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Persino sulla giustizia il Pd insegue i berluscones (Gian Carlo Caselli).

corelDa Il Fatto Quotidiano del 11/08/2013. Di Giancarlo Caselli attualità

LARGHISSIME INTESE.

Ci risiamo. Se non è una stravagante coazione a ripetere, può essere una regola d’ingaggio. Il responsabile giustizia del Partito democratico deve esordire sciorinando il suo programma su Il Foglio.
Lo fece a suo tempo Andrea Orlando. Lo ha replicato il suo successore Danilo Leva. Ovviamente ciascuno sceglie la sede che gli piace: ma che direbbero i simpatizzanti dell’Inter se Mazzarri scegliesse un sito della Juve per annunziare i suoi programmi? Dialogare va bene, ma attenzione alle modalità del dialogo, altrimenti si possono alimentare nocive confusioni.
Soprattutto se si è nel bel mezzo di una furibonda campagna scatenata dalle forze berlusconiane tutte – piazza compresa – contro la magistratura (colpevole di voler giudicare il “capo” applicando la legge), con lo strampalato obiettivo di creare nuove regole processuali, a metà tra l’onirico e l’illusionistico, per trasformare non si sa come una condanna definitiva di Cassazione pronunziata in nome del sovrano popolo italiano, come le due di merito che l’hanno preceduta. E non basta parlare di “soliti buontemponi” (come fa Leva) per svalutare questi oggettivi profili di opportunità. Soprattutto se si offre all’articolista de Il Foglio il destro di scrivere che “sfogliando insieme con l’on. Leva l’agenda delle priorità del Pd sulla giustizia si scopre che su diversi punti il Pd potrebbe trovare delle convergenze col Pdl per offrire al paese, come si dice in questi casi, una giustizia più giusta”.
Quando La convergenza – guarda caso – è il titolo di un bel libro di Nando dalla Chiesa che dimostra la “colossale abdicazione del centrosinistra davanti ai suoi compiti storici, il fallimento della sua cultura di governo sul fronte decisivo della legalità”.
SICCHÉ SUONA inquietante il proposito dell’on. Leva di “sforzarsi di non rincorrere la propria base elettorale”, per “provare invece ad orientarla”. Perché la componente più informata e responsabile di quella base è sempre stata intransigente in tema di giustizia, forte del fatto che la Costituzione – fin dall’art. 3 – è categorica nell’indicare la via da seguire. Orientare? Come? Se orientare significasse far inghiottire ancora una volta forme di compromesso/convergenza di sostanziale abdicazione, avremmo costruito un altro vagone di quel “trenino dell’impunità” ( sempre dalla Chiesa) che caratterizza il nostro sistema giudiziario, senza spazi per “una giustiziachealzilavoceconiforti” come Leva vorrebbe.
Quanto ai contenuti delle linee programmatiche di Leva (riprese, dopo il Foglio, da l’Unità e da Repubblica ) molto di condivisibile è già stato detto – su questo giornale – da Marco Travaglio e Vittorio Teresi. Mi limito perciò ad alcuni pochi punti. La “distinzione delle funzioni fra magistrato (Leva voleva certo dire Pm) e giudice” è irreversibilmente acquisita. Per passare da una funzione all’altra ormai bisogna cambiare regione, e praticamente nessuno è disposto a farlo. Non vedo quindi come siano ipotizzabili rafforzamenti della “distinzione” che non sfocino nella separazione delle carriere. Anche le “incompatibilità e i limiti temporali di permanenza nei diversi uffici” sono già disciplinati con estremo rigore. Persino troppo, visto il divieto (da rivedere) che i Pm facciano parte di un gruppo di lavoro per oltre dieci anni, così gettando alle ortiche la specializzazione – oggi sempre più indispensabile – faticosamente costruita. Leva vorrebbe portare “l’esercizio dell’azione disciplinare in capo a un giudice terzo esterno al Csm”, ma tale esercizio è già esterno al Csm, titolari esclusivi dell’azione essendo il Ministro ed il Procuratore generale. Se invece ci si riferisce al giudizio, allora la proposta (già avanzata da Luciano Violante e gaiamente condivisa dal centrodestra) dovrebbe quanto meno essere accompagnata fin da subito dal fermo proposito di impedire che il giudice “terzo” sia di composizione prevalentemente politica, per non calpestare l’indipendenza della magistratura. Infine, su altri punti del pensiero di Leva (responsabilità civile, rimodulazione dell’azione penale e della custodia cautelare, rimedi alla durata interminabile dei processi…), molto vi sarebbe ancora da dire. Non mancherà, spero, l’occasione

