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Report del 19/01/2014 – Patto D’acciaio – Anticipazioni.

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Fonte report.rai.it del 19/01/2014 attualità

Sulla vicenda Ilva è necessario non far calare l’attenzione perché il commissario Bondi da sette mesi al timone dell’Ilva non ha ancora iniziato il risanamento, un decreto poco chiaro dovrebbe sbloccare i fondi ma forse a beneficio dei proprietari, infine due giorni fa c’è stata l’ultima udienza londinese del processo per estradizione di Fabio Riva, vicepresidente del Gruppo Riva, per il quale sarebbero “una minchiata i due tumori in più all’anno” causati dalle emissioni dell’acciaieria di Taranto che, grazie alla complicità dei poteri forti, ai blandi controlli, alle regole su misura, è una barca alla deriva con la cassaforte vuota (mentre, com’è stato scoperto dalla Guardia di Finanza di Milano, due miliardi di euro erano nei paradisi fiscali).

Report farà vedere dove sono finiti i generosi profitti intascati dai Riva grazie alla produzione d’acciaio a Taranto e che sarebbero dovuti essere investiti nel risanamento a tutela della salute pubblica e degli operai.

Di Sabrina Giannini – Domenica 19 gennaio alle 22.40 su Rai3

Da report.rai.it

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Dall’amicizia con il ministro Clini alle raccomandazioni di Vendola così funzionava il Sistema Ilva

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Da La Repubblica del 29/11/2013.CARLO BONINI GIULIANO FOSCHINI attualità

Tutte le telefonate (intercettate) di Archinà a politici e sindacalisti
L’inchiesta.

