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Riotten und Battisten (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/09/2013. Marco Travaglio attualità

C’è una sola categoria che, sulle elezioni tedesche, riesce a essere più ridicola dei politici: i giornalisti. Siccome la legge elettorale tedesca è davvero democratica, dunque non prevede mostruosi premi di maggioranza come il Porcellum, alla Merkel non basta aver ottenuto il maggior trionfo dai tempi di Adenauer: mancandole un pugno di seggi, deve coalizzarsi coi Verdi o coi Socialdemocratici. Dunque, secondo i trombettieri italioti dell’inciucio – gli stessi che per vent’anni l’hanno menata con la “religione del maggioritario” (o di qua o di là) – questa sarebbe la prova che le larghe intese sono cosa buona e giusta in tutta Europa, e dunque in Italia. Ma i fautori di questa presunta “lezione tedesca” fingono di ignorare chi sono i protagonisti delle grandi coalizioni in Germania e altrove: partiti normali, guidati da politici normali, che prendono un sacco di voti e poi mettono insieme i punti comuni dei loro programmi in ampie discussioni, alla luce del sole, sotto gli occhi degli elettori. L’ultima volta che la Merkel governò con l’Spd, nel 2005, i due partiti – che mai avevano giurato agli elettori di non governare insieme – si riunirono in conclave per più di due mesi e ne uscirono solo con un programma comune e dettagliato, con tanto di firme e carte bollate. Poi, per una legislatura, lo realizzarono. Infine si presentarono al giudizio degli elettori. In Italia le larghe intese le han fatte due partiti che hanno sgovernato l’Italia per 20 anni e infatti hanno perso le elezioni (-10 milioni di voti) per emarginare il M5S che le aveva vinte (8,5 milioni da zero). Due partiti che in campagna elettorale si erano giurati eterna ostilità. Poi, dopo due mesi di melina, hanno rieletto un capo dello Stato di 88 anni che ha accolto in un nanosecondo la proposta di restare per altri 7, dopo aver giurato fino al giorno prima che non l’avrebbe mai fatto. Costui ha riunito in mezza giornata le delegazioni dei partiti, comunicando loro chi doveva entrare nel governo e chi no, dopo aver già fatto scrivere un programma fumoso da dieci presunti “saggi” amici suoi. L’indomani ha comunicato il nome del premier: il vicesegretario Pd, casualmente nipote del braccio destro del boss Pdl. E gli ha guidato pure la mano per la lista dei ministri: gente che non ha un’idea in comune con gli altri, se non l’amore per la cadrega e il terrore di nuove elezioni. Infatti, da allora, il governo non ha fatto una mazza, se non rinviare la prima rata dell’Imu, cambiandole nome per fingere di abolirla. E, per il resto, litigare. Anche perché il Pd è un partito nato morto che passa il tempo a discutere di cose incomprensibili anche a un bravo psichiatra. E il Pdl è proprietà di un pregiudicato che ha altro a cui pensare: i disastri delle sue aziende e come non finire in galera e conservare l’impunità (detta “agibilità” o “pacificazione”). Ma di tutto questo i giornaloni non parlano. Pigi Battista si illumina dinanzi alla Germania, che fa le grandi coalizioni senza chiamarle “inciuci”: forse perché inciuci non sono, mentre da noi sì. In Germania, se un politico finisce sotto inchiesta o in uno scandalo, anche per una fesseria, si dimette: da Kohl (fondi neri Cdu) a Guttenberg (tesi copiata) al presidente Wulff (prestito agevolato alla moglie). Anche perché a nessuno viene in mente di chiamare gli scandali e i processi “guerra civile”, né d’invocare ridicole “pacificazioni” fra guardie e ladri. In Italia ancora ieri il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano sosteneva che la “malattia italiana” sono “vent’anni di conflitti fra poteri” (cioè fra un imputato e i suoi giudici). E Gianni Riotta, su La Stampa, sosteneva che i mali dell’Italia non sono i partiti che l’han rapinata per vent’anni, ma una fantomatica “sinistra populista” e un’immaginaria tentazione di “maggioranze rosse” e additava i nemici dell’euro sul “blog 5Stelle di Grillo”, come se la guerra all’Europa non l’avessero fatta per anni B. e la Lega. Il vero spread fra Germania e Italia è tutto qui: noi abbiamo i Napoletano, i Battista, i Riotta e i tedeschi no.

