura la finalità di ricattare il capo dello Stato, solo perché ci siamo imbattuti casualmente in alcune sue telefonate con l’ex ministro Mancino, o perché l’abbiamo citato come testimone. È l’accusa più pesante e ingiusta, ma ci è toccato sopportare anche questo.

Quella vicenda ha trascinato tutti voi dinanzi alla Consulta e lei e il suo capo Messineo al Csm.

Avete la sensazione che quella doppia delegittimazione abbia tappato la bocca a chi magari poteva collaborare pienamente alle indagini?

Posta così la domanda, è difficile rispondere. Diciamo che i pentiti di mafia ragionano ancora con l’istinto tipico dei mafiosi: se capiscono di avere di fronte dei pm attaccati dalle istituzioni, fiutano che parlare di certi argomenti potrebbe essere scomodo e poco conveniente anche per loro. E magari chi sa molte cose si attesta su canoni di ordinaria “normalità”, rivelando solo ciò che non scandalizza troppo il sistema, e dunque non si rivela troppo dannoso per lui.

Lei è sempre sotto procedimento disciplinare al Csm?

Sì. A marzo mi è stato notificato l’atto di incolpazione, con l’accusa di aver leso le prerogative del capo dello Stato con un’intervista in cui spiegavo le procedure per la distruzione delle telefonate indirettamente intercettate fra lui e Mancino. Sono già stato interrogato e ora attendo che il Pg della Cassazione decida se chiedere al Csm di condannarmi o di prosciogliermi. A quel che risulta a me e al mio difensore, è la prima volta che si esercita l’azione disciplinare contro un magistrato per un’intervista. Ma, se sarò rinviato a giudizio, mi difenderò con serenità, ben conscio di aver fatto soltanto il mio dovere e di non aver violato alcuna legge o regola. Come il mio ufficio ha già fatto – purtroppo con gli esiti a tutti noti – dinanzi alla Consulta nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale.

Anche alla Consulta la sua Procura sostenne di aver obbedito soltanto alla legge.

Certo, e la prova era nei fatti: non era la prima volta che una Procura, intercettando un soggetto coinvolto nelle indagini, captava casualmente sue conversazioni con un presidente della Repubblica. Era accaduto nel 1992 a Milano con il presidente Scalfaro. Ed era capitato nel 2009 a Firenze con Napolitano. In entrambi i casi, i pm avevano fatto trascrivere le telefonate e le avevano depositate agli atti. Nel caso di Scalfaro i giornali le avevano riportate. Eppure il Quirinale non sollevò alcun conflitto contro i magistrati. Lo fece soltanto con noi nel 2012, sebbene non avessimo fatto trascrivere quelle conversazioni penalmente irrilevanti, le avessimo custodite in cassaforte e avessimo spiegato che ne avremmo chiesto la distruzione. All’amarezza per quel che è accaduto, unisco però una soddisfazione, mia personale e dei miei colleghi: i nostri scassatissimi armadi hanno mostrato una tenuta stagna, infatti di quelle telefonate non è uscita neppure una sillaba. Nessuno può rimproverarci di non aver compiuto al meglio il nostro dovere di magistrati.

Co s ’ha pensato quando il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza le ha proposto di girare per Palermo a bordo di un carrarmato Lince?

Sulle prime, non sapevo neppure cosa fosse. Ho visto la foto in Internet di un Lince usato nella guerra in Afghanistan e ho detto di no. Oltreché impensabile dal punto di vista pratico e logistico, un magistrato che deve circolare a bordo di un carrarmato diventa anche ridicolo. E se c’è una cosa che non posso accettare è che il mio lavoro venga messo in condizione di perdere il rispetto. La sicurezza non può diventare un pretesto per i tanti che guardano con ostilità al nostro impegno per metterci alla berlina. Tutti gli altri rischi li accetto: questo no.

Si è parlato anche dell’uso di un robottino anti-esplosivi, il “Jammer bomb”. Lo Stato sta facendo tutto quello che può per garantire la sua sicurezza?

Io non ho mai chiesto nulla: ci sono autorità preposte a queste decisioni tecniche e stanno operando con la massima professionalità. A cominciare dai carabinieri della mia scorta. Ma un magistrato è sicuro soprattutto quando tutte le istituzioni si mostrano totalmente unite nell’affermare che il suo operato – peraltro criticabile – non può subire minacce né annunci di strage. La reazione compatta di tutto lo Stato sarebbe la migliore protezione per me e per qualunque altro magistrato in pericolo.
Da Il Fatto Quotidiano del 18/12/2013 Marco Travaglio attualità

E quella reazione compatta per ora non c’è stata.

Finora è arrivata solo a spizzichi e bocconi, con molta lentezza, fatica e reticenza. Ma non dispero che ci si arrivi, un giorno o l’altro

“Pulizia in Vaticano: ‘ndrangheta nervosa, pericolo per il Papa”

Da Il Fatto Quotidiano del 13/11/2013. Beatrice Borromeo attualità

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Nicola Gratteri, Mafia affari a rischio.

La chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio”, scriveva Leonardo Sciascia ne Il giorno della Civetta. Accantonati scandali e anatemi, il cattolicesimo ha consolidato nei secoli la più improbabile delle alleanze: quella coi mafiosi, affezionati frequentatori di parrocchie e confessionali, che accanto ai kalashnikov conservano la Bibbia e dai cui comodini pendono rosari dai grossi grani rossi. “Dio, proteggi me e questo bunker”, è la scritta che, tra un santino di Padre Pio e un bassorilievo raffigurante il volto di Gesù Cristo, i carabinieri del Ros hanno scovato nel rifugio del boss Gregorio Bellocco, nelle campagne calabresi di Anoia. “Faccio il magistrato da 26 anni e non trovo covo dove manchi un’immagine della Madonna di Polsi o di San Michele Arcangelo. Non c’è rito di affiliazione che non richiami la religione. ’ndrangheta e Chiesa camminano per mano”, dice il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Che assieme allo storico Antonio Nicaso ha raccontato in un libro (Acqua Santissima, Mondadori, 204 pagine, 17,50 euro) l’incontro di due mondi che dovrebbero interagire come l’acqua e l’olio. E che invece si mescolano di continuo. “Però le cose stanno cambiando”, giura il pm.

È diventato ottimista, Gratteri?

Questo Papa è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale.

E la mafia è preoccupata da questi comportamenti?

Quella finanziaria sì, eccome. Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa, è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero.

Crede davvero che il Papa sia a rischio?

Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa, ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso.

Cosa intende quando parla di mafia finanziaria?

I padrini con la coppola non esistono più: sono morti oppure in carcere al 41-bis. Ma il mafioso che investe, che ricicla denaro, che dunque ha potere vero, è proprio quello che per anni si è nutrito delle connivenze con la Chiesa. Sono questi i soggetti che si stanno innervosendo.

D’abitudine qual è l’atteggiamento della Chiesa verso le organizzazioni criminali?

