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Stampa libera? Un’illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati

corelFonte altrainformazione il corsaro Scritto da Chiara Baldi 02 Maggio 2013 attualità
a href=”http://www.dallaltraparte.com/”>Pubblichiamo di seguito l’articolo di Chiara Baldi (www.dallaltraparte.com)< che ha vinto il Premio Tobagi all’ultimo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia con la seguente motivazione: «Il pezzo tratta un tema di grande attualità, spesso censurato dagli stessi addetti ai lavori. Lo svolge in maniera documentata e misurata, focalizzandosi sulle battaglie sindacali, senza retorica e con uno stile giornalistico asciutto».

Un esercito di venticinquemila precari che produce il sessanta percento delle notizie di un qualsiasi giornale, online o cartaceo che sia. Un esercito che se posasse la penna e spegnesse il pc, metterebbe in ginocchio l’intero sistema dell’Informazione. Nel resto del mondo questi “soldati” si chiamano freelance e sono sinonimo di notizie indipendenti, libere, alternative. Da noi sono semplicemente giornalisti precari, o più brutalmente: sfruttati, sottopagati, sotto ricatto.

L’Italia della crisi, dei contratti atipici, degli stipendi infami, del «non arrivo a fine mese» e delle tutele inesistenti, passa anche (e soprattutto) da loro. E da loro passa anche la libertà di stampa in un Paese che nel 2013 si è attestato al 57° posto nella classifica mondiale di Reporters sans Frontières. Sì, perché non esiste stampa libera né diritto del cittadino ad essere informato in modo democratico se i giornalisti sono pagati quattro euro al pezzo o poco più. E che siano nette o lorde cambia poco: è pur sempre una miseria ignobile. La libertà di stampa inizia da qui, dal ricatto di un giornalista che lavora così tanto per un compenso così insulso: quale professionalità e quale indipendenza avrà mai, se per 50 euro al giorno deve produrre 15 notizie? E soprattutto, di che qualità saranno quelle notizie? Per anni, di tutto ciò non ne ha parlato nessuno.

Ai giornali non conveniva per evidenti motivi e le associazioni di categoria (OdG e FNSI), per loro stessa ammissione, se ne sono accorte troppo tardi. Ma queste proteste qualcuno le doveva pur raccogliere, qualcuno doveva pur incanalare questa rabbia per farla sfociare in qualcosa di concreto, e allora tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono nati i primi Coordinamenti di giornalisti precari: quello della Campania e quello romano di Errori di Stampa. Questa realtà si è allargata a macchia d’olio, tanto che oggi esistono in tutta Italia. Perché lo sfruttamento del lavoro giornalistico avviene ovunque, in molteplici forme, e a volte è difficilissimo persino da individuare, oltre che da contrastare. Dobbiamo ringraziare loro, la caparbietà con cui hanno raccolto testimonianze e fatto proposte se oggi abbiamo la legge sull’equo compenso giornalistico e la Carta di Firenze che punisce i direttori che contribuiscono allo sfruttamento dei collaboratori.

I Coordinamenti sono stati i primi ad alzare la voce contro lo sfruttamento dei colleghi, denunciando i ritmi disumani, i pochi euro ad articolo (alcuni, come Il Messaggero, addirittura, non danno neanche un euro per le notizie sotto le 800 battute), le telefonate a proprio carico, così come la mazzetta di giornali ed agenzie pagate di tasca propria. Non una scrivania in redazione, anzi, in redazione ci vadano il meno possibile, ché se arriva un’ispezione dell’Inpgi sono guai seri per tutti. I Coordinamenti hanno denunciato questa piaga sociale che ha ormai infettato l’intero sistema della stampa italiana, e di cui non c’è alcuna percezione nell’opinione pubblica. Il giornalista è, infatti, per molti, un professionista con uno stipendio solitamente sopra la media e che appartiene alla cosiddetta “casta”: esemplari le parole dell’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che parlò di «privilegiati». Eppure non sono solo i soldi a mancare.

Chi fa questo lavoro sa cosa voglia dire scrivere per più editori senza un contratto che preveda delle tutele. Sa cosa voglia dire fare inchieste e reportage, scrivere la “notizia scomoda”, discutere affinché venga pubblicata e aspettare, inerme, la reazione che essa certamente provocherà. Dal 2006 ad oggi, racconta Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da Odg e Fnsi, sono stati 1329 i giornalisti che hanno subito minacce. Un numero esorbitante per una categoria che conta oltre 110mila iscritti di cui meno della metà “attivi”. Un numero che è cresciuto esponenzialmente di anno in anno, passando dai 200 dal 2006 al 2008 ai 324 del 2012.

E nei primi tre mesi del 2013, sono già stati 81 i cronisti che hanno subito minacce. La minaccia usata come arma di dissuasione dal pubblicare una notizia scomoda: «Non scriverla, potrebbe essere un problema», viene detto.