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Piemonte, ebbe contatti con boss. Ora chiede commissione antimafia in Regione

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Fatto Quotidiano.it di Andrea Giambartolomei | 8 luglio 2013 attualità
Il consigliere regionale del Pd Antonino Boeti, sindaco del Comune di Rivoli dal 1995 al 2004 compare nell’indagine “Minotauro” per i suoi rapporti (una telefonata e un incontro) con lo storico capo della locale Salvatore “Giorgio” Demasi. Ma dopo la requisitoria in cui il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli ha criticato irresponsabilità e opportunismo dei politici, vuole istituire un organismo di controllo
Ha avuto contatti con un boss della ‘ndrangheta, come è emerso nell’indagine “Minotauro”, e ora propone una commissione antimafia per la Regione Piemonte. È il consigliere regionale del Partito democratico Antonino Boeti, sindaco del Comune di Rivoli dal 1995 al 2004, cittadina in cui era attiva una locale della malavita calabrese. La sua proposta, per ora una mozione in cerca di sostegno, è arrivata la settimana dopo la dura requisitoria del procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli nel processo contro i presunti ‘ndranghetisti della Provincia, un intervento in cui non sono mancate le critiche all’irresponsabilità e all’opportunismo dei politici. Nel frattempo per la commissione si muove anche il presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo che il 9 luglio lancerà la proposta ai capigruppo.

“Penso a una commissione, sul modello di quella già istituita al Comune di Torino, che serva ad analizzare il fenomeno mafioso nelle sue varie manifestazioni al fine di porre in essere validi strumenti di prevenzione e contrasto”, ha spiegato Boeti. “Il grido di allarme che da tempo viene dalla magistratura torinese e dalle forze dell’ordine, rinnovato anche nelle ultime ore dal procuratore capo della Repubblica di Torino, sul livello di infiltrazione delle cosche della ‘ndrangheta nel territorio piemontese e sulla sottovalutazione del fenomeno da parte di vasti settori della società piemontese ci spinge a istituire un organismo che cerchi, sulla base di una forte collaborazione con le autorità inquirenti, di analizzare in maniera più approfondita la realtà della criminalità organizzata in Piemonte e di promuovere in modo più consapevole la cultura della legalità nella nostra regione”.

La sua mozione però arriva dopo l’intervento in aula di Caselli, che ha citato Boeti tra i tanti politici con cui lo storico boss della locale di Rivoli Salvatore “Giorgio” Demasi intratteneva rapporti. Nel febbraio 2011 si sono sentiti telefonicamente (dandosi del “tu”) e si sono incontrati per presentare un geometra amico del boss e ritenuto membro della “zona grigia” all’assessore comunale di Alpignano Carmelo Tromby. Demasi è per la procura “un ‘ndranghetista di consistente spessore criminale, con parentele pesanti” e contro di lui la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto una condanna a 20 anni di carcere. Il boss – ha sottolineato Caselli – “ama intrattenere relazioni cordiali con personaggi di spicco del mondo politico-amministrativo”. Lo faceva senza avere tessere di partito, ma solo per interessi condivisi da lui e dai politici che “negano con ostinazione di aver mai saputo, intuito alcunché dei suoi legami. Eppure spesso si tratta di politici e amministratori scafatissimi, calabresi loro stessi, che di Rivoli e dei suoi abitanti, Demasi compresi, dovrebbero sapere di tutto e di più. Che proprio di lui e dei suoi parenti notoriamente mafiosi non sapessero nulla non è francamente irreale”. Dopo la requisitoria il consigliere regionale ha fatto sapere che Demasi era solo un conoscente di suo padre, che con il boss di Rivoli non ha avuto contatti ma solo un rapporto di conoscenza e che per lui sarebbe stato impossibile arrivare a scoprire vicende che gli inquirenti hanno svelato dopo anni di indagini.

Tiro all’Ingroia sport nazionale (Gian Carlo Caselli).

286081-512x341Da Il Fatto Quotidiano del 15/06/2013. Gian Carlo Caselli attualità

Per anni e anni Antonio Ingroia è stato considerato l’erede professionale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Borsellino era stato anche sostituto nella Procura di Marsala. Poi l’aveva seguito alla Procura di Palermo e se l’era visto uccidere da Cosa Nostra neanche due mesi dopo l’assassinio di Falcone.

