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INCHIESTA/ Italia, dalle svendite degli anni 90 (la falsa tangentopoli)

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Fonte Sussidiario.net attualità
sabato 16 febbraio 2013
Gianluigi Da Rold
Da circa tre settimane, quando è cominciata la fase “calda” della campagna elettorale, l’Italia è entrata in una fase che ricorda uno stato di fibrillazione e di convulsione. Se più di venti anni fa venne battezzata “tangentopoli” l’inchiesta che cancellò la “prima Repubblica”, oggi, di fronte a una sequenza di arresti, di avvisi di garanzia e di nuove inchieste, si parla apertamente di una “seconda tangentopoli”, che con tutta probabilità liquiderà o modificherà la cosiddetta “seconda Repubblica”. In questa fine di febbraio si accavallano e si intrecciano due problemi: il primo riguarda il sistema politico, che sembra destinato a un periodo di grave instabilità e ingovernabilità, nonostante le imminenti elezioni; il secondo investe il sistema produttivo del Paese, soprattutto quello delle ultime grandi aziende in mano allo Stato, mentre la crisi e la recessione (entrata ormai nel sesto anno consecutivo) stanno decimando la struttura delle piccole e medie aziende. Quando esplose la prima “tangentopoli”, nell’incrocio tra politica e affari, l’Italia bruciò le tappe di una privatizzazione di gran parte del suo apparato pubblico produttivo, senza varare alcuna legge di liberalizzazione. In definitiva, la grande stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati. Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell’Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L’intero processo di privatizzazione non risolse i problemi delle casse dello Stato, lasciando uno strascico di polemiche che si trascina ancora adesso. Lo Stato incassò circa 200mila miliardi di lire, pagando alle banche d’affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra l’uno e l’1,7 percento dell’intero incasso. Se l’operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell’8 percento. Esaminando dopo anni quella discutibile operazione, partita anche dalle inchieste dei magistrati, vale la pena di riportare tre giudizi. Il primo è quello della Corte dei Conti: «Si evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractor e organismi di consulenza al non sempre immediato impegno dei proventi nella riduzione del debito». Meno burocratico e più immediato, il giudizio di un grande economista come Giulio Sapelli: «Dobbiamo finalmente dire a chiare lettere che la mancata crescita di oggi è frutto delle disgraziate privatizzazioni degli anni Novanta. Privatizzazioni fatte per gli amici degli amici e “all’Argentina”, ossia per togliere dall’agone della concorrenza internazionale gran parte dell’industria italiana. Di ciò non abbiamo mai chiesto conto a nessuno, intellettualmente e politicamente intendo, anzi, su questa rapina si sono costruite fortune politiche che durano sino a oggi».

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TENTATO SCIPPO D’INDAGINE “Adesso parlo col Presidente e lui chiama Grasso ”D’Ambrosio rassicura Mancino sull’intervento di Napolitano


Fatto Quotidiano 20/06/2012 Attualità dall’inviato a Palermo
vocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al ti-
tolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del 19 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchie sta sulla trattativa Stato-mafia. Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino. Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi. Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Caltanissetta e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale).
PRECISA (sempre Grasso, ndr) di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’ar t. 371-bis cpp”. Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore, che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo. L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informa tiva scritta”. La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’A m b ro s i o al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino. Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso.
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D’A m b ro s i o : Eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso. Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile. M: Ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure? D: ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare… è chiaro? M: Non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 30… non lo so insomma.
: Per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’. M: Perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, ultimo direttore del R i fo r m i s t a , molto vicino a Napolitano, ndr) batte sulla tesi dell’unicità dell’inda gine. D: Questo l’ho detto al presidente… M: Perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’al tra direzione? Ma non lo so se c’è ser ietà… D: Riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente rin po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Ta n t ’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente, ndr). D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fareUn verbale del 19 aprile conferma la versione fornita dal procuratore antimafia
niente questa è la verità. M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale. D: Parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non…
D: Il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così… M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa. D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo… ho detto signor presidente, comunque non lo so. A
me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del Consiglio all’epoca dei fatti, ndr) giusto… e anche con Scalfaro… Grasso al Fa t t o precisa: “Ho incontrato Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi hai mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti per-

SCANDALO AL NORD Dopo Bologna e Genova si muove anche la Procura di Reggio Emilia


Fatto Quotidiano 12/04/2012 redazione.it
Anche la Procura di Reggio Emilia (dopo quella di Bologna che ha aperto ieri un fascicolo conoscitivo a carico di ignoti) indaga per accertare la regolarità dei conti della Lega Nord Emilia, che ha sede a Reggio. A rendere ufficiale la notizia, il procuratore capo di Reggio Emilia Giorgio Grandinetti. Nel fascicolo ci sono già quattro indagati, non tutti
reggiani, su temi assimilabili a quelli delle inchieste aperte a Bologna e Milano. L’inchiesta è condotta dallo stesso Grandinetti, coadiuvato dal pm Stefania Pigozzi. Ieri in procura il numero due del carroccio emiliano, Marco Lusetti, espulso nel 2010 dal segretario regionale del partito Angelo Alessandri, aveva fatto visita al procuratore lasciando nelle mani del magistrato, dopo un
colloquio durato circa mezz’ora, un corposo plico di documenti. Vicende che sarebbero già state denunciate da Lusetti nell’estate del 2010, e che rinnoverebbero le accuse sulla gestione ‘allegra’ dei fondi del partito a causa delle quali fu espulso dal Carroccio. Alessandri, dal canto suo, ha già fatto sapere di non aver nulla da nascondere e di essere a disposizione dei magistrati.

