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Def, Corte Conti: “Passo ripresa largamente insufficiente. Dare risposte immediate”

Audizioni in Parlamento sul Documento di economia e finanza. Bankitalia avverte: “Nel 2015 spending review insufficiente”, mentre l’Istat fai i conti in tasca ai beneficiari del taglio Irpef
Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 15 aprile 2014 attualità
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“Il passo della ripresa potrebbe continuare a essere largamente insufficiente per riportare la nostra economia sui livelli pre-crisi”. Parole nette quelle pronunciate dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, nel corso dell’audizione in Parlamento sul Documento di economia e finanza, considerando che nel medio termine “le differenze fra le previsioni indipendenti e quelle governative raggiungono il valore cumulato di un punto e mezzo per il Pil e di quasi 5 punti per gli investimenti”. Non solo. ”Il passaggio a più favorevoli condizioni del ciclo economico non comporta un allentamento del vincolo di bilancio: il rispetto degli obiettivi europei e del dettato costituzionale richiede, al contrario, un ancora più stringente controllo sui saldi di finanza pubblica”. Quindi “i miglioramenti che, automaticamente, vengono trasmessi ai saldi da una crescita più robusta, da un recupero dei redditi, dal venir meno di esigenze emergenziali dal lato della spesa, non appaiono sufficienti ad assicurare il profilo richiesto dal patto europeo. Il ritorno della crescita allevia, ma non elimina lo sforzo fiscale”, ha aggiunto.

STRADA IMPERVIA E ANCORA LUNGA – Secondo i magistrati contabili, il Paese ha all’orizzonte “una strada impervia e ancora lunga da percorrere”. Anche perché la disoccupazione “che nel 2018 rispetto ad oggi potrà ridursi di 2,4 punti” nel confronto con i “valori pre-crisi rimarrebbe superiore di oltre 4 punti”. Quindi bisogna ”dare attuazione concreta ad interventi in grado di riattivare la crescita con rapidità ed efficacia rappresenta una necessità immediata per offrire risposte al Paese. Ed è una sfida che rischia di essere senza prove di appello”.

Tuttavia “solo nel 2015 la nostra economia rientrerebbe nel limite rappresentativo di ‘normali’ condizioni recessive. La richiesta di derogare dal percorso di avvicinamento all’Obiettivo di Medio Termine fino al prossimo anno non sembra, dunque, inconciliabile con le indicazioni europee”. Ma gli obiettivi di stabilizzazione della finanza pubblica “devono essere perseguiti senza compromettere le prospettive di sviluppo del paese”. Anche perché “il corto-circuito fra rigore e crescita ha senza dubbio contributo ad approfondire oltre misura, nella nostra economia, le dimensioni del ‘vuoto di prodotto’ (output gap), un parametro decisivo, fra l’altro, proprio al fine di ripristinare un permanente equilibrio strutturale dei saldi di bilancio”. E in quest’ottica la revisione della spesa e il ridisegno delle strutture organizzative “non devono essere solo ispirati da esigenze di copertura finanziaria; essi devono basarsi su una chiara strategia di governo della spesa, in cui il ridisegno sia frutto di una nitida visione circa il profilo che si intende assegnare al sistema pubblico dei prossimi decenni”.

LE STIME DISCORDANTI DELL’ISTAT- A fare i conti in tasca al governo Renzi ci ha pensato l’Istat second il quale lo sconto Irpef previsto dal Documento di economia e finanza, i cui dettagli saranno definiti in un decreto legge atteso per venerdì 18, lascerà nelle tasche delle famiglie italiane più povere 714 euro in più all’anno. Secondo l’istituto di statistica, gli sgravi varranno il 3,4% del reddito complessivo per il 20% della popolazione che guadagna meno. L’effetto positivo sarà invece di 796 euro per le famiglie del secondo “quinto” (lo scaglione subito sopra quello dei redditi più bassi), di 768 per il terzo e di 696 per il quarto. Lo sconto scenderà poi progressivamente al salire delle entrate del nucleo familiare, fino a ridursi allo 0,7%, pari a 451 euro, per i più ricchi. Si tratta comunque di valori medi: oltre i 55mila euro di reddito non ci sarà alcun beneficio. Le entrate fiscali, stando ai calcoli dell’Istat, si ridurranno di conseguenza di circa 11,3 miliardi.

