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ITALIA, “PUNTO DI NON RITORNO” IL GOVERNO VEDE IL BARATRO.

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 03/07/2013.redazione attualità
IL MINISTRO GIOVANNINI: “CRISI PIÙ DURA DELLA STORIA, IN VISTA ALTRE CHIUSURE”. ZANONATO: “È UNA CORSA CONTRO IL TEMPO”.

Avolte succede così, mentre sei impegnato a fare altro e non ci pensi nemmeno. Se sei, per dire, un ministro dello Sviluppo economico, può succedere che ti scappi una parola di verità invece delle solite banalità da convegno. Da ieri lo sa bene Flavio Zanonato, che davanti alla placida platea degli assicuratori dell’Ania (che s’aspettava, puntualmente accontentata, la solenne promessa di tagliare gli indennizzi per il danno biologico) ha buttato lì una frase che è quasi una condanna per il governo del rinvio di cui fa parte: “Siamo arrivati ad un punto di non ritorno, abbiamo bisogno di tornare a crescere in tempi rapidi, è una corsa contro il tempo per dare speranza alla nostra economia”. I numeri della discesa libera che ci ha portati vicini al tracollo ve li raccontiamo nella pagina accanto, ma è curioso notare come Zanonato – uomo caro a Bersani venuto a Roma dal Veneto fiaccato dalla crisi – ieri abbia contraddetto di fatto il suo collega dell’Economia, usando toni in una certa consonanza con quelli usati invece da Beppe Grillo (vedi qui sotto). Fabrizio Saccomanni, infatti, ieri è tornato a dispensare coram populo il suo placido ottimismo di tecnico: “Il primo trimestre era molto brutto, il secondo direi che è un trimestre di passaggio, di stabilizzazione, quindi, da economista penso che possa essere prodromico ad un consolidamento della ripresa, anche alla luce delle misure che sono state prese”. Insomma, alla fine dell’anno tornerà il sereno, il ministro ha visto la luce.

GLI INDUSTRIALI invece no. “Io Saccomanni lo stimo moltissimo – ha messo a verbale il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi – ma in effetti la luce in fondo al tunnel non la vedo ancora”. Anche perchè, insiste, dai dati emerge che “maggio è meglio di aprile, giugno di maggio, ma la produzione industriale a giugno è in calo del-l’1,7% su base annua, ci stiamo stabilizzando sul fondo e verso fine anno credo che ricominceremo la risalita”. Il ministro Enrico Giovannini, che con Saccomanni condivide l’estrazione tecnico-romana, vorrebbe stare col ministro che viene da Bankitalia (“il clima di fiducia delle imprese negli ultimi due mesi sta leggermente migliorando”), ma essendo responsabile del Lavoro ha altre evidenze davanti agli occhi: “È la recessione più dura della storia d’Italia, finché non riusciamo a far ripartire il ciclo avremo casi come quello della Natuzzi”. Al suo ministero sanno che la disoccupazione, in particolare giovanile, oltre che un danno per i singoli lavoratori , è un “un grande buco nero” che crea un danno economico per la collettività: i cosiddetti Neet – i giovani che non studiano e non lavorano – “costano all’Italia 24 miliardi di euro l’anno, l’1,8% del Pil”, ha spiegato ieri Giovannini.

