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F35, Consiglio Supremo rinvia decisione al 2015. Intanto il piano di acquisto va avanti

L’organismo presieduto da Napolitano non affronta direttamente l’argomento e rimanda alla stesura di un Libro Bianco – che arriverà non prima del prossimo anno – sulle necessità delle nostre forze armate. Evitato lo scontro con il Parlamento, ma il Pd protesta. Scanu: “Indagine conoscitiva diventi risoluzione vincolante per sospendere i contratti”
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Fonte di Enrico Piovesana | 19 marzo 2014 attualità
Dopo giorni di indiscrezioni e ipotesi sul dimezzamento del discusso programma F35 – e dopo un caffè offerto ieri dall’ambasciatore americano John Phillips a una delegazione delle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato – oggi il Consiglio Supremo di Difesa convocato dal presidente Napolitano, pur non affrontando esplicitamente l’argomento, ha di fatto rimandato ogni decisione a dopo l’elaborazione di un “Libro Bianco” che dovrà stabilire quali sono le minacce future per la sicurezza nazionale del nostro Paese e gli strumenti militari adatti a fronteggiarli.

La sorte del contestato programma di acquisizione dei cacciabombardieri americani, che doveva essere decretata al termine dell’indagine conoscitiva del Parlamento, è quindi ulteriormente rinviata al 2015 poiché il nuovo studio non sarà pronto prima della fine dell’anno. Il Colle ha voluto evitare lo scontro istituzionale, come accaduto lo scorso luglio con il suo duro monito contro l’interferenza del Parlamento su questa materia, adottando questa volta una strategia più diplomatica per arginare il potere di controllo parlamentare sancito dalla legge 244 del 2012 e consentire alla Difesa di proseguire indisturbata il programma di acquisizione degli F35 (sono previsti a breve impegni contrattuali per altri quattro aerei). I parlamentari del Pd in commissione Difesa capeggiati da Giampiero Scanu, però, non si danno per vinti e puntano a trasformare le conclusioni dell’indagine conoscitiva, prevista per il 4 aprile, in una risoluzione da far votare in aula che impegni il governo a sospendere i contratti del programma F35 – questa volta davvero – in vista di un suo significativo ridimensionamento.

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Anteprima Presadiretta Puntata “Terremoti” Lunedì 3 Febbraio 2014

Fonte PresadirettaRaitre del 2/02/2014 attualità
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Per la prima volta un’inchiesta televisiva sul terremoto che nel 2012 ha sconvolto l’Emilia Romagna. PRESADIRETTA racconterà i centri storici dei paesi emiliani distrutti e disabitati a un anno e mezzo dalle scosse, le abitazioni inagibili, la popolazione che ancora vive negli alloggi provvisori.

Il racconto di un terremoto dimenticato. Il racconto della fragilità della macchina dello Stato di fronte a una tragedia di enormi dimensioni come quella del terremoto.

Il terremoto che ha travolto capannoni e lavoratori nella zona che da sola produce il 2% del Pil nazionale. In quel territorio così fitto di imprese, la vita produttiva è ripartita solo grazie agli imprenditori, che si sono fatti carico dei costi della ricostruzione.

PRESADIRETTA torna ad attraversare anche le zone del terremoto che nel 2009 ha colpito e devastato la città dell’Aquila. A cinque anni di distanza la situazione è più che mai compromessa.

PRESADIRETTA racconterà gli scandali legati ai soldi della ricostruzione, che hanno portato la magistratura ad aprire inchieste sul progetto C.A.S.E., sugli isolatori sismici, persino sui bagni chimici del post terremoto. I sospetti di corruzione tra i membri dell’amministrazione comunale stessa, che hanno portato il sindaco Cialente a dimettersi e poi a ritirare le dimissioni. La denuncia dell’eurodeputato danese Sondergaard, membro della Commissione Controllo Bilancio della Commissione Europea, che ha riaperto il dibattito sui costi della ricostruzione.

A PRESADIRETTA si tornerà a parlare dell’ F35, il caccia intercettore e bombardiere di cui anche l’Italia ha ordinato diversi esemplari. Proprio dal Pentagono e’ arrivata la notizia che sarebbero state riscontrate sulla struttura dell’aereo lesioni e crepe, dopo i test di volo. E il Pentagono ha aggiunto che persistono ancora i problemi di software. Ma il Ministero Della Difesa italiano li vuole lo stesso. Perché? E la politica? Durante l’ultima campagna elettorale erano tutti contrari e adesso? E infine, quante vale in soldi e potere il mercato delle armi?