L’istituto che ha parlato per bocca del presidente, Antonio Golini, rivede però al ribasso, rispetto alle previsioni del governo, l’impatto dell’intervento sul prodotto interno lordo: il Def auspicava che la maggiore disponibilità economica degli italiani, a partire dai meno abbienti, lo avrebbe fatto crescere dello 0,3 per cento. Golini, invece, ha comunicato che il rialzo sarà al massimo dello 0,2% e potrebbe limitarsi allo 0,1 al netto degli interventi di copertura delle maggiori spese e minori entrate.

SPENDING REVIEW INSUFFICIENTE DAL 2015 – E un’altra tegola arriva invece dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, anche lui audito in Parlamento sul Documento. “Nel 2015″, ha detto Signorini, “i risparmi di spesa indicati come valore massimo ottenibile dalla spending review (18 miliardi, ndr) non sarebbero sufficienti a conseguire gli obiettivi programmatici”. In pratica, secondo Signorini, se il taglio della spesa dovesse “finanziare lo sgravio dell’Irpef, evitare l’aumento di entrate e dare anche copertura agli esborsi connessi con programmi esistenti non inclusi nella legislazione vigente”, non basterebbe.

In generale, ha detto Signorini, il Def fissa obiettivi che “non si possono non condividere“, ma “è importante che l’azione riformatrice sia nei fatti incisiva e coerente con queste premesse”. Il Documento “propone azioni congiunte e simultanee: la riduzione del debito pubblico, il rilancio della crescita e un ritorno alla normalità dei flussi di credito, l’adozione di riforme strutturali che aumentino la produttività”. Ma tra il dire e il fare c’è un abisso, sembra ricordare l’istituto guidato da Ignazio Visco. Abisso colmabile solo con interventi rapidi e decisi.

ATTESE AMBIZIOSE DALLE PRIVATIZZAZIONI
– Prendiamo i proventi che dovrebbero derivare dalle privatizzazioni: il target dello 0,7% del Pil indicato nel Def è “ambizioso”, secondo via Nazionale. Che ricorda: “Negli ultimi 10 anni gli importi da dismissioni mobiliari sono stati pari a 0,2 punti di Pil in media l’anno”. Raggiungere l’obiettivo, quindi, “richiede un rapido e preciso programma di dismissioni”. “Plausibili”, invece, le previsioni riguardo agli “effetti netti degli interventi programmati per la riduzione del cuneo fiscale (aumento delle detrazioni Irpef e riduzione dell’Irap) e delle voci di copertura (la revisione della tassazione sulle rendite finanziarie e interventi sulla spesa pubblica)”, ha continuato Signorini.

“L‘equilibrio finanziario pubblico non si deve perseguire, ovviamente, con strategie miopi“, ha detto poi il funzionario. “La possibilità di ridurre il peso del debito sul Pil non dipende solo da una gestione prudente delle finanze ma anche dalla capacità di crescita dell’economia”. E i due obiettivi “devono essere inscindibili”, anche perché “le procedure europee consentono alcuni margini di flessibilità che possono essere sfruttati in accordo con le autorità europee al patto di avere al tempo stesso una strategia di riforme credibili e una bussola certa per le decisioni di finanza pubblica”. In questa luce, “assicurare la sostenibilità del debito pubblico resta necessario”, ha proseguito. La crescita, invece, sarà indispensabile anche “per il progressivo riassorbimento della disoccupazione, specie della componente giovanile più colpita dalla crisi”. Il ruolo delle politiche economiche, in questa fase, deve essere quindi quello di “sostenere la fiducia di imprese e famiglie, proseguire nella realizzazione delle riforme” e consolidare “l’allentamento delle tensioni sul mercato del debito sovrano che riflette certo il miglioramento del clima di mercato relativo all’euro, della finanza pubblica e delle prospettive di crescita, ma anche sviluppi contingenti sui mercati globali”.

ATTESA PER LA BAD BANK DI SISTEMA Signorini ne ha poi approfittato per rilanciare il tema della bad bank di sistema che era stato surclassato prima dal cambio di governo e poi dalle nomine pubbliche. In particolare sull’ipotesi di istituire una scatola dove concentrare i crediti di difficile riscossione, “rinvio a quanto detto dal Governatore: in presenza di una forte incidenza sui bilanci delle banche di crediti dubbi il modo di gestirli è molto importante”, ha detto per poi aggiungere che “abbiamo salutato con favore le iniziative in tal senso da parte di numerose banche, non vedremmo male iniziative di portata più generale”.