LA CRISI, peraltro, peggiora anche le condizioni di chi un lavoro ce l’ha già: oltre sei imprese su dieci, per la precisione il 62%, sono risultate irregolari per quanto riguarda il trattamento dei dipendenti sul campione delle oltre 65mila ispezionate dallo stesso ministero del Lavoro e dalle forze dell’ordine. Il dato è in crescita del 7% netto sul 2012, che già non era stato un anno buono. Eppure governo e partiti continuano a parlare di Imu e Iva o di piccoli provvedimenti, magari sacrosanti, che difficilmente potranno rilanciare l’economia italiana. Peraltro, anche sulla questione tasse che agita il dibattito politico, l’accordo dentro la maggioranza ancora non c’è. Lunedì il Pd, benedetto dal Tesoro, aveva lasciato filtrare una sorta di intesa attorno ad una rimodulazione dell’Imu in base alla capacità contributiva: “L’ipotesi di far pagare una patrimoniale in base al reddito è una follia della scienza finanziaria”, visto che è “un’imposta reale che si basa sulle cose e che prescinde dal reddito”. Insomma, il Pdl non ci sta. I democratici, dal canto loro, non hanno gradito invece la resurrezione della spending review sulla sanità: “Solo dei pazzi possono pensare di fare altri tagli in questo settore”, dice la presidente della commissione competente del Senato, Grazia De Biasi. Anche sul pagamento dei debiti della P.A. potrebbe esserci qualche intoppo: “Bisogna controllare bene – ha detto Saccomanni – che chi vanta un credito nei confronti della Pubblica amministrazione, poi lo abbia davvero. Siamo il Paese dei falsi invalidi, dei falsi ciechi, ci sarà pure qualche falso creditore”. È così, parlando molto d’altro, che la politica italiana cincischia sull’orlo del baratro.

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Italia: “taglio tasse non ora”, per Ocse “rischio di una nuova manovra”

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Fonte Wall Street Italia 2/05/2013 attualità
Non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale. Banche deboli, soggette a rischi sistemici. Paese ostaggio dei mercati. Tagliate stime Pil a -1,5%, debito/Pil balzerà al 134% in 2014. Se deficit risale oltre 3%, servirà manovra correttiva. Via l’Imu?: “prima ridurre tasse su imprese e lavoro”.
ROMA (WSI) – L’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil italiano per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% stimato a novembre. Il ritorno alla crescita non è previsto prima del 2014, con un +0,5%, anche se qualche segnale potrebbe arrivare anche a fine 2013. Secondo l’organizzazione, la priorità resta la riduzione del debito pubblico che nel 2014 arrivera’ al 134%. “Con un rapporto debito/Pil vicino al 130%”, il Paese, infatti, “rimane esposto all’umore dei mercati”. Sarebbe dunque meglio non avviare un taglio delle tasse in questo momento.

“I dati non sono affatto buoni” “non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale, anche perchè il Pil continua a scendere”. Non ci sono alternative. Poi il problema del rapporto debito Pil, che salirà al 131,5% nel 2013″.

Ancora, “l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo prevede che lo stesso deficit sia sotto il 3% altrimenti è chiaro che bisognerà fare qualcosa”: lo ha detto il capo economista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan, rispondendo alla domanda di un cronista che gli chiedeva se all’Italia sarà necessario attuare una nuova manovra correttiva.

Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria ha affermato che “una delle priorità in ogni paese, specialmente in questa fase, è la riduzione delle imposte sulle imprese e, per secondo, una riduzione delle tasse sul lavoro”: così ha risposto a chi gli chiedeva un commento sul dibattito in atto in Parlamento circa la revoca o il mantenimento dell’imposta sulla prima casa, ovvero l’Imu.

“La priorità è quindi la riduzione ampia e prolungata del debito pubblico” e i risultati ottenuti grazie alle recenti riforme strutturali “devono essere consolidati e sono necessarie ulteriori misure volte a promuovere la crescita e migliorare la competitività”.

L’Ocse rileva che nel 2012 è stata realizzata una importante azione di risanamento. Nonostante l`impatto a breve termine sulla produzione e i costi sociali generati, tali sforzi sono stati ricompensati da una maggiore fiducia dei mercati finanziari e hanno migliorato le prospettive a medio termine.

Il governo italiano si è giustamente adoperato a frenare l`aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil e a ricondurlo verso una traiettoria discendente, cercando allo stesso tempo come utilizzare al meglio le limitate risorse per proteggere le fasce di reddito più basse.

Per riuscirci, prosegue l’Ocse, occorre puntare a un bilancio pubblico in pareggio o leggermente in avanzo e attuare allo stesso tempo una serie di riforme strutturali tese a favorire la crescita e l`istituzione di un nuovo sistema d`indennità di disoccupazione.