In STUDIO con Riccardo Iacona ci sarà Francesco Vignarca, giornalista, scrittore e attivista della rete disarmo e uno dei massimi esperti di spese militari.

“TERREMOTI” è un racconto di Riccardo Iacona, con Alessandro Macina ed Elena Stramentinoli.

F35, giustizia e Kazakistan È l’umiliazione dello Stato”

corelDa Il Fatto Quotidiano del 18/07/2013. Silvia Truzzi attualità
Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.

Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky.

Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?

Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.
Cosa intende?

Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?

Dica lei.

Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.

Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?

Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.

Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?

Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?

L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?

Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?

Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?

Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.

C’è una logica che spiega i singoli episodi?

Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.

Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?

In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.

Il giurista Stefano Rodotà “F35, Napolitano sbaglia: decide il Parlamento”

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Fatto Quotidiano 7/07/2013 di Beatrice Borromeo attualità

È il governo a decidere sui caccia F-35: lo stabilisce il Consiglio supremo di Difesa, organo presieduto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Una scelta su cui il professore Stefano Rodotà – che di Napolitano avrebbe potuto essere il successore come candidato del Movimento 5 Stelle – nutre “dubbi fortissimi”. Per varie ragioni, spiega l’ex ga- rante per la Privacy. Che in questa estate passata al lavoro ha preso un paio di giorni per visitare la cattedrale di Trani, capolavoro dell’architettura romanica, e “tornare a riflettere, perché quello che ci diciamo non siano solo chiacchiere”. Cosa non la convince, professor Rodotà? Partiamo dal cuore della questione: il Parlamento. Un luogo che negli ultimi cinque anni, e forse anche di più, è stato azzerato, trasformato in un guscio vuoto che si limita soltanto a ratificare i provvedimenti già presi dal governo. E proprio ora che tenta di recuperare il suo ruolo costituzionale – quello rappresentativo e di indirizzo – viene ancora una volta esautorato. Eppure siamo ancora, o almeno dovremmo essere, in una Repubblica parlamentare. Una commissione parlamentare chiedeva di valutare meglio i pro e contro dei costosissimi cacciabombardieri. Ma questa prerogativa, si obietta dall’alto, non spetta alle Camere. Io invece sono convinto di sì. In più, il Parlamento non ha disdetto l’ordine di acquisto, ha solo chiesto di valutarlo come è normale accada nei piani d’investimento pluriennali. Si tratta già di un compromesso molto blando: per questo in- sisto nel dire che quello a cui stiamo assistendo è sintomatico di una profonda distorsione del meccanismo istituzionale. Si dà un privilegio eccessivo al governo: quello di rendere le sue decisioni insindacabili. Il Consiglio supremo di difesa, però, sostiene che, secondo la Costituzione, le decisioni sul- l’ammodernamento delle Forze armate spettino all’esecuti- vo . Innanzitutto ricordiamo che quando al Colle c’era come presidente Francesco Cossiga hanno voluto definire i poteri e le competenze del Consiglio supremo, che è un organo di informazione e consulenza del presidente della Repubblica, e indirettamente del governo. Non solo queste prerogative non si estendono al Par- lamento, ma di certo non può essere il Consiglio a imporre veti alle Camere. Proprio non gli compete. Resta il fatto che ci sono dubbi interpretativi . Forse sì. Ma, ripeto, in una Re- pubblica parlamentare i nodi vanno sempre sciolti a favore del Parlamento. Ed è respon- sabilità costituzionale del governo quella di salvaguardare il proprio rapporto con il Parlamento. Il presidente Napolitano però sembra essersi profondamente irritato. Non me lo spiego, dato che non vedo tentativi del Parlamento di esautorare il governo né, tantomeno, il capo dello Stato. Ora serve una seria discussione perché ad uscirne davvero male, in questa vicenda, è ancora una volta proprio il Parlamento. Nella delibera del Consiglio si legge che, trattandosi di “decisioni operative e provvedimenti tecnici”, la competenza specifica per decidere l’acquisto degli aerei F-35 spetti proprio al governo. Non è così, per due motivi. È vero che il ministro della Difesa può intervenire con decreto, ma solo quando si tratta di provvedimenti finanziati da uno stanziamento di bilancio ordinario. In questo caso invece si tratta di ordini di spesa pluriennali, che devono essere rivisti di volta in volta e che di conseguenza devono essere sottoposti al Parlamen- to. Lo stabilisce una legge approvata nel 2012: è assoluta- mente legittimo che il Parla- mento valuti piani plurienna- li. Legge che, tra l’altro, porta la firma proprio del presidente Giorgio Napolitano. Infatti. E poi, soprattutto in un periodo di profonda reces- sione, mi pare difficile dare una lettura tecnica di queste spese. In questa fase di spen- ding review, dove si tagliano i fondi a lavoro, scuola e salute, definire come impiegare le risorse è una decisione squisitamente politica. E in quanto tale spetta solo al Parlamento. E riflettere sull’acquisto di questi cacciabombardieri no

