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ECONOMIA E RIVOLTA POPOLARE

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DI

Fonte Alrainformazione.com LORETTA NAPOLEONI 24 giugno, 2013 attualità
ilfattoquotidiano.it

Il contagio della protesta corre lungo i confini dei paesi emergenti. Dalla primavera araba, iniziata nel 2011 in Tunisia – la nazione più moderna del Nord Africa e quella con la più alta percentuale di alfabetismo e laureati -, il fuoco della contestazione popolare si è riacceso in Turchia, il cui Pil nel 2011 è cresciuto dell’8,5 per cento. Brasile, dove da qualche anno è in atto un miracolo economico senza precedenti in America latina.

In Grecia, in Spagna e nel nostro paese, invece, nazioni intrappolate nella morsa recessiva, dove da anni l’impoverimento avanza senza sosta, la piazza sembra svolgere funzioni completamente diverse, è luogo celebrativo di fazioni politiche ed oratori che incitano alla discriminazione: greci contro immigrati, nordisti italiani contro il Sud, catalani contro spagnoli.

Crescita economica, aumento della mobilità sociale e dei livelli di istruzione sembrano la ricetta migliore per trasformare le piazze nei megafoni delle richieste dell’emergente classe media, mentre la recessione, l’aumento della disoccupazione e dell’impoverimento non trovano spazi nelle tradizionali manifestazioni di piazza occidentali. La pessima economia nel ricco Occidente discrimina mentre nei paesi emergenti quella buona coagula i desideri delle classi basse che salgono la scala sociale.

Tutto ciò sembra un controsenso, ma non è così. L’ultima grande contestazione europea risale al lontano 1968 quando l’Europa era popolata da nazioni emergenti, che si rialzavano dalla devastazione della Seconda Guerra mondiale e che crescevano a ritmi simili a quelli delle odierne economie emergenti. Allora operai e studenti riempirono le piazze di tutto il continente. Costoro avevano in comune la speranza: i primi di offrire ai figli un’esistenza migliore attraverso un sistema d’istruzione di prima classe accessibile a tutti; i secondi di creare una società migliore, non schiavizzata dalle logiche della guerra fredda. Alla base c’erano richieste sociali ed economiche molto simili a quelle dei tunisini, brasiliani e turchi: il benessere di cui si gode deve essere distribuito il più equamente possibile.

Le richiese della moderna contestazione, come quelle del lontano 1968 in Europa, esulano dai bisogni attuali dei paesi ricchi ed industrializzati. I brasiliani non chiedono un posto fisso e una pensione decente a sessant’tanni ma trasporti migliori, ospedali efficienti, buone scuole e meno corruzione. Sono domande dirette al miglioramento delle infrastrutture socio-economiche e della gestione della cosa pubblica. I turchi non manifestano contro l’eccessiva tassazione o il dilagare del precariato ma contro un Primo ministro che vuole imporre comportamenti arcaici, quali il controllo dell’uso dell’alcol, ad una popolazione occidentalizzata e sofisticata. Neppure i giovani tunisini si preoccupano di avere un’occupazione, lavoro e opportunità individuali nelle economie emergenti non mancano.

Paradossalmente e quasi senza accorgercene nel ricco Occidente la grande recessione ha fatto passare in secondo piano richieste sociali, quali il miglioramento delle infrastrutture, ed ha portato la gente a concentrarsi sul privato: sul salario che non basta ad arrivare alla fine del mese, sulle tasse che non si sa come pagare così via e sugli ipotetici nemici che hanno creato questa situazione, dagli emigrati ai compatrioti. All’impoverimento economico, dunque, si accompagna anche quello sociale e l’unico sfogo diventa il populismo settario ed irrazionale.

Anche in Italia, in Grecia, in Spagna la scuola sforna ormai ignoranti e la sanità fa acqua da tutte le parti, ma nessun si sognerebbe di scendere in piazza e di paralizzare il paese per questo, come invece è successo in Brasile. In piazza si va ad ascoltare i grandi illusionisti della politica.