Nuove restrizioni di bilancio avrebbero effetti transitori negativi sulla produzione, ma consentirebbero di ridurre il debito in tempi più rapidi e di attenuare, di conseguenza, il rischio di nuove reazioni negative da parte dei mercati finanziari.

Le misure di bilancio dovrebbero concentrarsi sul contenimento della spesa pubblica e un processo continuo di valutazione delle politiche pubbliche dovrebbe mirare a migliorarne l`efficienza.

Secondo l’Ocse è ugualmente possibile ristrutturare il sistema fiscale per ridurre le distorsioni, in particolare tramite la riduzione delle agevolazioni fiscali.

Sebbene il sistema bancario si sia dimostrato complessivamente solido, diversi istituti di credito hanno incontrato gravi difficoltà e il settore finanziario rimane esposto a rischi sistemici. Occorre quindi proseguire gli sforzi in atto per rafforzare l`adeguatezza patrimoniale e gli accantonamenti per perdite. Di questo parla anche il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, che sottolinea che: “faremmo di tutto per fare uscire il paese dalla recessione nel 2013, ma sarà difficile. Banche sono troppo deboli e sopratutto restano sottoposte a rischio sistemico”. (AGENZIE)

Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi

corel
Fonte Wall Street Italia 29/04/2013 attualità
Capitali italiani: verso la Svizzera 200 miliardi
ROMA (WSI) – Potrebbero arrivare fino a 200 miliardi di euro i soldi depositati in Svizzera dagli italiani intimoriti da pressione fiscale e rischio di un prelievo forzoso oppure semplicemente alla ricerca di una protezione da eventuali reati
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I capitali in fuga oltre le Alpi toccano i 120-200 miliardi, stando a quanto rilevato dai calcoli del Fatto Quotidiano. Per Il Sole 24 ore la cifra si aggira invece tra i 100 e i 120 miliardi.

Una cosa e’ certa: il peso dell’evasione fiscale sull’economia italiana e’ enorme. Le stime piu’ attendibili, come ha ricordato l’economista Alberto Quadro Curzio ai microfoni di RaiNews 24, “parlano di un ordine di grandezza intorno al 25-30% del Pil”.

La repubblica elvetica, racconta il Fatto nella sua inchiesta che porta la firma di Giorgio Meletti, “custodisce ingenti patrimoni”. Ma tutti i tentativi di conoscerne i titolari si scontrano con i potenti istituti di credito. E cosi’ i trattati bilaterali tra l’Italia e Berna sul rientro dei capitali diventano una mera illusione.

“La Svizzera ha 8 milioni di abitanti, l’Italia ne ha 60 milioni. Per avere un’idea delle proporzioni, le due maggiori banche svizzere, Ubs e Credit Suisse, gestiscono in tutto patrimoni pari a sei volte il Pil nazionale, le prime due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit) arrivano all’incirca a un terzo del prodotto interno lordo”.

“La quota di patrimoni riferibili a cittadini europei è attorno agli 800 miliardi, 200 dei quali attribuiti a tedeschi, mentre i capitali italiani sono calcolati tra i 120 e i 200 miliardi”.

Economista Borghi: “Italia fuori dall’euro? Fattibile”

corel
video d Claudio Borghi
di: WSI Wall Street Italia 21/03/2013 attualità
E’ gestibile secondo Claudio Borghi, che spiega le tappe e le conseguenze di un eventuale progetto drastico di questo tipo. “Timore di corsa agli sportelli”, certo, ma e’ un piano “gestibile e auspicabile“. Impatto gia’ scontato nello Spread: VIDEO
ROMA (WSI) – Italia fuori dall’euro? Uno scenario di questo tipo e’ a tutti gli effetti “gestibile” e senza dubbio “auspicabile” per la nostra economia. Spiega come il professore di economia Claudio Borghi, che ha elencato tappa per tappa queli sono le precauzioni da prendere per i risparmiatori e quali saranno le conseguenze di una eventuale uscita dall’area euro per l’economia zoppicante italiana.

