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Cossighitano (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 31/01/2014. Marco Travaglio attualità

Nel 1991-’92 Napolitano voleva sloggiare Cossiga: “Fa politica”.

La richiesta di mettere in stato di accusa Giorgio Napolitano per attentato alla Costituzione avanzata ieri dai 5Stelle, piuttosto ben scritta e tutt’altro che campata in aria, non ha alcuna speranza di essere accolta dal Parlamento per una banalissima questione di numeri. Va dunque presa per quello che è: un serio ed estremo atto politico di contestazione contro il supremo garante del sistema da parte della forza di opposizione anti-sistema. Del resto chi ne contesta l’utilità e financo la legittimità dimentica l’unico precedente: la richiesta di impeachment avanzata contro Francesco Cossiga il 5 dicembre 1991 proprio dal partito di Napolitano: il Pds, che accusava l’allora capo dello Stato di alto tradimento e attentato alla Costituzione (gli unici due reati di cui, in base all’art. 90 della Carta, il presidente è personalmente responsabile nell’esercizio delle sue funzioni). L’atto di accusa, 40 cartelle, era opera di un’équipe coordinata dal vicecapogruppo Luciano Violante. Tra i firmatari, il superstite più illustre oltre a Violante era Ugo Sposetti. Gli altri cinque partiti di sinistra (Rifondazione, Rete, Verdi, Sinistra indipendente e Radicali) si associarono con altrettante denunce, per un totale di 29 fattispecie di reato contestate. Nessuna di esse – secondo i suoi accusatori – configurava di per sé l’alto tradimento né l’attentato alla Costituzione: ma era la “concatenazione logica e temporale” di una serie di atti “volti intenzionalmente a modificare la forma di governo” in senso presidenziale, “estendendo le funzioni e prerogative” ben oltre il dettato costituzionale, a integrare i due delitti. Cossiga avrebbe, nell’ordine: “interferito illegalmente nelle attività del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario” e avviato così “l’esercizio di una propria funzione governante”, “altamente pericolosa perché non sostenuta da alcuna responsabilità politica”; “aperto un circuito incostituzionale tra partiti e presidente” comportandosi da “capo di un partito” e violando l’“inderogabile dovere di imparzialità”, anche con “la strumentalizzazione dei media per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti”; “usurpato il potere politico che spetta in esclusiva al Parlamento”; “gravemente interferito nell’attività di governo”; “delegittimato magistrati che prendono decisioni a lui sgradite” anche quando “la decisione lo riguarda direttamente”. Infine si sarebbe “fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione”. Insomma non avrebbe perpetrato “un colpo di Stato nelle forme classiche”, ma una serie di “atti seriamente diretti non a compiere un ‘semplice’ abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato”. Pare il ritratto della presidenza Napolitano. Invece il Pds parlava di Cossiga.

Napolitano, nel ’91 “ministro degli Esteri” del Pds e capo della corrente filocraxiana dei “miglioristi”, concorda sull’analisi della presidenza Cossiga, ma non sullo strumento scelto dai vertici del partito – il segretario Achille Occhetto e il presidente Stefano Rodotà – per sloggiarlo dal Quirinale, perché in Parlamento le opposizioni di sinistra non hanno i numeri per far approvare l’impeachment. Molto meglio – dice – un pressing congiunto dei partiti ostili a Cossiga (tutti, tranne Psi ed Msi) per costringerlo alle dimissioni. Una posizione che gli vale le canzonature del presidente: il quale lo chiama “politico vegetariano”, “né carne né pesce”. Napolitano comunque è uno dei più implacabili censori di Cossiga, cui intima da mesi di smetterla di esternare e picconare e – testuale – di “tornare sul trono” e “rispettare i limiti entro cui la Costituzione colloca il ruolo del presidente della Repubblica”. Il 2 maggio l’Unità intervista il capogruppo Dc al Senato, Nicola Mancino, che spara a zero su Cossiga e sul suo difensore d’ufficio Giuliano Amato.

L’autore dell’intervista è Pasquale Cascella, che non è omonimo del futuro portavoce di Napolitano al Quirinale: è proprio lui. E chi scende in campo, nel 1991, in difesa di Mancino e contro Amato in nome del diritto sacrosanto di attaccare il Colle? Napolitano. “Cossiga – scrive sull’Unità il futuro presidente intoccabile – è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, difese e attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali. Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds?”. Napolitano si fa beffe di chi vorrebbe tappare la bocca ai contestatori di Cossiga e ricorda che “la libertà di critica discende dal principio della responsabilità politica ‘diffusa’ del presidente”. Anche Scalfari, nel 1991, accusa Cossiga e i suoi supporter di “attentato alla libertà di stampa” per la loro intolleranza alle critiche: poi, come Napolitano, avrà modo di ricredersi vent’anni dopo, attaccando come eversore chiunque oserà criticare Re Giorgio.