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Lavoro, Istat: “8,5 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo contrattuale”

D’altro canto le retribuzioni contrattuali orarie a gennaio segnano un balzo dello 0,6% su dicembre, mentre sono salite dell’1,4% su base annua. Si allarga ancora la forbice con l’inflazione, ferma nello stesso mese allo 0,7%. In pratica i salari crescono il doppio dei prezzi, ma il divario è quasi esclusivamente dovuto alla frenata dei listini
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 26 febbraio 2014 attualità
Oltre 8 milioni di lavoratori in attesa che il loro contratto siano rinnovato ma retribuzioni in aumento. Si allarga la forbice dell’inflazione. Mostrano luci e ombre i dati sul lavoro diffusi dall’Istat.
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contratti in attesa di rinnovo a gennaio sono 51 e riguardano circa 8,5 milioni di dipendenti, corrispondenti al 66,2% del totale. L’istituto per le Statistiche spiega che si tratta della quota più alta dal gennaio del 2008. In pratica due dipendenti su tre stanno aspettando. Solo il pubblico impiego, d’altraparte, pesa per 2,9 milioni di lavoratori e 15 contratti.

Guardando nel dettaglio quanto accaduto a gennaio, alla fine del mese a fronte del recepimento di un accordo (gomma e materie plastiche) ne sono scaduti ben cinque (agricoltura operai, servizio smaltimento rifiuti privati, servizio smaltimento rifiuti municipalizzati, commercio e Rai). Quel che ha fatto balzare il numero dei dipendenti in attesa si rinnovo, spiega l’Istat, è il contratto del commercio, che include ad esempio i commessi e tocca circa due milioni di dipendenti. Comunque a febbraio già sono state ratificate delle ipotesi di accordo, che toccano quattro dei 51 contratti scaduti, per un totale di circa 500 mila dipendenti (tessili, pelli e cuoio, gas e acqua e turismo-strutture ricettive).

D’altro canto le retribuzioni contrattuali orarie a gennaio segnano un balzo dello 0,6% su dicembre, mentre sono salite dell’1,4% su base annua. Il rialzo mensile sia dovuto allo scatto di miglioramenti economici previsti per alcuni contratti in vigore. Aumenti che di solito partono proprio a inizio anno. Si allarga ancora la forbice con l’inflazione, ferma nello stesso mese allo 0,7%. In pratica i salari crescono il doppio dei prezzi, ma il divario è quasi esclusivamente dovuto alla frenata dei listini. Il rialzo mensile di gennaio è il più alto da due anni e in lieve recupero rispetto a dicembre è anche il dato annuo (a +1,4% da +1,3%). Sempre in termini tendenziali, l’Istat registra gli aumenti maggiori per i settori energia e petroli (4,6%), estrazione minerali (4,3%), telecomunicazioni (4,0%). Invece, l’Istituto continua a segnare variazioni nulle per tutti i comparti della pubblica amministrazione, che subiscono il blocco contrattuale.

Istat, il Senato boccia il presidente IN COMMISSIONE MANCANO I VOTI PER LA NOMINA DI PADOAN. PREMIER IN IMBARAZZO, OGGI LO RIPRESENTA

