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“ILLEGALI I SOLDI AI PARTITI” C’È UN GIUDICE A ROMA

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Da Il Fatto Quotidiano del 30/11/2013. Sara Nicoli attualità

IL PROCURATORE DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO RICORRE ALLA CORTE COSTITUZIONALE: ”CON IL RITORNO DEI FONDI PUBBLICI VIOLATO IL REFERENDUM”.

Ce l’hanno messa tutta e in vent’anni si sono intascati 2,7 miliardi di euro nonostante 31 milioni di italiani, nell’aprile del ‘93, avessero votato, in modo plebiscitario, per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Un referendum, promosso dai Radicali, diventato carta straccia grazie a sottili artifici lessicali che hanno trasformato i “finanziamenti” in “rimborsi”, aggirando la volontà popolare fino a quando, con lo scandalo della Lega, ma anche con il caso Lusi e molti altri accadimenti legati al malcostume della Casta, la volontà popolare si è trasformata in incitamento alla protesta da parte di Grillo e dei suoi. Inducendo perfino il pacato Enrico Letta a minacciare, dal giugno scorso in poi, di intervenire “anche per decreto” pur di mettere fine alla faccenda.

ORA, dopo che la Camera ha approvato, non senza sforzo e disagio, una legge che dovrebbe interrompere l’erogazione a pioggia di denaro sui partiti, salvo poi scordarsela in commissione Affari costituzionali del Senato, ecco che ieri un giudice ha messo fine al balletto, sollevando una questione di legittimità davanti alla Corte costituzionale. Stiamo parlando del procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis. Che, in pratica, ha messo in mora tutte le leggi, a partire dal 1997, che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti, per averlo fatto “in difformità” rispetto al referendum del ‘93. La decisione è partita dopo l’indagine istruttoria aperta nei confronti di Luigi Lusi, sotto processo anche penalmente per illecite sottrazioni di denaro pubblico. Per De Dominicis, tutte le leggi che la Casta ha prodotto e votato per continuare a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, “sono da ritenersi apertamente elusive e manipolative del risultato referendario, e quindi materialmente ripristinatorie di norme abrogate”. Per la Corte dei Conti, quindi, “tutte le disposizioni impugnate, a partire dal 1997 e, via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012, hanno ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993, facendo ricorso ad artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi”. Dalla normativa contestata, sempre secondo il magistrato contabile, deriva “la violazione del principio di parità e di eguaglianza tra i partiti e dei cittadini”.

Infatti – argomenta – i rimborsi deducibili dal meccanismo elettorale “risultano estesi”, dopo il 2006, a tutti e cinque gli anni del mandato parlamentare, in violazione “del carattere giuridico delle erogazioni pubbliche, siccome i trasferimenti erariali, a partire dal secondo anno, non solo si palesano come vera e propria spesa indebita, ma assunti in violazione del referendum dell’aprile 1993”. Insomma, i partiti hanno “preso in giro” i cittadini “attraverso la finzione del linguaggio”, come sottolineato dal professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”, ma questo non ha fermato la Casta. Che ora, forte anche dell’attesa su una pronuncia della Corte, potrebbe decidere persino di non proseguire nell’approvazione del nuovo ddl in stallo in commissione Affari costituzionali del Senato, per evitare che venga dichiarato incostituzionale appena approvato. D’altra parte, dentro quel provvedimento è scritto chiaramente che l’erogazione dei fondi pubblici si sarebbe dovuta interrompere nel 2017.

Una data troppo lontana, a ben guardare, per la Corte costituzionale che solo ora, si sottolinea, può intervenire sul tema perché chiamata in causa direttamente da un giudice. E poi in quella legge sono contenute una serie di storture che non risolvono assolutamente il problema così come impostato dal giudice contabile alla Consulta. Si prevede, infatti, l’iscrizione dei partiti che possono essere inseriti nell’apposito registro e accedere così al finanziamento, mentre altri no (guarda caso, i 5 Stelle, perché non hanno lo statuto), ma a pagare è sempre lo Stato.