La decadenza economica ci sta togliendo tutto, anche il diritto sacrosanto di scendere in piazza. Ecco perché in nazioni dove la crescita è sostenuta c’è la contestazione mentre a casa nostra, con una contrazione economica nel 2012 del 2,7 si discute di diarie, scontrini e delle spese dei ministri. Un bilancio triste per il nostro paese e per tutta l’Europa.
Loretta Napoleoni
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/22/brasile-e-turchia-economia-e-rivolta-popolare/634507/
Il contagio della protesta corre lungo i confini dei paesi emergenti. Dalla primavera araba, iniziata nel 2011 in Tunisia – la nazione più moderna del Nord Africa e quella con la più alta percentuale di alfabetismo e laureati -, il fuoco della contestazione popolare si è riacceso in Turchia, il cui Pil nel 2011 è cresciuto dell’8,5 per cento. Brasile, dove da qualche anno è in atto un miracolo economico senza precedenti in America latina.

In Grecia, in Spagna e nel nostro paese, invece, nazioni intrappolate nella morsa recessiva, dove da anni l’impoverimento avanza senza sosta, la piazza sembra svolgere funzioni completamente diverse, è luogo celebrativo di fazioni politiche ed oratori che incitano alla discriminazione: greci contro immigrati, nordisti italiani contro il Sud, catalani contro spagnoli.

Crescita economica, aumento della mobilità sociale e dei livelli di istruzione sembrano la ricetta migliore per trasformare le piazze nei megafoni delle richieste dell’emergente classe media, mentre la recessione, l’aumento della disoccupazione e dell’impoverimento non trovano spazi nelle tradizionali manifestazioni di piazza occidentali. La pessima economia nel ricco Occidente discrimina mentre nei paesi emergenti quella buona coagula i desideri delle classi basse che salgono la scala sociale.

Tutto ciò sembra un controsenso, ma non è così. L’ultima grande contestazione europea risale al lontano 1968 quando l’Europa era popolata da nazioni emergenti, che si rialzavano dalla devastazione della Seconda Guerra mondiale e che crescevano a ritmi simili a quelli delle odierne economie emergenti. Allora operai e studenti riempirono le piazze di tutto il continente. Costoro avevano in comune la speranza: i primi di offrire ai figli un’esistenza migliore attraverso un sistema d’istruzione di prima classe accessibile a tutti; i secondi di creare una società migliore, non schiavizzata dalle logiche della guerra fredda. Alla base c’erano richieste sociali ed economiche molto simili a quelle dei tunisini, brasiliani e turchi: il benessere di cui si gode deve essere distribuito il più equamente possibile.

Le richiese della moderna contestazione, come quelle del lontano 1968 in Europa, esulano dai bisogni attuali dei paesi ricchi ed industrializzati. I brasiliani non chiedono un posto fisso e una pensione decente a sessant’tanni ma trasporti migliori, ospedali efficienti, buone scuole e meno corruzione. Sono domande dirette al miglioramento delle infrastrutture socio-economiche e della gestione della cosa pubblica. I turchi non manifestano contro l’eccessiva tassazione o il dilagare del precariato ma contro un Primo ministro che vuole imporre comportamenti arcaici, quali il controllo dell’uso dell’alcol, ad una popolazione occidentalizzata e sofisticata. Neppure i giovani tunisini si preoccupano di avere un’occupazione, lavoro e opportunità individuali nelle economie emergenti non mancano.

Paradossalmente e quasi senza accorgercene nel ricco Occidente la grande recessione ha fatto passare in secondo piano richieste sociali, quali il miglioramento delle infrastrutture, ed ha portato la gente a concentrarsi sul privato: sul salario che non basta ad arrivare alla fine del mese, sulle tasse che non si sa come pagare così via e sugli ipotetici nemici che hanno creato questa situazione, dagli emigrati ai compatrioti. All’impoverimento economico, dunque, si accompagna anche quello sociale e l’unico sfogo diventa il populismo settario ed irrazionale.