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Casta, interviste-fai-da-te: il teatrino della maggioranza al Tg1. Le auto-interviste sono una prassi consolidata (purtroppo) per i nostri parlamentari

Da ilfattoquotidiano.it del 05/06/2013.readzione attualità


Il governissimo sfila davanti alle telecamere del Tg della rete ammiraglia Rai. Tutto, rigorosamente, senza domande dei giornalisti. Protagonisti? L’ex ministro e deputato Maria Stella Gelmini (Pdl) che sul caso Ruby dichiara: “Se condannanoBerlusconi mobiliteremo i cittadini”. Dichiarazioni fatte in sala stampa a Montecitorio alla presenza di incolpevoli reggi-microfono che lavorano per le reti tv o per i service in appalto. Le auto-interviste sono una prassi consolidata (purtroppo) per i nostri parlamentari. Tanto che poco dopo si ripete la stessa cosa con il deputato del Pd,Paola De Micheli, che si auto-intervista sul tema delle riforme costituzionali. Il tutto finisce nei servizi pastone del Tg1 sulla giornata politica del governo delle larghe intese

Veri saggi Salvatore Settis Governare col Pdl significa tradire la volontà popolare”

corel
Fatto Quotidiano 27/04/2013 di Beatrice Borromeo attualità

Stiamo scivolando verso un governo senza popolo, dove a scegliere non sono i cittadini ma le segreterie di partito. Vedo grossi rischi per la no- stra democrazia”. Il professore Salvatore Settis, già direttore della Scuola Normale di Pi- sa, dopo gli appelli al Partito democratico perché trovasse la forza di dialogare con Grillo e la lungimiranza di convergere sulla candidatura di Stefano Rodotà, riflette sulla scomparsa del protagonista più importante: l’elettorato. “Che non conta più nulla, e quando le decisioni vengono prese ignoran- do chi vota, il futuro diventa preoccupante. Le conseguenze, potenzialmente, sono mol- to gravi”. Professor Settis, mai come oggi l’elettore pa- re ininfluente, e a gestire i giochi è il capo dello Stato. Ci stiamo trasformando in una Repubblica presidenziale? Sono convinto che Napolitano non volesse essere rieletto. Ha accettato con riluttanza, pensando che la crisi del Paese andasse affrontata subito. Detto questo, il risultato netto del governo Letta-Letta sarà quello di ri- consegnare il Paese a Berlusconi, cioè il con- trario della volontà popolare. Ieri mattina Napolitano ha incontrato il neo premier per due ore. Trova normale che il ca- po dello Stato, nella scelta dei ministri e nel- la definizione del panorama politico, abbia tutto questo potere? La Costituzione, entro certi limiti, lo pre- vede. Spetta a lui indicare i ministri. Ci sono precedenti famosi in cui le prerogative del presidente permisero di scampare a scelte inaccettabili: penso a Oscar Luigi Scalfaro che impedì a Cesare Previti di diventare mi- nistro della Giustizia. Gli siamo tutti grati per questo. Però concordo con quello che ha scritto Carlo Azeglio Ciampi, cioè che lo spi- rito della Costituzione, implicitamente, dice che è meglio se il capo dello Stato resta in carica per un solo mandato. Napolitano, ne sono certo, non aveva pianificato tutto que- sto per accumulare potere, però è successo. E la responsabilità di questa anomalia è del Pd . C’è stata una tragica incapacità del Pd e del M5S di dialogare. Era fondamentale, per evi- tare il ritorno del Cavaliere. Anche Beppe Grillo però ha commesso errori: come quello di non sostenere Romano Prodi, nonostante fosse stato indicato dalle Quirinarie online. Che poi, visti i numeri – hanno votato solo 24 mila persone – non mi pare sia stata un’i- dea straordinaria. Pensa che l’intransigenza dei Cinque Stelle sia eccessiva? Quando non offre alternative, l’intransigenza si chiama movimentismo. Quello di cento anni fa, alla