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Carrozzone Agenda digitale, il commissario che doveva innovare l’Italia se ne va

Francesco Caio era stato nominato da Enrico Letta pochi mesi fa. Il suo piano doveva far risparmiare 8-10 miliardi alla macchina pubblica. L’amministratore delegato di Avio punterebbe a un posto in Telecom, ma non rimane indifferente davanti al giro di poltrone che potrebbe avviarsi nei prossimi giorni
Fattoquotidiano del 13/02/2014 di Marco Palombi | 17 febbraio 2014 attualità

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Carrozzone Agenda digitale, il commissario che doveva innovare l’Italia se ne va
Francesco Caio era stato nominato da Enrico Letta pochi mesi fa. Il suo piano doveva far risparmiare 8-10 miliardi alla macchina pubblica. L’amministratore delegato di Avio punterebbe a un posto in Telecom, ma non rimane indifferente davanti al giro di poltrone che potrebbe avviarsi nei prossimi giorni

di Marco Palombi | 17 febbraio 2014Commenti (21)
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Più informazioni su: Agenda Digitale, Corte dei Conti, Rete Telecom, Telecom.

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Il digital champion saluta e se ne va. Parliamo proprio dell’uomo che qualche giorno fa, dalle colonne del Messaggero , scolpiva che “l’attuazione dell’Agenda digitale è la vera riforma dello Stato”, che in un anno e mezzo tra “fatturazione elettronica” estesa a regioni e comuni, “pagamenti elettronici e fascicolo sanitario elettronico” si avranno “8-10 miliardi di minori costi della macchina pubblica”. Per chi non segue la materia ci si riferisce a Francesco Caio, nominato da Enrico Letta commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale solo qualche mese fa, a giugno del 2013, e fresco di rapporto al Parlamento sulla materia: il manager – che è pure amministratore delegato di Avio, già vicepresidente di Lehman Brothers e Nomura in Italia – avrebbe dovuto indirizzare tanto il settore pubblico che quello privato a investire nella rete e invece ha già fatto sapere informalmente che a breve taglierà la corda. Caio, che come ogni digital champion che si rispetti non possiede nemmeno un account Twitter, punta forte ad un posto di rilievo in Telecom, ma – dicono a Palazzo Chigi – anche il giro di poltrone che s’avvia in queste settimane non lo lascia indifferente.

La guerra persa con Ragosa, voluto da Passera
Il destino di Francesco Caio si vedrà. Aver perso la guerra sotterranea col direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, Agostino Ragosa, non è un incentivo a rimanere al suo posto. Ragosa, peraltro, è un altro caso di “campione digitale” solo sulla carta: ingegnere delle Tlc, classe 1950, tutta una carriera da manager nel parastato (Italcable prima, Telecom poi) è stato Chief Operating Officer di Poste Italiane dal 2004 al novembre 2012, quando l’allora ministro Corrado Passera (già a capo di Poste a sua volta) l’ha scelto per guidare la neonata Agenzia Digitale. Sicuramente è uomo di valore, ma non si può non ricordare che sotto la sua guida il sistema informatico di Poste Italiane ha registrato alcuni clamorosi fallimenti: nel 2009 il defacing della pagina web principale; nel giugno 2011 il tilt di 14mila sportelli a causa di un blocco del server centrale, replicato a ottobre, marzo e aprile 2012. Sarà stata sfortuna o forse, come dicono alcuni esperti, il passaggio dell’azienda alla tecnologia “cloud”. Fosse questo il caso sarebbe un grosso peccato visto che Consip – che dovrebbe avvalersi del supporto tecnico proprio dell’Agenzia guidata da Agostino Ragosa – ha recentemente pubblicato un bando di gara proprio per portare la tecnologia cloud nella Pubblica amministrazione. Non stiamo parlando di noccioline, visto che l’ammontare dei quattro lotti sfiora i due miliardi di euro (1.950 milioni per la precisione).

Quale sia stato l’apporto dell’Agenzia alla definizione dei contenuti della gara non si sa: nonostante sia stata creata un anno e mezzo fa, infatti, è divenuta pienamente operativa solo questa settimana, quando la Corte dei Conti ha approvato lo Statuto (lo aveva invece bocciato nel 2013). La gestione del personale dell’Agenzia – nelle sue varie trasformazioni – è particolarmente infelice e il futuro non si preannuncia diverso. Il progetto parte nel lontano 1993 con l’Aipa (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione), poi nel 2004 si passa al Cnipa (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica amministrazione), nel 2009 al “feudo brunettiano” chiamato DigitPA e infine nel 2012 all’attuale Agenzia, che ha accorpato in sé anche altri enti dedicati alla digitalizzazione.

Ora il dg può assumere i “suoi” dirigenti
La pianta organica doveva essere approvata nel 1994 e invece sono vent’anni che si va avanti coi distacchi e i contratti a termine finché è stato possibile. Risultato: nessuna avanzamento di carriera in due decenni e personale demotivato. Uno strano manifesto dell’innovazione. Non stupisce allora che i risultati di questo ventennio siano scarsini: banche dati che non si parlano; smaterializzazione ancora di là da venire; servizi elettronici ai cittadini rari e scollegati; enti locali che spendono a casaccio nel mercato IT. Anche le grandi iniziative lanciate da Aipa come la Rete unitaria della pubblica amministrazione o il Protocollo informatico o la firma elettronica hanno avuto avvii promettenti e basta. Per gli esperti persino la Pec (posta elettronica certificata) sta morendo: d’altronde nemmeno tutti gli enti pubblici ne hanno una. Ora che c’è lo Statuto la situazione potrebbe sbloccarsi, Ragosa può utilizzare i 15 milioni che sono la dotazione dell’Agenzia, tra le altre cose, per completare l’organico (130 unità in tutto). In sostanza potrà assumere 5-7 dirigenti con contratti di 24 mesi e un paio di nomi sono già certi. Si tratta di due ex dipendenti di Poste: Attilio Nertempi, in attesa di pensione, e Gianluca Polifrone, dipendente Consip a suo tempo capo segreteria dell’ex senatore di Forza Italia, Mario Greco. I due, da mesi, lavorano nell’Agenzia digitale accanto al direttore generale: secondo un esposto anonimo diffuso l’estate scorsa, Nertempi e Polifrone hanno ufficio, notebook e indirizzo di posta elettronica dell’Agenzia, usano le auto di servizio, si relazionano coi fornitori, gli operatori Tlc e gli interlocutori istituzionali dell’AgID. Ragosa non ha smentito: sostiene, però, che i due collaborano a titolo gratuito, come d’altronde lui in assenza di statuto. Ora, però, le norme ci sono, i soldi pure e i due possono legittimamente aspirare a uno stipendio che supererà i centomila euro l’anno. Ovviamente il problema non è l’esborso per cinque stipendi, ma il seguente: è così che si seleziona la dirigenza che dovrebbe fare “la riforma dello Stato”.

