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Non è vero, ma ci credono (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/05/2014. Marco Travaglio attualità

Nel 2002, quando le nuove Br assassinarono Marco Biagi, il ministro del Welfare Bobo Maroni accusò il collega dell’Interno Claudio Scajola di aver ignorato gli allarmi del professore bolognese sulle minacce che riceveva e i suoi (di Maroni) solleciti per dargli la scorta. Scajola disse che non era vero niente, e la faccenda è morta lì (anzi, è morto Biagi). Tre anni fa l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli rivelò di aver chiesto spiegazioni nell’estate ’92 all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino sulla decisione dei vertici del Ros di trattare con quelli di Cosa Nostra tramite il mafioso Vito Ciancimino. Mancino rispose che non era vero niente, e nessuno fece un plissè (ora Mancino è imputato di falsa testimonianza nel processo sulla trattativa e i giudici stabiliranno chi ha mentito). La vecchia politica convive da sempre con le doppie verità (che nascondono ogni volta almeno una menzogna, se non due).

Ora però – si dice – è arrivata la nuova politica. Matteo Renzi parla come mangia e – dice – sta “cambiando l’Italia”. Bene. L’altro giorno, interrogato dai pm di Milano, il forzista Gianstefano Frigerio ha messo a verbale di aver incontrato “più volte” Silvio B., “una sola volta” il governatore Maroni e “quattro volte negli ultimi 12 mesi” il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Il quale, il giorno prima, intervistato da Repubblica, aveva giurato: “Frigerio non lo vedo e non lo sento da quattro anni”. Quindi le 33 citazioni che gli dedicano i faccendieri intercettati di Expo sono tutte millanterie. Per essere più persuasivo, Lupi dovrebbe querelare Frigerio per calunnia, cosicché – a prescindere dagli aspetti penali della faccenda – un giudice accerti chi ha mentito. I finanzieri che pedinavano Greganti lo vedevano entrare ogni mercoledì al Senato e lì lo lasciavano, un po’ per non farsi scoprire un po’ perché in Parlamento le guardie non possono entrare, i ladri invece sì. Purtroppo, al senatore Casson che chiedeva lumi sugli accessi di Greganti a palazzo, il presidente Grasso prima non ha potuto rispondere per un provvidenziale black out dei computer, poi quando il sistema si è riattivato, non risultavano tracce degli ingressi del Compagno G. Era un fantasma? Si rendeva invisibile? Si travestiva? Usava un nome d’arte? Gli investigatori avevano le traveggole? Renzi annuncia per i tangentari l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ottimo proposito, ma – come al solito – non risultano suoi disegni di legge in tal senso. E comunque quella norma non avrebbe impedito né a Frigerio né a Greganti di fare ciò che han fatto. Nessuno dei due ricopriva pubblici uffici, eppure entrambi erano attivissimi in FI e nel Pd. Non c’e bisogno di nuove leggi per vietare ai condannati l’accesso ai partiti. Basta chiedere la fedina penale a chi chiede di iscriversi e respingere chi ce l’ha sporca, almeno per reati dolosi o comunque gravi (come fanno i barbari a 5 Stelle). Iscrivere il tre volte pregiudicato Greganti e poi sospenderlo “cautelativamente”, con riserva di espulsione in caso di condanna, quando viene di nuovo arrestato è ridicolo: che senso ha tesserare uno con tre condanne definitive, metterlo provvisoriamente fuori per un’accusa ancora tutta da provare e poi minacciare di espellerlo se arriva una quarta condanna? Renzi ovviamente non c’era, quando Greganti si faceva le ossa all’ombra della Mole. Ma il Pd torinese, pietrificato agli anni 80 come Pompei ed Ercolano dopo l’eruzione del Vesuvio, è tutto in mano ai (neo)renziani: renziano il segretario provinciale Morri, renziano il sindaco Fassino, renziano il suo braccio destro Quagliotti (membro della segreteria regionale e pregiudicato per la tangente Fiat sul suo conto svizzero comunicante con quello di Greganti), renziano il signore delle tessere Salvatore Gallo (ex craxiano, pregiudicato per mazzette ospedaliere), renziano il futuro governatore del Piemonte Chiamparino. Dopo la tonitruante visita milanese, il premier-segretario potrebbe fare una capatina a Torino e invitare caldamente i compagni locali a interdire non dai pubblici uffici (non ne hanno), ma dal partito tutti i condannati. Almeno quelli con il conto in Svizzera.

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Il governo La Qualunque (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/03/2014. Marco Travaglio attualità

Tonino Gentile aveva ragione: “Io sono trasparente”. Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos’ha fatto a L’Ora della Calabria, perché Alfano l’ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo. Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l’intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell’aeroporto di Lamezia e superconsulente dell’Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all’ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale. Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l’Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri (“Siamo su Scherzi a parte?”, “Come si fa a governare con Alfano?”, “Cambiamo verso”). Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che “Gentile l’ha indicato Alfano”: come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l’ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato. Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole “cambiare l’Italia” s’è messo nelle mani dei “diversamente berlusconiani” che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come “nuova destra repubblicana”). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla “barbarie” perché “non è neanche indagato”. Cicchitto alludeva alle “pagliuzze e travi”, cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l’Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi. Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l’ha fatto sapere all’Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L’effetto-domino innescato dall’uscita di Gentile non può che essere benefico. Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: “Nell’esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l’Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele”. E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. Ieri fra l’altro s’è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall’imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

Provaci ancora, esperto (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/02/2014. Marco Travaglio attualità