PER L’ANNO in corso e i prossimi tre anni l’esborso sarà sempre forte: nel 2014, 91 milioni di euro; 54 milioni e 600 mila per il 2015; 45 milioni e mezzo per il 2016 e per il 2017 circa 36 milioni 400 mila. A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini che potranno dare il due per mille mentre il tetto del finanziamento da parte dei privati è stato innalzato, alla fine, fino a oltre 100 mila euro. Insomma, l’ennesimo modo per aggirare la volontà popolare. Resta da vedere che cosa farà il governo alla luce di questa assoluta novità giuridica che ieri ha visto i grillini chiedere di nuovo “la restituzione dei soldi agli italiani” e Mario Staderini, segretario dei Radicali, affermare che per “vent’anni i partiti hanno fatto un furto agli italiani”.

La cifra è comunque imponente, sicuramente scandalosa in tempi di crisi come questi, dove si fatica a comprendere il distacco della politica da un problema così evidente. Perché salta agli occhi fin troppo chiaramente che chissà quante cose avremmo potuto fare con 2,7 miliardi di euro in più a bilancio dello Stato. Spesi diversamente.

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L’ARROCCO DEI PARTITI SUI FINANZIAMENTI Votata regola anti Grillo e liste civiche


Fatto Quotidiano 24/05/2012 Wanda Marra Attualità
Onorevole Turco, onorevole Turco c’è tutto il tempo necessario. Onorevole Turco, onorevole Turco non mi co-
stringa ad allontanarla dall’Au l a . Onorevole Turco, onorevole Turco, la prego di allontanarsi dall’Aula. La seduta è sospesa” . Montecitorio, ore 12 e 13, discussione in Aula della legge sui finanziamenti ai partiti.
L’ESCALATION di Gianfranco Fini, che presiede l’a s s e m bl e a , culmina con l’espulsione del Radicale Maurizio Turco, reo di aver posto la questione del poco tempo a disposizione per esaminare i nuovi 17 emendamenti al testo. “Vogliamo sapere se abbiamo il diritto effettivo a presentare subemendamenti”, scandisce Turco. Che in realtà vuole porre una questione di fondo: nella discussione in corso, non ci sono margini veri di dibattito. Testo blindatissimo. Con una guerriglia in Aula – che non porta niente in termini di risultati – tra la maggioranza targata ABC e l’opposizione che si configura come Lega, Idv,Radicali e qualche democratico a turno (tra cui Furio Colombo), che votano contro. L’altroieri è passato il primo articolo, quello che dimezza i finanziamenti ai partiti. Peccato che lo faccia sostanzialmente a discapito dei minori: i tagli complessivi sono di 91 milioni, ma le formazioni maggiori rinunciano a una piccola parte, perché ai “contributi pubbl i c i ” per le spese elettorali, il 70 per cento (63,7 milioni), possono accedere solo quelli che entrano in Parlamento. Gli altri hanno diritto solo a una quota del restante 30%, a titolo di “cofinanzia –