TARANTO— Nessuno può dirsi innocente di fronte ai veleni dell’Ilva. Nel triangolo Taranto- Roma-Milano, tutto e tutti hanno avuto un prezzo. Non necessariamente economico. Tutto e tutti ne sono irrimediabilmente rimasti sporcati e dunque prigionieri. Nei trentuno faldoni di atti e nelle 50mila intercettazioni telefoniche dell’inchiesta della Procura di Taranto depositati in questi giorni e di cui Repubblica è in possesso, è la prova documentale che il Sistema Riva e il capitalismo di relazioni di cui è stato espressione hanno appestato, insieme all’aria, all’acqua, al suolo di Taranto, il tessuto connettivo della politica, della pubblica amministrazione, dei controlli a tutela dell’ambiente e della salute. A Girolamo Archinà, il Rasputin dei Riva, l’ex onnipotente capo delle relazioni esterne Ilva da qualche giorno tornato libero dopo un anno e mezzo di carcere, si sono genuflessi nel tempo segretari di partito, ministri della Repubblica, arcivescovi, sindacalisti, giornalisti. Ascoltarne la voce chioccia al telefono mentre blandisce, lusinga, minaccia i suoi interlocutori, dà la misura di quanto estesa, profonda e antica fosse la rete che ha consentito di collocare l’acciaieria in uno stato di eccezione permanente.
A DESTRA E A SINISTRA
Il cuore e il portafoglio dei Riva battono a destra. Da sempre. Dagli anni 2004-2006. È di 575mila euro il finanziamento a Forza Italia, di 10mila quello a Maurizio Gasparri e di 35mila quello all’ex governatore della Puglia e poi ministro Raffaele Fitto. Uomo cui la famiglia è particolarmente grata per aver ritirato, il giorno prima della (unica) sentenza di condanna, la costituzione di parte civile della Regione nei confronti dell’Ilva, consentendo un risparmio di qualche milione di euro. Ma il capitalismo di relazioni impone di scommettere anche sui cavalli di altra sponda.
«Bersani? Si sentono tutte le settimane», assicura Archinà a chi lo avvisa di un interesse dell’allora segreterio del Pd ad un contatto con la famiglia Riva (che per altro ne ha finanziato la campagna elettorale del 2006 con 98 mila euro). Quel Pd, il cui deputato Ludovico Vico eletto a Taranto, è telecomandato come un uomo azienda. E anche con il governatore della Regione, Nichi Vendola, che pure sarà l’unico alla fine a battezzare due leggi contro i fumi dell’Ilva, è un salamelecco di “auguri sinceri” per le feste comandate, attestati di stima. Non solo nella telefonata ormai nota in cui si ghigna della protervia nell’azzittire un giornalista petulante e per la quale Vendola ha fatto pubblicamente ammenda. Ma anche in un’altra conversazione in cui Archinà si offre di fare da “mezzano” per un incontro tra il governatore e l’allora presidente di Confindustria Marcegaglia («Così diamo uno scossone al centro-destra»), cogliendo l’occasione per sollecitare un intervento «caro ai Riva» sulle nomine all’autorità portuale di Taranto. Non esattamente il core business dell’acciaieria.
«Apriamo gli occhi sull’autorità portuale di Taranto», dice Archinà a Vendola. Che risponde: «L’ammiraglio va bene. Non è un ladro. E’ una persona sobria e seria. Siccome è di destra, ho detto al ministro: “È uno vostro, ma è una persona per bene. Niente da eccepire». Ma il problema di Archinà non è «l’ammiraglio». È impedire la nomina di tale Russo, «sponsorizzato dal traditore Michele Conte». «Lei lo sa — insiste con il governatore — che Conte è passato coordinatore cittadino del Pdl?». Vendola conviene: «Michele Conte, mamma mia. Uno raccomandato da tutti. Dalle organizzazioni per la liberazione della Palestina ai gruppi comunisti estremisti. Noi abbiamo il potere di fare bene, ma il ministro ha quello di fare le scelte. Comunque grazie di questa informazione ».
“IL NOSTRO AMICO CORRADO”
Non c’è ente locale o ministero dove Archinà e i Riva non possano arrivare. Dove non si inciampi in «un amico». Come all’Ambiente, dove Corrado Clini, allora direttore generale e futuro ministro del governo Monti, architetto dell’Aia che assicurerà la sopravvivenza dell’acciaieria, viene rappresentato come uomo a disposizione. «Stamattina ho visto per altri motivi il nostro amico Corrado — confida ad Archinà tale Ivo Allegrini del Cnr — Nel casino che adesso praticamente sta investendo il ministero dell’Ambiente, ho praticamente un’opportunità. A Corrado hanno dato la delega che danno pure ad altri direttori generali no! Allora mi ha detto: “Fatemi una
nota del casino che sta succedendo giù a Taranto, poiché nel limite del possibile io cerco di rimettere le cose in sesto». Una solerzia che troverebbe spiegazione — per quanto si ascolta in una seconda telefonata tra Allegrini e Archinà — in qualcosa che «sta a cuore a Clini in Brasile» e per la quale «è necessario un passaggio con i Riva».
QUEL LIBRO CON RAVASI
Già, nel Sistema Riva niente si fa per niente. Anche con gli uomini di Chiesa. Come quando don Marco dell’Arcivescovado di Taranto bussa a quattrini per la presentazione di un libro cui presenzierà Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per i Beni culturali. «Su cosa mi devo sbilanciare?», chiede Archinà. «La sponsorizzazione totale costerà 25mila — fa di conto don Marco — E l’impresa Garibaldi ha detto che vuole contribuire per 7-8 mila. Va bene?». Naturalmente va bene. Come vanno bene i sette assegni da 15mila euro l’uno staccati alla Curia e all’Arcivescovo Monsignor Benigno Papa per rendere più liete le feste comandate e far tacere sui veleni dell’acciaieria.
IL RAGAZZO BRUNO DI AVETRANA
Del resto, per i Riva comprarsi le indulgenze sembra facile quasi quanto scegliersi i sindacalisti. E per giunta, Archinà non deve neppure chiedere. «Senti Girolamo — gli spiega al telefono Daniela Fumarola della Cisl — siccome io sto lavorando sul nuovo gruppo dirigente della Fim, mi fai sapere qualcosa rispetto al ragazzo, al delegato nostro alla Rsu, aspetta come si chiama.. quello di Avetrana.. ora mi salta il nome.. un ragazzo bruno con gli occhi neri, è giovane.. Io ce l’ho sempre a mente perché è una cosa che ti devo chiedere e ora mi è sfuggito il suo cognome. Praticamente io devo fornire indicazioni anche alla segreteria nazionale su chi puntare per il dopo Lazzaro».
UN REGALO DI GOVERNO
Non deve sorprendere, allora, che anche dati per politicamente e industrialmente morti, i Riva continuino a incassare i dividendi del loro sistema di relazioni. Ancora oggi e con un nuovo governo. È diventata recentemente legge dello Stato il decreto voluto dai ministro del governo Monti, Balduzzi (sanità) e Clini (Ambiente) sulla valutazione del danno sanitario per i cittadini di Taranto. Norme che, di fatto, di qui al 2017, lasceranno che i cittadini di Taranto, soprattutto gli abitanti del quartiere Tamburi, continuino ad ammalarsi di cancro senza che questo obblighi l’Ilva a modificare il proprio livello di emissioni. Il governo ha infatti accettato di congelare la valutazione del possibile danno sanitario alla popolazione basandosi sulle rilevazioni dei veleni liberati dall’Ilva in questa fase di produzione limitata. Peccato che, già da oggi, l’azienda sia autorizzata ad aumentare la sua produzione fino a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Dice Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia, «Il Rompicoglioni», come lo aveva battezzato Fabio Riva: «È un omicidio di Stato. Identico, nella sostanza, a quello già autorizzato dal ministro Prestigiacomo nel 2011». Contro la legge, Assennato e la Regione hanno presentato ricorso. E non sono gli unici a pensarla così. Un dirigente del ministero dell’Ambiente, in una recente riunione con l’Arpa, ha riassunto così il senso dell’ultimo regalo ai Riva: «È come quell’uomo che si getta dalla cima di un grattacielo alto cento metri e che, arrivato al sesto piano, dice: “Fino a qui, tutto bene”».