IACOVIELLO, IL CSM FA QUADRATO.IL PG : “VILIPENDIO”Ma un consigliere influente dice:“Se c’è l’errore, merita un’indagine

Fatto Quotidiano 15/03/2012 di Marco Lillo
Vilipendio. Quando ieri la parola è risuonata nell’aula del plenum del Csm è stata chiara la direzione presa
dall’organo di autogoverno della magistratura: non fare nulla per evitare di infilarsi nel campo minato del caso Dell’Utri. Ieri il nostro giornale ha raccontato in prima pagina “le bugie della requisitor ia” del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello, quello che ha chiesto e ottenuto l’annullamento con rinvio della condanna contro Marcello Dell’Utri. Abbiamo dimostrato, carte alla mano, che il dottor Iacoviello ha accusato nella sua requisitoria erroneamente i giudici della Corte di Appello di Palermo di non aver mai citato nella motivazione del loro provvedimento la sentenza di Cassazione che ha annullato la condanna contro l’ex ministro Calogero Mannino. Peccato che nella sentenza di Palermo, la decisione sul caso Mannino fosse citata più volte per motivare la condanna del manager di Publitalia e anche per assolverlo per le accuse dal 1993 in poi. Ieri, il Consiglio Superiore della Magistratura si riuniva in seduta plenaria per parlar d’altro, ma nella rassegna stampa distribuita a ciascun consigliere spicca-
vano gli articoli del Fa t t o . Quando il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, superiore di Iacoviello e titolare dell’azione disciplinare, ha preso la parola, qualche cronista ingenuo ha pensato “ora risponderà al Fa t t o ”. Invece Esposito ha preferito lanciarsi in una difesa del suo collega arrivando addirittura a invocare un reato che tutti pensavano fosse riservato alle offese del presidente della Repubblica piuttosto che alle legittime critiche sugli atti di un magistrato: il vilipendio. Il massimo esponente dell’uf ficio dell’accusa (che proprio per questo siede di diritto nel Consiglio Superiore della Magistratura) ha detto di aver “piena mente condiviso” le tesi di Iacoviello, “uno dei migliori magistrati, un professionista non permeabile a qualsiasi pressione”. Esposito ha espresso il suo “incondizionato appoggio” alla requisitoria del collega si è chiesto “se la libertà di espressione possa estendersi fino al vilipendio del magistrato”. Le parole di Esposito non sono state accolte con favore dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: “Non mi pare – ha detto il pm che, con Domenico Gozzo, ha sostenuto l’accusa in primo grado – che i magistrati in questo caso siano andati oltre al di-
ritto di critica. Mi aspetterei, però, che come giustamente ha difeso Iacoviello da attacchi personali, Esposito faccia lo stesso per me e per gli altri magistrati in casi analoghi”. Nessun consigliere del Csm ieri ha accettato di rispondere alle domande poste del Fa t t o . Volevamo sapere per esempio se un magistrato dell’accusa – come Iacoviello – può sostenere una cosa grave e falsa sulle carenze di motivazione di un provvedimento scritto da tre colleghi. E ci chiedevamo se è rilevante dal punto di vista disciplinare o influente ai fini della valutazione un simile comportamento. Qualcuno ha risposto, ma solo sotto garanzia di anonimato.
“SE DAVVEROcome scrive il Fa t t o ”, dice il membro influente di una commissione del Csm che potrebbe occuparsi del caso, “Ia coviello ha detto una simile inesattezza nella sua requisitoria sulla mancata citazione della sentenza Mannino, effettivamente il Csm potrebbe occuparsene. La questione – prosegue il consigliere – potrebbe essere sottoposta all’attenzione della prima commissione, che si occupa delle doglianze sui magistrati, o della quarta commissione che si occupa della loro valutazione. Vedo più difficile che se ne oc-
cupi la sezione disciplinare perché – prosegue il consigliere – non mi sembrano nemmeno astrattamente ravvisabili i presupposti. Comunque – conclu de il consigliere – se le cose stanno come dice il Fatto è astrattamente possibile che questa presunta svista di Iacoviello finisca nel suo fascicolo ad opera della Quarta commissione, ma solo dopo avere sentito la sua versione dei fatti. Bisogna però che prima ci sia un consigliere che sollevi il caso e che il consiglio lo valuti degno di attenzione. Non basta certo l’articolo del Fa t t o ”. Ieri, però, nessun consigliere aveva la minima intenzione di sollevare il problema.
Per aprire un p ro c e d i m e n t o o c c o r re l’esposto di uno dei magistrati di Palermo offesi

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