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Ricordate gli eversori? (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 16/02/2014. Marco Travaglio attualità

Due settimane fa la presidente della Camera, Laura Boldrini, faceva il giro delle sette tv per difendere l’onore violato del Parlamento, paragonare i 5Stelle ai fascisti e definirli “eversori”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si diceva “molto preoccupato per il Parlamento”. Le altre cariche dello Stato e i partiti unanimi facevano quadrato attorno ai sacri palazzi minacciati dalle squadracce pentastellate. Poi nello scorso weekend il neosegretario Pd Matteo Renzi, raccogliendo l’appello di tutto il partito, cuperliani inclusi, decideva di prendere il posto di Enrico Letta, giudicando il suo governo una jattura per il Pd e per l’Italia. Mossa comprensibile e legittima (anche senza passare dal voto: nemmeno Letta era stato scelto dagli italiani), anche se incoerente con le sue dichiarazioni degli ultimi mesi. E il primo a esserne informato era Napolitano, nel corso di una cena tête-à-tête lunedì 10 febbraio. Ma il contenuto del colloquio di due ore non veniva comunicato né al Parlamento né agli italiani. Martedì 11 mattina il premier Letta veniva ricevuto al Quirinale per pochi minuti, e ancora una volta il Parlamento e gli italiani venivano tenuti all’oscuro delle cose dette, anche se lo striminzito comunicato del Colle sul “rapido incontro” era una campana a morto per il premier. Tantopiù che qualche ora dopo il capo dello Stato, da Lisbona, faceva sapere che la sorte del governo era affare del Pd. Eppure, nelle democrazie parlamentari, l’unica fonte di legittimazione del governo è il Parlamento che lo sostiene a nome di tutto il popolo. Mercoledì 12 mattina Letta e Renzi s’incontravano nella sede del Pd, senza informare né il Parlamento né i cittadini del contenuto del colloquio. Da indiscrezioni si apprendeva però che Renzi aveva comunicato le sue intenzioni a Letta, il quale gli aveva dato la sua disponibilità a farsi da parte. Poi però convocava la stampa nel pomeriggio per sciorinare un programma di legislatura, abborracciato in quattro e quattr’otto “fino a cinque minuti fa”, ragion per cui non aveva potuto mostrarlo a Renzi in mattinata. E sfidava il segretario a uscire allo scoperto: “Chi vuole il mio posto lo dica”. Tranne gli esegeti del sanscrito politichese, né i cittadini né il Parlamento erano in grado di tradurre quei segnali di fumo. Giovedì 13 si riuniva la direzione del Pd, cioè un’associazione privata, e sfiduciava il governo Letta 136 a 16. Il tutto, ancora una volta, all’insaputa delle Camere. Venerdì 14 Letta riuniva l’ultimo Consiglio dei ministri, poi saliva al Colle per dimettersi nelle mani di Napolitano. Il quale escludeva esplicitamente un passaggio del governo Letta in Parlamento. Napolitano fissava per l’indomani il calendario delle consultazioni fra i partiti, due dei quali – M5S e Lega – decidevano di non partecipare visto che tutti i giochi erano già fatti. Vivo rammarico del Quirinale, ma solo per l’assenza della lega. È la terza volta, da quando Napolitano è presidente, che un governo cade senza il voto del Parlamento, cioè dell’unico organo democratico deputato a sfiduciarlo. E sarebbe la quarta se Romano Prodi, nel 2008, non avesse respinto le pressioni di Napolitano (raccontate nei diari di Tommaso Padoa Schioppa) a ignorare le Camere e non vi si fosse invece presentato per chiedere la fiducia (poi negata). Nel novembre 2001 fu la volta di Berlusconi, che andò a dimettersi al Quirinale senza farsi sfiduciare dal Parlamento. Poi toccò a Monti, che nel dicembre 2012 si dimise nelle mani di Napolitano all’insaputa del Parlamento, solo perché Alfano (a nome del Pdl) aveva dichiarato conclusa la sua esperienza di governo. In una Repubblica parlamentare, anche l’altroieri il capo dello Stato avrebbe rinviato Letta alle Camere per verificare se il suo governo avesse ancora (o meno) una maggioranza. Invece, per l’ennesima volta, non l’ha fatto. E i presidenti delle Camere, Boldrini e Grasso, non hanno avuto neppure la dignità di chiederlo. Domandina facile facile: chi sono gli eversori che profanano il sacro suolo del Parlamento?

Sulla Smart del vincitore (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/02/2014. Marco Travaglio attualità