Energia e rinnovabili: arriva il capacity payment aiutino alle lobby del carbone e del petrolio.

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Fonte Da ecoblog.it del 27/12/2013 attualità
Con un emendamento alla Legge di stabilità il governo italiano fornisce un sostanzioso aiuto alle lobby del petrolio e del carbone mettendo in ginocchio le rinnovabili.
Secondo il nostro governo, l’Italia deve sostenere la produzione di beni e merci con energia proveniente dalle centrali termoelettriche. Infatti dimostrazione di questa politica che va esclusivamente a favore delle lobby del petrolio e del carbone è l’approvazione dell’ emendamento 99 al DdL Stabilità in cui compare il sistema di capacity payment messo in atto per sostenere le centrali termoelettriche con cicli combinati a gas oramai in crisi a causa della concorrenza del fotovoltaico. Chi pagherà l’incentivo? Le rinnovabili e saltano anche gli ecobonus previsti per il 2015. Oggi il ministro Andrea Orlando è atteso proprio al VI Forum di Qualenergia a cui prendono parte i produttori di rinnovabili e associazioni ambientaliste (Kyoto Club e Legambiente) che chiederanno che il voto definitivo alla Camera sia di altro orientamento e che annulli quanto approvato ieri in Senato. Infatti, con l’emendamento 99 il capacity payment viene adottato con tre anni d’anticipo ossia a partire dal 2014 rispetto alla data prevista al 2017; inoltre non essendo un finanziamento previsto in bolletta darà finanziato dalle rinnovabili che pagheranno alle centrali elettriche con fonti fossili l’energia che non producono.

I fautori dell’emendamento sono i senatori Giorgio Santini (Pd) e Antonio D’Alì (ex PdL ora Ncd) per cui saranno premiate quelle centrali elettriche flessibili, ossia che includono i cicli combinati a gas, sostenute economicamente per la potenza che hanno e non per l’effettiva produzione di energia che mettono in rete.

Il capacity payment è una di quelle soluzioni che è chiaramente a favore delle centrali termoelettriche, sostanzialmente piuttosto che far crollare il mercato dell’energia a causa della super produzione delle rinnovabili sopratutto fotovoltaico, abbassando i costi delle bollette per gli utenti, si preferisce dopare il mercato. Quindi una centrale termoelettrica anche se vecchia e altamente inquinante viene preferita a un sistema di produzione di energie pulite.

Qual è stato il problema? L’inversione dei flussi, ossia l’energia prodotta dalle rinnovabili ha flussi variabili non prevedibili e ciò perché la rete italiana è vetusta e incapage gestire questi flussi. Lo spiega Massimo Gianfreda cross manager per Siemens al VI Forum organizzato Qualenergia. Le smart grid potrebbero sviluppare capacità di governo tra produzione di energia e gestione dei flussi di energia, migliorando in genere la fruizione del servizio elettrico.

Da ecoblog.it

La Svizzera sceglie il know how italiano per i suoi inceneritori. E la tecnologia arriva da Salerno

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Stampalibera.com 23 novembre 2013 Redazione attualità
i Carlo Andrea Finotto20 novembre 2013 Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-11-20/la-svizzera-sceglie-know-how-italiano-i-suoi-inceneritori-e-tecnologia-arriva-salerno-160307.shtml?uuid=ABdWiUe
Gli inceneritori svizzeri passano per essere i più efficienti ed ecosostenibili del mondo. Tutti gli impianti del cantone di Zurigo messi insieme sembra emettano la stessa quantità di fumi del comignolo di una moderna nave. E dietro a queste performance c’è una tecnologia tutta italiana. Un know-how, insomma, proprio del paese dove gli inceneritori fanno più fatica ad attecchire nella difficoltosa gestione dei rifiuti (salvo qualche caso virtuoso come quello di Brescia). Non solo, l’azienda che lavora a stretto contatto con i termovalorizzatori della Confederazione è un’azienda campana: la Magaldi Group, con sede a Salerno. Poco distante da Napoli, dove il problema rifiuti aspetta da anni una soluzione, costa all’Italia sanzioni Ue e passa da difficoltà latenti a polemiche ed emergenze conclamate.