Bernstein: ‘il movimento è tutto, il traguardo nulla’. Non si può procedere così. Bisogna darsi una meta, da individuare nei diritti garantiti dalla Costituzione. E cre- do che gli elettori di Grillo capirebbero que- sto ragionamento. Un’apertura però c’è stata: se il Pd avesse sostenuto Stefano Rodotà, il M5S sarebbe stato disposto a governare insieme. Vero, in quell’occasione hanno avuto ragio- ne. Infatti mi fa più impressione il modo di procedere del Pd, a zig zag: come si fa a proporre prima Franco Marini e poi Prodi, come se fossero sinonimi ed equivalenti? Per due mesi, poi, hanno ripetuto che non sarebbero mai andati al governo con il Cavaliere. L’elenco di di- chiarazioni di Enrico Letta contro Berlusconi che avete pub- blicato ieri sembra apocrifo. Il patto di legislatura tra Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola escludeva un accordo con il Pdl: e tradendo quel- le promesse hanno perso ogni diritto morale anche al pre- mio di maggioranza, si sono delegittimati di fronte ai cittadini. Alla fine, il bilancio di questa incapacità del Partito democra- tico e del M5S di ve- nirsi incontro è drammatico. Cosa succederà ora? Per evitare proteste troppo forti dovranno contenere i danni del governo tecnico, af- frontare il problema della disoccupazione, arginare il fenomeno dei suicidi, la reces- sione massiccia, il disastro della scuola e il crollo della cultura. Il problema di fondo è che questa legge elettorale è pessima e non la cambieranno mai, perché conviene a tutti. Il primo esperimento di un listino bloccato e senza preferenze l’ha fatto proprio il cen- trosinistra in Toscana: i partiti non vogliono più sorprese, solo candidati sicuri che poi obbediscono. Chi ci guadagna, però, è Berlusconi, non la s i n i st ra . È lui il vero dominus, basta osservare i suoi larghissimi sorrisi in questi giorni. Come ha scritto Barbara Spi- nelli, sarà lui a con- durre i giochi durante questa legislatura: farà cadere il governo quando gli converrà, aspettan- do qualche altro passo falso del M5S, e poi si farà eleggere al Quirinale. È un qua- dro agghiacciante, ma non fantasioso. Soluzioni? Un pezzo del Pd dovrebbe trovare la forza di staccarsi dalle ‘larghe intese’e adottare una linea più dura, facendosi interprete della scontentezza degli elettori. E poi non dovremmo più accettare che la nostra politica interna sia dominata da un’idea astratta di Europa, dall’euro e dai mercati. Ci sono altri modi per affrontare la crisi: siamo il terzo Paese al mondo per evasione fiscale. Se la combat- tessimo davvero avremmo più margini di respiro, e potremmo evitare l’abbraccio mortale con B.

IL BANANA SI DISPERA: PD TROPPO DIVISO PER INTAVOLARE UNA TRATTATIVA

corel
Dagospia 16(04/2013 APR Carmelo Lopapa attualità
per “La Repubblica attualità
Intesa appesa a un filo, Berlusconi attende la «rosa» di nomi offerta da Bersani, pretende garanzie sul «dopo», ma si fida poco o nulla. Il Pd prende tempo. Amato, D’Alema e Marini il ventaglio di nomi che i vertici Pdl prevedono venga offerto e sul quale già si ragiona in via dell’Umiltà. Con lo spauracchio Prodi sempre ben presente e le “amazzoni” che già annunciano: «Se si rompe, il nostro candidato al Colle sarà Berlusconi».

bersani renzi Alla fine, l’incontro tra i due leader ci sarà. I contatti tra i «pontieri» sono proseguiti ieri per tutto il giorno. Se salterà stasera, potrebbe slittare più a ridosso delle votazioni (che iniziano giovedì), non è esclusa una telefonata. Pierluigi Bersani continua a smentire il faccia a faccia che tutti davano per probabile per stasera col Cavaliere. Ma le smentite fioccavano anche alla vigilia di quello di sette giorni fa. E un indizio anche stavolta
c’è.