Anche in Italia, in Grecia, in Spagna la scuola sforna ormai ignoranti e la sanità fa acqua da tutte le parti, ma nessun si sognerebbe di scendere in piazza e di paralizzare il paese per questo, come invece è successo in Brasile. In piazza si va ad ascoltare i grandi illusionisti della politica.

La decadenza economica ci sta togliendo tutto, anche il diritto sacrosanto di scendere in piazza. Ecco perché in nazioni dove la crescita è sostenuta c’è la contestazione mentre a casa nostra, con una contrazione economica nel 2012 del 2,7 si discute di diarie, scontrini e delle spese dei ministri. Un bilancio triste per il nostro paese e per tutta l’Europa.
Loretta Napoleoni
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/22/brasile-e-turchia-economia-e-rivolta-popolare/634507/

Il contagio della protesta corre lungo i confini dei paesi emergenti. Dalla primavera araba, iniziata nel 2011 in Tunisia – la nazione più moderna del Nord Africa e quella con la più alta percentuale di alfabetismo e laureati -, il fuoco della contestazione popolare si è riacceso in Turchia, il cui Pil nel 2011 è cresciuto dell’8,5 per cento. Brasile, dove da qualche anno è in atto un miracolo economico senza precedenti in America latina.

In Grecia, in Spagna e nel nostro paese, invece, nazioni intrappolate nella morsa recessiva, dove da anni l’impoverimento avanza senza sosta, la piazza sembra svolgere funzioni completamente diverse, è luogo celebrativo di fazioni politiche ed oratori che incitano alla discriminazione: greci contro immigrati, nordisti italiani contro il Sud, catalani contro spagnoli.

Crescita economica, aumento della mobilità sociale e dei livelli di istruzione sembrano la ricetta migliore per trasformare le piazze nei megafoni delle richieste dell’emergente classe media, mentre la recessione, l’aumento della disoccupazione e dell’impoverimento non trovano spazi nelle tradizionali manifestazioni di piazza occidentali. La pessima economia nel ricco Occidente discrimina mentre nei paesi emergenti quella buona coagula i desideri delle classi basse che salgono la scala sociale.

Tutto ciò sembra un controsenso, ma non è così. L’ultima grande contestazione europea risale al lontano 1968 quando l’Europa era popolata da nazioni emergenti, che si rialzavano dalla devastazione della Seconda Guerra mondiale e che crescevano a ritmi simili a quelli delle odierne economie emergenti. Allora operai e studenti riempirono le piazze di tutto il continente. Costoro avevano in comune la speranza: i primi di offrire ai figli un’esistenza migliore attraverso un sistema d’istruzione di prima classe accessibile a tutti; i secondi di creare una società migliore, non schiavizzata dalle logiche della guerra fredda. Alla base c’erano richieste sociali ed economiche molto simili a quelle dei tunisini, brasiliani e turchi: il benessere di cui si gode deve essere distribuito il più equamente possibile.

Le richiese della moderna contestazione, come quelle del lontano 1968 in Europa, esulano dai bisogni attuali dei paesi ricchi ed industrializzati. I brasiliani non chiedono un posto fisso e una pensione decente a sessant’tanni ma trasporti migliori, ospedali efficienti, buone scuole e meno corruzione. Sono domande dirette al miglioramento delle infrastrutture socio-economiche e della gestione della cosa pubblica. I turchi non manifestano contro l’eccessiva tassazione o il dilagare del precariato ma contro un Primo ministro che vuole imporre comportamenti arcaici, quali il controllo dell’uso dell’alcol, ad una popolazione occidentalizzata e sofisticata. Neppure i giovani tunisini si preoccupano di avere un’occupazione, lavoro e opportunità individuali nelle economie emergenti non mancano.