“Chi ragiona sulla distruttivia’ di questo processo spesso e volentieri lo fa come se fosse una cosa imprevista e immediata”. In realta’, ha aggiunto il professore dell’Università Cattolica di Milano, “gran parte di questo processo e’ gia’ avvenuto”.

“E’ gia’ successo in passato che ci sono stati cambi di valuta, ma spaventa passare da una valuta debole a una forte”. Perche’, come si suol dire, “la moneta buona scaccia quella cattiva”.

“Per mettersi in salvo l’operazione e’ molto semplice. Io ho dei risparmi in una banca italiana. Se i titoli di stato diventano a rischio, perche’ tutto il debito e i contratti effettuati ritornano in lire, io posso invece comprare “un titolo di stato tedesco, nessuno me lo tocca”.

In questo modo gli effetti negativi saranno azzerati. Chi mastica la materia finanzaria “sa che questo fenomeno e’ gia’ avvenuto e si chiama Spread”.

“Se domani mi dicessero, ‘guarda non dirlo a nessuno ma tra una settimana usciamo dall’euro e torniamo alla lira’, posso prelevare i miei risparmi, ma non credo che venderei un titolo italiano a 70 per comprare un titolo tedesco a 130, pensando di fare non so quali guadagni”.

A lungo termine sarebbe un titolo italiano in lire che si svalutera’, ma che e’ gia’ svalutato. “In questo momento lo spread ha gia’ fatto arrivare la svalutazione sui titoli del debito. Quotano prezzi molto bassi rispetto ai titoli sicuri tedesci: cio’ significa che le cose sono gia’ state fatte”.

Starei invece attento alle scadenze a breve termine, quello si, prenderebbe la conversione. Se avessi un Bot che scade a 4 mesi e sapesi che tra due settimane torniamo alla Lira, quel titolo non vorrei averlo e mi comprerei un titolo di stato americano o qualsiasi cosa anche fuori dall’euro”.

” di Il Fatto QuotidianoL’italia puo’ uscire dall’euro? “Fattibile

Dario Fo: all’attacco contro Monti e la Germania

Dario_Fo Stampa Invia Commenta (20) .”Cosa ha portato lo stile moderato Mario Monti? Una nazione che si trova sul lastrico”. Ai tedeschi: “avete un’idea sbagliata della nostra cultura”, per voi “l’italiano è soltanto uno che suona il mandolino e mangia la pizza
ROMA (WSI) – “Cosa ci ha portato lo stile moderato di Mario Monti? Una nazione che si trova sul lastrico. persone che perdono le loro case, e che non sanno più di cosa vivere”. Lo dice Dario Fo al giornale tedesco die Zeit, in uscita domani, secondo una anticipazione. “Ne abbiamo abbastanza della cravatta, l’abito scuro e della sua aria elegante”, ha affermato il premio Nobel.

Attacca anche i tedeschi Dario Fo nell’intervista n uscita domani: “Voi avete un’idea sbagliata della nostra cultura – dice il premio Nobel -. Di tanto in tanto, quando parlate di noi, ricordatevi che prima eravamo il vostro modello”. “Oggi l’italiano per voi – ha aggiunto – e’ soltanto uno che suona il mandolino, mangia la pizza e che, quando va a passeggio, importuna le donne”.

“A differenza di Silvio Berlusconi, Grillo si preoccupa davvero della sopravvivenza del suo popolo” ha detto Fo. “Solo i lestofanti vogliono far credere – ha aggiunto – che populismo significhi essere subdoli”.