Oggi c’è anche chi usa la propria pagina Facebook per mandare avvertimenti, come è successo a Monica Raucci con il candidato di Mir per un servizio andato in onda su L’ultima parola il 15 febbraio scorso. Ormai l’intimidazione è entrata a far parte di questo sistema malato, e il non avere alcun tipo di tutela di certo facilita le cose a chi vuole nascondere la realtà.

Ma la condizione di precarietà, con stipendi bassi e senza tutele, aguzza l’ingegno anche di alcuni editori che non solo vogliono risparmiare sul lavoro del giornalista, ma vogliono guadagnarci in modo diretto quando scatta la diffamazione. È quello che è successo ad Amalia De Simone, giornalista precaria e freelance ex collaboratrice de Il Mattino. Una vicenda che ha dell’incredibile, e che sfocia, per De Simone, in una richiesta di risarcimento fatta dal suo giornale di oltre 48mila euro, cioè il 70% della cifra imposta dal Tribunale a Il Mattino spa per aver pubblicato una notizia falsa la cui rettifica, come spiega De Simone, è stata inadeguata nei tempi e nei modi, nonostante le pressioni stesse della cronista che oggi chiara: “questa vicenda rischia di diventare una seria ipoteca sulla mia vita”. Impossibile darle torto. C’è un problema di libertà di informazione in Italia. C’è un problema di dignità professionale, di tutele mancanti, di compensi adeguati. Qualcosa è stato fatto, certamente molto altro deve essere fatto. Perché ad essere colpiti non è soltanto chi questo lavoro lo fa e cerca di farlo nel migliore dei modi possibili, ma sono soprattutto i cittadini: loro sono e rimarranno sempre il punto di riferimento per una stampa libera che deve necessariamente passare attraverso condizioni di lavoro dignitose. Sotto ricatto non esiste libertà per nessuno.

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Liberta di stampa Italia al 61esimo posto dopo la Guyana

“Bild”, il tabloid che non perdona LE TELEFONATE INTIMIDATORIE AL DIRETTORE DIECKMANN


Redazione
In un paese come la Germania dove c’è un ottimo livello di libertà di stampa sono gli stessi giornali a mettere in luce gli scandali e di conseguenza la gente è quasi subito al corrente di quel che accade e farsi un giudizio.
Il caso di Wuff in rapporto a quello che avviene in Italia sarebbe da considerare risibile, qui casi scandali gravissimi non vengono messi in rilievo anzi spesso stemperati e fatti passare come una consuetudine.
In Germania non è così il solo che la moglie di wuff abbia ricevuto un prestito è considerato un conflitto d’interesse e fa calare in breve tempo il consenso del personaggio in questione.

Fatto Quotidiano 18/02/2012
di Tiziana Boari
Wulff è rimasto intrappolato nell’incapacità di gestire i rapporti con la stampa e comunicare le sue verità al punto da essere costretto alle dimissioni. Lo scandalo ha messo fine alla carriera politica di questo giovane presidente di 52 anni, cristiano-democratico, già ministro-presidente in Bassa Sassonia dal 2003, dal 1998 uno dei vicepresidenti della Cdu, entrato giovanissimo nel 1979 ad appena 20 anni nel direttivo dell’or ganizzazione giovanile del partito, la Junge Union. Ed eletto al terzo turno, con 625 voti contro 494, a presidente della Repubblica tedesca nel giugno 2010 grazie al forte sostegno di Angela M e rke l .
ORA IL COLPO di grazia a Wulff arriva dopo una campagna stampa avviata contro il presidente dal quotidiano Bild e conseguenza, secondo fonti ben informate, di un tentativo da parte della testata considerata conservatrice e scandalistica – ieri l’edizione on line titolava: “Cacciate i greci fuori dall’e u ro ” – di accreditarsi come serio quotidiano di centro, erigersi a baluardo della libertà di
informazione dimostrando di non guardare in faccia alcuno, neanche la più alta carica dello Stato. L’inizio della vicenda risale al 2008 con il prestito alla moglie di Wulff da parte dell’amico imprenditore Geerkens. E risalta fuori il 13 dicembre 2011: la Bild mette in dubbio che Wulff abbia detto la verità al Parlamento regionale della Bassa Sassonia. Il portavoce del presidente Glaeseker conferma la veridicità delle affermazioni di Wulff. Fonti informate sostengono che la documentazione sull’accordo sia stata fornita off the record e che dunque Bild avrebbe violato l’accordo , menzionandolo e dando il via a un “massacro mediatico”. Il set-
Tutte le principali testate giornalistiche del Paese hanno avuto un ruolo nel tirar fuori la verità
timanale Der Spiegel riporta le dichiarazioni di Egon Geerkens che ammette di aver concesso il prestito a Wulff attraverso sua moglie. Wulff passa la palla ai suoi avvocati che dichiarano: la banca conferma che l’assegno dato proviene dal conto della moglie di Geerkens e che anche l’accordo di prestito è stato stipulato a suo nome. Il 2 gennaio accade l’ir reparabile. Il direttore della Bild, Kai Dieckmann , conferma che Wulff gli ha telefonato lasciando registrato sulla segreteria un messaggio dai toni intimidatori in cui chiede di non pubblicare il risultato dell’inchiesta giornalistica sul finanziamento della sua casa privata.
VERSIONE smentita qualche settimana dopo da Hans Leyendecker della Süddeutsche Zeitung che, ascoltate le registrazioni della telefonata, confermerà: Wulff chiese una posticipazione della pubblicazione, non la censura totale. Ma quel 2 gennaio a dare man forte a Dieckmann arriva anche il direttore di Der Spiegel, Mathias Döpfner: Wulff avrebbe utilizzato lo stesso sistema nei suoi riguardi, ma senza successo. Il 4 gennaio è la serata dell’inter vista televisiva congiunta A rd – Z d f ch e
diventa un boomerang. Il presidente, teso e insicuro, ammette i propri errori, dichiara tuttavia di non volersi dimettere. Bild chiede l’autorizzazione a pubblicare il contenuto dei messaggi lasciati in segreteria telefonica, Wulfgliela nega, compiendo l’er rore che gli sarà fatale. I legali di Wulfrispondono a 400 domande dei media sull’intera vicenda, una sorta di question-time scritto, ma non consentono la pubblicazione su Internet delle risposte, che però pochi giorni dopo sono pubblicate dal quotidiano Die We l t , mentre Bild si concentra sui buoni millemiglia accumulati e utilizzati per scopi privati. Adesso che Wulff se ne è andato, la sua carica sarà tenuta a interim per un mese da Horst Seehofer, in quanto presidente del Bundesrat, la Camera delle regioni, come prevede l’articolo 56 del Grun d ge s e t z , la Costituzione tedesca, nel caso di dimissioni presidenziali. Nato nel 1949, Seehofer è anche presidente del suo partito, la Csu, stretto alleato della Cdu. Già ministro della Salute negli anni 90, è stato ministro dell’Agr icoltura del primo governo Merkel e dall’ottobre del 2008 è alla guida del suo partito e dello Stato federale bavarese.