Un paio di esempi: il vescovo di Reggio Calabria, anche dopo la condanna in Cassazione di un capobastone, ha detto che non poteva schierarsi perché magari si trattava di un errore giudiziario. Il vescovo di Locri ha sì scomunicato i mafiosi, ma solamente dopo che avevano danneggiato le piantine di frutti di bosco della comunità ecclesiastica di Platì. Solo che prima di quell’episodio, i boss avevano ammazzato migliaia di persone. Bisogna aspettare le piantine perché i prelati si sveglino?

Che altro?

Qualche anno fa la figlia di Condello il Supremo si è sposata nel duomo di Reggio Calabria. È arrivata pure la benedizione papale. A Roma potevano non conoscere il clan, ma in Calabria tutti sanno chi sono i Condello. Eppure nessuno ha fiatato. I preti, poi, vanno di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare.

E perché ci vanno?

Alcuni dicono che frequentano i mafiosi perché devono redimere tutte le anime, senza discriminare. Capirei se la Chiesa accogliesse chi si pente davvero, ma così è troppo facile: continui a uccidere, a importare cocaina, a tenere soggiogata la gente e io, prete, ti do pure una mano.

Quindi i boss sono religiosi solo per convenienza?

No, c’è anche una vocazione autentica. Abbiamo fatto un sondaggio in carcere: l’88 per cento dei mafiosi intervistati si dichiara religioso. Prima di ammazzare, un ‘ndranghetista prega. Si rivolge alla Madonna per avere protezione.

Pensa di essere nel giusto?

Lo è, dal suo punto di vista. Mettiamo il caso in cui un tizio decide di aprire un bar senza chiedere il permesso al boss locale, e dunque senza rivolgersi alla sua impresa per fare gli scavi, per comprare il bancone o le bibite. Il mafioso che fa? Gli spara alle serrande, poi alle gambe e così via per convincerlo a sottomettersi. Se però il tizio rifiuta, il mafioso è “costretto” a ucciderlo. Se non hai scelta, non commetti peccato.

Che importanza hanno invece i matrimoni?

Sono centrali. Suggellano alleanze, sanciscono tregue, e al margine delle cerimonie ci sono i riti di affiliazione. Rifiutarsi di partecipare a un matrimonio può essere considerato una dichiarazione di guerra. E non essere invitati è un pessimo segno. Il boss Novelli, trapiantato in Lombardia, ha cominciato ad allarmarsi quando non l’hanno invitato a un importante matrimonio calabrese. Poco dopo, infatti, l’hanno ammazzato.

La cluster-sentenza (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 16/10/2013. Marco Travaglio attualità

Dicesi cluster bomb (bomba a grappolo) quell’ordigno che sganciato da un aereo da guerra libera una miriade di “submunizioni” per colpire contemporaneamente più obiettivi. Ora abbiamo anche la “cluster sentenza” che non si limita a incenerire le accuse del processo in cui è stata emessa ma, già che c’è, si porta avanti e fulmina anche altri processi, possibilmente scomodi per il potere. La grande innovazione si deve ai tre giudici della IV sezione del Tribunale di Palermo che l’altroieri hanno depositato le motivazioni dell’assoluzione del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento mafioso per non aver catturato nel 1995 Bernardo Provenzano pur avendolo sotto il naso in una masseria di Mezzojuso, secondo le dettagliate indicazioni del boss confidente Luigi Ilardo, poi naturalmente ucciso. L’innovazione è foriera di effetti benefici per lo snellimento dei processi: con la pratica formula Dash “prendi tre e paghi uno”, i giudici di un processo ne celebrano pure altri due, risparmiando la fatica ai loro colleghi impegnati in quelli. Nel nostro caso, i valenti magistrati che hanno assolto Mori e Obinu hanno deciso che è ormai inutile celebrare il Borsellino-quater a Caltanissetta sulla morte del giudice e della sua scorta in via D’Amelio, e anche il processo sulla trattativa Stato-mafia, appena iniziato dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo. Dunque è oltremodo superfluo ascoltarvi Napolitano (citato in entrambi) e gli altri testimoni eccellenti indicati dalle rispettive Procure. I nostri eroi infatti hanno scritto 1322 pagine, ma nelle prime 845 non parlano del reato contestato ai loro imputati: cioè la mancata cattura di Provenzano.

Si avventurano invece nella storia delle stragi e delle trattative del 1992-’93, oggetto degli altri due processi: utili, certo, a lumeggiare il contesto del mancato blitz di Mezzojuso, ma nulla di più. Anche perché gli elementi completi di prova sulle stragi e le trattative li possiedono solo i giudici che se ne occupano. Tanto più che quelli del caso Provenzano hanno rifiutato di acquisire il dossier “Corvo-2” che dimostra come Borsellino, negli ultimi giorni di vita, indagasse proprio sulla trattativa: e l’hanno fatto perché, dicevano, esulava dal tema del loro processo; salvo poi scrivere che il nesso trattativa-strage di via D’Amelio “è frutto di mera ipotesi che potrebbe essere plausibile, ma non trova supporto probatorio in nessun sicuro elemento”. Forse perché quel sicuro elemento i giudici non l’hanno voluto leggere? Più avanti, negano addirittura l’“accelerazione” che portò Cosa Nostra a uccidere Borsellino 57 giorni dopo Falcone: peccato che l’accelerazione sia un fatto certo al mille per mille, consacrato dalla sentenza definitiva del Borsellino-ter. Ieri la Procura di Caltanissetta ha fatto timidamente notare che su via D’Amelio “è competente solo la magistratura di Caltanissetta”, anche perché “il Tribunale di Palermo ha potuto esaminare solo indirettamente (e probabilmente con un diverso compendio probatorio) questa vicenda di competenza nissena, e solo al fine di rispondere al vero tema del processo: la mancata cattura di Provenzano”. Lo stesso vale per l’attendibilità dei testi del processo-trattativa, che i cluster-giudici ritengono apoditticamente confusi o bugiardi quando danno fastidio (vedi Scotti e Martelli, autori dell’unica seria legge antimafia della storia repubblicana) e sinceri come acqua di fonte quando negano anche di esistere: ma, con buona pace dei nostri eroi, sarà la Corte di Palermo competente sulla trattativa a decidere chi ha mentito e chi no sulla trattativa. In ogni caso il pur encomiabile sforzo di assolvere Mancino e Conso nel processo sbagliato ha effetti davvero esilaranti. Il Tribunale nega alla Procura la trasmissione degli atti su Mancino per falsa testimonianza, dimenticando forse che la Procura non l’aveva mai chiesta.