In attesa dei prossimi accumuli di immondizia lungo le strade di Napoli e di altre parti della Penisola, gli inceneritori svizzeri stanno diventando ancora più eccellenti.

Già, perché l’inceneritore di Hinwil, nel cantone di Zurigo, sta sperimentando una nuovissima tecnologia denominata Ecobelt Wa sviluppata dalla stretta collaborazione con Magaldi. Così la società Kezo, che gestisce l’impianto potrà usufruire di un considerevole risparmio energetico e ridurre ulteriormente le emissioni di Co2, inoltre otterrà importanti vantaggi economici.

In pratica, la Ecobelt Wa, di cui è entrato in funzione il secondo prototipo, utilizza l’aria invece dell’acqua, come avviene con le tecnologie tradizionali, per raffreddare le ceneri pesanti dei rifiuti. Questo processo rende possibile separare dalle ceneri i metalli anche nelle frazioni microscopiche dalle sostanze inerti. Intuibile il vantaggio, perché I metalli, rame, alluminio, zinco, piombo, palladio, metalli rari e anche l’oro e l’argento recuperati, possono essere ceduti alle fonderie che li trasformano in lingotti e li restituiscono al mercato per il riutilizzo.

Recuperati i metalli, resta la frazione inerte delle ceneri, che viene riutilizzata nelle opere civili, contribuendo a ridurre il continuo ricorso alle risorse naturali per produrre materiali da costruzione ed eliminando qualsiasi invio di rifiuti a discarica.

Tutte belle cose. Che si potrebbero fare anche in Italia, ma per ora vedono all’avanguardia gli svizzeri e, prossimamente, i tedeschi.

L’azienda salernitana guidata da Mario Magaldi, del resto, è abituata a guardare oltreconfine. Quest’anno si avvia a chiudere l’esercizio con un fatturato di 46 milioni di euro, con un incremento del 15% rispetto al 2012. L’85% dei ricavi è realizzato all’estero, anche grazie a una presenza consolidata con tecnologie proprie in trenta diversi Paesi. La nuova tecnologia legata ai termovalorizzatori, infatti, rappresenta solo uno degli ambiti in cui opera Magaldi, che lo scorso anno si è aggiudicata importanti commesse con centrali termoelettriche sudcoreane, grazie al sistema Mac che consente, a sua volta, di trattare le ceneri di scarto ad altissime temperature eliminando l’impiego di acqua, favorendone il riutilizzo e limitandone il conferimento in discarica.

«La nostra filosofia – spiega Mario Magaldi – è improntata alla costante innovazione. Questo ci ha portato a registrare negli anni oltre 40 brevetti estesi in tutto il mondo. Tra i nostri 220 dipendenti ci sono 80 ingegneri e ogni anno investiamo circa il 7% del fatturato in ricerca e sviluppo».

I killer del pianeta. Le 90 società responsabili dell’inquinamento globale

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90 aziende sono responsabili della produzione di 914 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. La metà delle emissioni stimate dalla ricerca sono state prodotte soltanto negli ultimi 25 anni.

-Fonte Articolotre Redazione-del Sabato, Novembre 23, 2013 attualità Secondo un nuovo rapporto del Climate Accountability Institute del Colorado, sono 90 le aziende che hanno causato i due terzi delle emissioni responsabili del cambiamento climatico.
La metà delle emissioni stimate dalla ricerca sono state prodotte soltanto negli ultimi 25 anni – ben oltre la data in cui governi, aziende e comunità scientifica si resero conto che l’aumento delle emissioni di gas a effetto serra dalla combustione di carbone e petrolio avrebbero potuto causare pericolose modifiche nel clima della Terra. Secondo i ricercatori del Colorado, queste 90 aziende sono responsabili della produzione di 914 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (Co2), il 63% del totale delle emissioni industriali tra il 1751 e il 2010.
Tra le società accusate di tentato planeticidio, 50 sono società energetiche private, tra le quali spiccano i nomi di British petroleum, Chevron, Exxon, Shell, British coal corp, Peabody energy and Bhp Billiton, 31 pubbliche, tra cui la saudita Saudi Aramco, la russa Gazprom, la Norway’s Statoil, e nove colossi governativi in Cina, ex Unione Sovietica, Corea del Nord e Polonia. Ben 83 sono produttrici di petrolio, gas e carbone. Le altre sette si occupano di cemento.
“Questo studio è un passo avanti cruciale per la comprensione dell’evoluzione della crisi climatica”, ha spiegato al Guardian l’ex vicepresidente americano, e noto attivista per l’ambiente, Al Gore. “Le società che sono storicamente responsabili dell’inquinamento atmosferico hanno il dovere di collaborare alla ricerca di una soluzione”.
Lo studio ha seguito le conclusioni del summit sul clima delle Nazioni unite. Il Comitato internazionale sul cambiamento climatico ha un obiettivo: mantenere l’innalzamento della temperatura entro i due gradi centigradi in più rispetto ai livelli pre industriali.