Uno sente parlare i dirigenti del Pd, soprattutto i lettiani e gli antirenziani. Poi legge i giornali che nove mesi fa salutavano in Enrico Letta l’alba di un nuovo giorno radioso, l’ultima speranza dell’Italia, il capolavoro di Napolitano. E gli viene spontaneo domandare: scusate, cari, ma quando l’avete scoperto che il Nipote era una pippa? No perché, ad ascoltarvi e a leggervi in questi nove mesi, non è che si notasse granché. Benvenuti nel club, per carità: meglio tardi che mai. Ma, prima di saltare sulla Smart del nuovo vincitore, forse era il caso di chiedere scusa: pardon, ci siamo sbagliati un’altra volta. Il fatto è che ci sono abituati, non avendone mai azzeccata una: avevano puntato tutto su D’Alema, poi su Veltroni, persino su Rutelli. Ci avevano spiegato che B. non era poi così male, guai a demonizzarlo, anzi occorreva pacificarvisi. Poi si erano bagnati le mutandine all’avvento di Monti: che tecnico, che cervello, che sobrietà, che loden. Poi tutti con Enrico, a giocare a Subbuteo per non perdersi “la rivoluzione dei quarantenni”. E ora eccoli lì, col solito turibolo e senza fare un plissè, ai piedi del Fonzie reincarnato. Pare ieri che Aldo Cazzullo, sul Corriere , s’illuminava d’immenso: “Napolitano non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione…’ – ma ha detto più o meno le stesse cose mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno […]. L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” perché “a Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2”. Ora, oplà, si porta avanti col lavoro ed entra nel magico “mondo di Renzi” passando “dal parrucchiere Tony Salvi e dal suo salone di bellezza”: “il sindaco viene tre volte la settimana” e “questo è l’unico posto dove stacca il cellulare”. Per far che? Ordinare un’impepata di cozze? Ballare il tango? Nossignori. Udite udite: trovandosi dal barbiere, il Renzi “si fa spuntare i capelli (è stato Tony a fargli tagliare il ciuffo)”. E nel “bar di Marcello”? Trattandosi di un bar, “fa colazione”. Indovinate ora cosa riesce a combinare “nella pizzeria Far West di Pontassieve”? Ordina la pizza. Ma senza mai perdere la sua personalità, ché Lui “non è mai stato e soprattutto non si è mai sentito un ‘uomo di’. Tantomeno di Lapo Pistelli”. E “sarebbe sbagliato sopravvalutare l’influenza di amici cui pure è vicinissimo, come Farinetti e Baricco”. Perché “nessuno l’ha mai visto in soggezione”, neanche davanti a Obama e Mandela. Non porta loden, non gioca a Subbuteo, né si conosce la sua posizione in merito al Drive In e agli U2. Però “il maglione color senape è il regalo di compleanno di Giovanna Folonari”, mica cazzi. Il suo discorso dell’altroieri in Direzione, “come tutto il dibattito a seguire, è segnato da una vena lirica”. E con la stampa, come andiamo con la stampa? “Tra i giornalisti Renzi ha rapporti di stima con Severgnini e Gramellini, ma non ha amici, se non la coppia Daria Bignardi-Luca Sofri (con Fabio Fazio, dopo una distanza iniziale, si sentono ogni tanto)”. E Cazzullo? Su, Aldo, non fare il modesto: eddai, mettiamoci pure Cazzullo e non ne parliamo più.

Per non trascurare i dettagli fondamentali, Repubblica dedica un’intera pagina alla Smart (“A tutto gas sulla Smart: così il Renzi-style archivia auto blu e berline”). Essa “è leggera, veloce e un po’ prepotente: è giovane, poi, costosa e non italiana. Insomma, è molto Renzi”. Il quale – salmodia umido Claudio Cerasa sul Foglio – “sfanala con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Letta, decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia, di tentare finalmente il sorpasso”. Per fare che? “Diventare l’Angela Merkel del Pd”. E, assicura Giuliano Ferrara, “arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico”. Il ragazzo, come dice Sallusti, “ha le palle” più ancora di Palle d’Acciaio. E, aggiunge Salvatore Tramontano sul Giornale, “ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi”.

Del resto, osserva Repubblica , “smart sta per ‘intelligente’, con una sfumatura di brillantezza”. La sfumatura che gli fa Tony quando gli spunta il ciuffo. E il discorso in Direzione? Dire sobrio sarebbe troppo montiano: “asciutto, senza fuochi d’artificio, senza retorica”. Decisiva “la camicia bianca”, “cambiata un attimo prima in bagno” dal Fregoli fiorentino (prima era “celeste”): “È il suo tratto distintivo, è il richiamo al mito Tony Blair”. In effetti, a parte lui e Blair, chi ha mai portato una camicia bianca? La Stampa la butta sul mistico: mamma Laura “l’ha affidato alla Madonna… della quale, sopra la porta d’ingresso, c’è una bella icona”. Del resto a Pontassieve “la Madonna dev’essere di casa perché il posto dov’è cresciuto Renzi sembra un paradiso”. Senza dimenticare che lui “la sua station wagon” la guida personalmente “con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto”. Santo subito. E anche colto, molto colto. La lingua corrierista di Luca Mastrantonio scomoda Dante Alighieri (“per il suo libro Stil novo”), lambisce “Cosimo de’ Medici” e “Benedetto Cellini” (che si chiamava Benvenuto, ma fa niente) e s’inerpica su su fino a Steve Jobs (per “il celebre imperativo categorico rivolto ai giovani americani: Stay hungry, stay foolish”) e al “Grande Gatsby, l’affascinante outsider dell’età del jazz americana… Gatsby e Renzi sono entrambi personaggi fuori misura, dotati di carisma e ambizione, ma i moventi sono diversi”. Tra l’Unità ed Europa è il solito derby del cuore, anzi della saliva. Un filino più perplessa la prima, anche se Pietro Spataro conviene che “l’Italia ha bisogno come l’aria (sic, ndr) di una svolta radicale”, “restare nella palude sarebbe stato il male peggiore”, ”meglio essere trascinati da un’‘ambizione smisurata’ che prigionieri di una modesta navigazione”: peccato che né lui né l’Unità avessero mai avvertito i lettori che Letta era una palude e una modesta navigazione (che s’ha da fa’ per campa’). Eccitatissimo, su Europa, il sempre coerente Stefano Menichini. Solo in aprile cannoneggiava il “ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere”: “i Travaglio, i Padellaro, i Flores che annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’”. Putribondi figuri che osavano dubitare delle magnifiche sorti e progressive del governo Letta: “personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini… lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione”. Ora invece, con agile balzo, impartisce l’estrema unzione al fu Nipote (“Enrico Letta lascia dopo aver tenuto il punto ma essendosi fermato un attimo prima di coinvolgere il paese, il sistema politico e il Pd in uno psicodramma pericoloso”) e bussare alla “porta che si sta spalancando a una stagione davvero nuova e inedita dell’intera politica italiana”: quella di Renzi, che “si avvia verso l’obiettivo della vita, il governo, col suo solito passo accelerato, e la notizia fa già il giro del mondo suscitando verso l’Italia una curiosità finalmente positiva”. Perché “a ogni suo salto di status, si allarga il numero di chi viene coinvolto dalle sue scelte e dalle sue fortune. Fino a oggi era solo il popolo democratico. Da domani sarà l’intero popolo italiano”. Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.