A dar retta agli “esperti”, da quando sono entrati in Parlamento i 5Stelle non ne hanno azzeccata una. Dunque il MoVimento dovrebbe veleggiare intorno allo zero per cento nei sondaggi e i suoi parlamentari cercare affannosamente ospitalità nei vecchi partiti o nel gruppo misto, avverando così l’eterna profezia della stampa sull’imminente fuga di massa del poderoso esercito dei “dissidenti”. Purtroppo i sondaggi del M5S vanno a gonfie vele, i fuoriusciti restano i quattro gatti di un anno fa e i dissidenti altrettanti, poco a che vedere con Sacharov e Solgenitsin e molto con i due professionisti del finto suicidio sul cornicione del teatro Ariston. Del resto nel 2011-2012 gli “esperti” salutavano Monti salvatore della Patria e la fine del berlusconismo; un anno fa annunciavano il trionfo del Pd di Bersani e di Scelta civica, la fine del berlusconismo e i 5Stelle relegati al 15-18%; nove mesi fa turibolavano Letta nipote e la “rivoluzione dei quarantenni”; e tre mesi fa, con la decadenza di B. e la spaccatura del Pdl, oracolavano la nascita di “un governo più forte” e la solita fine del berlusconismo soppiantato dall’irresistibile Ncd di Alfano & C. Ne avessero mai azzeccata una. Il guaio degli “esperti” è che sono tutti imbullonati alle redazioni e non hanno la più pallida idea di quel che accade fuori. Rieccoli dunque, pensosi e un po’ spettinati, a domandarsi chi abbia vinto la partita in streaming fra Renzi e Grillo. Tralasciamo la risposta dei maestri di cerimonie e dei liberi docenti di bon ton (ha vinto il ragazzo bene educato e ha perso il vecchio teppista), e concentriamoci sulla domanda: ma che senso ha?

Renzi non ha perduto la calma e ha infilato due o tre buone battute, dunque ha vinto davanti al suo pubblico: l’elettorato del Pd e dei partiti, che vede in lui l’ultima speranza di un’uscita normale e tradizionale dalla crisi. Grillo ha vomitato tutto il suo repertorio come fosse in piazza, ma è stato anche attento a distinguere fra la persona del suo giovane interlocutore (“buono”) e il sistema retrostante (“marcio”), e ha vinto davanti al suo pubblico: l’elettorato dei 5Stelle e degli scontenti dei vecchi partiti, che non si fida più di nessuno e non crede più alla parodia che chiamiamo “democrazia” (di qui l’“io con te non sono democratico” grillesco). Con buona pace degli esperti che passano il tempo a spiegargli cosa vogliono i suoi elettori, Grillo lo sa benissimo da sé. Così come lo sa Renzi, giustamente poco preoccupato dall’applausometro post-streaming e molto dai ministri e dal programma del suo governo. Alla frottola della democrazia in pericolo perché Grillo non fa parlare Renzi credono soltanto gli esperti nei loro circuiti onanistici (dove poi non si fa un plissè dinanzi alle ghigliottine boldrinesche, alle crisi extraparlamentari, alle riforme piduiste della Costituzione, ai governi e ai presidenti fabbricati nelle segrete stanze contro il volere degli elettori). Quella dell’altroieri non era la partita (che comincia ora), ma solo il “selfie” delle due Italie irriducibili, incomunicabili, inconciliabili. Ma davvero qualcuno può pensare che gli elettori, quando saranno chiamati alle urne, voteranno Pd o M5S in base a quei 9 minuti di streaming? L’elettorato, per quanto idiota possano considerarlo i suoi esegeti e aruspici, è sempre un filo più intelligente di loro. E vota sempre senz’ascoltare i loro preziosi e sapienti consigli: con una mano sul cuore (sempre più incazzato) e l’altra sul portafogli (sempre più vuoto). La percezione di affidabilità dei leader e dei partiti è senz’altro alterata dallo specchio deformante della tv (il conflitto d’interessi: do you remember?). Ma non cambia in due ore di talk o qualche minuto di streaming. Cambierà se oggi Renzi leggerà una lista di nomi presentabili, competenti e nuovi rispetto alla solita sbobba, e se questi riusciranno a combinare qualcosa.

Certo, la sfilata di anime morte e vecchie pantegane che entra ed esce dalle consultazioni è un gigantesco spot per Grillo. Ma la speranza è l’ultima a morire. Anzi, è sempre la penultima.

Ricordate gli eversori? (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 16/02/2014. Marco Travaglio attualità