Ilva, la telefonata choc di Vendola: risate al telefono per le domande sui tumori.

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VIDEO ILVA TARANTO

Fonte ilfattoquotidiano.it Francesco Casula e Lorenzo Galeazzi da ilfattoquotidiano.it attualità

Nel luglio del 2010 il leader di Sel viene intercettato con Girolamo Archinà, il pr della famiglia Riva. “Dica che non mi sono defilato”. E dà della ‘faccia da provocatore’ a chi chiedeva spiegazioni sui morti. Per tutta la giornata di ieri non ha risposto al Fatto.

E’ il 19 novembre 2009. La conferenza stampa di presentazione del “Rapporto ambiente e sicurezza” dell’Ilva è appena terminata. Luigi Abbate, giornalista dell’emittente tarantina Blustar Tv, si avvicina a Emilio Riva, 87enne ex patron dell’acciaio e gli chiede: “La realtà non è così rosea visti i tanti morti per tumore…”. Riva non è abituato a domande scomode. Abbozza una risposta bofonchiando: “Ve li siete inventati” e si salva grazie all’intervento del suo addetto alle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, che strappa letteralmente il microfono dalle mani del giornalista. Il video finisce su Youtube e comincia a fare il giro d’Italia. Diversi mesi più tardi, nel luglio del 2010, appena tornato da un viaggio in Cina anche Nichi Vendola lo vede. A mostrarglielo sono stati “degli amici di Roma”, in quei giorni interessati al caso Ilva perché in quei giorni l’azienda era tornata sulle pagine dei giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa sui livelli allarmanti di benzo(a)pirene a Taranto. Il video della conferenza stampa sarà al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà, considerato dai pm la “longa manus” dei Riva.

Nell’intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà di aver apprezzato “lo scatto felino”. Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto. Definisce una “scena fantastica” l’immagine di Archinà che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva. Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà. Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”. Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”.

Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Concussione. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande.

Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto. E nonostante l’invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato.

Ilva. I medici lanciano l’allarme: “I tarantini pagheranno conseguenze sanitarie per le prossime tre generazioni

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Articolotre Redazione– 29 settembre 2013-attualità L’allarme lo lancia Agostino Di Ciaula, presidente della sezione pugliese dell’Associazione internazionale Medici per l’ambiente: “Se anche l’Ilva dovesse spegnersi in questo momento i tarantini continueranno a pagare conseguenze sanitarie almeno per le prossime tre generazioni, per cui è urgente chiudere i rubinetti dell’inquinamento prima di pensare a qualsiasi altra cosa”.
“L’area a caldo – ha detto ancora Di Ciaula – continuerà a produrre una quantità impressionante di inquinanti nonostante le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale“.Cosimo Nume, il presidente dell’Ordine dei medici di Taranto, sostiene che “il primo modo per risolvere il problema è affrontarlo, conoscerlo, e cercare le soluzioni. Non siamo qui – ha aggiunto – per fare allarmismo, ma ci dobbiamo muovere. Sono a confronto tutti i medici d’Italia perché Taranto, attraverso la conoscenza seria e rispettosa delle regole della scienza, arrivi a non subire oltre l’insulto di malattie gravi”.

Altro grave problema è quello dell’infertilità causato dall’inquinamento. “Bisogna istituire un osservatorio epidemiologico” dice la ginecologa Raffaella Depalo, dell’Unità di Fisiopatologia Riproduzione Umana Policlinico di Bari. I dati sono preoccupanti: una coppia su 4 nell’area di Taranto è sterile e il 26% delle donne è in menopausa precoce. La dottoressa aggiunge: “In uno studio che abbiamo presentato l’anno scorso al congresso della Società europea di embriologia abbiamo evidenziato nelle donne, e in particolare nelle cellule della granulosa che sostengono l’ovulo nella crescita e lo portano nella maturità, delle alterazioni nella catena di espressione dei recettori per gli estrogeni, sostanze che sostengono la crescita folicolare e la maturazione ovocitaria”.