Per ottenere i soldi sarà necessario uno statuto: Idv, Lega e Radicali votano contro, ma non ottengono nulla
APPALTI Dal ministero dell’Interno
mento” (per ogni 50 cent che arriva al partito da tessere e contributi vari, lo Stato versa 1 euro) purché detto partito arrivi al 2% o abbia un eletto in Parlamento. Ieri, dunque, si è arrivati a votare fino a metà dell’articolo 6. Ma è chiara la sostanza: l’unica vera novità è il dimezzamento dei finanziamenti, ma in questa forma conveniente per chi la legge l’ha scritta. Peraltro ieri brillavano per la loro assenza sia Alfano (arrivato nel pomeriggio) che Bersani e Casini. E Berlusconi. Oltre all’espulsione di Turco, c’è un’a l t ra fotografia che descrive il clima di ieri. Si discute dell’articolo 3, quello che stabilisce che “i partiti e i movimenti politici che intendono concorrere alla ripartizione dei rimborsi e dei contributi” sono tenuti “a dotarsi di un atto costitutivo e di uno statuto”. Passa un emendamento a firma dell’Udc, Mantini: tale Statuto deve essere “conformato a principi democratici nella vita interna con particolare riguardo alla scelta dei candidati, al rispetto delle minoranze, ai diritti degli iscritti”. Visti i risultati delle ultime amministrative, non è difficile fare duepiù due e leggerlo come l’ar roccamento dei partiti. Sul blog di Grillo, per esempio, c’è una sorta di regolamento, un “non-Statuto” di 7 articoli. La discussione conferma. Tuona Carra (Udc): “L’ar ticolo sullo statuto doveva essere il primo. Deve finire questa fase di transizione, che ha portato a statuti approvati nella fretta, statuti di partiti personali”. Ma anche, “statuti come quello dei Dl che prendevano decisioni a insaputa dei suoi dirigenti”.
LA FILOSOFIA dell’ar rocco non si legge solo nel limitare l’ac cesso ai contributi, ma nel limitare anche il campo delle detrazioni per le erogazioni liberali (limite tra i 50 e i 10mila euro) in favore di partiti e movimenti. Perché chi dona possa goderne deve scegliere di farlo a favore di chi abbia almeno un rappresentante eletto in assemblee nazionali o regionali. Questo esclude automaticamente, per esempio, ogni lista civica locale. Limitazioni “in soppor tabili” secondo Roberto Giachetti. Detrazioni peraltro aumentate dal 19% attuale, al 26 che vuol dire meno soldi nelle casdello Stato. Ad assistere alla discussione che si è tenuta ieri nell’Aula di Montecitorio, saltano agli occhi almeno un altro dato. La sostanziale poca chiarezza e la provvisorietà di questa legge: molto è rimandato all’annosa riforma dei partiti, con l’ar ticolo 49 della Costituzione, alla quale in teoria sta lavorando il super consulente Amato. “Il governo si rimette all’Au l a ”, l’unica locuzione consentita ieri al sottosegreta-

