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Obama II: la Purga e il Patto (politica estera di Obama II cambierà il Medio Oriente nel 2013 nella direzione opposta rispetto a quella annunciata dai media)

di Thierry Meyssan – http://www.voltairenet.org/article176737.html
I coniugi Kerry e i coniugi Assad, durante un pranzo privato, in un ristorante damasceno, nel 2009.
Disponendo d’una legittimità rafforzata dalla sua rielezione, il presidente Barack Obama si prepara a lanciare una nuova politica estera: nel trarre le conclusioni dalla relativa debolezza economica degli Stati Uniti, rinuncia a governare da solo il mondo. Le sue forze continuano la loro partenza dall’Europa e il loro ritiro parziale dal Medio Oriente, per essere posizionate intorno alla Cina. In questa prospettiva, vuole allo stesso tempo allentare l’alleanza russo-cinese in corso di formazione e condividere il fardello del Medio Oriente con la Russia.

Pertanto, è pronto ad attuare l’accordo sulla Siria, concluso il 30 giugno a Ginevra (dispiegamento di una forza di pace dell’ONU, composta in prevalenza da truppe dell’OTSC, mantenimento al potere di Bashar al-Assad se viene plebiscitato dal suo popolo). Questa nuova politica estera si scontra con forti resistenze a Washington.
A luglio, le fughe di notizie pilotate sulla stampa avevano fatto fallire l’accordo di Ginevra e avevano costretto Kofi Annan a dimettersi. Il sabotaggio sembra essere stato ordito da un gruppo di alti ufficiali superiori che non accettano la fine del loro sogno di impero globale.
In nessun momento la questione è stata evocata durante la campagna elettorale presidenziale, poiché i due candidati principali si mettevano d’accordo per collocarsi sullo stesso tornante politico mentre si opponevano soltanto sul modo di presentarlo.

Dunque Obama ha atteso la notte della sua vittoria per dare il segnale di una purga preparata con discrezione da mesi. Le dimissioni del generale David Petraeus dalle sue funzioni di Direttore della CIA sono state ampiamente pubblicizzate, ma non si trattava che dell’antipasto. Le teste di molti altri ufficiali superiori andranno a rotolare nella polvere.
La purga colpisce innanzitutto il Comandante Supremo della NATO e il comandante dell’EuCom (Ammiraglio James G. Stravidis), che termina il suo giro, e il suo previsto successore (Gen. John R. Allen). Si prosegue con l’ex comandante di AfriCom (il generale William E. Ward) e con colui che gli è succeduto da un anno in qua (il generale Carter Ham). Essa dovrebbe ugualmente liquidare il dominus dello Scudo antimissile (il generale Patrick J. O’Reilly) e altri ancora di minore importanza.

Ogni volta, gli alti ufficiali sono accusati sia di scandali sessuali sia di appropriazione indebita. La stampa USA si è saziata di sordidi dettagli sul triangolo amoroso che coinvolge Petraeus, Allen e la biografa del primo, Paula Broadwell, passando sotto silenzio che costei è tenente colonnello dei servizi segreti militari. Con ogni probabilità, è stata infiltrata nella cerchia dei due generali per farli cadere.
L’epurazione a Washington è stata preceduta, a luglio, dall’eliminazione dei responsabili esteri che si opponevano alla nuova politica ed erano stati coinvolti nella Battaglia di Damasco. Tutto è accaduto come se Obama avesse deciso di non intervenire. Si pensi, ad esempio, alla morte prematura del generale Omar Suleiman (Egitto) giunto a svolgere degli esami in un ospedale statunitense, o all’attentato contro il principe Bandar bin Sultan (Arabia Saudita), sette giorni più tardi.