Nerone è ancora vivo (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/02/2014. Marco Travaglio attualità

Quando cadde B., poco più di due anni fa, Paolo Mieli vaticinò per l’Italia un replay del dopo-Nerone. L’imperatore-dittatore era stato una figura talmente ingombrante che alla sua morte, nel 68 d. C., si susseguirono in pochi mesi tre governicchi guidati da altrettanti sfigati, nessuno dei quali riusciva a riempire il vuoto e infatti di lì a poco veniva eliminato e rimpiazzato dal successivo. Il primo fu Galba, vecchio grand commis, noto per la crudeltà e per l’esperienza in questioni finanziarie: un tecnico che, per risanare i bilanci sfondati dal predecessore, aumentò le tasse al popolo e alle province a lui ostili. Durò appena sette mesi, poi morì ammazzato in una congiura. Il secondo fu Otone, restò sul trono tre mesi, poi morì suicida. Il terzo fu Vitellio, resistè otto mesi, poi morì ammazzato. Il cerchio si chiuse con Vespasiano, che rimise in piedi l’impero e regnò 10 anni. Galba è la fotocopia di Monti. Otone è Enrico Letta, per la palese incapacità, per la breve durata e soprattutto per il suicidio. Resta da capire se Renzi è Vitellio, il terzo ominicchio rottamato alla velocità della luce; o invece è Vespasiano, destinato a segnare la politica italiana nei prossimi anni. Ma lo capiremo subito, nei prossimi mesi. Ha pochissimo tempo, Renzi, e lo sa da sempre, da quando ha vinto le primarie del Pd. Infatti ha raso al suolo il partito, sostituendolo con una squadretta di fedelissimi, non tutti di eccelsa qualità. Ha tentato di cambiare qualcosa, anche a costo di resuscitare B., con la riforma elettorale e quella costituzionale del Senato e delle Regioni. Ma è subito finito impantanato nei giochetti di palazzo. Allora – impaziente, presuntuoso e spregiudicato com’è – s’è fatto due conti. Meglio lasciare Letta al suo posto, dissanguando il Pd e ingrassando i 5Stelle e Forza Italia con l’appoggio a un governo inetto e maleodorante per un altro anno, fino al termine del semestre europeo? O meglio mandarlo a casa subito prendendone il posto? La terza alternativa – le elezioni in autunno – era puramente teorica: Napolitano le Camere non le scioglie manco morto, men che meno con una maggioranza parlamentare e senza una legge elettorale diversa dal Consultellum. Dunque non si scappa: “Se lascio Letta al governo mi gioco l’osso del collo, se vado al governo mi gioco il buco del culo”. Il dilemma renziano dell’ossobuco è un po’ da bar sport, ma ha almeno il pregio della chiarezza. Renzi ha optato per il secondo rischio. Diventando così il settimo premier in 20 anni salito a Palazzo Chigi all’insaputa degli elettori, dopo Ciampi, Dini, D’Alema, Amato, Monti e Letta. Con l’aggravante che Letta, per quanto incapace, una maggioranza ce l’aveva; e che Renzi giurava fino all’altroieri di non voler fare il premier senza passare dalle urne. Insomma, una mossa che meno democratica è difficile immaginare: infatti sta suscitando una mezza rivolta nella base del Pd, ripiombata nello stesso sconcerto dell’aprile 2013 per i franchi traditori di Prodi, la mancata elezione di Rodotà, il sequel di Re Giorgio e l’inciucio con B. Per far dimenticare lo strappo, Renzi deve mettere in piedi un governo più pulito e capace di quello che ha seppellito ieri (non ci vuole molto, ma non si sa mai). E deve sperare di portare a casa qualche risultato subito, visto che a maggio si vota per le Europee. E non è detto che ce la faccia. La maggioranza rimane più o meno la stessa di Letta: gli Alfano, Schifani, Cicchitto, Giovanardi, Formigoni; le anime morte montian-casiniane; la sinistra del Pd (padrona dei gruppi parlamentari) che inizierà subito a remargli contro; magari qualche scilipoti ex-Sel ed ex-M5S; e, sul Colle, un monarca rancoroso che lo detesta cordialmente. Sai che allegria. Forse Renzi sopravvaluta se stesso e sottovaluta il potere emolliente e gattopardesco dei funzionari e dei boiardi romani, che ingrassano da una vita sul nulla fare e nulla lasciar fare. Difficile fare il Vespasiano con Nerone vivo e vegeto dietro l’angolo. E poi la parola Vespasiano evoca ben altro che l’imperatore.

Pacco di coalizione (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 13/02/2014. Marco Travaglio attualità