Due settimane fa la presidente della Camera, Laura Boldrini, faceva il giro delle sette tv per difendere l’onore violato del Parlamento, paragonare i 5Stelle ai fascisti e definirli “eversori”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si diceva “molto preoccupato per il Parlamento”. Le altre cariche dello Stato e i partiti unanimi facevano quadrato attorno ai sacri palazzi minacciati dalle squadracce pentastellate. Poi nello scorso weekend il neosegretario Pd Matteo Renzi, raccogliendo l’appello di tutto il partito, cuperliani inclusi, decideva di prendere il posto di Enrico Letta, giudicando il suo governo una jattura per il Pd e per l’Italia. Mossa comprensibile e legittima (anche senza passare dal voto: nemmeno Letta era stato scelto dagli italiani), anche se incoerente con le sue dichiarazioni degli ultimi mesi. E il primo a esserne informato era Napolitano, nel corso di una cena tête-à-tête lunedì 10 febbraio. Ma il contenuto del colloquio di due ore non veniva comunicato né al Parlamento né agli italiani. Martedì 11 mattina il premier Letta veniva ricevuto al Quirinale per pochi minuti, e ancora una volta il Parlamento e gli italiani venivano tenuti all’oscuro delle cose dette, anche se lo striminzito comunicato del Colle sul “rapido incontro” era una campana a morto per il premier. Tantopiù che qualche ora dopo il capo dello Stato, da Lisbona, faceva sapere che la sorte del governo era affare del Pd. Eppure, nelle democrazie parlamentari, l’unica fonte di legittimazione del governo è il Parlamento che lo sostiene a nome di tutto il popolo. Mercoledì 12 mattina Letta e Renzi s’incontravano nella sede del Pd, senza informare né il Parlamento né i cittadini del contenuto del colloquio. Da indiscrezioni si apprendeva però che Renzi aveva comunicato le sue intenzioni a Letta, il quale gli aveva dato la sua disponibilità a farsi da parte. Poi però convocava la stampa nel pomeriggio per sciorinare un programma di legislatura, abborracciato in quattro e quattr’otto “fino a cinque minuti fa”, ragion per cui non aveva potuto mostrarlo a Renzi in mattinata. E sfidava il segretario a uscire allo scoperto: “Chi vuole il mio posto lo dica”. Tranne gli esegeti del sanscrito politichese, né i cittadini né il Parlamento erano in grado di tradurre quei segnali di fumo. Giovedì 13 si riuniva la direzione del Pd, cioè un’associazione privata, e sfiduciava il governo Letta 136 a 16. Il tutto, ancora una volta, all’insaputa delle Camere. Venerdì 14 Letta riuniva l’ultimo Consiglio dei ministri, poi saliva al Colle per dimettersi nelle mani di Napolitano. Il quale escludeva esplicitamente un passaggio del governo Letta in Parlamento. Napolitano fissava per l’indomani il calendario delle consultazioni fra i partiti, due dei quali – M5S e Lega – decidevano di non partecipare visto che tutti i giochi erano già fatti. Vivo rammarico del Quirinale, ma solo per l’assenza della lega. È la terza volta, da quando Napolitano è presidente, che un governo cade senza il voto del Parlamento, cioè dell’unico organo democratico deputato a sfiduciarlo. E sarebbe la quarta se Romano Prodi, nel 2008, non avesse respinto le pressioni di Napolitano (raccontate nei diari di Tommaso Padoa Schioppa) a ignorare le Camere e non vi si fosse invece presentato per chiedere la fiducia (poi negata). Nel novembre 2001 fu la volta di Berlusconi, che andò a dimettersi al Quirinale senza farsi sfiduciare dal Parlamento. Poi toccò a Monti, che nel dicembre 2012 si dimise nelle mani di Napolitano all’insaputa del Parlamento, solo perché Alfano (a nome del Pdl) aveva dichiarato conclusa la sua esperienza di governo. In una Repubblica parlamentare, anche l’altroieri il capo dello Stato avrebbe rinviato Letta alle Camere per verificare se il suo governo avesse ancora (o meno) una maggioranza. Invece, per l’ennesima volta, non l’ha fatto. E i presidenti delle Camere, Boldrini e Grasso, non hanno avuto neppure la dignità di chiederlo. Domandina facile facile: chi sono gli eversori che profanano il sacro suolo del Parlamento?

Sulla Smart del vincitore (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/02/2014. Marco Travaglio attualità

Uno sente parlare i dirigenti del Pd, soprattutto i lettiani e gli antirenziani. Poi legge i giornali che nove mesi fa salutavano in Enrico Letta l’alba di un nuovo giorno radioso, l’ultima speranza dell’Italia, il capolavoro di Napolitano. E gli viene spontaneo domandare: scusate, cari, ma quando l’avete scoperto che il Nipote era una pippa? No perché, ad ascoltarvi e a leggervi in questi nove mesi, non è che si notasse granché. Benvenuti nel club, per carità: meglio tardi che mai. Ma, prima di saltare sulla Smart del nuovo vincitore, forse era il caso di chiedere scusa: pardon, ci siamo sbagliati un’altra volta. Il fatto è che ci sono abituati, non avendone mai azzeccata una: avevano puntato tutto su D’Alema, poi su Veltroni, persino su Rutelli. Ci avevano spiegato che B. non era poi così male, guai a demonizzarlo, anzi occorreva pacificarvisi. Poi si erano bagnati le mutandine all’avvento di Monti: che tecnico, che cervello, che sobrietà, che loden. Poi tutti con Enrico, a giocare a Subbuteo per non perdersi “la rivoluzione dei quarantenni”. E ora eccoli lì, col solito turibolo e senza fare un plissè, ai piedi del Fonzie reincarnato. Pare ieri che Aldo Cazzullo, sul Corriere , s’illuminava d’immenso: “Napolitano non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione…’ – ma ha detto più o meno le stesse cose mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno […]. L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” perché “a Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2”. Ora, oplà, si porta avanti col lavoro ed entra nel magico “mondo di Renzi” passando “dal parrucchiere Tony Salvi e dal suo salone di bellezza”: “il sindaco viene tre volte la settimana” e “questo è l’unico posto dove stacca il cellulare”. Per far che? Ordinare un’impepata di cozze? Ballare il tango? Nossignori. Udite udite: trovandosi dal barbiere, il Renzi “si fa spuntare i capelli (è stato Tony a fargli tagliare il ciuffo)”. E nel “bar di Marcello”? Trattandosi di un bar, “fa colazione”. Indovinate ora cosa riesce a combinare “nella pizzeria Far West di Pontassieve”? Ordina la pizza. Ma senza mai perdere la sua personalità, ché Lui “non è mai stato e soprattutto non si è mai sentito un ‘uomo di’. Tantomeno di Lapo Pistelli”. E “sarebbe sbagliato sopravvalutare l’influenza di amici cui pure è vicinissimo, come Farinetti e Baricco”. Perché “nessuno l’ha mai visto in soggezione”, neanche davanti a Obama e Mandela. Non porta loden, non gioca a Subbuteo, né si conosce la sua posizione in merito al Drive In e agli U2. Però “il maglione color senape è il regalo di compleanno di Giovanna Folonari”, mica cazzi. Il suo discorso dell’altroieri in Direzione, “come tutto il dibattito a seguire, è segnato da una vena lirica”. E con la stampa, come andiamo con la stampa? “Tra i giornalisti Renzi ha rapporti di stima con Severgnini e Gramellini, ma non ha amici, se non la coppia Daria Bignardi-Luca Sofri (con Fabio Fazio, dopo una distanza iniziale, si sentono ogni tanto)”. E Cazzullo? Su, Aldo, non fare il modesto: eddai, mettiamoci pure Cazzullo e non ne parliamo più.