Sta a Barack Obama comporre il suo nuovo governo trovando uomini e donne capaci di accettare la nuova politica. Egli fa conto soprattutto sull’ex candidato democratico alla presidenza e attuale presidente della Commissione Esteri del Senato, John Kerry. Già ora Mosca ha fatto sapere che la sua nomina sarebbe ben accolta. Soprattutto, Kerry è noto per essere «un ammiratore del presidente Bashar al-Assad» (The Washington Post) che ha spesso incontrato negli anni precedenti [1].
Resta da sapere se i democratici possono accettare di perdere un seggio al Senato, e se Kerry prenderà il segretariato di Stato o quello della Difesa.

Nel caso in cui prendesse il Dipartimento di Stato, la Difesa toccherebbe a Michèle Flournoy o ad Ashton Carter, che continuerebbero le attuali restrizioni di bilancio.
Nel caso in cui Kerry prendesse la Difesa, il Dipartimento di Stato spetterebbe a Susan Rice, il che non mancherebbe di porre alcuni problemi: si era mostrata assai scortese dopo i recenti veti russo e cinese, e non sembra avere il sangue freddo per questa carica. Inoltre, i repubblicani tentano di ostacolarla.

John Brennan, noto per i suoi metodi particolarmente sporchi e brutali, potrebbe diventare il prossimo direttore della CIA. Sarebbe incaricato di voltare la pagina degli anni di Bush, liquidando i jihadisti che hanno lavorato per l’Agenzia e smantellando l’Arabia Saudita che non sarebbe più di alcuna utilità. Se la cosa non riesce, la missione sarebbe affidata a Michael Vickers, ovvero a Michael Morell, l’uomo nell’ombra che stava al fianco di George W. Bush durante un certo 11 settembre mentre gli dettava il suo comportamento.

Il sionista e nondimeno realista Antony Blinken potrebbe diventare consigliere per la sicurezza nazionale. Si potrebbe risvegliare il piano che aveva elaborato, nel 1999 a Shepherdstown per Bill Clinton: fare la pace in Medio Oriente facendo assegnamento su… gli Assad.
Prima ancora della nomina del nuovo gabinetto, il cambiamento di politica si è già concretizzato con la ripresa dei negoziati segreti con Teheran. In effetti, la nuova situazione richiede di abbandonare la politica di isolamento dell’Iran e, infine, di riconoscere la Repubblica islamica come una potenza regionale. Prima conseguenza: i lavori di costruzione del gasdotto che collegherà South Pars – il più grande giacimento di gas del mondo – a Damasco e infine al Mediterraneo e all’Europa, sono ripresi, con un investimento di 10 miliardi di dollari che non potrà essere redditizio se non con una pace duratura nella regione.

La nuova politica estera di Obama II cambierà il Medio Oriente nel 2013 nella direzione opposta rispetto a quella annunciata dai media occidentali e del Golfo.

La “linea rossa” di Maometto e il fuoco di rabbia dell’Islam ASSEDIO ALLE AMBASCIATE AMERICANE NEL MONDOARABO. MORTI E SCONTRI NELLE CAPITALI