Quanto a Conso, i giudici a grappolo ammettono che sì, in effetti revocò il 41-bis a 334 mafiosi detenuti nel novembre ’93, appena tre mesi dopo le stragi di Firenze, Milano e Roma, ma la trattativa non c’entra: fu un grazioso cadeau,un affettuoso“segnale di distensione”con un“parziale cedimento”(alla mafia), e che sarà mai. Il tutto al nobile scopo di “cercare di evitare altre stragi”; e pazienza se Conso non spiega come faceva a sapere che erano in programma altre stragi e che l’unico modo per scongiurarle era la revoca dei 41-bis (era il primo punto del papello, ma Conso nega di averlo mai letto e conosciuto: gli sarà apparso in sogno l’arcangelo Gabriele). Poi finalmente, a pagina 846, i cluster giudici si ricordano dei loro imputati, cioè Mori e Obinu. E scrivono che sì, in effetti, evitare di catturare Provenzano due anni dopo aver evitato di perquisire il covo di Riina non fu una bella cosa. Anzi fu–con rispetto parlando – una “scelta operativa discutibile”, in cui “non mancano aspetti opachi”. Una “condotta attendista”che sarebbe“sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato di favoreggiamento”.Ma–e qui casca l’asino–non in termini soggettivi, perché “non è adeguatamente provato” che Mori l’abbia fatto “per salvaguardarne la latitanza”. In effetti ci sono un sacco di spiegazioni alternative: la sbadataggine?l’amore a prima vista?la forza dell’abitudine?una zia malata?un attacco di labirintite?Del resto,quando la mafia iniziò a mettere le bombe,Mori avviò una trattativa con la mafia: e nessuno, si spera, vorrà negare “la meritevolezza delle finalità di evitare le stragi”. Solo che la mafia le stragi le faceva apposta per trattare, dunque la trattativa ne produsse altre, e pazienza per le decine di morti ammazzati che non seppero cogliere la meritevolezza della finalità. Dev’essere per questo che Mori fu promosso comandante del Ros e poi del Sisde: per mettere il Paese in buone mani.

Ps. Ah, dimenticavo: gli asini volano.

Su Falcone ipotizza doppia bomba e mano dei servizi. E il pm Donadio viene rimosso

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Fonti affaritaliani.it di Lorenzo Lamperti 8 ottobre, 2013 attualità
Una doppia bomba a Capaci. Con il coinvolgimento dei servizi segreti. Pezzi deviati dello Stato avrebbero partecipato non solo all’omicidio di Borsellino, ma anche a quello di Falcone. E’ la conclusione alla quale era arrivato Gianfranco Donadio, procuratore dell’Antimafia che indagava sulle stragi del 92-93.Individuato anche l’attore principale, un ex poliziotto soprannominato “faccia di mostro”. E poi un furgone misterioso… “Quel giorno a Capaci non c’era solo la mafia“. Ma ora a Donadio è stata tolta la delega.Depistaggi, falsi pentiti, segreti investigativi venduti da una talpa interna alla Procura. Così il pm è stato isolato e fatto fuori. E a microfoni spenti sono in molti a dire: “Era diventato scomodo. Ora si rischia l’insabbiamento“.

Gianfranco Donadio
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GIANFRANCO DONADIO, 57 anni, è stato nominato sostituto procuratore nazionale antimafia nel 2008. Stretto collaboratore dell’ex procuratore nazionale antimafia ora presidente del Senato Piero Grasso, si è occupato delle più importanti indagini di mafia, in particolare quelle legate all’aspetto economico finanziario. Molto riservato, non ha quasi mai concesso interviste o rilasciato dichiarazioni. In passato ha lavorato anche presso il Tribunale per i minorenni e al Gafi, organismo internazionale specializzato nel contrasto al riciclaggio. E’ entrato nella Direzione nazionale antimafia nel 2002.

LE IPOTESI DI DONADIO – Gianfranco Donadio lavorava da almeno undici anni, da quando cioè è entrato a far parte della Direzione nazionale antimafia. Per tutto questo tempo ha analizzato e indagato su uno dei momenti più drammatici della storia d’Italia, vale a dire le stragi di mafia del 1992 e 1993. Donadio ha lavorato molto, andando a fondo e cercando di scavare oltre la coltre di alcuni dei misteri del nostro Paese. In particolare si è concentrato sulla strage di Capaci, dove perse la vita Giovanni Falcone. Tra i due attentati di quei mesi terribili è sempre stato considerato il più “chiaro”. Mentre per Borsellino e via D’Amelio la verità è sempre stata considerata lontana, tanto che ancora ci sono indagini e processi in corso, per Falcone la responsabilità è stata sempre attribuita solamente a Cosa Nostra. Il lavoro di Donadio ha messo in discussione queste certezze. Il resoconto di Donadio, poi inopinatamente diffuso da una talpa interna alla Procura, racconta una realtà molto più complessa.

LA DOPPIA BOMBA E IL “CANTIERE FANTASMA” – Donadio ha ipotizzato infatti un intervento di pezzi di servizi segreti, italiani e/o stranieri, ed ex appartenenti alle forze di polizia. La convinzione di Donadio si basa soprattutto sull’esplosivo usato per uccidere Falcone. Impossibile che l’esplosivo della mafia possa aver provocato da solo quella devastazione. Il pm ritiene certo l’utilizzo di un esplosivo cosiddetto “nobile”, utile a rendere più efficace e scenografica l’esplosione. Insomma, l’esplosivo recuperato sulle barche da Spatuzza non sarebbe stato l’unico a essere azionato. Donadio ipotizza una seconda bomba e un secondo innesco oltre a quello mafioso sotto il manto stradale. Nei giorni seguenti all’attentato, diversi testimoni fornirono sei identikit di uomini intenti a lavorare a un “cantiere fantasma” al di sopra del livello dell’autostrada. Senza contare le testimonianze su un furgono presente sulla verticale del luogo minato. Due piste che non erano state seguite né approfondite. Donadio stava provando a farlo, ipotizzando un intervento esterno a Cosa Nostra, in qualche modo legato all’eversione di destra e probabilmente a Gladio, come aveva paventato qualche mese fa Ferdinando Imposimato in un’intervista ad Affaritaliani.it. La scelta del sito, le carte clonate e tanti altri elementi gli hanno suggerito la netta diversità con l’attentato fallito dell’Addaura, così tipicamente mafioso nel modus operandi, e l’inquietante somiglianza con un’azione militare.

LE INTERVISTE DI AFFARI

Da Moro a Falcone, dal Kgb alla Cia. Le verità di Imposimatosulle stragi

Parla Amato, l’ex direttore del Dap: “Lo Stato ha ceduto alla mafia”

“FACCIA DI MOSTRO” – Tra i protagonisti dell’attentato a Capaci, secondo Donadio, anche un ex agente di polizia. Si tratterebbe del cosiddetto “faccia di mostro”, un poliziotto sfigurato in viso per alcuni colpi d’arma da fuoco. Sarebbe lui il “killer di Stato” del quale ha parlato il pentito Luigi Ilardo. In conclusione, Donadio tratteggia uno scenario inquietante nel quale l’omicidio di Falcone rientra in una rinnovata “strategia della tensione” portata avanti da Cosa Nostra e l’eversione di matrice nera con il coinvolgimento di ambienti para-istituzionali. Uno scenario non facile da digerire. Forse per questo quello scenario è stato divulgato. Rivelazioni e riflessioni venute fuori durante segretissime riunioni in procura sono state “vendute”.