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Fatto Quotidiano del 17/01/2014 di Stefano Feltri attualità
U n incidente, niente di grave, tranquilli, è tutto a posto. Forse. O forse no. Ieri la commissione Affari costituzionali del Senato doveva dare il proprio parere su Pier Carlo Padoan, l’economista che il governo ha indicato come nuovo presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. E invece no: la nomina viene bocciata per un voto. Per legge serve una maggioranza dei due terzi (perché la carica è troppo importante per essere espressa soltanto dalla maggioranza), Padoan aveva biso- gno di 18 voti su 27. E invece ne ha ottenuti soltanto 17 favore- voli, 5 contrari e una scheda bianca: candidatura respinta. “Il non raggiungimento del quorum previsto alla nomina del professor Padoan non è riconducibile in alcun modo a motivazioni di tipo politico bensì alla sottovalutazione della necessaria maggioranza qualificata dei due terzi”, dice il deputato Pd, molto lettiano, Francesco Russo. Anche Pa- lazzo Chigi è sulla sua linea: il problema non è Padoan, sono i senatori che non sanno conta- re, dicono. Qualche fonda- mento nella tesi forse c’è, visto che la presidente della commissione Anna Finocchiaro (Pd) annuncia l’approvazione prima di accorgersi che 17 non equivale ai due terzi di 28, e su- bito il Movimento Cinque Stelle sospetta il trucco: “Ci hanno provato”. La vicenda comunque è strana: per mesi la poltrona dell’Istat è rimasta affidata a un presiden- te vicario, dopo che Enrico Giovannini era passato dall’Istat al ministero del Lavoro. Nessuno discute le qualità di Padoan, economista che arriva dall’Ocse, un think tank a Parigi, che è stato anche candidato a fare il ministro dell’Economia. Eppure per lunghi mesi l’esecutivo non è riuscito ad avviare la procedura, ha an- che modificato i requisiti per la carica introducendo l’espe- rienza internazionale, un mo- do per agevolare l’arrivo di Pa- doan. TUTTO SEMBRAVA pronto e invece ecco l’infortunio. Ora, con un po’ di imbarazzo, il go- verno deve ricominciare da ca- po: come annunciano i mini- stri Dario Franceschini e An- tonio D’Alì, oggi il Consiglio dei ministri discuterà di nuovo la posizione di Padoan e lo con- fermerà come candidato all’Istat. Sperando che questa volta la commissione al Senato dia parere favorevole (il suo parere è vincolante), altrimenti l’im – barazzo sarebbe davvero insostenibile, soprattutto per Padoan. Se due indizi fanno una prova, due incidenti parlamentari possono lasciar intravedere qualche difficoltà nella mag- gioranza Pd-Ncd-Scelta Civi- ca. In commissione Agricoltu- ra alla Camera è passato un emendamento del Pd contro il quale il governo aveva dato pa- rere negativo, per alzare dal 12 al 20 per cento la percentuale obbligatoria di frutta nei suc- chi venduti in Italia. La storia della norma è lunga, l’aumento della percentuale l’aveva deciso il ministro della Salute Renato Balduzzi a fine 2012. Poi i tem- pi di applicazione si sono di- latati, perché si rischia una pro- cedura di infrazione europea. Si è anche scatenata una guerra di lobby, gli agricoltori voglio- no più frutta, i produttori no (anche perché, dicono, si po- tranno comunque continuare a importare bibite con soltanto il 12 per cento di frutta). Anche evitando le facili battute sul governo alla frutta, di sicuro il doppio pasticcio di ieri denota che qualcosa non va.

ISTAT, IL PEGGIO NON È PASSATO: RISCHIAMO 80 ANNI D’AUSTERITÀ IL RISPETTO DEI VINCOLI EUROPEI RENDE LA RIPRESA IMPOSSIBILE

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Fatto Quotidiano 23/05/2013 di Stefano Feltri attualità