Così, quando a dicembre il Pds rompe gli indugi e parte con la richiesta di impeachment, Napolitano – pur preferendo una richiesta corale di dimissioni – attacca: “Non ho dubbi sulla gravità dei comportamenti e interventi come quelli del capo dello Stato”. E nega che i suoi distinguo siano “una dissociazione” dalla linea del Pds. Anzi conferma che “l’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga ci ha visti uniti”. Ed esorta “tutte le forze democratiche a giudicare inevitabile che Cossiga tragga le conseguenze della scelta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Perciò il Pds dovrà valutare “le molteplici iniziative che possono essere assunte al fine di fermare un processo di allarmante degrado istituzionale”. Nelle settimane seguenti Napolitano continua a denunciare i deragliamenti di Cossiga da quelli che per lui (allora ) sono i binari invalicabili dal capo dello Stato: “Occorre sollevare una questione di incompatibilità fra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica…”. “Ciascuno eserciti le sue responsabilità, tuteli le sue prerogative senza lasciarsi intimidire, ponendo concretamente argini su diversi terreni in difesa di essenziali principi ed equilibri costituzionali”. Il 24 gennaio 1992 non esclude neppure più l’arma estrema dell’impeachment contro Cossiga: “Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds; quella di sollecitare l’atto delle dimissioni del capo dello Stato; e quella che Cossiga indica anche nella sua recente nota, vale a dire astenersi strettamente da interventi impropri: la situazione di estrema gravità si è ulteriormente deteriorata”, in quanto Cossiga ha continuato “a comportarsi in modo sempre più incompatibile con il ruolo di garanzia che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Se il capo dello Stato si considera ingiustamente accusato, nessuno gli contesta il diritto di confutare le accuse, nelle sedi e nelle forme più appropriate; ma altra cosa è ingiuriare coloro che hanno preso l’iniziativa della denuncia”.

Il comitato parlamentare se la prende comoda, nell’esame delle sei richieste delle sinistre: 15 mesi di melina. Infatti si pronuncia soltanto l’11 maggio 1993, quando Cossiga non è più presidente da un anno (e Napolitano è presidente della Camera). Ovviamente archiviando la pratica. Cossiga consumerà la vendetta sugli ex-comunisti a freddo, tredici anni dopo, commentando il discorso di insediamento di Napolitano appena eletto al Quirinale. È il 16 maggio 2006. “Se avessi parlato io – dice perfido l’ex Picconatore – di modifiche alla Costituzione, bipolarismo e altre cose di natura squisitamente politica, come ha fatto giustamente Napolitano (poiché, intelligente e sensibile politicamente com’è, ha ben compreso che il fatto che il presidente della Repubblica debba essere super partes è una enorme sciocchezza), i membri dei gruppi parlamentari del Pci, lui e Augusto Barbera esclusi, avrebbero raccolto le firme per sollevare l’impeachment nei miei confronti, come avevano già fatto per aver io detto molto di meno”. E non ha ancora visto di che cosa sarà capace Napolitano nei quasi otto anni di presidenza, e di ripresidenza.

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Roba da Chiodi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/01/2014. Marco Travaglio attualità

Massima solidarietà ai lettori del Corriere , costretti a esercizi enigmistici sempre più complicati per decrittare titoli e articoli. Ieri chi riusciva a superare indenne l’altalena di notizie sulla legge elettorale (Renzi spinge, Berlusconi apre, Alfano chiude, Quagliariello frena, Brunetta stringe, Casini rompe in tutti i sensi, Verdini telefona, la Boschi sale al Colle, stop di Cuperlo, alt di Fassina chi?, la Pascale twitta, Dudù abbaia, Napolitano monita, Tizio alza la soglia, Caio abbassa il premio, Sempronio sfonda il tetto, insomma è accordo, anzi patto, magari asse, pardon contratto, senza contare che c’è sempre uno che “gela” e non si sa mai chi lo scongela), doveva risolvere il rebus del titolo di apertura, roba da far impallidire il più arduo dei Bartezzaghi: “Sì sull’Imu oppure si paga”. In che senso? Che vor dì? Stremato, il lettore gira pagina e s’imbatte in un’altra supercazzola: “Imu-Bankitalia a rischio caos. Corsa per salvare il decreto. Ostruzionismo M5S”. Il poveretto capisce che la maggioranza, sempre più virtuosa, vuol far pagare l’Imu a Bankitalia, ma i 5Stelle, i soliti irresponsabili, per misteriosi motivi si oppongono e si rischia il caos. Solo chi fosse munito di un microscopio elettronico, o avesse acquistato anche un giornale senza banchieri nel patto di sindacato, capirebbe di che si parla: una delle più incommensurabili porcate mai viste nella porcellosa storia della politica italiana, un regalo di 7,5 miliardi alle banche private con soldi di Bankitalia, cioè nostri. Siccome la maialata rischia di non passare inosservata a causa di quei rompipalle dei 5Stelle che osano financo fare opposizione, cosa mai vista dalla notte dei tempi, ecco l’idea geniale del governo: infilarla nello stesso decreto che cancella la seconda rata dell’Imu. Così chi si oppone ai Robin Hood alla rovescia che rubano ai contribuenti per dare alle banche può essere dipinto come un affamatore del popolo perché resuscita l’Imu. Per evitare il “rischio caos” bastava separare il decreto Imu dal decreto Bankitalia, come chiesto da Napolitano in svariati moniti, sulla scorta di innumerevoli sentenze della Consulta contro i decreti omnibus. Ma, quando si tratta di banche, nessuno fiata: destra e sinistra marciano compatte, precedute dalla contraerea dei giornali dei banchieri e dei partiti sottostanti. “Ostruzionismo M5S, può tornare la seconda rata Imu”, titola Repubblica . E persino l’Unità, un tempo organo della sinistra, fa la guardia ai caveau, con titoli truffaldini tipo “5Stelle, ostruzionismo sul decreto Imu” e “Barricate grilline: torna il rischio Imu”. Lo scandalo del secolo è il peone a 5 stelle che dà del “boia” a un vecchio fan della repressione sovietica a Budapest.