Per non trascurare i dettagli fondamentali, Repubblica dedica un’intera pagina alla Smart (“A tutto gas sulla Smart: così il Renzi-style archivia auto blu e berline”). Essa “è leggera, veloce e un po’ prepotente: è giovane, poi, costosa e non italiana. Insomma, è molto Renzi”. Il quale – salmodia umido Claudio Cerasa sul Foglio – “sfanala con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Letta, decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia, di tentare finalmente il sorpasso”. Per fare che? “Diventare l’Angela Merkel del Pd”. E, assicura Giuliano Ferrara, “arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico”. Il ragazzo, come dice Sallusti, “ha le palle” più ancora di Palle d’Acciaio. E, aggiunge Salvatore Tramontano sul Giornale, “ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi”.

Del resto, osserva Repubblica , “smart sta per ‘intelligente’, con una sfumatura di brillantezza”. La sfumatura che gli fa Tony quando gli spunta il ciuffo. E il discorso in Direzione? Dire sobrio sarebbe troppo montiano: “asciutto, senza fuochi d’artificio, senza retorica”. Decisiva “la camicia bianca”, “cambiata un attimo prima in bagno” dal Fregoli fiorentino (prima era “celeste”): “È il suo tratto distintivo, è il richiamo al mito Tony Blair”. In effetti, a parte lui e Blair, chi ha mai portato una camicia bianca? La Stampa la butta sul mistico: mamma Laura “l’ha affidato alla Madonna… della quale, sopra la porta d’ingresso, c’è una bella icona”. Del resto a Pontassieve “la Madonna dev’essere di casa perché il posto dov’è cresciuto Renzi sembra un paradiso”. Senza dimenticare che lui “la sua station wagon” la guida personalmente “con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto”. Santo subito. E anche colto, molto colto. La lingua corrierista di Luca Mastrantonio scomoda Dante Alighieri (“per il suo libro Stil novo”), lambisce “Cosimo de’ Medici” e “Benedetto Cellini” (che si chiamava Benvenuto, ma fa niente) e s’inerpica su su fino a Steve Jobs (per “il celebre imperativo categorico rivolto ai giovani americani: Stay hungry, stay foolish”) e al “Grande Gatsby, l’affascinante outsider dell’età del jazz americana… Gatsby e Renzi sono entrambi personaggi fuori misura, dotati di carisma e ambizione, ma i moventi sono diversi”. Tra l’Unità ed Europa è il solito derby del cuore, anzi della saliva. Un filino più perplessa la prima, anche se Pietro Spataro conviene che “l’Italia ha bisogno come l’aria (sic, ndr) di una svolta radicale”, “restare nella palude sarebbe stato il male peggiore”, ”meglio essere trascinati da un’‘ambizione smisurata’ che prigionieri di una modesta navigazione”: peccato che né lui né l’Unità avessero mai avvertito i lettori che Letta era una palude e una modesta navigazione (che s’ha da fa’ per campa’). Eccitatissimo, su Europa, il sempre coerente Stefano Menichini. Solo in aprile cannoneggiava il “ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere”: “i Travaglio, i Padellaro, i Flores che annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’”. Putribondi figuri che osavano dubitare delle magnifiche sorti e progressive del governo Letta: “personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini… lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione”. Ora invece, con agile balzo, impartisce l’estrema unzione al fu Nipote (“Enrico Letta lascia dopo aver tenuto il punto ma essendosi fermato un attimo prima di coinvolgere il paese, il sistema politico e il Pd in uno psicodramma pericoloso”) e bussare alla “porta che si sta spalancando a una stagione davvero nuova e inedita dell’intera politica italiana”: quella di Renzi, che “si avvia verso l’obiettivo della vita, il governo, col suo solito passo accelerato, e la notizia fa già il giro del mondo suscitando verso l’Italia una curiosità finalmente positiva”. Perché “a ogni suo salto di status, si allarga il numero di chi viene coinvolto dalle sue scelte e dalle sue fortune. Fino a oggi era solo il popolo democratico. Da domani sarà l’intero popolo italiano”. Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.

BERLUSCONI SPERA DI ESPIARE LA PENA DOPO LE EUROPEE

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/02/2014. Fabrizio d’Esposito attualità

I FALCHI VORREBBERO I DOMICILIARI, PER LORO VALGONO TRE PUNTI IN PIÙ ALLE URNE.

Le due Quaresime del Caro Condannato. Lunghissime. Gonfie di timori, ragionamenti, ipotesi, faide di corte. Da qui al 10 aprile e poi da quel giorno alla campagna di primavera per le Europee del 25 maggio. Poco più di cento giorni modello Napoleone in esilio per conoscere il suo destino in una fase che vede Forza Italia stra-favorita dai sondaggi delle ultime settimane. Silvio Berlusconi sente o vede quotidianamente i suoi legali (Ghedini e Coppi, il primo da 15 anni ha uno studio anche ad Arcore) per tentare di mettere a punto la strategia in vista dell’udienza del tribunale di sorveglianza di Milano, fissata appunto per il 10 aprile, che cade di giovedì.

I MAGISTRATI dovranno decidere sull’attuazione della pena per la condanna definitiva diritti tv Mediaset. Il tormentone: servizi sociali o domiciliari? Sarà il tribunale a sciogliere il dilemma e la strada dei servizi sociali sembra scontata, anche alla luce della celebre nota di Napolitano dopo la condanna, nell’agosto scorso, in cui “va innanzitutto ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto”. A corte, però, tra Palazzo Grazioli e Arcore, il dibattito ferve come non mai. Ad alimentarlo i soliti falchi che descrivono un Berlusconi per nulla “intenzionato a farsi umiliare dai servizi sociali”. Stavolta c’è un motivo in più per “sperare nei domiciliari”: la campagna elettorale per le Europee. L’effetto martirio, secondo l’ala militare di Forza Italia, “varrebbe almeno tre punti in più”, a garanzia ulteriore di un successo che alcuni già pregustano.