IL FALSO PENTITO E LA “MACCHINA DEL FANGO” – Il risultato di anni di lavoro è stato bruciato. La procura di Roma ha anche aperto un fascicolo per provare a capire chi è la “talpa” responsabile di una fuga di notizie disastrosa. E che alla fine ha portato alla rimozione della delega sulle stragi a Donadio. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha ritenuto di togliere l’indagine a Donadio senza per ora spiegare pubblicamente i motivi della sua decisione. Ma questo è solo l’ultimo passaggio di un periodo “difficile” per Donadio. Il pentito calabrese Nino Lo Giudice, una delle fonti di Donadio, è improvvisamente scomparso. Salvo poi diffondere due registrazioni in cui ha accusato inquirenti e investigatori, tra i quali Donadio, di avergli estorto dichiarazioni. Nel secondo memoriale ha persino affermato che il procuratore lo avrebbe spinto a fare i nomi di Berlusconi e Dell’Utri. Le sue accuse sono state ritenute inattendibili. Lo Giudice è ritenuto, secondo quanto risulta, un falso collaboratore. Lo schema è quello vecchio: fingere di pentirsi per depistare le indagini e infangare la magistratura, screditandola. In questo caso l’obiettivo era screditare un pm che indagava su qualcosa di molto scomodo e per questo considerato molto pericoloso.

CAOS ALL’ANTIMAFIA – Fonti vicine all’Antimafia legano la scelta di sollevare dall’incarico Donadio ad alcune diversità di vedute con i colleghi. C’è chi sostiene che già in passato alcuni suoi atti erano stati accolti con “un certo scetticismo”. Ma sono anche molti quelli che, a microfoni spenti, esprimono preoccupazione temendo che le inchieste sulle stragi possano fermarsi o essere insabbiate: “E’ la solita fine che fa chi indaga sull’eversione in Italia, viene messo a tacere
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Caso Scarantino. Le responsabilità della magistratura

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articolotre G.C.- -23 settembre 2013-attualità Pedina in mano alle istituzioni, folle disperato o furbo depistatore?
Probabilmente la verità su Vincenzo Scarantino non si saprà mai. Quel che è certo è che il ritrovamento dell’intervista rilasciata nel ’95 a Studio Aperto, in cui il pentito raccontava di aver mentito in tutto e per tutto in merito alla Strage di Via D’Amelio, ha riaperto una voragine di dubbi e misteri riguardo l’eccidio.

Uomo chiave, per anni, del processo su una delle stragi più cruente degli ultimi anni, Scarantino, in realtà, altri non era che un criminale di basso lignaggio, appartenente al massimo, se mai lo fu, alla manovalanza di Cosa Nostra. Non certo “l’uomo d’onore riservato” che s’era definito durante un interrogatorio coi pm, nel lontano 1994. Tantomeno, figurò mai tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, un evento troppo grosso per poter essere ideato da un balordo di periferia, dedito per lo più a piccoli furti e allo spaccio. Le sue stesse frequentazioni con trans e omosessuali avrebbe dovuto far comprendere alla magistratura, come il suo profilo da mafioso fosse, quantomeno, anomalo. Eppure, nonostante le evidenze, per quasi vent’anni, fino all’arrivo sulla scena di Gaspare Spatuzza, Scarantino rappresentò il fulcro delle indagini, una sorta di oracolo da cui tutti attingevano verità né solide né credibili, eppure incrollabili.

Protagonista del più grande depistaggio mai verificatosi, Scarantino, però, appare quasi, a conti fatti, una vittima di un sistema ben più ampio: un povero disgraziato dal passato criminale di poco conto, ma utile per sotterrare la verità su quell’attentato che uccise Borsellino. Insabbiare quanto di marcio c’era nelle istituzioni, le quali utilizzarono un capro espiatorio neanche perfetto, ma “impostato” per diventare, di fatto, il nuovo Buscetta. Da chi è ancora in fase d’accertamento, ma è impossibile non riconoscere nomi importanti, nella vicenda che lo riguarda. Primo fra tutti, Arnaldo La Barbera, l’uomo che “gestì” e “impostò” Scarantino, attraverso torture, ricatti e vessazioni, attuate assieme ai suoi collaboratori, ora indagati, Mario Bo, Salvatore La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Impossibile, altresì, non riconoscere come questa dinamica sia conosciuta: far ricadere la colpa, tutta, su di un morto, che non può più parlare.

Eppure, La Barbera non poteva agire da solo. Pur supponendo che sia stato egli il regista del grande depistaggio, come Scarantino da anni denuncia, bisogna tenere a mente che le sue indagini, come da norma, erano coordinate dalla Procura, quella di Caltanissetta, nello specifico, il cui capo era, ai tempi, Giovanni Tinebra, affiancato dai suoi sostituti Paolo Giordano, Ilda Boccassini, Fausto Cardella e Carmelo Petralia. Possibile, dunque, che nessuno di loro ebbe mai modo di dubitare dell’attendibilità di Scarantino? Che nessuno abbia mai sollevato obiezioni, di fronte quel balordo che trascorreva il proprio tempo a cambiare le versioni della storia del furto della 126 riempita di tritolo, ritrattare, confermare, smentire, dimenticare?
Qualcuno, in realtà, c’è stato. E fu proprio colei che, per prima, ne raccolse le testimonianze, Ilda Boccassini. Ma procediamo con ordine.

Scarantino precipitò nella vicenda di via D’Amelio dopo che, nei pressi del luogo dell’esplosione, venne rinvenuto il motore di una Fiat 126, intestata a Maria D’Aguanno, rubata e denunciata il 10 luglio del ’92 da Pietrina Valenti. Non solo. Sul luogo della strage, infatti, venne anche rinvenuta anche la targa di un’altra Fiat 126, intestata ad Anna Maria Sferrazza. Anche in questo caso venne sporta denuncia per furto, stavolta il 20 luglio: la vettura, che si trovava presso la carrozzeria di Giuseppe Onofrio, era stata privata di documenti e, appunto, targa.

Per far luce sulla questione, gli inquirenti intercettarono le utenze telefoniche della signora Valenti e di suo marito, Simone Furnari. Da esse si scoprì come i fratelli della donna, Luciano e Roberto Valenti, e Simone Candura, fossero colpevoli di un episodio di violenza carnale. Gli ispettori, dunque, convocarono quest’ultimo in merito allo stupro e, fin da subito, riconobbero in lui un’agitazione che li portò a ritenere potesse esser coinvolto nella strage di via D’Amelio.
Tanto più che, poco tempo dopo, Candura spiegò di aver rubato lui la 126 utilizzata come autobomba, su ordine di Scarantino, criminale della Guadagna, cognato del mafioso Salvatore Profeta. Candura ebbe a confessare, anni più tardi: “La Barbera mi diceva: ‘tu devi sostenere sempre questa tesi, non ti creare problemi. Ti prometto che ti farò dare un aiuto dallo Stato, 200 milioni, ti faccio aprire un’attività, ti faccio sistemare per tutta la vita’”.

Intanto, Scarantino venne arrestato. Era il settembre del ’92: su di lui pendevano, tra le altre, le accuse di strage e furto aggravato. Nel ’93, poi, fu condannato a nove anni di carcere per detenzione di droga. Fu condotto in prigione, a Pianosa, e lì cominciò la sua trasformazione da criminaluncolo a super testimone. Sempre sotto la regia di La Barbera.