Tornando al povero lettore del Corriere , la via crucis non è finita. C’è un altro titolo-sciarada da decodificare a pag. 15: “Una debolezza quella ragazza in hotel. Ma non l’ho aiutata al concorso”. Intervista allo sgovernatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, inquisito per truffa, falso e peculato, per lo scandalo della giunta granturismo che gira l’Italia con amanti aviotrasportate e alloggiate a spese nostre: notizia rivelata dal Fatto e mai ripresa dal Corriere . Che ora la fa commentare all’interessato senza citarla né citarci (“la debolezza del Governatore è spuntata dalle carte”: così, spontaneamente). Il noto statista marsicano “sta soffrendo, la voce gli si incrina un paio di volte”, però “cita Terenzio e poi anche Gandhi cercando conforto nella letteratura”. La colpa naturalmente è dell’“ufficio regionale o della Ragioneria” che gli hanno rimborsato le spese della gentile accompagnatrice a sua insaputa. Come la segretaria di Cota con le mutande verdi. Ergo Chiodi è “amareggiato”: qualcuno (non si dice chi) ha fatto “pura macelleria: famiglie massacrate, carriere esposte al pubblico ludibrio, per un puro obiettivo politico: il 25 maggio in Abruzzo si vota”. E il direttore del Fatto , com’è noto, sarà candidato contro di lui. Ma questo il Corriere non può dirlo, perché il Fatto è innominabile. Un po’ come con lo scandalo De Girolamo: le notizie, o le dà il Corriere , oppure “spuntano”.

La Rete senza rete (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/01/2014. Marco Travaglio attualità

Quello che pensiamo del reato di immigrazione clandestina lo scriviamo fin da quando fu introdotto da B. con la legge Maroni, subito firmata (come sempre) da Napolitano nel 2009. Quella norma non solo è contraria al diritto (nessuno può essere punito per il suo status, tipo trovarsi nel paese “sbagliato”). Ma è anche inutile (non riduce di una sola unità l’afflusso dei clandestini). E soprattutto dannosa (impegna le forze dell’ordine e le procure su decine di migliaia di fascicoli intestati a irreperibili senza identità né fissa dimora che alla fine – dopo enorme dispendio di risorse e di tempo – vengono quasi tutti assolti o prescritti; o, nel caso eccezionale di condanna, si vedono infliggere una multa che non pagheranno mai perché sono o risultano nullatenenti). Perciò fecero bene i parlamentari 5Stelle, in ottobre, a prendere in contropiede i tromboni dell’accoglienza parolaia, che non avevano mai mosso un dito per cancellare quell’obbrobrio, con la mozione votata anche da Pd, Sel e governo. E fecero male Grillo e Casaleggio a scomunicarli. O meglio: era giusto ricordare la regola interna (opinabile, ma nota da tempo) di discutere in Rete le proposte estranee al “programma”. Ma era assurdo descrivere la mozione come un “liberi tutti” che avrebbe portato il M5S a percentuali da prefisso telefonico: la clandestinità di chi viene in Italia per delinquere non si contrasta con norme demagogiche e inapplicabili. La stampa di regime colse subito l’occasione per riattaccare la black propaganda sui grillini razzisti, xenofobi e un tantino nazisti. L’altroieri, nell’imminenza del nuovo voto parlamentare, il blog di Grillo ha consultato gli 80 mila iscritti con un referendum a sorpresa (com’è giusto fare per evitare manipolazioni e hackeraggi). E riecco i dietrologi all’opera, inclusi i “dissidenti” in servizio permanente effettivo: è il solito blitz dei soliti dittatori Grillo e Casaleggio che non danno il preavviso perché vogliono subornare la Rete, altro che democrazia diretta, leviamogli la pistola e altre baggianate. Giornali e tg avevano già pronti i titoli: “Grillo e Casaleggio truccano il referendum per entrare in Alba Dorata”. Eppure il risultato era prevedibile. S’è discusso molto in questi mesi sul reato di clandestinità, sul blog di Grillo e i social network limitrofi. E i No schiacciavano i Sì. Infatti, su 25 mila votanti, quasi 16 mila han votato No e solo 9 mila Sì.