Paradossalmente e quasi senza accorgercene nel ricco Occidente la grande recessione ha fatto passare in secondo piano richieste sociali, quali il miglioramento delle infrastrutture, ed ha portato la gente a concentrarsi sul privato: sul salario che non basta ad arrivare alla fine del mese, sulle tasse che non si sa come pagare così via e sugli ipotetici nemici che hanno creato questa situazione, dagli emigrati ai compatrioti. All’impoverimento economico, dunque, si accompagna anche quello sociale e l’unico sfogo diventa il populismo settario ed irrazionale.

Anche in Italia, in Grecia, in Spagna la scuola sforna ormai ignoranti e la sanità fa acqua da tutte le parti, ma nessun si sognerebbe di scendere in piazza e di paralizzare il paese per questo, come invece è successo in Brasile. In piazza si va ad ascoltare i grandi illusionisti della politica.

La decadenza economica ci sta togliendo tutto, anche il diritto sacrosanto di scendere in piazza. Ecco perché in nazioni dove la crescita è sostenuta c’è la contestazione mentre a casa nostra, con una contrazione economica nel 2012 del 2,7 si discute di diarie, scontrini e delle spese dei ministri. Un bilancio triste per il nostro paese e per tutta l’Europa.
Loretta Napoleoni
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/22/brasile-e-turchia-economia-e-rivolta-popolare/634507/

Loretta Napoleoni: intervento all’Ultima Parola (Rai 2) su Europa e Fiscal compact. Il video

corel
Fonte Rischiocalcolato.it di Jester Feed attualità
è un’economista e saggista che si occupa di finanza.
Quello che qui ho da proporvi, tuttavia, è di interesse di tutti e riguarda l’Europa, il Fiscal Compact e da chi prende o comunque prenderebbe ordini l’Italia nella pianificazione delle politiche economiche e finanziarie. La dichiarazione della Napoleoni, piuttosto cristallina, è stata fatta nella recente puntata de L’Ultima Parola, condotto da Gianluigi Paragone.

In sintesi. La Napoleoni afferma che l’Italia come la Grecia prende ordini dalla Trojka (dal Consiglio e dalla Commissione Europea) influenzata dai grandi paesi dell’Europa e in particolar modo dalla Germania. Questo è accaduto con il Fiscal Compact, approvato dal Parlamento italiano, senza che esso sapesse realmente quale fosse la portata di quella decisione.

Oltre il video che potete vedere direttamente su Youtube, è interessante la sua intervista rilasciata al blog de Il Giornale, Wall ; Street , . sul perché l’Italia dovrebbe abbandonare l’Euro

Gli stregoni del male (Byoblu Loretta Napoleoni)

corel
da Byoblu di Loretta Napoleoni 5/06/2013

I debiti delle banche li pagano i risparmiatori, ecco il nuovo mantra di Eurolandia. Peccato che in Italia i media tradizionali lo ignorino, nascondendo dietro le beghe politiche ed i tentativi di Bersani di formare un governo i pericoli che minacciano il paese da oltralpe. Esistono infatti alcune similitudini raccapriccianti tra Cipro ed il nostro paese che si vogliono nascondere.

Il “salvataggio” di Cipro rappresenta un cambiamento radicale della strategia fino ad ora seguita dall’Unione Europea per arginare la crisi del credito. Per la prima volta il peso del debito viene spostato dalla banca ai clienti, che l’UE definisce investitori, ma che in realtà sono risparmiatori.
Dal crollo della Lehman Brothers la politica dei governi è stata sempre la stessa: sostenere le banche per evitare che si diffondesse sui mercati il panico. Tutti i salvataggi sono avvenuti dando fondo alle presse, e cioè stampando carta moneta. In Europa la BCE in meno di un anno ha elargito alle banche 2 mila miliardi di euro in cambio di obbligazioni di tutti i tipi. Faceva parte di questa strategia anche la riduzione progressiva del debito attraverso una serie di “rinegoziazioni” ad hoc. Alla Grecia il settore privato ha abbonato il 75 per cento del debito, che significa che per ogni euro questa nazione restituirà 25 centesimi. Alla fine del 2012 anche istituzioni sovranazionali quali la BCE e l’UE hanno scontato parte del debito greco. E molti in quell’occasione hanno pensato che la soluzione del problema fosse l’affrancamento di una parte del debito. Ebbene si sbagliavano.
Costringere il governo cipriota a prelevare dai conti superiori a 100 mila euro una percentuale, ancora non ben stabilita, che potrebbe essere anche il 40 o 50 per cento ci dice che la politica di Bruxelles è cambiata radicalmente. Ed infatti le quotazioni della Banca Intesa San Paolo e dell’UniCredit sono crollate del 6 per cento, lo stesso vale per quelle della Societe’ Generale francese. Senza le continue iniezioni di liquidità della BCE queste banche farebbero la fine della Laiki cipriota, sarebbero smembrate ed i depositi verrebbero usati per riempire i buchi neri del debito. Fino a quando la BCE pomperà denaro in queste banche? Domandiamocelo. La crisi cipriota è scoppiata perché la BCE improvvisamente ha chiuso i rubinetti della liquidità.