Io sono qui, stradeterminato, concentrato e straimpegnato a non farmi bloccare da veti e a non galleggiare, ma ad attuare il nostro programma per dare una svolta” (E. L., 8-9-213). “Noi vogliamo che il governo arrivi alla fine del proprio percorso con convinzione e saremo i più leali a dare una mano al tentativo di Enrico Letta” (M. R. 24-11). “Senza Berlusconi, governo più forte e più coeso” (E. L., 27-11). “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita, non mi sarei messo a candidarmi alla segreteria del Pd” (M. R., 3-12). “Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo” (M. R., 8-12). “Col nuovo segretario del Pd lavoreremo con un fruttuoso spirito di squadra” (E. L., 8-12). “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo” (M. R. 10-12). “Io e Matteo andremo d’accordo” (E. L., 13-12). “Renzi e il Pd possono diventare il motore del nuovo inizio del governo” (E. L., 15-12). “Tutto il Pd aiuterà Enrico nel semestre di presidenza europea” (M. R., 15-12). “L’attesa di tensioni nei rapporti fra Renzi e il sottoscritto è fuori luogo” (E. L., 20-12). “Per il 2014 il premier è e sarà Enrico Letta” (M. R., 22-12). “Nessuna intesa fra Letta, Alfano e me. Non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato come in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. Ma non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle” (M. R., 29-12). “La fase 2 del governo partirà entro il 20 gennaio” (E. L., 7-1-2013). “Mi ricandido a sindaco di Firenze, non voglio fare le scarpe a Letta. Il governo andrà avanti fino al 2015” (M. R., 7-1). “Io e Renzi abbiamo una gran voglia di applicarci. C’è il contratto di coalizione da costruire. Insieme aiuteremo il Paese. Con Matteo ce lo siamo ribadito, c’è moltissima sintonia” (E. L., 11-1). “Enrico non si fida di me, ma sbaglia: io sono leale” (M. R., 12-1). “Mi fido di Renzi, lavoreremo bene: sì alla svolta, il cambio di passo ci sarà” (E. L., 12-1). “Il governo Letta deve lavorare per tutto il 2014” (M. R., 13-1). “Il governo ha fatto poco, e uso un eufemismo” (M. R., 14-1). “Sono d’accordo con Renzi sulla necessità di un nuovo inizio, anche se dissento dal suo giudizio sul governo” (E. L., 16-1). “Creiamo un hashtag ‘enricostaisereno’, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai qual che devi fare, fallo” (M. R., 18-1). “Sono pronto a un nuovo governo, un Letta-bis” (E. L., 18-1). “Le riforme non devono essere a rischio, il governo è il governo Letta, io faccio un altro mestiere” (M. R., 23-1). “Mi pare che Renzi vada nella direzione giusta” (E. L., 3-2). “La staffetta Letta-Renzi non è assolutamente all’ordine del giorno. Se Enrico ha fretta di fare il rimpasto lo dirà e lo farà lui. Io, sia chiaro, sto fuori da tutto” (M. R., 5-2). “Dobbiamo aggredire i problemi con grande forza ed efficacia e anche rapidità. Non intendo certo galleggiare” (E. L., 6-2). “Se Letta ritiene che ci siano cambiamenti da apporre, affronti il problema nelle sedi politiche e istituzionali, indichi quali e giochiamo a carte scoperte” (M. R., 6-2). “Tanti dei nostri dicono: ma perché dobbiamo andare a Palazzo Chigi senza elezioni? Ma chi ce lo fa fare? E ci sono anch’io tra questi, nessuno di noi ha chiesto di andare al governo” (M. R., 10-2). “Napolitano blinda Letta” (La Stampa, 6-2). “Governo, la spinta di Napolitano” (Corriere della Sera, 8-2). “Il Quirinale: avanti con Letta” (Il Messaggero, 8-2).

Le Invasioni Barbaria (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 05/02/2014.Marco Travaglio attualità

La scena di Enrico Letta in missione-petrolio negli Emirati che replica da pari a pari a Rocco Casalino (che non è il diminutivo di Casa-leggio: è proprio quello del Grande Fratello) e parla agli emiri di Daria Bignardi (che non è omonima della presentatrice del Grande Fratello: è proprio lei) resterà nelle cineteche accanto ai film dei Monty Python, a Totò le Mokò, Totò sceicco e Totò d’Arabia. Se il nostro valoroso premier si portava pure Saccomanni pittato col lucido da scarpe come Nino Taranto in Totòtruffa , magari rimediavamo pure un ponte a gittata unica col Katonga. Invece i titoli dedicati all’Editto di Doha dalla stampa di regime, che traducono l’espressione maccheronica del premier “è una barbaria, è una barbaria” nell’italiano “barbarie”, vanno ad aggiungersi alla lunga tradizione dell’eterno Minculpop nazionale. Mentre proviamo a reprimere un fastidioso rimpianto per le missioni internazionali del Cainano, improntate a ben altra statura e pregnanza, proviamo ad affrontare il merito del “caso Bignardi-Casalino”, trattenendo a stento le risa. Dunque la Daria, nel suo sempre più clandestino presepietto televisivo, invita il deputato M5S Alessandro Di Battista e, non trovando di meglio, lo inchioda a una colpa gravissima, un’onta indelebile: “Non prova imbarazzo ad avere il padre fascista?”. Mai prima d’ora le idee politiche dei genitori dei politici, come dei giornalisti, come dei vigili urbani, come di chiunque altro, avevano fatto notizia, anche perché né colpe né meriti si trasmettono di padre in figlio. Ma per i 5Stelle si fa volentieri un’eccezione: se già Casaleggio è massone, satanista, esoterista, dedito forse a sacrifici umani, e Grillo è perlomeno nazista, che dobbiamo mai aspettarci dal loro discepolo Di Battista che è pure figlio di un fascio? Tout se tient. A quel punto il Casalino, che lavora alla comunicazione del M5S, butta lì un tweet piuttosto pertinente: ma la Bignardi non proverà imbarazzo per il suocero Adriano Sofri, condannato a 22 anni perché mandante del delitto Calabresi? Il Casalino non lo sa, ma pure il padre della Bignardi era fascista, come ha rivelato lei stessa nella sua appassionante autobiografia romanzata. Ergo nessuno meglio di lei può raccontare, visto che è così interessata, cosa si prova ad avere un fascista e un assassino in famiglia. Dunque che le salta in mente di chiederlo ai suoi ospiti? Anzi a uno solo, Di Battista il giochino, esteso ad altri ospiti del presepietto ben più graditi, potrebbe innescare scene davvero imbarazzanti, visto che fino al 1945 gli italiani erano quasi tutti fascisti: compresi il fondatore del giornale su cui scrive Sofri e, absit iniuria verbis, il presidente della Repubblica in carica e in ricarica. La polemicuzza potrebbe finire lì, fra un Casalino e una Bignardi, eventualmente anche un Sofri (nel senso del padre del marito della Bignardi, il quale comunica sul Foglio che lui è, sì, un condannato per omicidio, ma non è un omicida: un po’ come Berlusconi che è, sì, un pregiudicato per frode fiscale, ma non è un frodatore fiscale). Invece, da Doha, si fa inopinatamente vivo – si fa per dire – il presidente del Consiglio, per stigmatizzare a nome del governo e delle più alte cariche dello Stato il tweet del Casalino e solidarizzare con la famiglia Bignardi-Sofri, parlando di “frasi folli” e di “barbaria senza fine”, poi tradotta in “barbarie”. Escludendo che si riferisse al programma della Daria, Le invasioni barbariche, si apprende che ce l’aveva proprio col tweet di Casalino. E doveva pure essere sobrio, visto che l’uso e abuso di alcolici nei paesi islamici è severamente vietato. Il che spiega lo sguardo interrogativo e allarmato degli emiri presenti alla scena. Anziché scompisciarsi, la stampa italiana ha subito rilanciato l’Editto di Doha a edicole unificate, con uno sdegno mai visto neppure ai tempi dell’Editto bulgaro. Quando non un Casalino, che non possiede né controlla nemmeno una tv di quartiere, ma Silvio Berlusconi attaccò da Sofia due giornalisti e un comico, ottenendone l’immediata radiazione da tutte le tv del Paese. A proposito: cosa prova Letta ad avere quello zio?