Ma anziché apprezzare il piccolo saggio di democrazia diretta – embrionale e imperfetto finché si vuole, ma reale – la stampa da riporto è passata al piano B, all’insegna del “come la fai la sbagli”. Citiamo l’Unità, che è sempre la più patetica e ridicola: “Grillo e Casaleggio sconfitti dalla Rete”, “Dimissioni, se Grillo fosse un vero segretario”, “La democrazia diretta di un bischero che smista proclami, condanne e veleno secondo come gli confezionano il gintonic”, “Solo 24 mila votanti”. Chi dovrebbe cercare di capire e di informare continua a trattare i 5Stelle come un branco di brubru, giunti in Parlamento con 9 milioni di voti per uno scherzo del destino: se condividono i leader, non va bene perché sono una mandria di pecoroni plagiati da due tiranni; se dissentono, non va bene lo stesso perché sfiduciano i tiranni (così autoritari che li hanno chiamati a votare liberamente, così come fecero per il candidato al Colle). E comunque sono sempre troppo pochi. In attesa di stabilire quanti dovrebbero essere esattamente, ricordiamo che, prima di aderire alla Grosse Koalition con la Cdu, l’Spd tedesca ha interpellato i suoi 475 mila iscritti che, via email, l’hanno approvata a grande maggioranza (76%). Domandina facile facile: se il Pd (il centrodestra è fuori concorso) avesse consultato i suoi tesserati prima di eleggere il presidente della Repubblica e di andare al governo con B., e li avesse ascoltati, chi siederebbe oggi al Quirinale e a Palazzo Chigi? Piccolo aiutino: il primo comincia con la P e finisce con la i, il secondo comincia con la R e finisce con la à. Ma a un partito che si chiama democratico di ascoltare la base non è proprio venuto in mente.

I guardiani dello stagno (Marco Travaglio)

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/01/2014 Marco Travaglio attualità

Che senso ha tutto questo agitarsi di Renzi, che sforna due o tre proposte al giorno? Il neosegretario del Pd sfrutta una posizione di vantaggio che pochi altri protagonisti della politica possono vantare: nei vent’anni disastrosi della Seconda Repubblica, Renzi non c’era, almeno a Roma. Dunque nessuno può imputargli responsabilità nella catastrofe in cui siamo immersi e, quando parla, nessuno può domandargli “dov’eri tu?”. Quando un politico qualsiasi apre bocca in tv e dice “bisognerebbe fare”, la gente cambia canale con un fastidioso prurito alle mani. Quando invece lo fa Renzi, qualcuno gli crede, qualcuno l’ascolta con diffidenza, qualcuno gli dà appuntamento sul terreno dei fatti, qualcuno pensa alla solita propaganda. Ma nessuno può dirgli: “Senti chi parla, quello degli inciuci, del Porcellum, delle leggi vergogna, delle controriforme Fornero”. Renzi però sa che la luna di miele non durerà molto: anzi, per lui durerà molto meno che per i suoi precedessori, eletti in tempi meno nefasti per chi fa politica. Ancora qualche settimana e verrà rottamato anche lui, se non sarà riuscito a cambiare nulla non solo nel Pd, ma soprattutto in Italia. Ed è difficile, per il segretario di un partito che per giunta non controlla né la maggioranza dei suoi parlamentari (espressione del Pd bersaniano, cioè di un’altra èra geologica) né la sua delegazione governativa (quasi tutta formata dagli sconfitti alle primarie), lasciare un segno tangibile di cambiamento. Perciò Renzi si agita tanto. Non solo, come dice Grillo, perché è “uno stalker in cerca di visibilità”. Ma anche perché cerca disperatamente sponde fuori dalla gabbia asfittica della maggioranza, anzi della minoranza di governo: la somma di Pd, Ncd, Sc e Udc nei sondaggi vale un terzo degli italiani. Infatti Renzi riunisce i vertici del partito a Firenze, per non finire immortalato in una di quelle mortifere foto di gruppo romane con i presunti leader che fanno scappare anche i topi.