La Pianosa raccontata da Scarantino è un inferno. Qui, secondo le sue successive dichiarazioni, il non ancora pentito, veniva sottoposto a qualsiasi genere di umiliazione ed angheria, con l’unico intento di farlo collaborare, raccontare di essere stato lui a ideare la strage di via D’Amelio. Gli vengono promessi soldi, un futuro pulito in cambio di un suo finto pentimento. Quando le promesse non bastano, si passa al calpestamento della dignità: “Mi facevano urinare sangue”, “mi mettevano i vermi nel cibo”, “mi pisciavano nel pranzo”. Scarantino tentò due volte il suicidio; intanto, nel gennaio del ’94, la Procura di Caltanissetta, richiese il suo rinvio a giudizio, assieme a quello per Salvatore Profeta, Pietro Scotto e Giuseppe Orofino. Secondo i magistrati, infatti, Profeta, vice capo della famiglia di Santa Maria di Gesù, sarebbestato il coordinatore della strage di via D’Amelio, Scotto avrebbe allestito una sala d’ascolto nei pressi della casa della madre di Borsellino, permettendo così di ascoltare le comunicazioni tra il giudice e la donna e consentendo, di fatto, di sapere quando il magistrato si sarebbe recato in visita, Scarantino avrebbe fatto rubare la 126, mentre Orofino l’avrebbe custodita. Una ricostruzione che parve reggere, e che trovò conferma nelle dichiarazioni di un altro pentito in mano a La Barbera, Andriotta. Anche lui, successivamente, spiegò di essere stato sottoposto a torture per convincerlo ad accusare il criminale: “Mi fecero una perquisizione, intorno alle tre e mezza del mattino. Mi hanno fatto uscire nudo all’aria. Qualcuno mi ha messo un cappio e diceva: tu devi collaborare. Ma io non ho niente da collaborare, dicevo.”

Alla fine, nel giugno del 1994, Scarantino divenne il super pentito che tutti conoscono. Una decisione, quella di collaborare con la giustizia, che suscitò immediatamente qualche dubbio. Ma fu Tinebra, il 23 luglio dello stesso anno, a mettere a tacere le polemiche, precisando che “Scarantino non ha subito nessun tipo di violenza o di imposizione”, ma anzi, “si è autonomamente deciso a collaborare e ciò ha fatto in maniera che ci ha pienamente convinti”. Tanto da portare all’emissione di 16 nuovi ordini di custodia cautelare per la strage di via D’Amelio. Non importa che, fin nel primo verbale del pentito, si trovassero annotazioni a margine, stilate dal poliziotto incaricato della sua tutela, il quale spiegò di aver scritto sotto dettatura dello Scarantino stesso, ma che appaiono ora, alla luce di tutto, come “suggerimenti” e “indicazioni” di ciò che il pentito avrebbe dovuto dire. Questi verbali, pieni di segnalibri e appunti, furono al centro anche di un’interpellanza presentata nel ’99 dal senatore Pietro Mili, che richiedeva di attestarne l’attendibilità.

Ad agosto, invece, parlò Petralia, che evidenziò, riguardo il pentimento: “E’ una decisione che è andata maturando… di tanto in tanto tramite canali assolutamente legittimi ed istituzionali Scarantino chiedeva, per esempio, di essere interrogato dai magistrati della procura di Caltanissetta. Grazie all’uso dell’istituto del colloquio investigativo.” “Scarantino”, inoltre, “ha avuto un contatto con un ufficiale di polizia giudiziaria, Arnaldo La Barbera, ed ha potuto probabilmente maturare in modo più sereno il suo proposito di collaborare con la giustizia.”

Scarantino iniziò a fare i nomi: suggeriti, probabilmente proprio da La Barbera. Persino quello di Berlusconi, venne fatto. A raccogliere la testimonianza in cui si nominava il Cavaliere fu proprio la Boccassini. Secondo il falso pentito, infatti, Berlusconi conosceva boss del tenore di Luciano Liggio e faceva avere 50 milioni all’anno alla famiglia di Santa Maria di Gesù. Ovviamente, queste deposizioni vennero considerate fin da subito non credibili e il 20 ottobre, il magistrato, giunta alla fine del suo incarico, lasciò una nota in cui specifica come ritenesse inattendibile il collaboratore di giustizia, sia al riguardo del futuro premier, sia riguardo le ricostruzioni in merito la strage di via D’Amelio.

D’altronde, gran parte di quelle testimonianze non concordavano affatto con quelle di altri due pentiti di rango: Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera. Scarantino, infatti, li aveva citati: aveva reso noto come fossero presenti durante la riunione, indetta da Riina, in cui si sarebbe organizzato l’omicidio di Borsellino. I due pentiti, che pure s’erano già assunti le proprie responsabilità nell’ambito della strage di Capaci, negarono questo frangente e forse fu ciò, più di tutto, a far dubitare la Boccasini. O forse fu l’improvvisa ritrattazione sul furto della 126: un dietrofront inspiegabile, da colui che s’era dapprima addossato tutta la responsabilità al riguardo.

I dubbi di Ilda “la rossa”, però, caddero nel vuoto e, fino all’estate del 1995, nessuno, ufficialmente, mise più in dubbio le dichiarazioni rese da Scarantino. Anzi, il 24 maggio dello stesso anno, il pentito comparve in tribunale, durante il processo in corso a Caltanissetta. Qui dichiarò: “Mi sono pentito un mese e mezzo dopo essere stato arrestato, nel settembre ’92, ma ho cominciato a collaborare solo nel giugno ’94. Avevo paura delle minacce di Profeta, e mi vergognavo anche del fatto che avrei dovuto dire a quei magistrati che avevo ucciso un loro collega.”

“Di tutti gli omicidi che ho fatto quello di Borsellino è stato quello più brutto”, proseguì. “Non sapevo però come fare, ho pure tentato il suicidio in carcere, prima cercando di impiccarmi e poi tagliandomi le vene. Ma dopo un colloquio con mia moglie mi decisi a parlare”.
“Ero il guardaspalle di Salvatore Profeta”, raccontò ancora. “Un giorno, tra la fine di giugno e inizio luglio del ’92, lo accompagnai ad una riunione in una villa ai Chiarelli, a Palermo. Io mi fermai fuori, insieme ad altre sei persone, ma dentro si tenne una riunione”. Non specificò però i nomi dei presenti, pur aggiungendo: “Non sentivamo di cosa si discutesse dentro, ma ad un certo punto parlarono di Borsellino, di Falcone e di esplosivo”.

A luglio del ’95, però, iniziarono a diffondersi le prime voci secondo cui Scarantino volesse far marcia indietro e ritirare il tutto. Il sostituto Petralia smentì celermente, ma i familiari del pentito insistettero con il render noto come l’uomo li avesse chiamati spiegando loro di “voler tornare in cella, di voler parlare con i magistrati per ritrattare le accuse.” E’ lo stesso mese in cui il falso pentito rilasciò la nota intervista a Studio Aperto. Qui rese, per la prima volta, noto di essere stato sottoposto a torture e vessazioni. La polizia, però, intervenne e sequestrò tutte le registrazioni, distruggendole. Inspiegabilmente, l’indomani, Scarantino tornò a vestire i panni del pentito. In merito all’episodio del giorno precedente, spiegò a Petralia: “E’ stato solo un momento di sconforto, confermo la mia volontà di collaborare con la giustizia”.