ATENE, ITALIA – NON POTEVA MANCARE IL “PIZZINO” SULLA POLITICA ITALIANA DEL MINISTRO TEDESCO SCHAEUBLE: “L’INCERTEZZA POLITICA ITALIANA PUÒ CREARE IL CONTAGIO NEI MERCATI. BASTA VEDERE COSA È SUCCESSO IN GRECIA” – “LA CRISI DELL’EURO NON È FINITA, ORA IN ITALIA SI DEVE FORMARE UN GOVERNO STABILE, PER SUPERARE L’INCERTEZZA” – LA MINACCIA CRUCCA PORTERÀ A UN ENNESIMO GOVERNO DI COMMISSARIATI?…

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Fonte Dagospia 27/02/2013 attualità
Radiocor – ‘Il risultato elettorale in Italia solleva dubbi nel mercato sulla possibilita’ di formare un nuovo Governo. Quando emergono tali dubbi, esiste il pericolo di un contagio. L’abbiamo visto l’anno scorso, quando le elezioni in Grecia hanno portato a incertezze politiche. Altri Paesi poi sono stati contagiati’. Cosi’ il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, che commentando l’esisto del voto in Italia in un’intervista a ‘Reuters’ ha sottolineato che ‘spetta adesso a quelli che sono stati eletti in Italia formare un Governo stabile. Piu’ velocemente lo faranno, piu’ rapidamente sara’ superata l’incertezza’.

bersani grillo
Monti a colloquio con Wolfgang Schaeuble
wolfgang schaeuble e angela merkel Il ministro ha anche affermato che ‘a proposito, non ho mai detto che la crisi dell’euro era finita. Ho solo detto che abbiamo fatto importanti progressi. Dobbiamo continuare su questa strada, ma ci saranno battute d’arresto’.

INCHIESTA/ Italia, dalle svendite degli anni 90 (la falsa tangentopoli)

corel
Fonte Sussidiario.net attualità
sabato 16 febbraio 2013
Gianluigi Da Rold
Da circa tre settimane, quando è cominciata la fase “calda” della campagna elettorale, l’Italia è entrata in una fase che ricorda uno stato di fibrillazione e di convulsione. Se più di venti anni fa venne battezzata “tangentopoli” l’inchiesta che cancellò la “prima Repubblica”, oggi, di fronte a una sequenza di arresti, di avvisi di garanzia e di nuove inchieste, si parla apertamente di una “seconda tangentopoli”, che con tutta probabilità liquiderà o modificherà la cosiddetta “seconda Repubblica”. In questa fine di febbraio si accavallano e si intrecciano due problemi: il primo riguarda il sistema politico, che sembra destinato a un periodo di grave instabilità e ingovernabilità, nonostante le imminenti elezioni; il secondo investe il sistema produttivo del Paese, soprattutto quello delle ultime grandi aziende in mano allo Stato, mentre la crisi e la recessione (entrata ormai nel sesto anno consecutivo) stanno decimando la struttura delle piccole e medie aziende. Quando esplose la prima “tangentopoli”, nell’incrocio tra politica e affari, l’Italia bruciò le tappe di una privatizzazione di gran parte del suo apparato pubblico produttivo, senza varare alcuna legge di liberalizzazione. In definitiva, la grande stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati. Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell’Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L’intero processo di privatizzazione non risolse i problemi delle casse dello Stato, lasciando uno strascico di polemiche che si trascina ancora adesso. Lo Stato incassò circa 200mila miliardi di lire, pagando alle banche d’affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra l’uno e l’1,7 percento dell’intero incasso. Se l’operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell’8 percento. Esaminando dopo anni quella discutibile operazione, partita anche dalle inchieste dei magistrati, vale la pena di riportare tre giudizi. Il primo è quello della Corte dei Conti: «Si evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractor e organismi di consulenza al non sempre immediato impegno dei proventi nella riduzione del debito». Meno burocratico e più immediato, il giudizio di un grande economista come Giulio Sapelli: «Dobbiamo finalmente dire a chiare lettere che la mancata crescita di oggi è frutto delle disgraziate privatizzazioni degli anni Novanta. Privatizzazioni fatte per gli amici degli amici e “all’Argentina”, ossia per togliere dall’agone della concorrenza internazionale gran parte dell’industria italiana. Di ciò non abbiamo mai chiesto conto a nessuno, intellettualmente e politicamente intendo, anzi, su questa rapina si sono costruite fortune politiche che durano sino a oggi».

ITALIA, ULTIMO ATTO «

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