RENZI E BERSANI PD
Berlusconi resterà ad Arcore anche oggi ma è previsto che rientri a Palazzo Grazioli, a Roma, nel tardo pomeriggio. Coi dirigenti pre-allertati per un vertice in serata. È il segnale che qualcosa nelle stesse ore potrà maturare. Poi, le decisioni ufficiali il partito le comunicherà domattina, quando alle 11 è stato convocato l’ufficio di presidenza nella residenza del Cavaliere, e a seguire il pomeriggio alle 18 in un’assemblea dei parlamentari.

Nei colloqui telefonici avuti con quegli stessi dirigenti prima di partire per Parma – dove ieri sera ha incrociato e saluto Matteo Renzi in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Pietro Barilla al Teatro Regio – il leader Pdl ha rilanciato tutte le sue perplessità sullo stallo in atto, nell’imminenza dell’elezione per il Colle. «Con un Pd che non è d’accordo al proprio interno, non so ancora cosa ci verranno a proporre, lì ormai c’è la guerra» è il suo sfogo di queste ore.

vignetta FINOCCHIARO RENZI BARALDI La paura confessata a più persone da Berlusconi è che, quand’anche un nome venisse individuato, poi non sarebbe così blindato da reggere al fuoco dei franchi tiratori della sponda democratica, nelle Camere in seduta comune. E con Marini e Finocchiaro presi di mira da Renzi, la margherita vista dai balconi della sede Pdl di via dell’Umiltà riduce i suoi petali ad Amato e D’Alema. Due nomi sui quali, confidano berlusconiani di prima fila, non ci sarebbero preclusioni insormontabili.

Ma il Cavaliere vuole trattare. Soprattutto su quel che il futuro capo dello Stato farà dopo. Intervistato ieri sera dal Tg1 si è tenuto sul vago: «Non c’è nessuna trattativa aperta sul Quirinale. Stiamo attendendo, come il primo giorno dopo i risultati elettorali, che Bersani e il Pd ci comunichino cosa vogliono fare. E siamo in attesa, ancora oggi, di una loro comunicazione».

sen25 anna finocchiaro franco marini
Ma poi, ecco la disponibilità condizionata. «Nell’unico incontro che abbiamo avuto – spiega ancora Berlusconi al Tg1 – si è parlato di una rosa di nomi, non dunque di uno o due nomi soli. Noi potremmo aderire a una votazione per un candidato adeguato, purché ci sia anche la possibilità di collaborare nel governo che auspichiamo sia messo in campo immediatamente per varare con urgenza quei provvedimenti che sono indispensabile per far ripartire l’economia e uscire da questa crisi».

Un candidato «adeguato», dunque, e garanzie per l’esecutivo di scopo. E semmai restassero dubbi, il capogruppo al Senato Renato Schifani chiarisce che «Prodi non è il nome adatto, lui ha diviso il Paese: l’intesa va trovata su un nome che unisca e non che divida». Il timore che il Professore alla fine possa sfondare, sponsorizzato magari da Casaleggio e sostenuto da una buona parte del Pd, è ancora assai forte.

«E se la sinistra candida Prodi noi dovremmo candidare Berlusconi» avverte la Gelmini e come lei la Prestigiacomo e la De Girolamo, tra gli altri. Il copyright era di Michaela Biancofiore, ideatrice di un blog ad hoc (50 mila iscritti dichiarati) che da giorni ripete come lei comunque tra due giorni voterà il Cavaliere «presidente».