Fatto Quotidiano 14/09/2012 di Francesca Cicardi
In tutto il mondo arabo è stato il giorno della rabbia contro l’America. Centinaia di manifestanti furiosi hanno assaltato l’ambasciata Usa a Sanaà ieri mattina: sono riusciti a oltrepassare l’ingresso principale, arrampicandosi sull’alta recinzione, poi hanno rotto finestre e mobili e hanno dato fuoco a diversi veicoli e a una bandiera americana. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco in aria per respingerli. Alla fine degli scontri vi sarebbero stati almeno due morti. Ieri la rabbia per il film “bl a s fe – mo” su Maometto è arrivata in Yemen, e poi velocemente in Iraq, in Marocco, in Sudan e nella Striscia di Gaza. Anche se YouTube ha bloccato l’accesso al video in alcuni paesi musulmani, come in Afghanistan, ormai l’effetto domino sembra incontenibile, l’imitazione dei vicini e fratelli, praticamente irresistibile. OGNUNOha i propri motivi, vecchi e irrazionali rancori, e nuove scuse: al centro delle proteste anti americane c’è questa volta un film prodotto negli Usa, che ha scatenato l’i ra degli egiziani per primi, perchè a produrlo sarebbe stato proprio un cristiano originario di questo paese. Dal Dipartimento della giustizia Usa arrivava ieri la conferma che Nakula Basseley, un misterioso copto residente in California e già condannato per delitti finanziari, avrebbe partecipato al p ro ge t t o . I musulmani di tutto il mondo stanno scendendo in piazza, dall’Iran al Bangladesh, anche se per adesso in modo pacifico e contenuto, ma oggi, venerdì di preghiera, si prevedono grandi manifestazioni nella maggior parte dei paesi del Medio Oriente, e oltre. Ieri le proteste sono riprese al Cairo con rinnovata forza, anche se ormai hanno poco a che fare con il profeta e la religione: piazza Tahrir torna a essere teatro degli scontri tra i manifestanti e la polizia, che in mattinata era riuscita ad allontanarli dall’Ambasciata americana, assaltata martedì sera e da allora rimasta fortemente tetta. I gas lacrimogeni e le pietre volavano ancora una volta a Tahrir, dove il traffico e la routine non si sono fermati, malgrado il fumo e una camionetta della polizia in fiamme. Circa 200 persone sono rimaste ferite. Il presidente egiziano Mohamed Mursi intanto partiva per la sua prima missione in Europa (sarà anche a Roma), durante la quale è stato costretto a rompere il silenzio mantenuto dall’attacco contro l’ambasciata Usa al Cairo e a Bengasi, nel quale è morto l’a m b a s c i a t o re americano in Libia Chris Stevens. In conferenza stampa a Bruxelles, Mursi ha condannato le violenze contro le delegazioni diplomatiche e ha promesso di proteggere gli interessi stranieri in Egitto, che ha disperatamente bisogno dei turisti e degli investimenti che vengono da fuori. Mursi è stato molto più duro e chiaro sul fatto che “gli egiziani rifiutano qualsiasi attacco o insulto contro il profeta” Maometto, che è “una linea rossa che nessuno deve toccare”, secondo il leader islamista. LA CASA BIANCA non sembra molto contenta della risposta ottenuta dal nuovo Egitto “d e m o c ra t i c o ”. Più soddisfacente per Washington la reazione della autorità libiche che ieri hanno reso noto di aver eseguito i primi arresti per l’attacco al consolato di Bengasi, che ormai nessuno dubita che sia stato organizzato e preparato in anticipo. Da parte sua, il presidente yemenita Abdu Rabu Mansur Hadi ha chiesto velocemente scusa per l’assalto all’ambasciata di Sana’a, colpevolizzando un “piccolo gruppo” parte di una “c o s p i ra z i o – ne” per rovinare le relazioni tra il suo paese e gli Stati Uniti, che hanno invitato i leader politici a condannare le aggressioni. In Siria non si sono segnalate proteste, mentre continuava la quotidiana strage della guerra civile, nonostante l’arrivo ieri a Damasco dell’inviato speciale dell’Onu Brahimi, che dovrebbe incontrare il raìs al Assad. Diederik Samsom, 41 anni (FOTO ANSA) Simboli del male Una bandiera americana bruciata in Bangladesh. Sotto, l’assalto alla sede diplomatica Usa in Yemen. In alto, un fotogramma del film su Maometto

il caso dei due marò Sempre le solite “notizie”: ma quando la finirete? i soliti schifosi complotti internazionali che sembrano nel dna di certi soggetti


Redazione
Come al solito storie di soldati catturati e ricostruzione fumose nei telegiornali, mi pare di poter dire che molte guerre scatenate da interessi economici da personaggi che forse farebbero una cortesia a tutti se giocassero a Monopoli o a Risiko invece di fare danni.
Preso da Euroean Phoenix di Enrico Galoppini
di Enrico Galoppini

Innanzitutto una premessa: per “notizia” non è da intendersi un fatto importante, un avvenimento degno di attenzione, un evento che in base a parametri oggettivi risulti d’interesse per l’intera comunità. No, si tratta quasi sempre (e mi pongo seri dubbi sul “quasi”) di questioni estremamente marginali ma artificialmente sopravvalutate o stravolte, quando non sono addirittura inventate di sana pianta; di “uscite del giorno” per fini che sono regolarmente diversi da quelli che sembrano in apparenza, inimmaginabili dalla maggior parte dei lettori, ma a tutto beneficio di precisi ed inconfessabili interessi, anche se ogni volta si cerca di coinvolgere emotivamente i boccaloni che danno credito ai media.