A Cameri la fabbrica del jet dove decollano solo i costi L’F35 sale da80 a127milioni di dollari.LaFiom:“Le assunzioni?Poche decine di operai


La stampa del 22/10/2012 Reportage
TEODORO CHIARELLI attualità
capannoni costruiti dalla Mal- tauro di Vicenza e ancora fre- schi di intonaco si intravvedo- no appena oltre le recinzioni off limits. Sì perché l’ultimo stabilimento dell’Alenia, realizzato per assemblare il cacciabombardie- reF-35,dettoancheJsf(JointStrike Fighter), progettato dall’americana Lockheed Martin, si trova all’inter- nodiunaeroportomilitare.Siamoa Cameri, provincia di Novara, sito storico (fondato nel 1909) dell’avia- zionetricolore.OggiospitailRepar- toManutenzioneVelivolichefaassi- stenzaaiPanaviaTornadoeagliEu- rofighter Typhoon. L’eco delle pole- miche sollevate sul costo dei 90 ae- rei che l’Italia si è impegnata ad ac- quistare, qui arriva attutito. Le rare personecheentranooesconoveloci in auto non si fermano neppure per dire “buongiorno”. Off limits, zona militare,appunto. Già, le polemiche. In una intervi- sta al portale specializzato “analisi- difesa.it”,ilgeneraleClaudioDeber- tolis, segretario generale della Dife- sa,haammessocandidamentecheil costo dei cacciabombardieri F-35 per Aeronautica e Marina italiane saràbenpiùaltodeicirca80milioni di dollari per ciascun esemplare dei primi tre apparecchi, comunicati a suo tempo al Parlamento. «Il dato si è rivelato irrealistico – ha spiegato il generale – poiché si riferiva a una pianificazione ormai superata dalle vicende del programma e verteva sulsoloaereonudo». I primi F-35 avranno un costo previstoattualmentein127,3milioni didollari(99milionidieuro)aesem- plare per la versione A e di 137,1 mi- lioni di dollari (106,7 milioni di euro) per la versione B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) che verrannoacquisitidal2015. Una volta usciti dalle catene di montaggio di Cameri, all’inizio del 2015, i primi 3 caccia “stealth” Lockheed Martin F-35A Ctol a de- collo convenzionale per l’Italia (60 quelli previsti), saranno inviati presso il centro di addestramento negli Stati Uniti per iniziare la for- mazione dei piloti e degli speciali- sti. Nel 2016 saranno seguiti dai primi 2 di un successivo gruppo di 3 esemplari. Il primo F-35A si schiererà sulla base di Amendola dell’Aeronautica militare nel mar- zo2016,mentreilprimoF-35BSto- vladecollocortoeatterraggiover- ticale (30 fra Marina e Aeronauti- ca), il cui contratto d’acquisto è previstonel2015,cominceràaope- rare dalla base di Grottaglie a par- tire dalla seconda metà del 2018. Questo, dopo il taglio di 41 esem- plari deciso a febbraio dal governo, è il nuovo programma di acquisto degli Jsf, secondo quanto illustrato dal generale Debertolis. Il quale non ha negato le criticità emerse in America sul fronte industriale del programmaJsf:ilcostoèaumenta- to a una media di ben 40 milioni di dollarialgiornoin11anni,preoccu- pando non poco il Pentagono. An- cheperché,vistalacrisieconomica mondiale, già alcuni Paesi hann In Italia, invece, pur con un pro- gramma ridotto rispetto all’originale (approvato via via dai governi Prodi, Berlusconi,D’Alema,Prodiedinuovo Berlusconi),l’esecutivoMonti,cheve- deallaDifesal’ammiraglioGiampaolo Di Paola, uno dei principali sostenito- ri del progetto, ha deciso di prosegui- re. L’Italia dovrebbe alla fine spende- re qualcosa come 16,9 miliardi di dol- larie,secondo,Debertolis,neavrebbe un ritorno industriale del 77%, pari a circa 13 miliardi. Oltre all’assemblag- gio dei propri aerei e di quelli di qual- che altro Paese europeo, l’Italia avrebbe assegnata la costruzione di unmigliaiodiali.SinorailnostroPae- sehaspesoperilprogrammafrai2ei 2,5 miliardi di euro e ha avuto ritorni industrialiper631milionididollari. SullostabilimentodiCameri,chesi trova nel collegio elettorale del presi- dentedellaRegionePiemonteRober- toCota,hamessograndeenfasilaLe- ga,tantodafarneoggettodivisiteen- tusiastiche dell’allora ministro Um- berto Bossi. La fabbrica, denominata “Faco” (Final assembly and check out)ècostataalloStato800milionidi euro.Qualcheannofafumessaingiro la voce che il programma F-35 avreb- beportatoallacreazioneinItaliadi10 milapostidilavoro.Inrealtàsièrive- lataunabufala. Oggi a Cameri, come confermano fonti sindacali e aziendali, lavora solo un centinaio di persone, per lo più “in missione” dall’Alenia di Caselle: solo alcune decine sono nuovi assunti. «In pratica il personale occupato sulle nee di Cameri non sarà a “somma”, maa“sottrazione”diquellodiCaselle – spiega Gianni Alioti, responsabile esteri della Fim Cisl nazionale – Alla fine il numero di persone impiegate nella “Faco”, fossero anche i 1.816 su tre turni di cui ha parlato il ministero della Difesa nel 2010, o i più realistici 600lavoratoricherisultanoanoisin- dacati,sarannosoloinpartenuovipo- stidilavoro». Ma non è solo una questione di co- sti fuori controllo e di occupazione fantasma. «Il programma dei caccia- bombardieri F-35 è industrialmente un errore – sostiene Lino Lamendola che segue il settore per la Fiom pie- montese -. Come Paese siamo passati dal partecipare a programmi pro- prietariinconsorzioconaltripartner europeialruolodifornitoridiaziende Usa. Non abbiamo nessun ruolo nello sviluppo della tecnologia, siamo fuori dall’ingegneria e dalla progettazione. Una condizione di subalternità letale per l’industria nazionale. Una scelta dipoliticasuicida». Il paradosso è che non ci sono cer- tezze neppure di rientrare dagli 800 milioni investiti dal governo per la “Faco”. «Non c’è nulla di garantito – harivelatoilsegretariogeneraledella Difesa -. Dagli Americani abbiamo un contrattoeffettivoper100alieunadi- chiarazionediintentiper800».Come cantava Giorgio Gaber, «anche per«anche perogginonsivola