Parlachè? (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 02/02/2014. Marco Travaglio attualità
Giorgio Napolitano & Enrico Letta sono molto preoccupati per il Parlamento, profanato dalle squadracce pentastellate ansiose di trasformare quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli. Tutte le forze democratiche, da Grasso alla Boldrini, da Renzi a De Luca a Farinetti, da Berlusconi a Verdini a Dell’Utri, da Alfano a Cicchitto a Giovanardi, da Monti a Piercasinando a Cesa, da Salvini a Maroni a Borghezio, senza dimenticare La Russa, la Cancellieri in Ligresti e tutto il cucuzzaro, sono precettate per stringersi a coorte in un nuovo arco costituzionale, pronte alla morte per difendere il sacro tempio del potere legislativo così orrendamente sfigurato dai nuovi lanzichenecchi.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che tre anni fa votava a gran maggioranza la mozione “Ruby nipote di Mubarak”. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha approvato in vent’anni un centinaio di leggi vergogna, perlopiù incostituzionali, su misura per Berlusconi, i suoi reati, i suoi processi, le sue aziende, le sue tv, i suoi affari. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che dal 1994 a oggi ha eseguito punto per punto il “papello” di Totò Riina, abolendo le supercarceri di Pianosa e Asinara, l’arresto obbligatorio per i mafiosi, l’ergastolo, i pentiti e ora completando l’opera dimezzando le pene ai boss per farli uscire prima.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha salvato dall’arresto una trentina di parlamentari, compresi Dell’Utri, Previti e Cosentino.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che in vent’anni ha votato tre scudi fiscali e una dozzina fra condoni tributari, edilizi e ambientali.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha regalato ai partiti 2,3 miliardi di rimborsi-truffa tradendo il referendum che abolì i finanziamenti pubblici. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che l’anno scorso, in un empito di dignità, approvò una mozione M5S-Sel per sospendere l’acquisto dei caccia F-35, dopodiché Napolitano riunì il Consiglio di Difesa e decretò che il Parlamento non doveva impicciarsi.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che Napolitano tratta come il cortile del Quirinale, minacciando le dimissioni casomai non obbedisse ai suoi ordini. Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che un anno fa ricevette l’ordine di Napolitano & Letta di devastare la Costituzione, e pure con una certa urgenza, tant’è che doveva pure scassinarne l’art. 138 per fare alla svelta.

Napolitano e Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che è stata totalmente bypassata per la nuova legge elettorale prima da Napolitano, che convocò i gruppi di maggioranza per discuterne aumma aumma al Quirinale; poi da Renzi&Berlusconi che han fabbricato l’Italicum Pregiudicatum in luoghi privati col beneplacito di Napolitano & Letta.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che è stata ridotta da Napolitano e dai suoi governi a passacarte di Palazzo Chigi e del Quirinale: nel primo settennato, Napolitano ha firmato e il Parlamento ratificato (quasi sempre strozzato dalle fiducie) 168 decreti, in gran parte incostituzionali perché privi dei requisiti di necessità e urgenza: 47 del governo Prodi-2, 80 del governo Berlusconi-3, 41 del governo Monti. Senza contare quelli del NapoLetta.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento, cioè per quella cosa che ha appena eseguito il diktat di Letta convertendo il decreto che, con la scusa dell’Imu, regala 4,5-7,5 miliardi alle banche con soldi nostri, rapinati dalle riserve di Bankitalia.

Napolitano & Letta sono preoccupati per il Parlamento: perché, c’è ancora un Parlamento?