Spauracchio-Prodi, più potabili Amato e D’Alema – Ma Berlusconi pensa al dopo: ci sarà il governissimo? – In forse l’incontro con Bersani: “stato maggiore” in mobilitazione permanente

Carmelo Lopapa per “La Repubblica”

Berlusconi
Intesa appesa a un filo, Berlusconi attende la «rosa» di nomi offerta da Bersani, pretende garanzie sul «dopo», ma si fida poco o nulla. Il Pd prende tempo. Amato, D’Alema e Marini il ventaglio di nomi che i vertici Pdl prevedono venga offerto e sul quale già si ragiona in via dell’Umiltà. Con lo spauracchio Prodi sempre ben presente e le “amazzoni” che già annunciano: «Se si rompe, il nostro candidato al Colle sarà Berlusconi».

bersani renzi Alla fine, l’incontro tra i due leader ci sarà. I contatti tra i «pontieri» sono proseguiti ieri per tutto il giorno. Se salterà stasera, potrebbe slittare più a ridosso delle votazioni (che iniziano giovedì), non è esclusa una telefonata. Pierluigi Bersani continua a smentire il faccia a faccia che tutti davano per probabile per stasera col Cavaliere. Ma le smentite fioccavano anche alla vigilia di quello di sette giorni fa. E un indizio anche stavolta
c’è.

RENZI E BERSANI PD
Berlusconi resterà ad Arcore anche oggi ma è previsto che rientri a Palazzo Grazioli, a Roma, nel tardo pomeriggio. Coi dirigenti pre-allertati per un vertice in serata. È il segnale che qualcosa nelle stesse ore potrà maturare. Poi, le decisioni ufficiali il partito le comunicherà domattina, quando alle 11 è stato convocato l’ufficio di presidenza nella residenza del Cavaliere, e a seguire il pomeriggio alle 18 in un’assemblea dei parlamentari.

Nei colloqui telefonici avuti con quegli stessi dirigenti prima di partire per Parma – dove ieri sera ha incrociato e saluto Matteo Renzi in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Pietro Barilla al Teatro Regio – il leader Pdl ha rilanciato tutte le sue perplessità sullo stallo in atto, nell’imminenza dell’elezione per il Colle. «Con un Pd che non è d’accordo al proprio interno, non so ancora cosa ci verranno a proporre, lì ormai c’è la guerra» è il suo sfogo di queste ore.

vignetta FINOCCHIARO RENZI BARALDI La paura confessata a più persone da Berlusconi è che, quand’anche un nome venisse individuato, poi non sarebbe così blindato da reggere al fuoco dei franchi tiratori della sponda democratica, nelle Camere in seduta comune. E con Marini e Finocchiaro presi di mira da Renzi, la margherita vista dai balconi della sede Pdl di via dell’Umiltà riduce i suoi petali ad Amato e D’Alema. Due nomi sui quali, confidano berlusconiani di prima fila, non ci sarebbero preclusioni insormontabili.

Ma il Cavaliere vuole trattare. Soprattutto su quel che il futuro capo dello Stato farà dopo. Intervistato ieri sera dal Tg1 si è tenuto sul vago: «Non c’è nessuna trattativa aperta sul Quirinale. Stiamo attendendo, come il primo giorno dopo i risultati elettorali, che Bersani e il Pd ci comunichino cosa vogliono fare. E siamo in attesa, ancora oggi, di una loro comunicazione».

sen25 anna finocchiaro franco marini
Ma poi, ecco la disponibilità condizionata. «Nell’unico incontro che abbiamo avuto – spiega ancora Berlusconi al Tg1 – si è parlato di una rosa di nomi, non dunque di uno o due nomi soli. Noi potremmo aderire a una votazione per un candidato adeguato, purché ci sia anche la possibilità di collaborare nel governo che auspichiamo sia messo in campo immediatamente per varare con urgenza quei provvedimenti che sono indispensabile per far ripartire l’economia e uscire da questa crisi».

Un candidato «adeguato», dunque, e garanzie per l’esecutivo di scopo. E semmai restassero dubbi, il capogruppo al Senato Renato Schifani chiarisce che «Prodi non è il nome adatto, lui ha diviso il Paese: l’intesa va trovata su un nome che unisca e non che divida». Il timore che il Professore alla fine possa sfondare, sponsorizzato magari da Casaleggio e sostenuto da una buona parte del Pd, è ancora assai forte.