Subito, la Procura nissena si adoperò per far cerchio attorno a lui. Non importavano le sue ritrattazioni, né le sue accuse a La Barbera. Dal tribunale, venne diramata una nota in cui si definiva grave “il comportamento di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio di affetto per fini processuali che nulla hanno a che vedere con una vicenda che presenta tratti esclusivamente umani.” Una tesi sostenuta anche da uno dei pm del processo, Anna Maria Palma. “La mobilitazione, non nuova, della sua famiglia e di un intero quartiere conferma, se mai ve ne fosse bisogno, la caratura del personaggio e l’importanza delle dichiarazioni che ha reso”, dichiarò la donna.

A rompere nuovamente l’idillio, e far incombere le ombre sulla Procura, fu, successivamente, un esposto della moglie di Scarantino, Rosaria Basile, presentato ai magistrati di Palermo. In esso, la donna denunciava i maltrattamenti subito dall’uomo. “Mio marito mi disse che i pm giocano sporco”, si legge nell’esposto, “Rosalia, devi vedere come mi difendono, pur sapendo che sono tutte bugie, perchè se questo processo finisce male possono andare a difendere i processi dei minori”. In un’altra occasione, si legge ancora, il “pentito” sarebbe stato accompagnato a Palermo per individuare l’officina carrozzeria dove la 126 venne caricata con il tritolo. “Mio marito non sapeva dove la carrozzeria si trovasse e con un gesto uno dei poliziotti gliela indicò”.
Di fronte all’esposto, anziché procedere con una querela, il pm Palma si limitò a commentare come le denunce della signora, confermassero “le incredibili pressioni che la Basile riceve dalla famiglia”.

In aula, poi, Rosalia Basile, incurante delle varie smentite del marito, ritornò sull’argomento e attaccò i pubblici ministeri: “Quando chiesi di tornare a Palermo – sostiene la teste – vennero i pm Palma, Petralia e l’avv. Lucia Falzone. Volevo tornare a casa quando Enzo mi disse che era innocente. Ma non potevo uscire perche´ ero sequestrata in casa. Dopo che mio marito voleva ritrattare ci trasferirono in una villa dove pagavano quattro milioni al mese. In quella villa venne l’ispettore Luigi Pagano che disse a mio marito che poteva richiedere una bella somma se mi convinceva a rimanere, 500 milioni. La dottoressa Palma venne a trovarmi e mi disse che io al processo dovevo avvalermi della facoltà di non rispondere. Ma ho deciso di tornare a casa, l’ho fatto per la mia coscienza. Nei giorni scorsi mio marito mi ha telefonato dicendo ‘Attenta a quello che dici al processo’. Le telefonate sono state registrate, ho le bobine a casa”.

Le denunce non servirono a niente: il 27 gennaio 1996, Scarantino venne condannato a 18 anni di reclusione -ma subito scarcerato-; ergastolo, invece per Orofino, Profeta e Scotto. Quest’ultimo, però, venne scagionato poco dopo; merito di un altro “pentito”, Giovanbattista Ferrante, il quale spiegò il vero modo con cui Cosa Nostra seppe della visita di Borsellino a casa della madre, che nulla c’entrava con l’ergastolano. Anna Maria Palma bollò quelle ricostruzioni come false. Ferrante, secondo lei, “non conosce le fasi precedenti e quindi non sa del ruolo di Scotto che è stato ampiamente provato”. Nonostante questa sua convinzione, nel processo d’Appello l’uomo venne assolto.

Nel maggio del ’97, tornò a imperversare la bufera. I legali degli imputati -18- del processo bis sulla strage di via D’Amelio, sostennero come i pm Palma e Di Matteo -proprio il Nino che oggi si occupa della trattativa-, avessero
“tenuto nel cassetto confronti discordanti tra pentiti”. Secondo gli avvocati, infatti, i due pubblici ministeri avrebbero depositato con ritardo il testo dei confronti tra le dichiarazioni di Scarantino e quelle di Cancemi, Gioacchino La Barbera e Santo Di Matteo.

Per tre gradi di giudizio, insomma, la ricostruzione di Scarantino resistette, nonostante le enormi crepe che venivano individuate e abilmente ignorate dai procuratori. Per 17 anni, la sua versione venne considerata quella reale, l’unica, finchè, nel 2009, un altro pentito non s’affacciò sul panorama della strage di via D’Amelio: Gaspare Spatuzza. Le sue dichiarazioni portarono con sé un tornado. Il nuovo collaboratore smentì in tutto e per tutto Scarantino, riuscendo, al tempo stesso, a dimostrare la propria attendibilità, la stessa che l’altro non era riuscito a consolidare. Grazie a lui, il processo venne riaperto, sfociando in un ennesimo procedimento che, infine, portò alla scarcerazione degli innocenti incastrati da Scarantino. Ma, anche qui, un’altra inquietante ombra si staglia sulle istituzioni.

Spatuzza, infatti, non smentì Scarantino solo nel 2009, bensì già dal ’98. In quell’anno, il pentito parlò con Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, ed il suo aggiunto e futuro presidente del Senato Piero Grasso. A loro, oltre a illustrare i preparativi -poi rivelatisi veri- delle stragi del ’92-’93, spiegò: “Spatuzza? Gli fecero dire quello che non avrebbe dovuto dire”.
Ma ciò che più di tutto inquieta è che quella deposizione non venne mai inserita negli atti del processo Borsellino quater, in quanto, durante il colloquio, risultava assente un avvocato. Il verbale dell’interrogatorio, di 82 pagine, non venne mai firmato e le dichiarazioni di Spatuzza finirono, anche in quell’occasione, nel dimenticatoio formatosi nelle lacune della giustizia. E lì sono ancora, indizi non riconosciuti di quello che è stato il più grande depistaggio mai verificatosi in Italia, in merito una strage che, come spiegò persino Riina, non venne certamente compiuta soltanto

B. PAGAVA COSA NOSTRA” 40 ANNI FA IL PATTO CON I BOSS DELL’UTRI L’INTERMEDIARIO

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013.Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza attualità

UNA VITA CON LA MAFIA.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA A 7 ANNI IN APPELLO RIVELANO IL RUOLO DELL’EX SENATORE. DEL CAIMANO LA CORTE SCRIVE: “MAI SFIORATO DAL PROPOSITO DI FARSI DIFENDERE DALLO STATO”.

Per vent’anni c’è stato un patto “di protezione” tra Berlusconi e Cosa nostra. Un patto siglato grazie al fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che non ha mai cessato, tra il ’74 e il ’92, di svolgere il ruolo di “mediatore contrattuale” tra l’ex premier e i boss, con comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”. Con questo ritratto di Dell’Utri, la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo ha depositato ieri le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa dell’ex senatore Pdl, spazzando via i dubbi sollevati dalla Cassazione sulla mafiosità “permanente” dell’imputato nel corso del suo rapporto ultraventennale con Berlusconi, e cioè fino al ’92. Il presidente Raimondo Loforti aveva delimitato l’oggetto della prova alle sole condotte da verificare secondo il dettato della Suprema Corte. E cioè: quelle del periodo ’78-’82, parentesi nella quale Dell’Utri si allontana da Berlusconi e va a lavorare con l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. E quelle della stagione che va dall’82 al ’92, quando – uccisi i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi, e modificato il vertice di Cosa nostra con lo strapotere dei boss corleonesi – occorreva provare “l’aspetto psicologico” del reato di concorso esterno: ovvero che Dell’Utri avesse continuato a mediare tra i padrini siciliani e Berlusconi con la consapevolezza del proprio ruolo.