Il rapporto annuale dell’Istat è una fotografia mossa del Paese, un’i- stantanea che racconta il passato recente e lascia intra- vedere il futuro, pur senza sbilanciarsi in previsioni. Niente di quello che si vede nell’Italia immortalata dalle 214 pagine dell’istituto di statistica pre- sentate ieri invita all’ottimi- smo, ma ci sono comunque alcune indicazioni utili. Per esempio si scopre che il calo dei consumi nel 2012 è stato superiore a quello sperimenta- to all’inizio della crisi (2008-2009). E che il Paese sta erodendo quei cuscinetti so- ciali che hanno permesso di at- tenuare l’impatto della recessione. Il peggio, insomma, ri- schia di essere davanti a noi, se non arriva una ripresa globale e locale nel 2014. E anche così potrebbe non bastare. La gravità della situazione sta in due dati: la propensione al risparmio si è quasi dimezzata, era il 13,5 per cento medio tra il 2001 e il 2007, nel 2012 aveva raggiunto l’8,2 per cento. Sen- za risparmio oggi, non ci saranno investimenti domani, quindi è come se si riducesse anche il potenziale di crescita. Secondo dato: il 62,3 per cento delle famiglie ha sperimentato una qualche forma di depriva- zione negli ultimi cinque anni, cioè ha dovuto fare qualche ri- nuncia in termini di qualità o di quantità, oppure entrambe le cose. Lo stile di vita sta peg- giorando. E se ne accorgono quasi tutti: nel 2012 la depri- vazione ha riguardato anche persone che non appartavano al 40 per cento più povero della popolazione, ma lì si sono ri- trovati all’improvviso. A VOLER CERCARE qualche buona notizia, si trova che le esportazioni delle imprese ita- liane stanno andando bene, +3,7 per cento nella vendita di merci nel 2012, meglio di noi solo la Spagna in Europa. Ma anche in questa oasi ormai la crescita sta rallentando, soprattutto perché i nostri partner eu- ropei comprano poco, essendo pure loro in recessione. Altra nota confortante: studiare è “una forma di assicurazione contro le crescenti difficoltà del mercato del lavoro”, così dice l’Istat, guidato fino a poche settimane fa dall’attuale ministro del Welfare Enrico Giovanni- ni. Le difficoltà le hanno i di- plomati, chi ha la laurea si sal- va, anche perché in Italia di lau- reati ce ne sono relativamente pochi rispetto ai Paesi confi- nanti. Chi predica ai giovani di tornare al lavoro manuale, di darsi all’agricoltura o all’idraulica, trae conclusioni affrettate dai dati. Semplicemente i questa fase alcuni lavori si stan- no dequalificando, cioè le piccole imprese possono permet- tersi solo dipendenti poco qualificati perché costano meno. “Le sole dinamiche positive che si rilevano, ad esempio la crescita dell’occupazione femminile, sottendono fenomeni di segregazione professionale, in- cremento di posizione a bassa qualifica, una ricomposizione a favore di età più anziane quale conseguenza delle riforme pensionistiche”, avverte l’istituto di statistica. QUANDO FINIRÀ TUTTO questo? Con le attuali regole di bi- lancio pubblico probabilmente mai. A pagina 56 il rapporto dell’Istat spiega che ci attendo- no altri 80 anni di austerità, se vogliamo davvero portare il de- bito pubblico da oltre il 130 per cento del Pil a quel 60 che ci siamo impegnati a raggiungere ratificando le regole europee denominate Six Pack (che rafforzano i parametri di Maastri- cht). Per non suscitare polemiche, l’Istat non esplicita il rife- rimento all’Italia: si parla di un Paese A con i conti in ordine (debito all’80 per cento, tasso di crescita potenziale al 4 per cen- to, costo medio del debito al 4) he assomiglia un po’ alla Ger- mania. E poi c’è un Paese B che ha il debito al 130 per cento, la crescita potenziale all’1 per cento e il costo del debito an- ch’esso al 4. Ed è chiaro il riferimento all’Italia. È soltanto una simulazione contabile, l’Istat non si sbilancia su previ- sioni dell’andamento dell’eco – nomia, su sviluppi sui mercati finanziari, su politiche econo- miche da introdurre. Il Paese virtuoso A (la simil-Germania) ci mette 7 anni a raggiungere l’obiettivo del debito al 60 per cento del Pil. Il Paese B (l’Italia) invece ne impiega 80. Ammesso che sopravviva tanto a lungo, visto che per arrivare a quel risultato deve mantenere un avanzo primario del 7 per cen- to per i primi 15 anni e poi del 4,5 per cento. L’avanzo prima- rio è quanto resta in cassa allo Stato delle entrate di un anno dopo aver pagato tutte le spese ma prima di aggiungere al conto gli interessi. Significa che ogni anno la macchina statale dovrebbe essere in attivo di 105 miliardi. Un equilibrio insostenibile, visto che con tutti gli sforzi e le sofferenze che sappiamo il governo di Mario Monti è riuscito a portarlo al 2,4 per cento nel 2013 con previsione di arrivare al picco del 5,1 nel 2016. IL MINISTRO GIOVANNINI, quando era all’Istat, non ha mai nascosto il suo pessimismo, consapevole che l’opinione pubblica sta sottovalutando la gravità della situazione. Adesso che è ministro del Lavoro deve provare a cambiare le cose, mi- gliorando il Paese senza spe- ranza raccontato dall’Istat.

Costo della vita Cgia: i settori riformati incidono sul 15%(presi dai dati istat)

Redazione
I dati sono stati presi Cgia di Mestrè che li elabora per l’Istat.
redazione del Fatto Quotidiano del 21/01/2012
I settori che il governo s’appresta a liberalizzare incidono su circa il 15% della spesa media di una famiglia italiana. La stima
esce da un’analisi che la Cgia di Mestre ha fatto calcolando il peso sul bilancio familiare delle voci interessate dal provvedimento che il governo Monti presenterà nelle prossime ore. A fronte di una spesa media annua complessiva pari a 29.520 euro, i beni e i
servizi che saranno liberalizzati hanno un valore economico di poco inferiore ai 4.500 euro (precisamente 4.437), pari al 15% della spesa totale. Difficile anche per la Cgia dire quanto le famiglie potrebbero risparmiare dall’apertura al mercato dei vari settori, visto che le liberalizzazioni all’“italiana” fatte in passato – osservano gli artigiani mestrini non hanno sortito effetti positivi per i consumatori.
La Cgia ricorda che solo per i medicinali e i servizi telefonici la deregolamentazione ha portato vantaggi economici. Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi, i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%. Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011, le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%

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