Non si può non affrontare poi il caso dei tumori. Oggi sono 22.500 gli abitanti di Taranto che rischiano di ammalarsi di cancro, considerando la sola inalazione degli inquinanti, le 4mila tonnellate di polveri, le 11mila tonnellate di diossido d’azoto, le 11.300 tonnellate di anidride solforosa, le 7 tonnellate di acido cloridrico che gli impianti dell’Ilva scaricano nell’aria ogni anno.

Scrive Repubblica:

“Ma gli inquinanti emessi dagli impianti dell’area di Taranto non si assorbono solo respirando: nei bambini, la quantità di diossina assunta per ingestione – attraverso la catena alimentare, soprattutto negli alimenti grassi, pesce, latte, carni – è due volte e mezzo quella per inalazione. “I registri dei tumori indicano, nel nostro Paese, un aumento di circa il 2% annuo dell’incidenza del cancro – spiega il presidente dell’Isde, Ernesto Burgio. – Questo significa che, se continuiamo così, nel 2020, in Italia, almeno una persona su due svilupperà una neoplasia. La normalità sarà dunque avere il cancro, non essere sani”.

NEI PROSSIMI ANNI CINQUE MILIONI DI MORTI NELLE TERRE AVVELENATE DI CAMPANIA E LAZIO

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Fonte lavocedellevoci.it DI ANDREA CINQUEGRANI Giovedì, 12 settembre attualità
Passiamo alla seconda bomba (ma autentico tric trac per la melma mediatica quotidiana). L’ha lanciata con due interviste a Sky (e ad un paio di tivvù casertane) Carmine Schiavone, cugino del più noto Francesco, alias Sandokan. Tra una cifra e l’altra di morti ammazzati come noccioline nelle faide tra clan, si fa uscire una cifra rotonda: nei prossimi anni 5 milioni di morti nelle terre avvelenate di Campania e Lazio. Anche stavolta: strilli e titoloni su carta stampata? Altre tivvù a cercare di capirci meglio? Aule parlamentari in seduta permanente per far luce? Inquirenti, forze dell’odine e autorità di controllo a sirene spiegate? Sempre lo stesso, tombale silenzio. Un’omertà di Stato che più compatta non si può. Come se una colata di cemento – in perfetto stile mafioso – avesse cucito bocche, occhi e orecchie.

Eppure Schiavone – in modo terribilmente crudo, fino a scivolare per certe parti nel grottesco – ne ha raccontate di tutti i colori. L’avvelenamento è cominciato più di vent’anni fa, ora la situazione è irrecuperabile – questo il tono delle sue frasi – ogni bonifica non serve ormai a niente, la gente muore, i tumori crescono ogni giorno, arriveremo a 5 milioni di cadaveri. Una guerra, un’ecatombe. E altre cifre dello scempio: a metà anni ’90 servivano 26 mila miliardi di lire, figurarsi oggi quanti, e per di più adesso inutili. La camorra ha comprato tutti, ha fatto affari con tutti, ha pagato perchè i controllori non controllassero e divenissero complici. Ha fatto i nomi di politici di prima e seconda repubblica, parlato di servizi deviati (come nel caso di Carmine Mensorio, il dc gavianeo atteso dai pm per una verbalizzazione bomba e “tuffatosi” dal traghetto che dalla Grecia lo avrebbe riportato in Italia: caso archiviato in un baleno dalla procura di Ancona come “suicidio”). Ha descritto (scivolando in una parodia alla Totò e Peppino) la sua passione per la facoltà di medicina e la sua abitudine a esaminare i “suoi” picciotti a caccia di esame facile, indossando il camice bianco con la complicità di baroni e accademici dell’epoca (ha fatto addirittura nomi, cognomi e cattedre interessate).

La cosa più incredibile è che Schiavone ha ora raccontato davanti a un microfono cose che aveva già cominciato a dire circa vent’anni fa. Agli inquirenti. E poi addirittura anche in commissione antimafia. In una verbalizzazione del 1996 in una caserma dei carabinieri del basso Lazio – riportata per ampi stralci dalla Voce circa un anno fa – Carmine Schiavone raccontava per filo e per segno zone di sversamento, quantitativi, indicava collusioni, complicità, faceva riferimento ad altri business, parlava di personaggi che solo dopo anni e anni balzeranno alla ribalta delle cronache giudiziarie (come l’avvocato pro Casalesi Cipriano Chianese), calcolava tangenti e mazzette, segnalava la somma globale che i clan potevano investire per i loro “soldati” e per comprare i silenzi. Parole al vento. Mentre gli sversamenti illeciti sono proseguiti a ritmo incessante. La stessa Voce, del resto, ha cominciato a descrivere i traffici di rifiuti super tossici fino dal fine degli anni ’80, dettagliando – per fare solo due esempi – i ruoli di Gaetano Vassallo (un altro che ha cominciato a verbalizzare davanti agli inquirenti solo qualche anno fa) e dello stesso Chianese (in combutta con Licio Gelli, visti i frequenti viaggi della band, in compagnia di Francesco Bidognetti, alias Cicciotte ‘e mezzanotte, in quel di villa Wanda, ad Arezzo). Fino ad un reportage del 2007, “Le nostre Seveso”, dedicato – tragiche cifre alla mano – alla morte annunciata (e parliamo di 6 anni fa) delle martoriate terre campane, che oggi va di moda chiamare “le terre dei fuochi”, e prima ancora “il triangolo della morte”.