CACCIA F35, IL CANADA DICE NO PER L’ITALIA È L’ULTIMA OCCASIONE Oggi il ministro Di Paola decide sulla commessa miliardaria


fatto Quotidiano 6/04/2012 di Daniele Martini
È il giorno della verità per gli F35 Joint Strike Fighter, i supersofisticati, supertecnologici e su-
percostosi cacciabombardieri prodotti dalla statunitense Lockheed Martin. Oggi si saprà se il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, e il governo italiano intendono proseguire senza se e senza ma sulla strada dell’acquisto dei jet ignorando tutti i dubbi sull’utilità dell’operazione sollevati in questi mesi da più parti. E sfidando anche il movimento di protesta che si è sviluppato in tutta Italia e che tiene insieme movimenti eterogenei, dalle Acli alla Fiom-Cgil, e anche personaggi diversi, dall’ex segretario Cisl Savino Pezzotta all’attore Ascanio Celestini a padre Alex Zanotelli. Oppure se alla fine all’inter no dell’esecutivo prevarrà la linea della cautela e del ripensamento, sulla scia di quanto sta accadendo, del resto, in molte nazioni che con gli Usa avevano aderito al programma di costruzione di quello che viene indicato come il più costoso progetto d’arma della storia.
L’U LT I M O mutamento di indirizzo sugli F35 è in atto in Canada dove due giorni fa è scoppiato sull’argomento un putiferio a livello istituzionale. La Corte dei conti ha sostanzialmente accusato i vertici militari di aver deciso da soli l’acquisto dei jet e incolpato il Dipartimento della Difesa di aver mentito sui costi crescenti del programma F35 che all’inizio doveva essere di 9 miliardi di dollari per 65 velivoli e che invece, secondo il revisore federale dei conti, Michael Ferguson, è di quasi tre volte tanto, 25 miliardi circa. Di fronte a queste sgradevoli sorprese, il ministro Rona Ambrose ha dichiarato che “il Canada non acquisterà nuovi aerei fino a quando maggiore accuratezza, controllo e trasparenza non saranno applicati nel processo di sostituzione delle Forze armate canadesi”. Anche l’Italia è di fronte alla scelta cruciale. In mattinata si riunisce il Consiglio dei ministri e il primo punto all’o rd i n e del giorno è la discussione della legge delega sulla riforma dello strumento militare, una formulazione anodina che tradotta in chiaro significa soprattutto F35. Un filo rosso lega, infatti, l’e-
ventuale acquisto dei cacciabombardieri all’assetto futuro delle nostre forze armate e quindi alle strategie di difesa. L’acquisto dei jet Lockheed Martin, sommato all’avvio di quella che in gergo viene definita la Forza Nec (Network Enabled Capabilities, il soldato supertecnologico del futuro), implicherebbe una spesa elevatissima, circa 30 miliardi di euro in totale in un decennio, 15 per gli F35 e 15 per la Nec, un impegno finanziario enorme per il nostro paese, sproporzionato rispetto alle ristrettezze di bilancio, ma capace di condizionare ogni altra opzione in tema di difesa e perfino gli indirizzi