Una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti. Il Fatto Quotidiano raccoglie le firme (Falli smettere di rubare)


Redazione
dopo il referendum del 1993 che aboliva il Finanziamento pubblico ai partiti è seguita nello stesso anno da una legge che rifinanziava i partiti sotto il nome di contribuzione dopodichè le successive modifiche che porta nelle tasche dei partiti cifre altissime sotto l’iniziative del Fatto quotidiano di una petizione per una legge guiridica sui partiti che si attende dal 1948.
Proposta legge giuridica per i partiti petizione online

“Non sono partiti, ma imprese a partecipazione statale L’ECONOMISTA VITALE: “LA QUANTITÀ DI SOLDI ASSORBITA È ASSURDA. DEVONO ESSERE ASSOGGETTATI ALLA CORTE DEI CONTI””


Redazione
Lo Stato versa alla Margherita(Rutelli) versa circa
21,4 milioni di euro, un patrimonio netto di 20,5 che milioni di euro cifre enormi si è calcolato che circa l’80% degli emolumenti viene dato con rimborsi elettorali.
Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell’aprile 1993 con la vittoria dei si con il 90,3% dei voti espressi con la conseguente abrogazione finanziamento pubblico ai partiti subito dopo lo scandalo di tangentopoli.
Ricordo che dopo il referendum il parlamento ha 5 anni non può fare una legge contro i quesiti del referendum.
Ma nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con una legge con un nome diverso da finanziamento mettenndo la voce contributo(ma di fatto si rifinanziano i partiti) n. 515 del 10 dicembre 1993[5la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l’intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro.
poi di seguito altre modifiche che apporterano un aumento del emolumenti ai partiti.
Da qui l’inziativa del Fatto per una legge sulla giuridica dei partiti con una raccolta di firme per una petizione fatta circa 4 giorni fa’.
Una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti.
Dal Fatto Quotidiano 7/02/2012 di Caterina Perniconi
Il compito dei revisori è quello di vedere cosa c’è dietro ai bilanci per scon-giurare il falso, bisogna esaminare le fatture, ogni spesa dev’essere giustificata e documentata”. Marco Vitale, economista d’impresa, pioniere dell’analisi dei bilanci in Italia, ha sviscerato per il Fa t t o Quotidiano i rendiconti della Margherita. “Il bilancio relativo al 2008 (quando la Margherita è già confluita nel Partito democratico, ndr) è formalmente ineccepibile – spiega Vitale – ma ciò non basta, ci sono importanti osservazioni da fare. Intanto sono evidenziate disponibilità liquide e postali per 21,4 milioni di euro, un patrimonio netto di 20,5 milioni di euro e un totale di attività di 28.1 milioni di euro; e, tra i ricavi, contributi pubblici di 24.2 milioni di euro”. Secondo Vitale ne consegue che “i contributi che lo Stato versa a questo partito (e agli altri) è una cosa semplicemente folle. È inevitabile che, prima o poi, ci sia qualcuno tentato di mettere le mani su tanto ben di Dio per farsi una casetta o per fare proficui investimenti in Tanzania o altro paese esotico”. Alla luce
della quantità dei soldi ricevuti dallo Stato, per il professore “il soggetto non è un partito, cioè un’associazione di persone ai sensi dell’art. 49 della Costituzione (tutti i sottoscritti hanno diritto di associarsi liberamente in partito per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale)”.
INFATTI I CONTRIBUTIda persone fisiche associate sono la risibile somma di 149.880 euro a fronte di 24.277.368,72 dai contributi dallo Stato. “Questa è un’impresa – spiega Vitale – anzi, con i parametri italiani, è una grande impresa, anzi una grande impresa a partecipazione statale. E come tale va assoggettata, come tutte le imprese grandi, almeno all’o bbl i go del bilancio consolidato che non è disponibile, anche se esistono 3,8 milioni
“Aveva ragione chi si è fatto delle domande Va controllato cosa c’è dentro questi enormi contenitori”
di crediti verso società partecipate, oltre a 343 mila investiti nelle stesse a titolo di capitale (si tratta di due società editoriali) e all’obbligo della certificazione dei bilanci. Inoltre, trattandosi di una impresa a partecipazione statale, dovrebbe essere sottoposta anche al controllo della Corte dei conti”. E un meccanismo di questo genere poteva evitare che si arrivasse a un “caso Lusi”.
“Il grosso dei ricavi – osserva Vitale – è stato speso per servizi. Nell’arco di soli 12 mesi sono stati spesi ben 15 milioni di euro per acquisti di servizi. Di questi si dice che ben 10.5 milioni sono stati spesi per spese elettorali e di propaganda. Ed è tutto. Chi vuol saper di più passi la prossima vo l t a ”. Sono proprio queste cifre così generiche che nel bilancio del 2010 impensieriscono Arturo Parisi e i suoi che chiedono maggiori specifiche. A tre anni dallo scioglimento del partito nel Pd, la Margherita spende ancora somme astronomiche per la comunicazione e la propaganda politica (3.825.809,32 euro) o per viaggi e trasferte (944.278,35 euro). “Le diciture sono quelle classiche di un rendiconto, ma le cifre appaiono spropositate per un partito che non esiste – a ggiunge Vitale – avevano ragione quelli che si sono fatti delle domande. Era necessario sapere il contenuto di questi grandi contenitori”. Eppure una soluzione, dati gli interessi in campo, non sembra all’orizzonte: “Sia ben chiaro – conclude – che nessun miglioramento formale, nessuna migliore supervisione, nessuna migliore gestione può migliorare sostanzialmente la situazione. I partiti assorbono una quantità di denaro pubblico assurda. Devono ritornare a essere associazioni politiche. Ma non saranno gli attuali partiti e neanche quelli più recenti, penso ai comportamenti in materia dell’Idv, a produrre il cambiamento”.

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