Invece di scappare verso uffici più comodi, è rimasto a lavorare a Palermo in procura, divenendo titolare o contitolare di importantissime indagini antimafia che l’hanno esposto a rischi gravissimi: costringendolo a vivere perennemente circondato da militari, cani lupo, filo spinato e sacchetti di sabbia persino sul pianerottolo di casa. Grazie al suo sacrificio, al suo impegno e ai lusinghieri risultati ottenuti, Antonio Ingroia è anche diventato – per moltissimi italiani, non solo magistrati – unpunto di riferimento e un modello. Poi, di colpo, è finito nel punto d’incrocio della raffica di assalti furibondi scatenati ormai da anni contro la magistratura e in particolare contro l’antimafia che nella Procura di Palermo ha sempre avuto un suo epicentro.
Con un preciso obiettivo: una riforma che consegni alla “politica” il potere di aprire o chiudere il rubinetto delle indagini penali e di regolarne l’intensità in modo da circoscrivere il rischio che si scoprano verità sgradevoli. Ed è così che Ingroia – bombardato da accuse per lo più grottesche – è stato trasformato in una specie di monsieur Malaussène, quello che nei romanzi di Daniel Pennac fa di professione il “capro espiatorio”. Secondo un copione già collaudato con Falcone, ingiustamente accusato di nefandezze varie, con la conseguente, micidiale calunnia di svilire la ricerca della verità ad azione politica ispirata da una fazione ai danni di un’altra.

GLI ATTACCHI scagliati contro Ingroia si sono intensificati quando il bersaglio da affondare è diventato l’inchiesta rubricata come “trattative”: un’inchiesta obiettivamente molto difficile e tormentata, della quale è legittimo ragionare in termini anche piuttosto critici. Mentre non è consentito il linciaggio irrispettoso – di fatto praticato su scala industriale da un larghissimo spettro di “osservatori” – dei magistrati coordinati da Ingroia che l’hanno condotta con coraggio e fatica. Linciaggio che non è cessato (anzi, è paradossalmente aumentato) dopo che il Gip ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati, riconoscendo così che il lavoro degli inquirenti non era per niente scritto sull’acqua. Il bombardamento di Ingroia è poi diventato guerra spietata, senza risparmio di colpi, quando lo sventurato ha deciso di scendere in politica. Non saltando sul carro di questo o quel partito come fanno gli altri magistrati (indifferentemente etichettati come toghe “rosse” o “azzurre”), sicuri di essere eletti grazie a una legge che notoriamente è una “porcata” . Ma rischiando anche questa volta di suo, creando cioè un nuovo movimento politico indipendente, con l’obiettivo ambizioso di rinnovare la classe dirigente. Gli elettori hanno deluso le sue aspettative e non l’hanno per nulla premiato. Anche perché si sono coalizzate e accanite contro di lui potenti forze trasversali, quasi si trattasse di fermare… Annibale.

Nel corso della campagna elettorale un seguito particolare (negativo per Ingroia) ha avuto l’imitazione che ne ha fatto Maurizio Crozza, tratteggiando un uomo piuttosto confuso, impacciato, sperso. Ora che il Csm vuol trasferire d’ufficio Francesco Messineo, già capo di Ingroia, io chiamerei come teste a discarico proprio Crozza. Perché a torto o a ragione (per me a torto, altro essendo il profilo di Ingroia) secondo molti italiani ormai Ingroia si identifica col personaggio di Crozza. E allora hai voglia a sostenere credibilmente (come vorrebbe fare il Csm) che Ingroia è un arrogante protervo, capace di condizionare il suo capo, facendogli perdere libertà e indipendenza, con agguati tesi e lusinghe pensate nei tristi anfratti del palazzo di giustizia. Impossibile cancellare la maschera tutt’affatto diversa che Crozza gli ha cucito addosso.

INFINE, non vorrei che Ingroia si consolasse (si fa per dire) constatando che il ruolo di Malaussène sembra trasferito a Messineo. Al centro dello squallido scenario che denunzia insofferenza per il controllo di legalità esercitato con “troppa” indipendenza, resta pur sempre anche lui. Con un ruolo di prim’attore. E forse non sbaglia chi pensa che i suoi guai – alla fine della storia – derivino soprattutto dall’aver sostenuto positivamente l’accusa contro il potente Marcello Dell’Utri.

A qualcuno questo dente continua a dolere, tant’è vero che è stata presentata qualche giorno fa (e solo per ora accantonata) una leggina che punta a dimezzare le pene per il concorso esterno in associazione mafiosa, subito ribattezzata “salva Dell’Utri”. Mentre in commissione Giustizia del Senato un magistrato prestato alla politica ha presentato un progetto di illeciti disciplinari a geometria variabile per colpire i magistrati “politicizzati”. Progetto che, se non è… autolesionismo masochistico, sembra pensato sui clichè che una instancabile propaganda continua ad appioppare a certi magistrati onesti e liberi. Come è stato Ingroia finché ha indossato la toga.

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