futuri di politica estera. L’eventuale conferma da parte del ministro Di Paola e del governo dell’acquisto dei 90 cacciabombardieri americani (in un primo tempo l’intenzione era di comprarne addirittura 131) avrebbe tre conseguenze immediate, collegate tra loro. La prima conseguenza sarebbe la cancellazione dell’E u ro fi ghter, l’altro programma aeronautico di rilievo a cui l’Italia stava partecipando. A differenza del progetto F35, di stampo americano e atlantico, l’E u ro fi ghter è prodotto da un consorzio europeo a cui l’Italia aderisce con una quota del 23 per cento.
Il nostro governo ha già scelto di annullare l’ordinazione di 25 jet europei mentre la decisione sull’eventuale acquisto di 21 ulteriori nuovi velivoli è stata rinviata al 2015.
SE ORAl’esecutivo decidesse di puntare tutto sugli F35, è chiaro che ciò comporterebbe il de profundis per il caccia europeo e questo equivarrebbe, ecco la seconda conseguenza, a un’implicita scelta di politica estera, marcatamente filoatlantica e assai poco europea. La terza conseguenza si avrebbe sulla composizione delle nostre forze armate che in base alla riforma di 11 anni fa non sono
più composte da militari di leva a due euro di paga al giorno, ma da professionisti che allo Stato costano ognuno circa 1.100 euro al mese, uno dei costi più bassi d’E u ro p a . In questo decennio questi soldati non hanno affatto sfigurato nelle 32 missioni internazionali a cui hanno partecipato e nel 2015, in base ai programmi concordati, sarebbero dovuti essere 190 mila ripartiti nelle tre forze, Esercito, Marina, Aeronautica. Se l’Italia dovesse acquistare gli F35, il loro numero dovrebbe però essere sensibilmente ridotto, almeno 43 mila in meno, 33 mila militari e 10 mila impiegati civili.

Di Paola: 40 aerei F-35 in meno e sforbiciata al personale militare


Redazione
Dopo le numerose contestazioni e proteste verranno aquistati 40 f35 in meno, aerei che a detti degli esperti non risultano particolarmente eficienti.
Anche una sforbiciata di circa il 30% degli effettivi dell’esercito evidentemente la pressione da parte degli oppositori agli armamenti ha sortito qualche effetto.
Ci si aspetterebbe che in un prossimo futuro si abbandonassero guerre come quella afghana inutile e solo a favore dei lobbysti.
Redazione Fatto Quotidiano 16/02/2012
Saranno acquistati 90 caccia F-35 invece dei 131 previsti dal programma Joint Strike Fighter,
con una riduzione di 40 unità. Lo ha detto il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervenendo alle commissioni Difesa congiunte di Senato e Camera. Il ministro ha ribadito anche il taglio al personale militare:
“Oggi ci sono 183 mila militari e30 mila civili nella Difesa: occorre scendere progressivamente, verso 150 mila militari e 20 mila civili, con una riduzione di 43 mila unità. L’obiettivo – ha spiegato Di Paola – si potrà raggiungere in dieci anni o poco più attraverso la riduzione degli ingressi del 20-30%, la mobilità verso altre
amministrazioni, l’applicazione di forme di part time”. Per ammiragli e generali, ha aggiunto, “ci sarà una riduzione superiore del 30%. È un percorso doloroso, ma inevitabile”. In 5-6 anni, inoltre, ha rilevato, “ci sarà anche una riduzione del 30% delle strutture della D i fe s a ”.