E veniamo alle similitudini tra Cipro e l’Italia. Il rapporto tra il PIL di Cipro e la ricchezza monetaria depositata nelle banche era il più alto in Europa, che significa? Che rispetto al PIL il sistema bancario era molto grande, o meglio, sproporzionalmente grande. In Italia il rapporto tra PIL e la ricchezza delle famiglie presenta una sproporzione simile. A Cipro tutti sappiamo c’erano i soldi dei russi e degli stranieri perché era un paradiso fiscale, e quindi si è voluto utilizzare quel denaro per coprire il buco del debito. Eticamente parlando si è detto: rubare ai ladri è giusto e quindi facciamolo. Nessuno ha obiettato che rubare è sbagliato a prescindere da chi si deruba. In Italia sarà più difficile attingere al patrimonio delle famiglie ma se questa è la nuova strategia è chiaro che la Troika imporrà una patrimoniale insieme ad un prelievo forzoso nel caso in cui il paese chieda aiuto o lo si voglia lasciar andare come Cipro. E di nuovo si userà la morale spicciola applicata a Cipro: rubare a chi si è arricchito negli ultimi 20 anni è giusto.

Queste politiche sono agghiaccianti perché non sono politiche ma imposizioni totalitarie da parte di istituzioni ed individui non eletti. In passato di fronte a queste crisi si optava per politiche socialiste: nazionalizzazioni, tassazioni, patrimoniali e così via. Si trattava di misure altrettanto drastiche che però erano giustificate dalla ragione di stato. Era questa che le legittimava. Ed anche se tra la popolazione non erano popolari, tutti ne intuivano la necessità. Oggi la parola socialista appartiene al dizionario dei termini obsoleti, chi la pronuncia viene paragonato agli untori del Manzoni, gente che porta jella si direbbe a Roma. Eppure ciò che l’UE ha fatto fino ad ora, la stessa politica della Troika nell’Eurozona, è un esempio moderno di politiche totalitarie dirette a salvare il cuore di questa costruzione monetaria a scapito della periferia. E qui sta la differenza con le politiche classiche socialiste: i sacrifici di una o piu’ nazioni servono a salvarne altre, evitano a queste di confrontarsi con i loro errori. Chi ha fatto entrare Cipro in Eurolandia nel 2008? I paesi forti dell’UE. Chi ha rifiutato la Turchia? Sempre loro. E chi ne paga le conseguenze? I cittadini della periferia. Ecco l’unione che abbiamo creato. Adesso il ladrocinio si è allargato agli stranieri, ai russi. La prossima mossa sarà attaccare i benestanti della periferia dopo aver dissanguato la classe media ed i poveri. Succedera’ in Spagna o in Italia. E’ inevitabile, dove le banche continuano a produrre bilanci in rosso frutto di un’alchimia finanziaria degna dei peggiori stregoni del male.

I talk show politici dovrebbero parlare di questo, invece di giocare al Bingo di chi comparirà nel nuovo governo.

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