Non che voglia rovesciare subito il governo: ha semplicemente bisogno di numeri importanti per far passare qualche riforma molto popolare e dimostrare di non essere un parolaio come tutti gli altri. E quei numeri glieli possono portare solo Grillo o B. Che sono i due leader dell’opposizione, il che spiega il terrore fra i guardiani dello stagno: Napolitano, Letta jr., giù giù fino ad Alfano, Monti, Casini e le altre anime morte. B., anche morente, è molto più vispo di tanti quarantenni: infatti s’è subito infilato nel varco aperto da Renzi. Stupisce invece l’inerzia dei 5Stelle, che paiono tornati in preda alla paralisi che li fregò alle consultazioni di marzo-aprile. Oggi come allora, è il momento di andare a vedere il gioco di Renzi. Se è un bluff, avranno il merito di averlo smascherato. Se è una cosa seria, divideranno con lui il merito di avere sbloccato l’impasse: siccome Renzi sa che un asse privilegiato con B. farebbe storcere il naso a molti dei suoi elettori, il M5S può rendere molto preziosi i propri voti in Parlamento, dettandogli alcune condizioni: per esempio, la rinuncia ai “rimborsi elettorali” – da lui promessa finora come merce di scambio – che metterebbe in ginocchio l’apparato Pd. Perché non sfidarlo a mantenere la parola? Se non lo farà, peggio per lui. Se lo farà, non si vede cosa impedisca ai 5Stelle di fare ciò che Grillo predica da sempre: accordarsi in Parlamento sulle cose da fare. Alcune sono di dubbia utilità (tipo un Senato ridotto a carrozzone di consiglieri regionali). Altre sono utilissime, come una delle tre proposte di legge elettorale (specie la seconda, che riproduce grosso modo il Mattarellum), le unioni civili e il taglio delle prebende ai consigli regionali. A queste, per reciprocità, M5S potrebbe chiedere di aggiungere un paio di propri cavalli di battaglia. E otterrebbe tre effetti collaterali mica da ridere: tagliare l’erba sotto i piedi al trio Napolitano-Letta-Alfano; mettere definitivamente fuori gioco B.; e avvicinare le elezioni. Renzi si agita troppo, ma chi sta fermo è peggio di lui.

Ops! (Marco Travaglio).

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Fatto Quotidiano del 28/12/2013 Marco Travaglio attualità

Citarsi non è mai un granché. Ma, siccome mi è capitato spesso di dovermi discolpare per aver usato una metafora funeraria il 22 aprile, giorno dei grandi festeggiamenti per la rielezione di Napolitano, la ripeto qui tale e quale: “Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza”. Non occorreva particolare acume per anticipare quel che sarebbe accaduto. Eppure non fummo in molti (eufemismo) a prevederlo. Anzi, di lì a qualche giorno, un coro di Osanna, Exultet e Te Deum salutò con nuvole d’incenso e fiumi di saliva l’avvento del governo Letta, versione sfigata e bimbominkia del governo Monti. Otto mesi dopo, ecco il risultato. Un governo che non ha combinato una beneamata mazza, se non cambiare nome all’Imu, perché appena si muove cade. E chiama “stabilità” l’immobilità del cadavere. Siccome però le salme manifestano un filino di rigor mortis, ecco i soldi di fine stagione per rimpinzare le lobby che tengono in vita artificialmente il caro estinto: biscazzieri, palazzinari, banchieri, costruttori di grandi opere inutili e di cacciabombardieri che cappottano negli hangar, e naturalmente giornali (ingrassati con 170 milioni per seguitare a mandarli in edicola all’insaputa dei lettori). Se la cosa si è venuta a sapere, diversamente da quando il Milleproroghe&marchette serviva a tacitare i dissenzienti, è perché stavolta si aggira per le Camere un Ufo, oggetto non ancora identificato e addomesticato: l’opposizione. Erano anni che non se ne vedeva l’ombra, o se c’era era così minoritaria da sfuggire ai radar. Dopo mesi di apprendistato, i 5Stelle hanno imparato il mestiere. Anziché restare in aula per garantire il numero legale come fa Sel, l’opposizione di Sua Maestà, escono al momento giusto. Presenziano. Spulciano. Scovano porcate.