Ad altri interlocutori, nei giorni scorsi, il Caro Condannato ha fornito però un’impressione decisamente diversa, come riportato dal Fatto venerdì: è apparso consapevole della soluzione dei servizi sociali e perdipiù si è sbilanciato su una lista possibile di associazioni dove andare. Posti e luoghi sicuri. Magari dai bambini, visto che la Mediafriends Onlus, presieduta dal figlio Pier Silvio, ha finanziato una quarantina di organizzazioni. Soprattutto dedite ai bambini. E l’immagine , in campagna elettorale, di Berlusconi che alterna comizi a visite strappalacrime è un’altra opzione allo studio. L’unica certezza è che tutto si svolgerà ad Arcore (dove c’è il domicilio per le notifiche giudiziarie) e non a Roma, dove è comunque residente. Rispetto a Palazzo Grazioli, Villa San Martino offre più sicurezza. Poi tutto è rinviato al tribunale.

L’udienza sarà a porte chiuse e sarà, come specificano fonti berlusconiane, “di natura colloquiale”. In pratica, in caso di servizi sociali, il magistrato chiederà a Berlusconi dove vorrebbe andare e a quel punto i suoi avvocati indicheranno le soluzioni migliori per il loro assistito. La discrezionalità del tribunale investe anche eventuali restrizioni, tipo il divieto di andare fuori provincia oppure la cadenza della rieducazione ai servizi sociali (potrebbe essereancheunavoltaasettimana). La decisione dovrebbe essere “commisurata” alla personalità della persona, in quel periodo già impegnata nella campagna elettorale per il 25 maggio.

Decisione soft, senza grandi limiti, oppure uno slittamento dell’applicazione. Quest’ultima strategia sta prendendo forma in questi giorni. Spiega una fonte: “Il tribunale si riunirà il 10 aprile e avrà cinque giorni per decidere. Dopodiché può anche stabilire che i servizi sociali inizino a partire dal 26 maggio”. Cioè dal giorno successivo alle elezioni. L’ipotesièlapiùgettonataalmomento ad Arcore, dove ieri B. è tornato ieri in treno, a bordo di un Frecciarossa, insieme con la fidanzata Francesca, il barboncino Dudù e la scorta, secondo Dagospia pretendendo una carrozza intera, poi solo parzialmente concessa. Chi parla di uno slittamento post-elettorale fa riferimento a un clamoroso precedente che porta la firma del capo dello Stato. Era il marzo dello scorso anno e Re Giorgio intimò di sospendere i processi di B. per consentirgli di partecipare alla fase di trattative e consultazioni. Nero su bianco: “È comprensibile la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile. Rivolgo perciò con grande forza un appello affinché in occasione dei processi si manifesti da ogni parte ‘freddezza ed equilibrio’ e affinché da tutte le parti in conflitto si osservi quel senso del limite e della misura, il cui venir meno esporrebbe la Repubblica a gravi incognite e rischi”.

sinistra. Dentro a prescindere, obiettivo vincere. Quindi recuperare gli alfaniani, mantenere un contatto con la Lega, plaudire con sobrietà al rientro di Casini. Certo c’è il lodo Nunzia De Girolamo e la fatwa contro l’ex ministro lanciata da Francesca Pascale, ma anche in questo caso il tempo smorza.

“ABBIAMO combattuto con gli stessi ideali – incalza – Quali ideali? Siete proprio del Fatto. E comunque al Presidente mi uniscono stima, amicizia e rispetto”. Amen. Al trittico perfetto va aggiunto un altro elemento di forza: la capacità di relazionarsi con la neo first lady e con la primogenita Marina. “Ribadisco: non ho tutto questo po-te-re!”, scandisce. Ora c’è anche Toti: “È un valore aggiunto, si confronta con serenità e tranquillità”. E Renzi premier? “Non credo accetterà la presidenza senza il voto popolare”. Chiaro il messaggio.

Intanto chi la conosce la descrive come in grado di sedersi a cavalcioni sulla scrivania di Berlusconi, sorride ma non è un segnale di amicizia, guai a citare il suo evidente lato A, un tempo considerato un punto di interesse: “Ancora con questa storia? Allora è meglio il mio lato B o lo Z”. Scusi, qual è lo zeta? “Problemi vostri se non lo conoscete”. Il tempo svelerà l’arcano.

Mi scusi, cosa ne pensa della querelle con il presidente Boldrini? “Le do la mia solidarietà”. Nel frattempo la accreditano già come prossimo ministro, vittoria permettendo: “Vorrei amministrare bene casa mia, sarebbe un traguardo interessante”, impossibile farla sbottonare. È imputata nel processo Ruby Ter, l’accusa è falsa testimonianza a favore del capo rispetto alle cene eleganti di Arcore, argomento su cui lei offre la smentita di rito: “La vicenda si risolverà in un nulla di fatto. Vedrete. La sera siamo impegnati in altro”. Vedremo, questione di tempo e di barboncini.

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio)

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Da Il Fatto Quotidiano del 20/01/2014 Marco Travaglio attualità

Cambio di consonante. “Profonda sintonia fra me e Berlusconi” (Matteo Renzi, segretario Pd, 18-1). Ma forse voleva dire sinfonia: la Sesta di Tchaikovsky, detta anche “La Patetica”. Vergogna postdatata. “Da dirigente del Pd mi sono vergognato. Questo colloquio Renzi-Berlusconi non andava fatto, è un errore politico” (Stefano Fassina, 19-1). In effetti Fassina era soltanto il sottosegretario dell’Economia del governo appoggiato da Berlusconi. Poi però, quando se ne andò Berlusconi, se ne andò anche Fassina. Per protesta. Grandi opere. “Ora ricostruirò la sinistra” (Stefano Fassina, l’Unità, 6-1). In scala, però.