«E se la sinistra candida Prodi noi dovremmo candidare Berlusconi» avverte la Gelmini e come lei la Prestigiacomo e la De Girolamo, tra gli altri. Il copyright era di Michaela Biancofiore, ideatrice di un blog ad hoc (50 mila iscritti dichiarati) che da giorni ripete come lei comunque tra due giorni voterà il Cavaliere «presidente».

NAPOLITANO DÀ L’ULTIMA SPINTA ALL’INCIUCIONE

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 09/04/2013 Wnda Marra attualità.

CITA IL 1976: “CI VUOLE CORAGGIO”. BERLUSCONI ESULTA:
“FINALMENTE BERSANI DISPONIBILE A VEDERMI”.

Nel 1976 ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell’estremismo demagogico”. L’esortazione di Giorgio Napolitano alle forze politiche arriva durante un convegno in Senato dedicato a Gerardo Chiaromonte, che nel ‘76 era un dirigente del Pci. E si riferisce al monocolore Dc che il Pci fece nascere e sostenne con le astensioni per due anni. Suona come un rimprovero, soprattutto al Pd, e un invito – ancora una volta – a mettersi d’accordo con il Pdl. Nell’entourage di Napolitano sottolineano che il convegno era previsto da tempo. Ma i riferimenti – evidentemente – non sono puramente casuali. Tanto che la seconda parte del “monito” si attaglia perfettamente al Movimento 5 Stelle: “Certe campagne moralizzatrici distruggono la politica”. PASSA POCO più di un’ora e Berlusconi al Tg4 prende la palla al balzo: “Finalmente Bersani disponibile a un incontro. Serve un governo forte”. Nello staff del segretario si fanno una risata: “Ma come? È una settimana che diciamo che ci sarà l’in – contro. E ci sarà, giovedì o venerdì”. Mentre il segretario si prepara a vedere il Cavaliere, i bersaniani si dilettano in letture ad hoc delle parole del Capo dello Stato. La fedelissima Geloni fa notare che si parla di “Lar – ga intesa per far nascere un governo, non governo di larghe intese”. Roberto Seghetti su Twitter scrive: “#1976Precedenteinteressante: un monocolore che passa per l’astensione degli altri partiti. Naturalmente con una larga intesa”. E si sottolinea che è lo stesso esempio fatto da Sardo nell’intervista al Corriere della Sera di ieri. Spiega Francesco Clementi, professore di diritto costituzionale, vicino a Napolitano (e a Renzi): “Ricordo che per la Costituzione un governo deve avere una fiducia in entrata, per cui non è possibile un esecutivo di minoranza. Nel 1976 era un’altra questione: il Pci non poteva entrare nel governo, perché gli americani non l’avrebbe – ro permesso”. Stessa interpretazione di Stefano Ceccanti, altro uomo vicino al Colle: “La formula del governo delle astensioni era legata a un problema preciso, alla non ancora piena legittimazione del Pci”. Infatti, Moro nel suo ultimo discorso “ac – cenna a un delicato problema internazionale”. Con buona pace di Bersani che ieri ha scritto una lettera a Repubblica per ribadire il no “al governissimo”. E sostenere che se il problema è lui è pronto a farsi da parte. Dopo che persino il capogruppo Roberto Speranza, suo vicinissimo, aveva aperto ai voti del Pdl. Un crinale difficilisdifficilissimo quello su cui cerca di stare il segretario, che vuole dal Pdl la possibilità di far nascere il suo governo e nello stesso tempo non vuole governare insieme. Almeno non ufficialmente. Tanto difficile che ogni giorno viene declinato in maniera diversa, mentre buona parte del partito pende sempre più chiaramente verso le larghe intese, in senso proprio. Ma intanto va avanti la trattativa sul Quirinale. Fino a dove è pronto a cedere Bersani? O cede, o cede lo stesso, sembra la foto più giusta: o si piega, o si fa da parte, ma il governo (di scopo, di transizione, tecnico o che dir si voglia) col Pdl lo fa qualcun’altro. Pdl che dal canto suo non abbassa il tiro: vuole garanzie anche sul governo o un nome di centrodestra al Colle. L’intervista di ieri sera di Lilli Gruber a Enrico Letta sembrava un corpo a corpo, con il vice segretario che ribadiva “no al governissimo”, ma sottolineava che si cerca l’intesa sul Colle, sottolineando come con Napolitano non “era maturo” il governo Bersani: come dire che un patto sul Quirinale ne implica anche uno sull’esecutivo. Questo mentre apriva la strada pure a un dopo Bersani. E il lettiano Boccia richiamava la necessità di “un governo forte” davanti all’Unione europea. IERI in una lettera a Repubblica , Walter Veltroni “Perchè è nato il Pd? Credo si fosse fatta strada allora nei gruppi dirigenti del centrosinistra la consapevolezza che senza un grande partito riformista che superasse gli steccati delle vecchie appartenenze sarebbe stato impossibile dare al paese un governo davvero riformista”. Un assist a Renzi. Suffragato anche da un attacco a chi da “irresponsabile” parla di scissioni invece di pensare “al bene del paese”. Da un Rottamato all’altro, tutti guardano al Rottamatore. D’Alema giovedì va a Firenze. Ufficialmente per una lelezione agli studenti organizzata dall’Istituto Italiano di Scienze Umane, organizzata da Nardella, deputato renziano. Ma il Lìder Maximo, che nelle ultime settimane ha marcato la distanza da Bersani, e Renzi stanno lavorando alle loro agende per incontrarsi. Oggi si riuniscono i gruppi parlamentari del Pd: si annunciano fuochi d’artificio.