Vivamente sconsigliato avvicinarli con strizzatine d’occhio per offrire qualcosa in cambio del silenzio: si rischia di essere filmati e sputtanati in Rete. Il classico granello di sabbia che inceppa l’ingranaggio. Sono 160 fra Camera e Senato, eppure riescono a restringere le “larghe intese” fino a minacciare di mandar sotto il governo (quello che, alla dipartita di B., Napo & Letta definirono “più forte e coeso”). Appena i marchettari vengono beccati col sorcio in bocca, fanno la faccina contrita e prorompono in un “ops, scusate, ci siamo sbagliati, ora rimediamo subito”. Inventano scuse e simulano sviste per nascondere le cambiali da pagare ai potentati che tengono in piedi un premier che vanta una popolarità del 29% e conserva la maggioranza solo grazie al premio incostituzionale del Porcellum e ai voti di noti frequentatori di se stessi – gli Alfanidi – che senza B. non avrebbero un voto nemmeno nelle rispettive famiglie. L’ultima balla, avallata dal monitino sfuso di Sua Maestà, è che il decreto Salva-Roma, il solito salame con dentro di tutto, sarebbe colpa di Boldrini e Grasso che non han “vigilato” sugli emendamenti. Le pazze risate: se Letta non c’entra, perché ha chiesto la fiducia sul decreto-salame? Ora però la stampa governativa (praticamente tutta) annuncia un mirabolante “Patto del 2014” e il direttore del Corriere chiede un “contratto di governo” come “ultima occasione per non fallire” e non favorire “Grillo e i populismi di ogni risma”. Il titolo fa il paio con quello del Corriere del 3 dicembre: “Napolitano chiede un programma”. Ecco cosa mancava al governo: un programma! A pensarci prima, sai quante cose si potevano fare. Purtroppo ad aprile se l’erano scordato. E vabbè, càpita, con tutto quel che hanno da fare, è andata così. Forse eravamo troppo generosi, parlando del becchino. Al momento si vede solo il cadavere: chi gli darà degna sepoltura deve ancora nascere, o va all’asilo.

Illusionisti e illusi #mercantifuoridaltempio (Alessandro Di Battista).


ccorre prendere coscienza, una volta per tutte, di quel che è diventata la Repubblica italiana. Dell’illusione son responsabili gli illusionisti ma, in egual misura, anche gli illusi. Lasciarsi ingannare oggi è una colpa immensa. Ci sono, per la prima volta nella storia dell’umanità, strumenti accessibili per evitare di farsi circuire. Credete davvero che il PD lo guidi Renzi (condannato per danno erariale per illeciti commessi quando era presidente della Provincia di Firenze, proprio lui che ora parla di abolizione delle province)? Non smetterò mai di dirlo, quando ricevi soldi, quando qualcuno finanzia le tue campagne elettorali sarai sempre sotto ricatto! Continua a leggere »

Voto di fiducia, intervento di Sorial M5S: #fuorilelobby.

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Noi oggi denunciamo i lobbisti che saccheggiano i soldi di tutti i contribuenti italiani. Una grande super marchetta da un miliardo di euro.
Le nostre proposte vengono bocciate dal governo e dalla maggioranza per insufficienti risorse, invece Sorgenia SPA di Carlo De Benedetti, tessera numero 1 del partito democratico, il partito del fantoccio Renzi, ottiene decine di milioni di euro.Uno sconto per il vero capo del PD. Tutto ciò è illegale! Denunceremo a tutte le autorità competenti questa violazione. E avremo ragione, così come sui rimborsi elettorali che la corte dei conti ha dichiarato illegittimi e che voi volete continuare ad intascarvi. […]
Noi oggi denunciamo in Aula questi fatti, perché come furono caccciati i mercanti dal tempio, cacceremo chi insieme a voi si è contrapposto al bene dei cittadini, al bene di tutti i pensionati, di tutti i giovani di tutti i lavoratori. Quest’uomo, questo mercante, ha un nome e cognome. Il lobbista si chiama LUIGI TIVELLI. E se questo parlamento avesse dignità lo caccerebbe dalle istituzioni. Vi abbiamo pescato con le mani nel sacco. Che cosa vi serve ancora per fare le valige?”
Guarda l’intervento integrale!

In tenda al ministero M5S, non c’è il conto per restituire la diaria

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Da Il Fatto Quotidiano del 18/12/2013. Paola Zanca attualità

I 5 STELLE DA SACCOMANNI CON DUE MILIONI E MEZZO DI EURO MA MANCA IL DECRETO ATTUATIVO DEL FONDO PER LE IMPRESE.

Renzi chi?! Per noi Renzi non esiste!”. Via XX Settembre, Roma, marciapiede davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze. Una quarantina di parlamentari Cinque Stelle srotola un assegno da 2 milioni 563 mila euro. Sono i soldi risparmiati dall’indennità e dalla diaria negli ultimi quattro mesi. E guai a domandare se è la loro risposta alle avances del rottamatore. Sono qui da mezzogiorno, comprensibilmente orgogliosi del loro salvadanaio di politici low cost. Peccato non lo possano rompere: ad agosto, hanno fatto approvare un emendamento al decreto del Fare, che prevedeva l’istituzione di un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Ma il decreto attuativo che doveva essere emanato entro il 19 novembre non è mai arrivato e loro non sanno dove versare i soldi. Se non fosse vero, sembrerebbe uno straordinario spot pubblicitario.