Poche mosche bianche a raccontare quelle scomode, incredibili, dolorosissime verità. Un oncologo che per i più raccontava favole, Antonio Marfella (proprio oggi in audizione al Senato per dettagliare i numeri della tragedia annunciata), un colonnello dell’esercito toscano in pensione, Giampiero Angeli, le Assise di palazzo Marigliano, costola dello storico Istituto per gli Studi Filosofici fondato dall’avvocato Gerardo Marotta. Per il resto, una coltre di silenzio: tutto ok, tutto in ordine, secondo l’Arpac, costituita allo scopo di accertare la salute del territorio, nel tempo diventato un feudo mastelliano di collusione & coperture; tutto ok secondo la Regione, sia sotto il regno di Antonio Bassolino che quello dell’attuale governatore, l’ex psi Stefano Caldoro (al cui attivo anche i crac sanità e trasporti). E pensare che il registro-tumori in Campania (cardine per una lotta concreta contro il cancro, previsto e attuato praticamente in tutte le regioni del Paese) ha visto la luce solo qualche mese fa… Forse perchè ci vuole un registro da 5 milioni di pagine. Nere.

Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=630
10.09.2013

Il decreto “salva-Ilva” è legge: ecco tutti i modi in cui il Parlamento è riuscito a peggiorarlo

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/08/2013. Gabriele Paglino attualità

Il cosiddetto decreto “salva-Ilva bis” è legge. Dopo quello della Camera dei deputati, è infatti arrivato anche il via libera di Palazzo Madama (senza alcuna modifica, rispetto a quelle apportate a Montecitorio). Ma se da un lato forse servirà a salvare l’azienda dei Riva, dall’altro il provvedimento approvato potrebbe rivelarsi per Taranto (e non solo) una vera e propria sciagura, soprattutto alla luce delle modifiche introdotte alla Camera. Ecco, in breve, perché il decreto varato dal governo il 4 giugno scorso e divenuto legge dello Stato venerdì, con la sola opposizione del Movimento 5 Stelle “rischia – come paventa Legambiente – di divenire la pietra tombale del risanamento degli impianti”.
DANNO E BEFFA Lo studio dell’Arpa Puglia non conta più. La Valutazione del danno sanitario (Vds), redatta dall’Arpa Puglia e alla base dall’Autorizzazione integrale ambientale (emanata il 26 ottobre scorso), di fatto non avrà più valore. Lo studio aveva evidenziato che l’attuale produzione autorizzata di 8 milioni di tonnellate di acciaio non è compatibile con lasalute dei tarantini (“deve scendere a 7 milioni”). La nuova legge esclude infatti la ridefinizione dell’Aia, così come aveva invece previsto la Regione Puglia, sulla scorta della scrupolosa relazione dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale, nel caso in cui i risultati delle emissioni dell’Ilva fossero divenuti preoccupanti per la salute dei cittadini.

La Regione Puglia può, sì, richiedere l’eventuale riapertura dell’Aia sulla base di una Vds, ma questa dovrà essere formulata con una metodologia stabilita da un decreto interministeriale già previsto dalla “salva-Ilva I” (dello scorso anno). “Una metodologia più blanda, rispetto a quella protettiva dell’Arpa Puglia” denuncia Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto.

GARANTE ADDIO Il provvedimento mette fine al duello sulla validità della diffida ministeriale del 14 giugno scorso, innescatosi tra il commissario Bondi e il garante dell’Aia, Vitaliano Esposito. Come? Epurando quest’ultimo, secondo il quale – in base alla suddetta diffida, che accusava sostanzialmente l’Ilva di violare le prescrizioni dell’Aia – l’azienda è sanzionabile.

La figura del Garante è stata eliminata nel corso dell’esame del decreto da parte della Camera. Sarà lo stesso commissario adesso ad informare i cittadini sulle operazioni di risanamento.

AIA AL RALLENTATORE I tempi per l’attuazione delle prescrizioni imposte dall’Aia vengono ulteriormente allungati di circa un anno. I 36 mesi, entro i quali dovranno essere risanati gli impianti ai fini della salvaguardia di salute e ambiente, partono dal 2 agosto. Il termine ultimo dunque non sarà più il 26 ottobre 2015, ma slitterà all’agosto 2016.