Scalfano. “Alfano può non piacere… ma non c’è solo lui in questa prima esperienza di destra moderata: ci sono Lupi, Cicchitto, Quagliariello” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 19-1). Ah beh allora!

Torna a casa Lesso. “Alcuni esponenti di Forza Italia e il quotidiano umoristico Il Mattinale potrebbero ance fare a meno di rivolgere ad Alfano e al Nuovo centro destra sardonici e provocatori appelli del tipo ‘torna a casa Lassie’…” (Fabrizio Cicchitto, Ncd, 6-1). In effetti Lassie era un cane intelligente.

I professionisti. “Non vi è prova di alcun inquinamento probatorio” (dal ricorso degli on. avv. Niccolò Ghedini e Piero Longo contro la condanna di Silvio Berlusconi al processo Ruby, 15-1). Le hanno nascoste bene, sennò che inquinamento probatorio sarebbe?

Ictus & bunga. “Da Lenin a Bersani, l’ictus si conferma malattia professionale dei comunisti” (Marco Gorra, Libero, 7-1). I berlusconiani invece ne sono immuni: al massimo, rischiano la sifilide.

La notizia. “Consigliere Idv trova 850 mila euro e li restituisce” (Corriere della sera, 6-1). Caso classico da manuale di scuola del giornalismo: l’uomo che morde il cane.

Sia chiaro. “Sia chiaro, finchè ci sarò io in questo ministero, i magistrati possono stare tranquilli” (Anna Maria Cancellieri, ministro della Giustizia, la Repubblica, 16-1). Ecco, si rilassino e lascino in pace i Ligresti.

Passerotto non andare via. “Uno shock per non far scivolare il Paese ne baratro. Si può” (Corrado Passera, la Repubblica , 16-1). Idea geniale: chiamare a salvare il Paese dal baratro uno di quelli che l’hanno scavato.

Panciarino. “Chiamparino e il ritorno in politica: ‘Ho sentito la pancia, non la testa’” (Corriere della sera, 16-1). Gli è tornata l’acquolina in bocca.

Fassarino. “Chiamparino è l’uomo giusto e non serve fare le primarie” (Piero Fassino, sindaco di Torino, la Repubblica, 17-1). Decide tutto lui, il Primario.

Sbattitore libero. “Lo ripeto: io non ho avuto rapporti con Cosa Nostra, ci sono andato a sbattere, e in Sicilia può capitare. Io non volevo certo aiutare la mafia” (Salvatore Cuffaro, Corriere , 13-1). Informò il boss di Brancaccio, Giuseooe Guttadauro, che era intercettato mandando a monte le indagini su di lui, ma non voleva aiutarlo: ci è andato a sbattere.

La gogna del Merlo. “(Quello della Padania contro la ministra Kyenge, ndr) non è il primo naufragio professionale del giornalismo usato come manganello. Abbiamo infatti visto altri tentativi di mettere in piedi le gogne. Recentemente il blog di Grillo è stato attrezzato come plotone di esecuzione con il giornalista Travaglio nel ruolo qui interpretato dalla direttrice della Padania, la picchiatrice onesta che istiga e nega, perseguita e fa finta di informare, impagina e sbianchetta” (Francesco Merlo, la Repubblica, 15-1-2014). “Antonio Tabucchi è berlusconiano e Giuliano Ferrara è comunista… Tabucchi è berlusconiano nella maniera più sostanziale… infatti ha dato corpo alle sue ossessioni. Il regime, l’Italia imbavagliata, la fine della democrazia raccontati da Tabucchi sono come i comunisti di Berlusconi e i suoi giudici matti… Alla maniera di Berlusconi, anche Tabucchi vive e crede solo nel virtuale, in un mondo inesistente e tuttavia verosimile… Tabucchi gioca a fare il Gramsci e si cinge la testa con l’aureola dell’eroismo civile… spaccia l’astio per pensiero critico… è petulante e noioso… farnetica… Ferrara è la storia vitale della sinistra… di una generazione che è vissuta negli ideali… è fazione, intelligenza e fegatosità… ha creduto in Craxi e ora consiglia Berlusconi, sempre per passione e mai per calcolo… è intelligente, vitale, sanguigno, goliardico… ogni giorno fatica a restare con Berlusconi” (Francesco Merlo, la Repubblica, 10-10-2003). Vergogniamoci per Merlo.

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/01/2014 .Marco Travaglio attualità

La posta del cuore. “Cercherò di mettere innanzitutto in evidenza le preoccupazioni e i sentimenti che ho colto in alcune delle molte lettere indirizzatemi ancora di recente da persone che parlando dei loro casi hanno gettato luce su realtà diffuse oggi nella nostra società. Vincenzo, che mi scrive da un piccolo centro industriale delle Marche…” (Giorgio Napolitano, 31-12-2013). Nicola M. invece mi ha telefonato quattro volte, ma ho fatto bruciare i nastri. Non ci resta che leccare. “Esprimo totale sintonia con le parole e gli auspici del messaggio del Capo dello Stato. L’Italia che vuole rialzarsi e costruire con opportune e tempestive riforme si riconosce nei toni e nell’orizzonte delineato dal Presidente Napolitano. Le parole di queste ore contro il Quirinale e contro il ruolo che ha giocato in questo 2013 per salvare l’Italia sono espressione di una politica destruens alla quale – ne sono convinto – faremo argine con successo l’anno prossimo, come e meglio di quanto l’abbiamo fatto in questi mesi” (Enrico Letta, 31-12-2013). “Il discorso di Napolitano è stato il più bello degli ultimi anni” (Pierferdinando Casini, 31-12-2013). “Un grandissimo statista e vero servitore della Patria: senza la sua sapienza sarebbe venuta giù l’Italia” (Matteo Colaninno, Pd, 1-1-2013). “Il Presidente ha ormai assunto il ruolo di papà della patria” (Beppe Severgnini, Corriere della sera, 2-1). “Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica a me è parso misurato, fermo, commosso e insomma perfetto” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 5-1). “Santissimo Savonarola… Come sei bello… Quanto ci piaci a noi due!… Ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi… Senza chiederti nemmeno di stare fermo! Puoi muoverti! E noi zitti sotto… Punto!… Non volevamo minimamente offendere, tuoi peccatori di prima… Con la faccia dove sappiamo” ( R oberto Benigni e Massimo Troisi, Non ci resta che piangere, 1985).