VOLEVANO SFRUTTARLO al massimo, piazzandosi davanti a palazzo Chigi. Poi, hanno preferito partire un po’ più cauti: gazebo montato davanti al Mef, volantini e fac-simile dell’assegno e una squadra di parlamentari schierata al semaforo di fronte al ministero. Un cinquantenne abbassa il finestrino di un mercedes nero. Non aspetta nemmeno che gli spieghino che stanno facendo, ha già visto le bandiere. Prende l’assegno e schizza via: “Grazie, io sono un grillino nato”. Fiat Punto, a bordo due vigili urbani. Un senatore bussa: “Guardate qua! È la prima volta che dei parlamentari restituiscono i soldi!”. Loro abbozzano: “Speriamo che qualcosa cambi”. Ragazza in motorino: “Tieni qui, sono i soldi che vogliamo dare alle imprese, l’avevamo promesso in campagna elettorale!”. Funziona, non c’è che dire. Un deputato prova a smorzare l’autocelebrazione: “Tra un po’ sotto l’assegno ci chiedono l’autografo della Taverna o di Di Battista…”. A un certo punto, arriva la notizia: “Saccomanni firma!”. Ma è un equivoco da social network: il messaggio di un senatore era una preghiera, non una constatazione. Il neo capogruppo alla Camera Federico D’Incà e il suo vice Giuseppe Brescia, però, ottengono un incontro: al tavolo siedono il capo di gabinetto di Saccomanni, Daniele Cabras, e il viceministro Luigi Casero. Comincia Cabras: “Ho parlato con il ministro e anche con il presidente Letta, che mi ha chiamato per altri motivi. Abbiamo convenuto che la vostra richiesta è giusta e condivisibile. È vero, il termine per l’attuazione del decreto è scaduto. Ne abbiamo tanti altri in ritardo, ma questo si doveva fare, perché non sfugge a nessuno la portata politica e sociale del vostro gesto in questa fase della vita del Paese. Mentre vi aspettavamo, però, abbiamo trovato una soluzione immediata: potete versare i soldi su un conto del Mef, su un capitolo già istituito indicando la causale: a quel punto il Mef sarà obbligato a versare tutto l’incasso a favore delle piccole e medie imprese”. D’Incà e Brescia insistono: “Vi ringraziamo per questa novità, ma noi vorremmo questo fondo. Abbiamo qui la bozza del decreto e una penna, basta una firma”. Non si fidano. Telecamera accesa per lo streaming, richieste di identificazione (“Si può presentare con nome e cognome?”), telefonino piazzato davanti alla bocca per registrare. Una sorta di interrogatorio. Il viceministro e il capo di gabinetto sgranano gli occhi: “Il ministro è all’estero. Nonsipuòfarepercausediforza maggiore”. Loro: “Possiamo aspettare”. Cabras: “Quindi continuate il presidio?”. “Sì, aspettiamo che il ministro torni, venerdì”. La prima notte è cominciata. Semaforo rosso. Un tassista si affaccia: “Più tardi passa pure Renzi, no?”.

Renzi-Grillo, la sfida e la sfiga (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 17/12/2013. Marco Travaglio attualità

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai. Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre. Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue; intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo

Chi è senza manganello…(Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/12/2013. Marco Travaglio attualità