BONDI E LE BANCHE Nel decreto non vengono specificati i criteri che hanno portato alla scelta del commissario. E così, in barba alle norme esistenti, secondo le quali il commissario nominato non deve aver avuto in passato nessun rapporto professionale con l’azienda che andrà a “guidare”, Enrico Bondi è il risanatore dell’Ilva. E poco importa se c’è un palese conflitto di interessi. D’altronde, come fatto intendere dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, non poteva non essere che lui il commissario: “È il garante nei confronti delle banche”.

FINANZA AMICA Un ordine del giorno votato in Senato impegna il governo, in buona sostanza, a pagare le banche prima di ogni altro creditore in caso di fallimento dell’Ilva.

L’Ilva uccide anche i morti Vietato seppellire a Tamburi AL CIMITERO DEL QUARTIERE PIÙ INQUINATO DI TARANTO LA TERRA È TROPPO INQUINATA. I NECROFORI RISCHIEREBBERO TROPPO

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Fatto Quotidiano 7/03/2013 Francesco Casula attualità
Taranto

Ci sono posti dove morire è più facile. E posti dove poter riposare nella “n u- da terra” è più difficile. Quando però le cose succe- dono nello stesso posto, la storia si complica. Cimitero San Brunone, quartiere Tamburi, città di Taranto. Sotto le ciminiere dell’Ilva riposano i morti di tumore che qui, per il disastro am- bientale causato dall’i n q u i- namento industriale, sono molti di più che in altre città. La maggior parte riposa nel- le cappelle che la polvere dei parchi minerali dell’Ilva co- lora di un rosa macabro. Altri riposano sottoterra. C’è chi è finito lì per mancanza di denaro e chi invece l’ha scelto. Una decisione, tuttavia, che oggi a Taranto non è più consentita, non è più possibile. Almeno fino a quando il terreno non sarà bonificato o fino a quando, come ha chiesto il Comune, i necrofori non avranno a di- sposizione abbigliamento e dispositivi di sicurezza adatti per evitare ogni contatto con quella terra contaminata che può uccidere anche lo- ro. PER MEZZO secolo le emissioni inquinanti dell’indu – stria, prima di Stato e poi privata, dei Riva, hanno avve- lenato l’aria e i terreni circostanti e in questo suolo c’è di tutto. “Una cloaca dell’inquinamento”, la definisce l’assessore all’Ambiente Vincenzo Baio. Berillio, cad- mio, piombo, diossina, ben- zo(a)pirene. Lo ha certificato l’Arpa Puglia e il Comune guidato dal sindaco Stefano Ippazio ha disposto la so- spensione delle inumazioni e delle sepolture di coloro che hanno chiesto di trascorrere l’eterno riposo a six feet un- der, sottoterra appunto. In attesa che la cooperativa acquisisca i dispositivi ne- cessari ai parenti dei defunti non resta che optare per un altro cimitero oppure attendere nella cella frigorifera pagando un canone di sei euro giornalieri. “Il Comune – racconta l’as sessore all’Ambiente Vin- cenzo Baio – ha fatto più di quanto era nelle sue compe- tenze”. La disposizione del ALTERNATIVA Le celle frigorifere sono a disposizione dei cittadini colpiti da un lutto: al costo di sei euro al giorno L’Ilva uccide anche i morti Vietato seppellire a Tamburi AL CIMITERO DEL QUARTIERE PIÙ INQUINATO DI TARANTO LA TERRA È TROPPO INQUINATA. I NECROFORI RISCHIEREBBERO TROPPO I TA L I E sindaco, si aggiunge alle LEGGI due emanate per vietare ai bambini di passeggiare nei giardini del quartiere. Cresce la rabbia in città. QUESTA mattina alle 10.30 gli ambientalisti scenderanno in strada per ribadire il no all’inquinamento e sostenere la magistratura. L’obiettivo è replicare il successo del 15 dicembre con oltre quindicimila manifestanti contro la legge salva-Ilva, sulla quale il prossimo 9 aprile la Corte costituzionale dovrà pro- nunciarsi. Ma per Taranto il mese di aprile potrebbe essere quello decisivo e non so- lo per il referendum consultivo che domenica 14 chia- merà i cittadini a esprimere il proprio parere sulla chiusura totale o parziale dello stabilimento. L’attesa più grande è per gli esiti dell’inchiesta “ambiente svenduto” che dopo gli ar- resti eccellenti dei mesi scorsi potrebbe concentrarsi sui sui soldi per le bonifiche e i risarcimenti

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