Dicerie. “È nata una polemica sul tema del peccato e, a detta di alcuni miei critici, io avrei sostenuto che il Papa lo ha di fatto abolito” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 5-1). “La rivoluzione di Francesco ha abolito il peccato” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 29-12-2013)

Horrorpolitik. “Letta e l’incontro con Matteo: ‘Non mi schiacciare su Alfano’” (la Repubblica, 2-1). Chè m’è scaduta l’antitetanica.

Largo ai giovani. “Ma fino a che età è giusto guidare l’auto?” (Corriere della sera, 4-1). Almeno fino a 88 anni. Poi alla peggio si va al Quirinale e si guida la Repubblica.

Family. “Alfano: no alle unioni civili, prima viene la famiglia” (La Stampa, 4-1). La sua. Utility. “A Renzi chiediamo rispetto, non possiamo essere considerati come degli utili idioti” (Fabrizio Cicchitto, Ncd, La Stampa, 4-1). In effetti non è che siano molto utili.

Von Letten. “Spread sotto i 200. Letta: la stabilità paga” (l’Unità, 4-1). In Germania.

Povero Merlo. “Grillo scatenerà i funzionari del fanatismo che ha mandato in Parlamento e i digitanti incappucciati, truppe d’assalto della diffamazione impunita sostenuti dai sempre più lividi professionisti del nome storpiato ‘alla Travaglio’” (Francesco Merlo, la Repubblica , 2-1). Su, dai, Merlo, non fare così, chè il tuo nome – come il mio – non c’è bisogno di storpiarlo.

Formigay. “Formigoni minaccia la crisi: ‘Non tratto sui gay’” (Libero, 3-1). Vestono troppo sgargiante.

Finalmente libero. “Il tunisino Walid Chaabani, pregiudicato da tempo agli arresti domiciliari per reati connessi allo spaccio di stupefacenti, stanco dei continui litigi con la consorte, ha chiesto di poter scontare il resto della pena in carcere. I carabinieri hanno attivato l’Ufficio di sorveglianza del Tribunale di Livorno che ha emesso un ordine di carcerazione e i militari hanno tradotto l’extracomunitario nella casa circondariale” (Libero, 4-1). Vanificando così mesi di lavoro e due decreti svuotacarceri della ministra Cancellieri.

Buon appetito. “Nord Corea, il dittatore folle Kim fa sbranare lo zio da cani affamati” (La Stampa, 4-1). Astenersi inappetenti.

I guardiani dello stagno (Marco Travaglio)

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/01/2014 Marco Travaglio attualità

Che senso ha tutto questo agitarsi di Renzi, che sforna due o tre proposte al giorno? Il neosegretario del Pd sfrutta una posizione di vantaggio che pochi altri protagonisti della politica possono vantare: nei vent’anni disastrosi della Seconda Repubblica, Renzi non c’era, almeno a Roma. Dunque nessuno può imputargli responsabilità nella catastrofe in cui siamo immersi e, quando parla, nessuno può domandargli “dov’eri tu?”. Quando un politico qualsiasi apre bocca in tv e dice “bisognerebbe fare”, la gente cambia canale con un fastidioso prurito alle mani. Quando invece lo fa Renzi, qualcuno gli crede, qualcuno l’ascolta con diffidenza, qualcuno gli dà appuntamento sul terreno dei fatti, qualcuno pensa alla solita propaganda. Ma nessuno può dirgli: “Senti chi parla, quello degli inciuci, del Porcellum, delle leggi vergogna, delle controriforme Fornero”. Renzi però sa che la luna di miele non durerà molto: anzi, per lui durerà molto meno che per i suoi precedessori, eletti in tempi meno nefasti per chi fa politica. Ancora qualche settimana e verrà rottamato anche lui, se non sarà riuscito a cambiare nulla non solo nel Pd, ma soprattutto in Italia. Ed è difficile, per il segretario di un partito che per giunta non controlla né la maggioranza dei suoi parlamentari (espressione del Pd bersaniano, cioè di un’altra èra geologica) né la sua delegazione governativa (quasi tutta formata dagli sconfitti alle primarie), lasciare un segno tangibile di cambiamento. Perciò Renzi si agita tanto. Non solo, come dice Grillo, perché è “uno stalker in cerca di visibilità”. Ma anche perché cerca disperatamente sponde fuori dalla gabbia asfittica della maggioranza, anzi della minoranza di governo: la somma di Pd, Ncd, Sc e Udc nei sondaggi vale un terzo degli italiani. Infatti Renzi riunisce i vertici del partito a Firenze, per non finire immortalato in una di quelle mortifere foto di gruppo romane con i presunti leader che fanno scappare anche i topi.