Accade così che apri il sito dell’Ansa e scopri una “notizia” di questo tipo: India: Ministero interno contro gay. Premesso che tutta questa simpatia per i “gay” viene ostentata (da chi ha un ruolo di “responsabilità”, intendiamoci) solo nel cosiddetto “Occidente” per motivi che nulla hanno a che fare con il “rispetto”, la “tolleranza” eccetera, la cosa evidente, con una “notizia” del genere (cioè una non-notizia), è l’incoraggiamento presso il pubblico italiano di sentimenti ostili verso l’India, gli indiani e il loro governo. Questo, naturalmente, può avvenire solo presso un certo pubblico, quello per il quale non si è mai abbastanza “moderni”, “avanti”, e che si lamenta in continuazione di cose che stanno solo nelle sue fantasie (“la dittatura della Chiesa”, ad esempio) e che sogna di trasformare il mondo intero in una specie di “Amsterdam”, “senza tabù e restrizioni”.

Ma basta fare il classico due più due per mettere insieme la suddetta non-notizia con l’altra, sempre riguardante l’India, che sta mettendo in grave imbarazzo il “nostro” governo (il virgolettato è d’obbligo). Stiamo parlando dei due marò italiani messi in stato di fermo dalle autorità indiane: una vicenda che ancora ai tempi della vituperata “Prima Repubblica” – quella del “mostro” Craxi, per intenderci – sarebbe stata impensabile… Ma oggi, questa colonia della Nato, della BCE e di qualsiasi altro predone camuffato da “salvatore della patria” chiamata Italia, per compiacere i padroni – pardon, i “Badroni” – s’è imbarcata in cose più grosse di lei, che non può controllare, rischiando di mettere in moto conseguenze inimmaginabili ed ingestibili. Siamo all’autolesionismo totale, eppure si va avanti su questa china, fino allo schianto finale, cioè l’estremo tentativo di questo “Occidente” di rimandare apparentemente il suo fallimento (morale e materiale) per mezzo di una guerra mondiale che cerca di aizzare in ogni modo.

Dunque il giochetto è chiaro: attraverso i media-pappagallo (e mi scuso con i pappagalli veri) si dipinge l’India come un covo di “intolleranti” perché va ringalluzzito il sentimento “nazionalistico” offeso (noto già da alcuni messaggi su internet che alcuni “patrioti di destra” sono già, da bravi cani di Pavlov, con le bave alla bocca)… E non mi sorprenderei se in questi giorni venissero commissionati, su tv e giornali, “approfondimenti” sulla “cultura indiana” mirati a far inorridire il pubblico: scommettiamo che il fermo dei due militari italiani si prolungherà ci stresseranno a non finire con la “crudeltà del sistema della caste”, le “vedove che si gettano nel fuoco” eccetera?

Ma il vero problema – per chi sa andare oltre queste pinzillacchere – è che l’India s’è messa dalla parte del “no” già espresso da Russia e Cina sull’ipotesi d’intervento in Siria, sulla quale quotidianamente vengono raccontati fiumi di menzogne (è fresca fresca la notizia di agenti francesi catturati dalle autorità di Damasco: che facevano in Siria, anche loro “manifestavano pacificamente”?).