LA MARCIA SCOMPOSTA DEL PD VERSO BERLUSCONI (Wanda Marra).

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 07/04/2013. Wana Marra attualità

BERSANI LO INCONTRA GIOVEDÌ. FRANCESCHINI INCALZA E METTE ALL’ANGOLO IL LEADER:SENZA DIALOGO COL PDL NESSUN GOVERNO.

Sono mesi che il Partito Democratico non fa una segreteria. E nelle ultime due direzioni ha blindato all’unanimità una linea – quella del governo del “cambiamento” di Bersani – che ormai è abbondantemente superata dai fatti. Mentre il segretario si prepara all’incontro con Silvio Berlusconi giovedì, mentre Matteo Renzi scende in campo per la premiership con l’artiglieria pesante, Fabrizio Barca si mette a disposizione per la segreteria e i dirigenti del partito si lasciano andare a dichiarazioni più o meno controllate, più o meno strategiche sulle ineluttabili convergenze col Pdl, i Democratici parlano solo nelle proprie correnti, in incontri informali e caminetti ristretti. O sui giornali. Nessuna linea politica condivisa, nessun punto della situazione. Un Bersani sempre più isolato, “eroso” da sinistra e da destra, sta trattando per trovare un nome “condiviso” con il Pdl per il Colle. Né Bonino, né Prodi, ma una figura che possa andar giù a Berlusconi (un Amato, un D’Alema, un Marini). In modo da poter poi arrivare a formare un governo “col consenso” del Pdl. Sull’interpretazione e i confini di quest’operazione si gioca la battaglia interna.
LA GIORNATA di ieri segna un passo verso Berlusconi. Artefice Dario Franceschini, che pur tra le righe manda a dire al segretario: senza un rapporto col Pdl non si va da nessuna parte; se lo fai tu, ti appoggio, se no sono pronto ad appoggiare qualcun altro, e magari a passare con Renzi. Le interviste che segnano la giornata di ieri sono due, una (smentita) di Rosy Bindi al Secolo XIX e una di Franceschini al Corriere della Sera. “Bersani tiene in ostaggio tutto il partito. Non sa più che fare, e il Pd è fermo senza prospettive” , le frasi della presidente democratica, riportate dal quotidiano genovese. Un attacco frontale, senza appello. Tanto che la Bindi si affanna a smentire: “Non c’è stato alcun colloquio con il Secolo XIX, le frasi virgolettate non sono mie”. Fornisce dettagli: “Sono stata fermata per strada da un signore che non ricordavo neppure fosse un giornalista, il quale mi ha subissato con le sue considerazioni e i suoi giudizi sulla situazione politica a cui non ho replicato”. “Smentita diplomatica”, replica il quotidiano: “Michele Fusco ha incontrato la presidente Bindi in via di Ripetta a Roma. Hanno scambiato una serie di considerazioni, alcune fatte dal giornalista, altre dall’esponente del Pd”. Controreplica la portavoce della Bindi: “Non c’è stato alcun colloquio, nè nel senso etimologico della parola né in quello giornalistico”. Un episodio che la dice lunga sulla confusione che regna nel Pd in questi