Telecom, Letta rimanda il problema

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RAPPORTO CAIO SULLA BANDA LARGA: DIFFICILE CHE GLI SPAGNOLI FACCIANO INVESTIMENTI. SE NE PARLERÀ NEL 2016
Fatto Quotidiano del 4/01/2014 di Stefano Feltri attualità
E nrico Letta ha una specialità: rimanere immobile dando l’illusione del mo- vimento. Nella vicenda Telecom Italia ha trasformato in virtuosismo questa sua naturale propensione, come dimostra la presentazione di ieri dell’atteso rapporto curato da Francesco Caio dal titolo ambizioso: “Raggiungere gli obbiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide”. IL RAPPORTO DOVEVA rispondere a una domanda molto semplice: Telecom Italia, che controlla la vecchia rete telefonica in rame, è in grado di fare gli investimenti necessari per rendere l’Italia un Paese con un’infrastruttura digitale moderna? O gli investimenti sono impossibili, visti i 40 miliardi di euro di debiti, il rating spazzatura assegnato dalle agenzie di valutazione che rende costoso finanziarsi e le incertezze sull’assetto prorietario, con Telefónica sem- pre a metà del guado, azionista di controllo in teoria ma non nella pratica? Inutile attendersi una risposta netta. Un no secco avrebbe dato il segnale politico che il governo Letta ritiene il passaggio di controllo in mano spagnola un pericolo per gli interessi nazionali. Il rapporto Caio invece non si sbilancia troppo. Dice solo che entro il 2016 i piani Telecom Italia dovrebbero portare la copertura in banda larga al 50 per cento degli italiani con una spesa di 1,7 miliardi di euro, si potrebbe arrivare all’80 per cento di copertura. Conseguenza pratica: fino al 2016 nessuno potrà dire che Telcom è inadempiente e che quindi c’è un problema di investimenti. Anche se, poche pagine più avanti, si legge che che i piani di Telecom per il periodo 2017-2020 sono “troppo incerti” e che “un cambio di controllo in Telecom Italia potrebbe aggiungere ulteriore incertezza a questi piani”. Tradotto: con gli spagnoli gli investimenti sono meno probabili (Telefónica ha 60 miliardi di debiti). Conse- guenze pratiche: per ora nessuna. Ma il premier Letta ci ha tenuto a evocare lo “scorporo della rete” ma soltanto come “ extrema ratio se non vengono raggiunti gli obiettivi di svi- luppo della banda larga”. IL TEMA ERA SCOMPARSO da mesi, il governo sembrava aver rinunciato a ogni forma di contrasto della scalata spagnola (Letta ha affossato in Parlamento una proposta di modifica della legge sull’Opa che avrebbe fatto retrocedere Telefónica), archiviando i ten- tativi fatti dall’ex presidente Franco Bernabè di creare una società della rete in cui investissero la Cassa depositi e prestiti e altri fondi per facilitare la costruzione della banda larga. Ora se ne riparla, soprattutto su impulso del viceministro con delega alle Comunicazioni, Antonio Catricalà, molto più determinato di Letta nello spingere verso lo scorporo della rete con coinvolgi- mento della Cassa depositi (la sua assenza alla presentazione del rapporto Caio è stata letta come la prova delle frizioni col premier). Tutto il dibattito sulla rete, però, non risolve i problemi della società: servirebbe un aumento di capitale, che gli spagnoli non vogliono fare, mentre l’egiziano Naguib Sawiris si è detto di nuovo pronto a investire. Ma a patto che l’amministratore delegato Marco Patuano non venda Tim Brasil, la controllata brasiliana che è la parte del gruppo con maggiore potenziale. Il capo di Telefónica, Cesar Alierta, sembra meno determinato di qualche mese fa nell’ottenere la cessione di Tim Brasil per risolvere anche i suoi problemi con l’Antitrust sudamericano. Ma la partita Telecom è solo al primo tempo.

Dl Imu-Bankitalia, ecco perché il decreto del governo è un regalo alle banche

Fonte FattoQuotidiano.it di C. Iotti e G. Scacciavillani | 24 gennaio 2014 attualità
Grazie al provvedimento sponsorizzato da Saccomanni, rivalutazione contabile più moneta sonante in arrivo per Unicredit e Intesa, che si presenteranno così agli esami della Bce dotati di un comodo cuscinetto
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Tanto tuonò che piovve. Il governo Letta ha ottenuto con l’estrema ratio della fiducia il via libera della Camera alla discussa rivalutazione del capitale di Bankitalia: 335 i sì, 144 i no, nonostante l’interruzione senza precedenti causata dal sit-in dei 5 Stelle che hanno cercato invano di impedire voto. La palla ora passa al Senato che dovrà esprimersi entro martedì 28, visto che il decreto scade il 29. Nel primo passaggio, intanto, sono però valsi a poco emendamenti, petizioni e iniziative di protesta tutt’ora in corso. Del resto il regalo alle banche azioniste dell’istituto – Intesa e Unicredit in testa, che dal provvedimento incasseranno un guadagno compreso fra i 2,7 e i 4 miliardi – s’aveva da fare a tutti i costi e prima possibile. Lo dimostra tutto l’iter della normativa varata in fretta e furia dal consiglio dei ministri il 27 novembre scorso, .proprio mentre le forze politiche erano intente a votare la decadenza del senatore Silvio Berlusconi

Un provvedimento al quale era seguita un’assemblea straordinaria della banca centrale convocata alla velocità della luce e a porte chiuse l’antivigilia di Natale, per adeguare lo statuto di via Nazionale alla normativa non ancora vagliata dal Parlamento. Poco dopo Capodanno, poi, gli emendamenti di affinamento, come quello governativo annunciato dai relatori Andrea Fornaro e Andrea Oliviero, entrambi in quota Partito Democratico, per rendere l’operazione retroattiva e, quindi, permettere agli azionisti di Bankitalia di mettere in bilancio il guadagno sulla rivalutazione fin dal 2013 e non dal 2014, anno di entrata in vigore del decreto.

“La proposta di modifica, che sarà presentata nell’aula di palazzo Madama, si rende necessaria perché il provvedimento è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale del 31 dicembre e quindi, entrando in vigore il giorno successivo, si correva il rischio di poter applicare la misura solo a partire da quest’anno”, avevano spiegato i due senatori., Ammettendo quindi che le banche alle prese con un’enorme mole di crediti di difficile riscossione la crisi del mattone e gli esami comunitari, non si potevano permettere un tale rischio. Poco prima della fiducia, poi, lo stesso ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, cioè secondo il governatore di Bankitalia il vero motore della riforma, aveva dichiarato che “una modifica al provvedimento ora genererebbe incertezze” pur sostenendo che il governo non stava facendo alcun regalo alle banche.

Che sia voluto o meno dall’esecutivo e, in particolare dall’ex direttore generale della Banca Centrale, è tuttavia un dato di fatto che il provvedimento – che ha irritato perfino la Bce di Mario Draghi– darà ottimi motivi per festeggiare agli azionisti dell’istituto. Prima di tutto, appunto, per la generosa rivalutazione del capitale che hanno in mano: con un colpo di penna, infatti, si passa da una valutazione complessiva di 156mila euro a quella nuova di 7,5 miliardi di euro, cioè il valore massimo della forchetta stabilita dal collegio di esperti nomitati per questo scopo dopo l’estate. L’operazione verrà concretizzata tramite una ricapitalizzazione di Bankitalia a carico delle riserve dell’istituto che sono composte prevalentemente d’oro, metallo prezioso le cui quotazioni sono ultimamente in netta discesa.