Povera Italia! Prima ci siamo imbarcati nella scellerata campagna di aggressioni occidentali per “l’esportazione della democrazia”, per “combattere il terrorismo” ed altre favole (le “missioni di pace”); poi, un po’ per volta, ci siamo finiti sempre di più fino al collo, coi nostri militari che guarda un po’ muoiono in Afghanistan solo per “incidenti automobilistici”, ed ora addirittura vengono messi alla berlina in mondovisione, col sentimento anti-italiano che oramai va montando nel mondo né più né meno come quello anti-americano… E pensare che ancora negli anni Novanta potevi andare in giro, in tutto il mondo islamico e non solo, come “italiano” ed ottenere dimostrazioni di simpatia ovunque! Chi dobbiamo ringraziare per questa caduta a picco anche della nostra considerazione?

Sembra che ci siamo avvitati in una spirale senza via di ritorno, ammanettati mani e piedi alle “imprese dell’Occidente”, e hai voglia te a spiegare che “l’Islam è vario e complesso”, che “l’India ha una cultura millenaria”, che “la Cina è un deposito di saggezza” eccetera: no, c’è sempre questa insopportabile insolenza e perfidia dei media a rovinare completamente il lavoro di chi cerca, in mezzo a questo mare di menzogne, di far ragionare un po’, di far capire che il mondo non finisce dove arriva il proprio limitato ‘orizzonte occidentale’.

E così, quando invece un’Italia libera, indipendente e sovrana, “faro del Mediterraneo” (questa è la sua unica funzione sensata), potrebbe operare ben diversamente, ad ogni livello, se solo esistessero uomini degni di tal nome e non degli scendiletto, oggi siamo ridotti a questi mezzucci, a queste uscite patetiche come quella di dare dell’”intollerante”, del “nemico dei gay” al Ministro dell’Interno di una nazione così importante e dalla millenaria civiltà come l’India, con la sua storia e la sua spiritualità, nemmeno si trattasse di un’accozzaglia di “selvaggi”.

In questo scadimento, in questa volgarità che utilizza ogni meschino espediente per darsi l’illusione di essere sempre i “primi della classe”, “avanti” rispetto al resto del mondo che è rimasto “indietro”, quale differenza sostanziale c’è rispetto all’epoca del colonialismo ottocentesco, quello in cui le trombe del Progresso incitavano a sottomettere “popoli retrogradi”, rimasti “indietro sia materialmente che “moralmente”?

La guerra in Afghanistan un azione di pace o un grande businnes?