“In sinergia con i clan”

Oggi i giudici di Palermo spiegano perchè ritengono provate entrambe le condotte. Non c’è alcuna inconsapevolezza da parte di Dell’Utri, e neppure discontinuità nel ruolo di intermediario mafioso neppure per quei quattro anni (’78-’82) durante i quali abbandona temporaneamente il ruolo di braccio destro di Berlusconi. Per la Corte d’Appello, anche in quel periodo l’ex manager di Publitalia continua a “rivolgersi a coloro che incarnano l’anti Stato” e ad agire “in sinergia con l’organizzazione criminale”, avendo perfettamente chiaro “sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia della sua attività per il rafforzamento dell’organizzazione mafiosa”.

È il ritratto di un vero ambasciatore delle cosche quello che emerge dal provvedimento dei giudici di Palermo che in 447 pagine, scritte nell’arco di sei mesi (il doppio del tempo solitamente previsto per stilare le motivazioni di una sentenza), descrivono Dell’Utri come una personalità “connotata da una naturale propensione a entrare in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare”. Lui, l’imputato eccellente, non si scompone: “Secondo me – dice – i giudici d’appello hanno fatto un potpourri della sentenza di primo grado quando fui condannato a nove anni”. Ma l’ex pm Antonio Ingroia ribatte: “Avevamo ragione, le prove c’erano, ma la prima sentenza d’appello non era sufficientemente motivata”.

Dell’Utri mediatore mafioso, insomma, con una piena coscienza del suo ruolo. E sempre in diretto collegamento con Berlusconi, quest’ultimo descritto dalla Corte d’Appello come un imprenditore “mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”, ma pronto a rifugiarsi “sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. I giudici di Palermo ricostruiscono nei dettagli la genesi del “rapporto sinallagmatico” (ovvero di reciprocità) che ha legato per vent’anni l’ex premier e Cosa nostra, proprio grazie alla mediazione “costante e attiva” di Dell’Utri. Tutto comincia tra il 16 e il 29 maggio del 1974, quando Dell’Utri organizza con il mafioso Gaetano Cinà nel proprio ufficio a Milano un incontro che precede di poco l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore. Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi, all’epoca imprenditore rampante, sigla un “patto di protezione con Cosa nostra”: un autentico contratto che durerà fino al ’92. In virtù di tale patto – sostengono ora i giudici – sia i contraenti che il mediatore conseguono “un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale” dell’ex premier, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa nostra per mezzo di Dell’Utri”. In che modo? La Corte ricostruisce anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi, “quale prezzo per la protezione” subito dopo il 1974, con la richiesta di 100 milioni di lire, formulata da Cinà ed esaudita. Versamenti, come si legge nelle motivazioni, che “hanno consentito al-l’associazione mafiosa di consolidare il proprio potere sul territorio”.

Se Mangano diventa lo stalliere di Berlusconi, insomma, non è “per la nota passione per i cavalli”, ma per garantire da quel momento “un presidio mafioso” ad Arcore. Dell’Utri, ricordano i giudici, ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconi come persona da assumere, ma ha sostenuto di averlo fatto per paura. Ora la Corte non gli crede: “La continuità della frequentazione, l’avere pranzato in diverse occasioni con lui – si legge – sono circostanze che consentono di escludere che i rapporti svoltisi in un ventennio possano essere stati determinati da paura”. Rileva ancora il collegio di Palermo: “Berlusconi ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. E anche durante gli anni trascorsi al fianco di Rapisarda, Dell’Utri non interrompe i contatti con Arcore, “pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sente tartassato o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”. Il “mediatore contrattuale” insomma, non si ferma mai. Non si tratta, pertanto, di una vittima di Cosa nostra: per i giudici Dell’Utri è un anello di congiunzione tra Berlusconi e il gotha mafioso, prima in nome di Bontade, poi per conto dei corleonesi di Totò Riina. “I rapporti di assoluta confidenza” e “l’atteggiamento di mediazione sperimentato con Riina” sono infatti del tutto “incompatibili con il rapporto che lega l’estortore alla vittima”.

In banca con Vito Ciancimino

Dell’Utri interlocutore dei corleonesi e amico anche di don Vito Ciancimino. La Corte d’Appello giudica “attendibili” le dichiarazioni di Giovanni Scilabra, ex direttore della Banca Popolare di Palermo che in un’intervista al Fatto Quotidiano raccontò di una visita fatta nel suo ufficio nel 1987 dall’ex sindaco Ciancimino (di cui già si conosceva lo spessore criminale) accompagnato da Dell’Utri, per caldeggiare un finanziamento di 20 miliardi per le aziende di Berlusconi. L’ex senatore Pdl ha sempre smentito l’episodio, ma oggi i giudici credono all’ex direttore della banca, sostenendo che “la condotta di Dell’Utri mostra ancora una volta come l’imputato abbia scelto l’appoggio di Cosa nostra per i propri interessi personali”. Risultato? La Corte di Palermo conclude che “pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa, Dell’Utri ha voluto consapevolmente interagire con soggetti mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’attività di sostegno all’associazione senza dubbio preziosa per il suo rafforzamento”. La parola torna adesso alla Corte di Cassazione.

Rimozione forzata (Marco Travaglio). ( ci pisciano in testa e ci dicono che piove)

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013 Marco Travaglio attualità

Quella depositata ieri dalla Corte d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è la quarta sentenza in nome del popolo italiano a mettere nero su bianco che nel 1974, cioè agli albori della sua resistibile ascesa di imprenditore, Silvio Berlusconi stipulò un patto d’acciaio con Cosa Nostra attraverso il suo (di Cosa Nostra e di B.) intermediario palermitano. L’avevano già sostenuto, oltre ai pm Ingroia e Gozzo e al gup Scaduto, i tre giudici del Tribunale che l’avevano condannato a 9 anni, il pg Gatto che aveva chiesto la conferma della condanna, i tre giudici di Corte d’appello che l’avevano confermata riducendo la pena a 7 anni, i 5 giudici di Cassazione che l’avevano annullata solo per il periodo 1977-’82. Ora, su richiesta del pg Patronaggio, l’hanno ribadito altri tre giudici di appello. In totale 19 magistrati di funzioni, sedi e correnti diverse hanno accertato che 40 anni fa B. iniziò la sua carriera con un patto con la mafia. E non occorre più nemmeno la Cassazione per rendere definitiva questa verità processuale, ormai irrevocabile dalla sentenza di parziale rinvio del maggio 2012: “A seguito della sentenza della Cassazione è stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”. Eppure da 15 mesi giornali e politici, salvo rare eccezioni, fanno finta di nulla.