Ma non finisce qui. Il governo ha stabilito che nessun azionista potrà possedere più del 3% della Banca Centrale (5% il tetto inizialmente previsto). E così Intesa e Unicredit, che insieme hanno in mano più del 64% del capitale, oltre a rivalutare contabilmente le loro quote, che erano iscritte in bilancio a un valore inferiore di quattro-cinque volte, dovranno metterle sul mercato. E se nessuno si farà avanti per comprarle, non c’è problema. Il governo Letta ha infatti dato facoltà alla stessa Banca d’Italia di ricomprarle e tenerle temporaneamente in mano fino all’arrivo di nuovi e adeguati compratori. Dunque rivalutazione contabile più moneta sonante in arrivo per i due istituti, che si presenteranno così agli esami della Bce dotati di un comodo cuscinetto. Sconto, poi, sulle uscite che dovranno sostenere: le tasse sulla pluvalenza a carico degli azionisti sono state fissate al 12%, contro il tradizionale 20% e il 16% inizialmente previsto, che significa un gettito inferiore di circa 370 milioni.

Infine il tema dei dividendi. Con le nuove regole gli azionisti di Bankitalia, a parità di utili, incasseranno un dividendo potenziale pari a sei volte quanto ricevuto negli anni passati: 450 milioni di euro contro i circa 70 degli anni scorsi secondo calcoli del M5S che stima una perdita per lo Stato di quasi 400 milioni. In cambio però a tutte le banche italiane, non solo a quelle azioniste di via Nazionale, è stato imposto di farsi tassare per coprire parte del buco creato con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Sarà forse per questo che la rivalutazione di Bankitalia è stata inserita nel decreto d’urgenza sull’imposta immobiliare. Per ironia della sorte, approvato dalla Camera nello stesso giorno della scadenza della mini Imu.

Scajoletta (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 10/01/2014. Marco Travaglio attualità

In un paese normale, e persino nell’Italia di qualche anno fa, il governo Letta sarebbe caduto da un pezzo. A fine anno Matteo Renzi, cioè il segretario del principale (per non dire l’unico) partito che sostiene in governo, l’ha accusato di fare “marchette”. Anziché trarne le conseguenze e salire al Colle per rassegnare le dimissioni, il premier Nipote si è detto “amareggiato”, poi ha esaltato la “svolta dei quarantenni”, infine è partito fischiettando per le ferie in Slovenia. Intanto l’Europa bocciava la legge di Stabilità e il Quirinale il decreto di fine anno, quello delle marchette. E si scopriva che l’Imu, più volte data per abolita, è sempre viva e lotta insieme a noi: il 24 gennaio pagheremo la mini-Imu, mentre alla maxi hanno cambiato nome, e già che c’erano l’hanno pure alzata. Un tempo detta Invim e Ilor, poi Isi, Ici e Imu, l’imposta sulla casa ora si chiama Trise, a sua volta suddivisa in Tari, Tuc e Tasi; ma Trise non suona tanto bene e l’hanno ribattezzata Iuc. Nessuno ha ancora capito chi la paga, come e in quante rate. Però si sa che i contribuenti, oltreché del commercialista, dovranno munirsi di un enigmista e di un esorcista. Il ministro Saccomanni ha le visioni: a ottobre ha visto la ripresa, a novembre ha notato la luce in fondo al tunnel e l’altro giorno ha avvistato una categoria di privilegiati spudorati che si permettono di guadagnare la bellezza di 1.300 euro mensili: gli insegnanti. Così ha pensato bene di rapinarli a botte di 150 euro al mese. Purtroppo quelli se ne sono accorti, allora è andata in scena la solita commedia all’italiana: Renzi protesta, Letta rincula, Saccomanni dice che è colpa della Carrozza che sapeva tutto, la Carrozza dice che non sapeva niente ed è colpa di Saccomanni, poi Saccomanni corregge il tiro (un piccolo “difetto di comunicazione”) e così pure la Carrozza (“a volte i ministri non sanno nulla”), quindi non è colpa di nessuno. Scajola docet. Risultato: Renzi, segretario del primo (e quasi unico) partito che sostiene il governo, fa un figurone perché tutti lo credono il capo dell’opposizione e sale un altro po’ nei sondaggi. Così è stato per i casi di Alfano e della Cancellieri in Ligresti. Così sarà in futuro non appena anche Renzi, dopo i 5Stelle, si accorgerà di quel che sta facendo Lupi con l’Expo, il Tap e il Tav, e di quel che ha fatto la De Girolamo. Da qualche giorno, in beata solitudine, il Fatto racconta le gesta beneventane della ministra dell’Agricoltura, paracadutata dal Cainano perché appassionata di giardinaggio. Dalle sue conversazioni registrate di nascosto da un dirigente Asl, ora indagato, s’è scoperto che la futura ministra premeva su un ente religioso che controlla l’ospedale Fatebenefratelli perché affittasse il bar del nosocomio a suo zio Franco Liguori, togliendolo al di lui fratello (di lei nemico) Maurizio. E, per accelerare l’operazione, intimava al direttore generale dell’Asl: “Al Fatebenefratelli facciamo capire che un minimo di comando ce l’abbiamo… Mandagli i controlli e vaffanculo!”. Poi i controlli (dei Nas) arrivarono, il bar del Liguori sbagliato fu chiuso e riaprì con il Liguori giusto. Ma quando certe cose le facevano Mastella & famiglia, ne parlavano e scrivevano tutti. Ora invece tutti zitti. A parte la ministra che spiega al Tempo: “Riunivo i vertici dell’Asl a casa mia perché dovevo allattare mia figlia”. Come se fosse normale che una deputata convochi i dirigenti di un’Asl (non importa dove) per parlare di bar e appalti. Se questa è la svolta dei quarantenni, tanto valeva tenersi Mastella. Ma mai come oggi il silenzio è d’oro. Se qualcuno parlasse, dovrebbe chiedere le dimissioni della De Girolamo. Che a sua volta dovrebbe chiedere quelle della Cancellieri. Che dovrebbe chiedere quelle di Alfano. Che, se non fosse dello stesso partito, dovrebbe chiedere quelle di Lupi. Che dovrebbe chiedere quelle della Carrozza. Che dovrebbe chiedere quelle di Saccomanni. Alla fine resterebbero Letta e Napolitano, che hanno nominato tutta questa bella gente. Dunque non c’entrano. Scajola, tesoro, dove sei?

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