redazione
Le guerre spesso vengono presentate dai media cercando dandone un ottica positiva, in realtà c’è qualcuno che ci marcia.
In partenza l’azione in Afhaghanistan era contro uno sceicco(Binladen) e ed il suo gruppo che si era rifugiato nelle zone afghane, attualmente i Talebani rishiano di avere i favori del Medio Oriente il che rischia di allungare i tempi della guerra.
articolo preso da un articolo dal sito don Giorgio.it
La guerra italiana in Afghanistan (è vergognoso che i politici ce la presentino come una missione di pace; missione di pace è quella della Croce Rossa, o di Emergency, che non hanno certo al seguito carri armati, blindati, mitragliatrici, bombe e tutto il resto) è assolutamente immorale, perché l’unica guerra che si può giustificare da un punto di vista morale e cristiano, è una guerra di difesa: in caso di invasione di un altra nazione, come è stato per la Germania nell’ultima guerra, è lecito difendersi anche con le armi: è stato doveroso difendersi come hanno fatto i partigiani e tanti altri; questo è il senso indistruttibile della Resistenza al di là di tutti i revisionismi di oggi. Un intervento armato può essere giustificabile anche in caso di popolazioni di una stessa nazione che si ammazzino a vicenda, come è spesso successo in Africa, ma allora è solo l’ONU che può intervenire, cioè un’autorità politica al di sopra delle parti che interviene per evitare strage di innocenti. In Afghanistan è intervenuta la NATO, che non è certo al di sopra delle parti e non certo è intervenuta per evitare una strage della popolazione: al contrario la NATO è responsabile delle migliaia di vittime, la maggior parte innocente, dell’attuale guerra in Afgha-nistan. Non si tiri fuori la giustificazione del terrorismo: il terrorismo si combatte in modo mirato, non compiendo delle stragi tra la popolazione innocente: sarebbe come dire: in Sicilia c’è la mafia, bombardiamo la Sicilia!
Il numero delle vittime in Afghanistan è noto: 24 soldati italiani uccisi, 1.500 degli altri contingenti, 50.000 vittime afghane circa, di cui i due terzi civili, e non è finita. Vale la pena da parte dell’Italia sostenere ancora questa guerra? E’ inutile che i politici si arrampichino sui vetri per trovare giustificazioni senza logica: la guerra in Afghanistan è profondamente ingiusta e immorale.
Ma non è finita: questa guerra è un grande businnes anche per l’Italia: il finanziamento di essa per il primo semestre di quest’anno è stato approvato in febbraio, come riferisce Il Fatto, con soldi pescati dallo scudo fiscale: 308 milioni di euro per pagare 3.300 soldati italiani con 750 mezzi terrestri, 35 velivoli, armi, munizioni e tutto il necessario per questa guerra italiana. Sono solo i costi diretti di questa guerra, costi che non tengono conto del miliardo di euro che il Ministero dello Sviluppo Economico dà alla Difesa per l’acquisto di mezzi avanzati, come gli aerei senza pilota Predator, o i nuovi blindati VBN Freccia (prodotti da Iveco-Fiat e Oto Melara), che dovrebbero proteggere i soldati italiani in Afghanistan meglio dei Lince su cui hanno perso la loro vita gli ultimi due militari italiani (e poi in Italia non ci sono i soldi per le scuole, per i giovani senza lavoro, per la ricerca, per le famiglie che non arrivano alla fine del mese, ecc.). Ancora: nel 2009 l’industria bellica italiana ha esportato armamenti per 4,9 miliardi di euro, con un incremento record del 61% rispetto all’anno precedente. È soprattutto la guerra in Afghanistan che mette in moto tutto questo businnes; per fare un esempio: nell’aprile scorso, come riferisce sempre Il Fatto, Alenia Aereonautica (Finmeccanica) ha consegnato a Bucarest i primi due di sette aerei da trasporto tattico C-27J Spartan che andranno a trasportare truppe e mezzi rumeni in Afghanistan. Ogni Spartan costa circa 40 milioni di euro, e l’Italia vende questo aereo a mezzo mondo: Grecia, Bulgaria, Slovacchia, Marocco, Stati Uniti, Lituania: è un velivolo che va per la maggiore in Afghanistan, perché riesce ad atterrare anche su piste sterrate e impervie e quindi può trasportare in prima linea soldati e materiale bellico. Diciotto esemplari del modello precedente, il G-222, sono stati aggiornati e venduti agli Stati Uniti che li hanno a loro volta girati alla aereonautica afghana.
Mai nessuno denuncia questo businnes della guerra in Afghanistan: solo lei, don Giorgio, padre Zanotelli e pochi altri hanno avuto il coraggio di alzare la voce, da un punto di vista cristiano, su questo commercio di armi dell’Italia: le armi non portano certo sviluppo, non creano scuole o ospedali, non sfamano le popolazioni, ma producono solo morte e distruzioni, dove le vittime sono soprattutto donne, bambini, anziani, cioè civili innocenti. Perché i vescovi non denunciano queste cose? Perché anche il Papa tace su questo? Dov’è la dimensione profetica della Chiesa? Si preferisce la diplomazia, si preferisce tacere, si preferisce stringere la mano a Berlusconi e ai suoi leccapiedi. E se qualcuno osa denunciare queste cose, come lei don Giorgio, è un eretico, un anti-italiano, è uno che reca danno al prestigio italiano. Ma è questo il Vangelo radicale di Gesù? Non dobbiamo mettere la parola di Gesù prima di tutto come cristiani e come Chiesa? Se ritornasse Gesù Cristo starebbe zitto su queste questioni, lui che ha detto: Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono.

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