Non che voglia rovesciare subito il governo: ha semplicemente bisogno di numeri importanti per far passare qualche riforma molto popolare e dimostrare di non essere un parolaio come tutti gli altri. E quei numeri glieli possono portare solo Grillo o B. Che sono i due leader dell’opposizione, il che spiega il terrore fra i guardiani dello stagno: Napolitano, Letta jr., giù giù fino ad Alfano, Monti, Casini e le altre anime morte. B., anche morente, è molto più vispo di tanti quarantenni: infatti s’è subito infilato nel varco aperto da Renzi. Stupisce invece l’inerzia dei 5Stelle, che paiono tornati in preda alla paralisi che li fregò alle consultazioni di marzo-aprile. Oggi come allora, è il momento di andare a vedere il gioco di Renzi. Se è un bluff, avranno il merito di averlo smascherato. Se è una cosa seria, divideranno con lui il merito di avere sbloccato l’impasse: siccome Renzi sa che un asse privilegiato con B. farebbe storcere il naso a molti dei suoi elettori, il M5S può rendere molto preziosi i propri voti in Parlamento, dettandogli alcune condizioni: per esempio, la rinuncia ai “rimborsi elettorali” – da lui promessa finora come merce di scambio – che metterebbe in ginocchio l’apparato Pd. Perché non sfidarlo a mantenere la parola? Se non lo farà, peggio per lui. Se lo farà, non si vede cosa impedisca ai 5Stelle di fare ciò che Grillo predica da sempre: accordarsi in Parlamento sulle cose da fare. Alcune sono di dubbia utilità (tipo un Senato ridotto a carrozzone di consiglieri regionali). Altre sono utilissime, come una delle tre proposte di legge elettorale (specie la seconda, che riproduce grosso modo il Mattarellum), le unioni civili e il taglio delle prebende ai consigli regionali. A queste, per reciprocità, M5S potrebbe chiedere di aggiungere un paio di propri cavalli di battaglia. E otterrebbe tre effetti collaterali mica da ridere: tagliare l’erba sotto i piedi al trio Napolitano-Letta-Alfano; mettere definitivamente fuori gioco B.; e avvicinare le elezioni. Renzi si agita troppo, ma chi sta fermo è peggio di lui.

Liberi tutti (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 29/12/2013. Marco Travaglio attualità

Provate a indovinare: qual è per il governo la prima emergenza della giustizia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere? Non ci arriverete mai, ci vuole un aiutino: la prima emergenza della giustizia in Italia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere sono i troppi arrestati che finiscono in carcere. Quindi, dopo il decreto svuota-carceri, ci vuole una bella legge anti-arresti. Vi sta provvedendo la ministra Cancellieri, coadiuvata da un’apposita commissione presieduta da Giovanni Canzio, il presidente della Corte d’appello di Milano che nel febbraio 2012 impiegò un mese per respingere la ricusazione dei giudici del processo Mills, regalando così a B. la sua ottava prescrizione. Insomma l’uomo giusto al posto giusto per una giustizia più rapida ed efficiente.Il disegno di legge infatti è comicamente dedicato alla “velocizzazione del processo penale” e prevede alcune novità strepitose. La prima è l’obbligo per il giudice di interrogare l’indagato prima di arrestarlo: oggi infatti capita che alcuni candidati all’arresto, non sapendo di essere nel mirino dei magistrati, si facciano trovare in casa al momento del blitz e dunque finiscano sventuratamente in manette. Il governo ritiene che ciò non sia sportivo: l’arrestando dovrà essere preavvertito col dovuto anticipo della prava intenzione dei giudici, convocato per l’interrogatorio e ivi informato dettagliatamente dei sospetti che gravano sul suo capo: così, ove ritenesse ingiusto il proprio arresto, avrà modo di dileguarsi per tempo. La seconda ideona è quella di affidare la decisione sulle richieste di cattura dei pm a un collegio di tre giudici. Oggi se ne occupa uno solo, il gip, anche perché poi l’arrestato può ricorrere al Tribunale del Riesame (tre giudici) e, se gli va buca, alla Cassazione (5 giudici). Ma, per il governo, un pm e 9 giudici non bastano ancora. Dunque ciò che oggi fa uno solo domani lo faranno in tre, così si spera che litighino fra loro e lascino perdere. L’effetto accelerante di una simile norma non può sfuggire. Naturalmente nei tribunali più piccoli sarà difficile trovare tre giudici liberi, o non incompatibili per essersi già occupati di vicende affini: così molte catture non si faranno più o andranno alle calende greche. Il ddl governativo parla di sopprimere i tribunali del Riesame, che però oggi intervengono in seconda battuta ed esaminano un numero molto inferiore di casi (e quando il sospettato è già stato assicurato alla giustizia). In ogni caso si fa presto ad aggiungere un ente, mentre è molto complicato sopprimerne uno (vedi l’accrocco fra regioni e province). Terza novità: niente più limiti al colloquio nei primi cinque giorni fra l’arrestato e il difensore (salvo per mafia e terrorismo). È una norma di elementare buonsenso per evitare che l’arrestato, prima dell’interrogatorio, venga istruito a tacere o a mentire secondo un copione prestabilito. Ora invece sarà un gioco da ragazzi per l’avvocato “formattare” l’arrestato per dettargli le cose da dire e quelle da non dire, i complici da inguaiare e i mandanti da salvare, specie nei processi di corruzione e criminalità finanziaria, dove spesso il difensore rappresenta non solo il singolo, ma l’intera organizzazione criminale. L’ultima genialata è l’idea di escludere dal giudizio abbreviato le parti civili, che per il risarcimento dei danni dovranno avviare una separata causa civile, costosissima e lunghissima. Così le vittime di delitti gravissimi (l’abbreviato è previsto persino per l’omicidio) saranno escluse da molti processi: un capolavoro.

Ma non basta ancora, perché il ddl governativo verrà integrato con la legge anti-manette Ferranti & C. appena varata in commissione Giustizia. Questa fra l’altro – come spiega Valeria Pacelli a pagina 8 – rende praticamente impossibile arrestare gli incensurati. Che non sono soltanto i delinquenti alla prima impresa, ma anche quelli rimasti impuniti e beccati per la prima volta. A questo punto manca soltanto un codicillo: l’arresto obbligatorio, per manifesta pericolosità sociale, del pm che chiede un arresto. In galera.

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