L’abbiamo sempre scritto, e lo ribadiamo anche a Grillo come a tutti: nelle democrazie vere sono i giornalisti a dover criticare (quando lo meritano) i leader politici, e non viceversa. Anche quando i giornalisti meritano una critica – il che accade spesso, soprattutto in Italia – i leader politici dovrebbero astenersi dall’attaccarli pubblicamente. Meglio farebbero a rispondere nel merito alle critiche e, se si sentono diffamati, a querelarli con ampia facoltà di prova. Se il blog di Grillo voleva rilanciare la sacrosanta battaglia dei 5Stelle contro i finanziamenti pubblici ai giornali (di partito e non), poteva farlo senza personalizzarla contro una singola giornalista, Maria Novella Oppo, dandole della “mantenuta da 40 anni” e minacciando di costringerla a “trovarsi un lavoro”. E se voleva smentire le sue offensive falsità sui parlamentari di M5S (“dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano… piccoli fan divenuti per miracolo parlamentari e tenuti al guinzaglio”) poteva elencare le attività fin qui svolte dagli eletti pentastellati. Dunque Maria Novella ha la nostra piena solidarietà per l’attacco del blog e, soprattutto, per la consueta gragnuola di volgari insulti che ne è seguita sul web. Invece non c’è nulla di scandaloso, o di illecito, o di fascista, o di squadrista nell’invito agl’internauti a “segnalare” gli articoli diffamatori che escono ogni giorno sulla stampa nazionale per una nuova rubrica “Giornalista del giorno”. Se nascesse una rassegna stampa ragionata, con smentite incorporate, di ciò che di falso riescono (e sono già riusciti) a vomitare i giornali e le tv di regime contro 150 e più parlamentari eletti dal popolo (con voti veri, non con premi di maggioranza porcellosi e incostituzionali) che non rubano, non mafiano, non scalano banche, non scassinano la Costituzione anzi la difendono, ne potrebbe venir fuori un’ottima tesi di laurea sullo stato dell’informazione in Italia. Uno scatenamento di bugie, calunnie, diffamazioni e invenzioni che non ha eguali in Europa e che si può spiegare soltanto con il maremoto che l’irruzione di quel movimento postideologico e antisistema ha provocato nelle acque stagnanti del bipolarismo all’italiana, o meglio nella sua proiezione giornalistica. Dove per decenni si sono fronteggiate una stampa di destra e una di sinistra, entrambe embedded che scambiano per “libera informazione” le loro guerricciole combattute per conto terzi. Per la stampa di sinistra, la destra ha sempre torto perché è di destra. Per la stampa di destra, la sinistra ha sempre torto perchè è di sinistra. Gli scandali della sinistra escono solo sulla stampa di destra, che considera gli scandali della destra come Chanel n. 5. E così i conflitti d’interessi, le censure, gli abusi di potere. Cossiga meritava l’impeachment per la sinistra e i suoi giornali perché considerato di destra: ma, se oggi Napolitano fa cose simili a Cossiga, la sinistra e i suoi giornali lo difendono a spada tratta perché viene dalla sinistra. Per gli house organ del Pd, Formigoni era un corrotto e Alfano un incapace finché stavano con Berlusconi: ora che si sono messi in proprio (così almeno si crede) per sostenere il governo Napoletta diventano le reincarnazioni di Quintino Sella e Camillo Cavour. Specularmente, Alfano e Formigoni erano prima due perseguitati da difendere e ora sono due mascalzoni da attaccare. Poi, certo, c’è la stampa cosiddetta “indipendente”: quella che sta sempre dalla parte del governo, di qualunque colore esso sia, e passa il suo tempo a bastonare le opposizioni. In questa parodia di dialettica democratica, che in realtà è la prosecuzione della partitocrazia con altri mezzi, chi non s’intruppa né di qua né di là e mantiene posizioni critiche nei confronti di chiunque lo meriti, o viene intruppato a destra e a sinistra a seconda delle circostanze; oppure prende botte da tutte le parti perché non si riesce a irreggimentarlo.

La prova su strada di questo riflesso condizionato è arrivata per l’ennesima volta l’altroieri, con le reazioni smodate all’attacco del blog di Grillo alla Oppo: solidarietà pelose di indignati speciali, tanto smemorati quanto spudorati. Chissà dov’era Enrico Letta quando i suoi amici Ds chiedevano la cacciata dall’Unità di un giornalista (uno a caso) e ottenevano quella dei direttori Colombo e Padellaro che avevano avuto il torto di resuscitare quel giornale: la stessa Unità dove lavora la Oppo (con la differenza che Grillo dal-l’Unità non può fortunatamente cacciare nessuno, così come da nessun altro giornale: i vertici Ds sì). Chissà dov’erano Letta jr. e la Boldrini quando l’attuale viceministro De Luca (Pd) insultò e minacciò un giornalista (il solito) in un incontro elettorale alla presenza di Bersani, augurandosi di “incontrarlo di notte al buio” (venendo poi condannato in tribunale per diffamazione: notizia censurata dal 100 per cento della libera stampa). E chissà dove pascolavano i vertici dell’Ordine e della Federazione della stampa quando Cicchitto, in piena Camera (non su un blog), additava quel giornalista (sempre lo stesso) come “terrorista” e “mandante morale” dell’attentato a Berlusconi col lancio di un souvenir in faccia. E chissà dove cinguettava Francesco Merlo (che ora su Repubblica paragona Grillo ai killer di Walter Tobagi, di Pippo Fava e di Giancarlo Siani) un mesetto fa, quando il neostatista Alfano chiese al padron Silvio la cacciata di Sallusti dal Giornale perché si era permesso di attaccarlo. La verità è che tutti questi indignati a scoppio ritardato insulterebbero Grillo anche se non avesse mai minacciato un solo giornalista. Infatti lo insultavano anche prima che lo facesse, da quando iniziò a disturbare il loro piccolo mondo antico. Non ce l’hanno con i suoi tanti errori ed eccessi. Ce l’hanno con l’unico suo merito.

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