giorni. E chiunque abbia incontrato la Bindi nelle ultime settimane ha notato un’aria non esattamente soddisfatta su come stanno andando le cose. L’intervista che agita le acque del partito è però quella di Franceschini. “Ci piaccia o no, gli italiani hanno scelto Berlusconi. È con lui che bisogna dialogare”. Per “un governo di transizione”. Per inciso, più o meno quello che vuole Renzi, che punta a un esecutivo breve in modo da potersi presentare al voto a ottobre. Non a caso, rispetto alle critiche al sindaco di Firenze, Franceschini chiarisce: “Chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, i numeri dicono che o si accetta un rapporto col Pdl, o non passerà nessun governo”. Entusiasmo nel Pdl, dalla Carfagna alla Santanchè. Per i bersaniani commento ufficiale affidato a Davide Zoggia, che si affretta a interpretare: “Bene Franceschini, no al governissimo”. Ma “dialogo e confronto”. Per dirla con Stefano Fassina: “Si lavora per il coinvolgimento del Pdl”. In realtà, Franceschini si gioca la sua partita nel Pd e facendolo spinge il segretario a fare un altro passo verso Berlusconi, in un percorso che lui ha già segnato. Ma provando ad allargarne i confini. Magari anche fino alle larghe intese. E senza Bersani. “Se così fosse, ha cambiato idea”, chiosa Orfini, annunciando battaglia.

IRONICA la fotografia di Renzi: “Le alternative sono tre: governo Pd-Pdl, Pd-M5S o elezioni. Il governo Pd-M5S, Grillo non vuole; le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti. Su un governo Pd-Pdl staremo a vedere”. “Divisi si perde”, si intitolava l’editoriale della newsletter di Areadem a firma Roberto Cuillo di venerdì. Come dire: Bersani ha sbagliato ad attaccare in quel modo il sindaco di Firenze. Antonello Giacomelli, tra i suoi fedelissimi, chiarisce su Twitter: “L’intervista di Dario non divide, ma unisce il Pd”. A metà pomeriggio Silvio Berlusconi tira fuori le sue 8 idee per il governo: non sono certo gli 8 punti di Bersani. Tra l’altro c’è anche l’abolizione del finanziamento ai partiti, che ormai Bersani è l’unico a non chiedere, pur se ammette che va rivisto. Ma Franceschini lo prende sul serio e al Tg1 : “Sono idee da mettere sul piano del confronto, anche se c’è molta propaganda”.

LEGGE ELETTORALE. L’inciucio continua col “Bordellum” (Luca Telese).

LEGGE ELETTORALE. L’inciucio continua col “Bordellum” (Luca Telese)..

Legge elettorale, sì allo sbarramento.Pdl, Pd e Udc ipotecano il Parlamento.

Legge elettorale, sì allo sbarramento.Pdl, Pd e Udc ipotecano il Parlamento..

Berlusconi, si salva dal processo Ruby. Reato di concussione addio.

Berlusconi, si salva dal processo Ruby. Reato di concussione addio..

Riforma elettorale – PDI PARTITO DELL’INCIUCIO (Fabrizio d’Esposito).

Riforma elettorale – PDI PARTITO DELL’INCIUCIO (Fabrizio d’Esposito)..

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