Libertà di stampa, siamo peggio del Ghana ( l’Italia al 61° posto )


Redazione
Nella classifica stilata da Report senza Frontiere l’Italia risulta a 61esimo posto a livello mondiale secondo report i motivi della posizione occupata dall’Italia sono dovute dal condizionamento di alcuni editori sulle testata nazionali e dalle ingerenze dei partiti sulla rai.
Oltre a questo rapporto, c’è da notare che nell’anno appena trascorso ha anche messo in luce il ruolo fondamentale giocato dagli internauti nel produrre e diffondere le notizie”.
Da fatto Quotidiano.it
Articolo di Gianfranco Mascia | 27 gennaio 2012
Terminato l’ultimo interregno berlusconiamo molti credono che la situazione della libertà di stampa in Italia si sia sistemata da sola. In realtà i segnali che provengono da dentro e fuori il Parlamento, indicano tutt’altro.

La fotografia dello stato dell’informazione ci viene data dalla consueta classifica di Reporter senza Frontiere che colloca l’Italia al 61° posto rispetto al 49° degli anni precedenti. Il Ghana, per dire, sta meglio di noi guardandoci dall’alto della sua 41sima posizione. Secondo il Press freedom index 2011-2012, l’Italia ”ha da poco voltato pagina dopo diversi anni di conflitto d’interesse con le dimissioni di Silvio Berlusconi”, ma è chiaro che ”il posizionamento reca ancora il suo marchio, in particolar modo tramite un tentativo di introdurre una legge bavaglio e uno di introdurre filtri a Internet senza consultare la giustizia, entrambi bocciati però per un soffio”.

I tagli alla piccola editoria, i tentativi di censura della rete, la continua lottizzazione dei partiti alla RAI, sono segnali per nulla positivi. E poi c’è tutta la questione dei nostri giornalisti in prima linea nell’informazione sulla criminalità organizzata, che vivono sotto scorta a causa delle minacce ricevute. Dobbiamo creare un fronte comune che ci permetta di uscire da questa situazione. In passato abbiamo dimostrato di riuscire, uniti, a sconfiggere i tentativi di censura alla Rete e di bavaglio all’informazione. Sono battaglie che abbiamo vinto perchè a difesa di questi diritti la contaminazione ha avuto successo e ha consentito una mobilitazione costante e numerosa.

Ora più che mai è necessario non abbassare la guardia, a partire dalla difesa della Rai che è uno dei beni pubblici che vogliamo salvaguardare dall’attacco dei partiti. Per questo, alla vigilia della nomina del nuovo direttore del Tg1, chiediamo trasparenza e apertura per tutti gli incarichi in Rai, che devono essere al di fuori delle logiche partitocratiche.

Invitiamo tutti coloro che vogliono impedire lo scippo dell’informazione pubblica da parte dei partiti e a danno dei cittadini, di partecipare alla conferenza stampa che si svolgerà oggi alle ore 16 davanti alla sede Rai di Roma di Viale Mazzini, 14.

IL DOVERE DELLA NOTIZIA (Massimo Giannini).Il dovere di cronaca

IL DOVERE DELLA NOTIZIA (Massimo Giannini)..

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