E intanto l’uomo del patto con la mafia è stato architrave del governissimo Monti, si è ricandidato alle elezioni, ha raccolto il 22% dei voti, è stato più volte ricevuto al Quirinale con tutti gli onori, è stato invitato da Bersani a indicare il candidato Pdl-Pd per il Colle (Marini), ha avuto in dono la testa dell’odiato Prodi da 101 (o forse 120) appositi franchi tiratori Pd, ha ottenuto la riconferma di Napolitano, ha strappato l’agognato governissimo, ha pure scelto il premier che preferiva (il nipote di Gianni Letta), è divenuto il partner prediletto del Pd (che in compenso schifa Di Pietro e Ingroia) e ora viene implorato da tutti i poteri che contano, ma soprattutto da Pd e Quirinale, perché non abbandoni la maggioranza e resti fedele a Letta nipote, mentre giuristi à la carte e scudi umani dell’inciucio lavorano per salvarlo da una legge che impone la sua decadenza da senatore. “Resta con noi, non ci lasciar” detto – avete capito bene – a colui che nel 1974 incontrò nel suo ufficio di Foro Buonaparte a Milano “Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo”, prima dell’“assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore…”, suggellando “il patto di protezione” con i vertici della mafia. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”. Una simbiosi andata “avanti nell’arco di un ventennio”. Questi fatti ormai consacrati da una sentenza definitiva, ma già noti da tempo, sono scomparsi dalla scena politico-mediatica. Tant’è che ancora ieri Polito El Drito, sul Corriere , pregava in ginocchio B. di restare fedele al governo “nell’interesse degli italiani”. Non volendo o potendo rimuoverlo dalla politica nell’interesse degli italiani, si rimuovono quei fatti nell’interesse suo e si racconta che è nell’interesse nostro. Come recita un vecchio proverbio catalano: ci pisciano in testa e ci dicono che piove.

Piemonte, ebbe contatti con boss. Ora chiede commissione antimafia in Regione

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Fatto Quotidiano.it di Andrea Giambartolomei | 8 luglio 2013 attualità
Il consigliere regionale del Pd Antonino Boeti, sindaco del Comune di Rivoli dal 1995 al 2004 compare nell’indagine “Minotauro” per i suoi rapporti (una telefonata e un incontro) con lo storico capo della locale Salvatore “Giorgio” Demasi. Ma dopo la requisitoria in cui il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli ha criticato irresponsabilità e opportunismo dei politici, vuole istituire un organismo di controllo
Ha avuto contatti con un boss della ‘ndrangheta, come è emerso nell’indagine “Minotauro”, e ora propone una commissione antimafia per la Regione Piemonte. È il consigliere regionale del Partito democratico Antonino Boeti, sindaco del Comune di Rivoli dal 1995 al 2004, cittadina in cui era attiva una locale della malavita calabrese. La sua proposta, per ora una mozione in cerca di sostegno, è arrivata la settimana dopo la dura requisitoria del procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli nel processo contro i presunti ‘ndranghetisti della Provincia, un intervento in cui non sono mancate le critiche all’irresponsabilità e all’opportunismo dei politici. Nel frattempo per la commissione si muove anche il presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo che il 9 luglio lancerà la proposta ai capigruppo.

“Penso a una commissione, sul modello di quella già istituita al Comune di Torino, che serva ad analizzare il fenomeno mafioso nelle sue varie manifestazioni al fine di porre in essere validi strumenti di prevenzione e contrasto”, ha spiegato Boeti. “Il grido di allarme che da tempo viene dalla magistratura torinese e dalle forze dell’ordine, rinnovato anche nelle ultime ore dal procuratore capo della Repubblica di Torino, sul livello di infiltrazione delle cosche della ‘ndrangheta nel territorio piemontese e sulla sottovalutazione del fenomeno da parte di vasti settori della società piemontese ci spinge a istituire un organismo che cerchi, sulla base di una forte collaborazione con le autorità inquirenti, di analizzare in maniera più approfondita la realtà della criminalità organizzata in Piemonte e di promuovere in modo più consapevole la cultura della legalità nella nostra regione”.

La sua mozione però arriva dopo l’intervento in aula di Caselli, che ha citato Boeti tra i tanti politici con cui lo storico boss della locale di Rivoli Salvatore “Giorgio” Demasi intratteneva rapporti. Nel febbraio 2011 si sono sentiti telefonicamente (dandosi del “tu”) e si sono incontrati per presentare un geometra amico del boss e ritenuto membro della “zona grigia” all’assessore comunale di Alpignano Carmelo Tromby. Demasi è per la procura “un ‘ndranghetista di consistente spessore criminale, con parentele pesanti” e contro di lui la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto una condanna a 20 anni di carcere. Il boss – ha sottolineato Caselli – “ama intrattenere relazioni cordiali con personaggi di spicco del mondo politico-amministrativo”. Lo faceva senza avere tessere di partito, ma solo per interessi condivisi da lui e dai politici che “negano con ostinazione di aver mai saputo, intuito alcunché dei suoi legami. Eppure spesso si tratta di politici e amministratori scafatissimi, calabresi loro stessi, che di Rivoli e dei suoi abitanti, Demasi compresi, dovrebbero sapere di tutto e di più. Che proprio di lui e dei suoi parenti notoriamente mafiosi non sapessero nulla non è francamente irreale”. Dopo la requisitoria il consigliere regionale ha fatto sapere che Demasi era solo un conoscente di suo padre, che con il boss di Rivoli non ha avuto contatti ma solo un rapporto di conoscenza e che per lui sarebbe stato impossibile arrivare a scoprire vicende che gli inquirenti hanno svelato dopo anni di indagini.

Messineo si difende al Csm: “Non sono stato influenzato da Ingroia”

corelE’ stato ascoltato oggi dal Csm il Procuratore Capo di Palermo Francesco Messineo. Il giudice rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale.articolotre Redazione– -11 luglio 2013- E’ durata due ore e mezza l’audizione del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo di fronte al Csm. Il giudice, difeso dal procuratore di Torino Maddalena, rischia infatti il trasferimento per incompatibilità ambientale, ovvero, non avrebbe gestito ottimamente la Procura del capoluogo siciliano.

Da Palazzo dei Marescialli, la prima commissione del Csm, ha supposto che Messineo avrebbe subito un condizionamento da parte dell’ex magistrato Antonio Ingroia. Come se non bastasse, gli errori che il procuratore capo avrebbe compiuto, avrebbero avuto come conseguenza quella di ostacolare la cattura del super latitante Matteo Messina Denaro.
Accuse pesantissime, che Messineo ha rigettato con forza, sottolineando come, anche nell’ambito della latitanza del padrino di Cosa Nostra, siano semplicemente mancati gli elementi necessari per giungere all’arresto. Una situazione che avrebbe dunque convinto il procuratore a “ripiegare” su Leo Sutera, il boss dell’agrigentino che sarebbe stato, almeno secondo il Ros, il personaggio chiave che avrebbe permesso la cattura di Messina Denaro.

Durante l’audizione, Messineo ha affrontato anche la vicenda delle intercettazioni che lo hanno interessato. Intercettazioni di cui la Procura di Caltanissetta avrebbe saputo grazie a Ingroia. Secondo il procuratore capo, però, la questione lo avrebbe soltanto danneggiato e non certo favorito.

A causa, però, della quantità di argomenti da trattare, Messineo non è riuscito a concludere la propria audizione. Per questo verrà riascoltato lunedì prossimo.

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