NON SOLO F35: DI PAOLA FECE PRESSIONI ANCHE PER UN ALTRO AEREO-PATACCA

Fatto Quotidiano 5/02/2012 di Carlo Tecce
L’Italia che ripudia la guerra, e accetta sacrifici e sobrietà, non rinuncia ai 131 cacciabombardieri F35 di fab-
bricazione americana: un mutuo nazionale di 14 anni che costa 15 miliari di euro. Il governo ha tergiversato, promesso e ritrattato, finché l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro per la Difesa, ha rimosso scrupoli e risparmi: “Sba gliato cambiare idea”. Non poteva smentire se stesso, nonostante le incognite tecnologiche che turbano gli americani e le ritirate strategiche di Australia, Norvegia e Danimarca. Il protocollo d’intesa (2002) indica la firma di Di Paola, all’epoca segretario generale al ministero nonché componente Nato.
NON È MAIsemplice per la Difesa sigillare operazioni miliardarie. E il ministro è protagonista di una seconda vicenda. L’’ex responsabile armamenti Di Paola, che conosceva la pratica per l’in carico che ricopriva (marzo 2001-marzo 2004), ricorderà il putiferio per l’adesione italiana al consorzio europeo – con investimenti totali per 25 miliardi di euro, di cui 8 a carico di Roma – per la costruzione di 175 Airbus A400M, un quadrimotore per il trasporto militare. A distanza di 11 anni, oggi, cadono le resistenze diplomatiche e le ritrosie personali, allora si può raccontare perché l’Italia deluse francesi e tedeschi. Quelli che aspettano la consegna del primo esemplare con 6 anni di ritardo, esordio previsto per il 2007 e rimandato al
2013: “Ho avuto impressione che intorno a quell’affare ci fosse un enorme giro di tangenti, io ne fui testimone, e così scrissi una lettera al presidente del Consiglio”, denuncia al Fatto Rocco Buttiglione, ministro per le politiche europee nel governo di Silvio Berlusconi che annusò per primo le maniere sporche. Torniamo indietro con il calendario: fine 2001, inizio 2002. Il ministro per la Difesa è il professor Antonio Martino, tessera di Forza Italia numero 2. Martino ripercorre l’intricata vicenda nel libro Pre sidente, ci consenta di Angelo Polimeno: “Divento ministro l’11 maggio, il generale Rolando Mosca Moschini mi dice che l’indomani dovevo siglare l’accordo. Non sapevo di cosa si parlasse, e chiesi chiarimenti agli ufficiali che se ne occupavano”. Martino convoca Di Paola (e un generale): “Mi spiegano che si tratta di un aereo particolare per il trasporto, un prodotto di un progetto europeo. Domando: ‘Ci serve?’. Le loro risposte non mi paiono convincenti”. Non si fida, il ministro, e respinge le pressioni. Chiama il ca-
po di Stato maggiore per l’Aero nautica, Sandro Ferraguti: “Gene rale, qui dentro siamo soli, mi spieghi se l’apparecchio è utile per le nostre esigenze”. Ferraguti è sincero: “Ministro, se me lo regalassero, non saprei cosa farne”.
IL GOVERNO annuncia di voler rivedere il progetto: protestano i Democratici di Sinistra, la Margherita, Alleanza Nazionale, un pezzo di Forza Italia e, soprattutto, il ministro Renato Ruggiero (Esteri). Passa un mese di violenti polemiche, audizioni in parlamento, interrogazioni urgenti, riunioni segrete. In visita al salone aeronautico di Parigi, dovefrancesi mostrano le innovazioni tecnologiche più raffinate, il 20 giugno 2001, l’ammiraglio Di Paola rassicura gli alleati: “Non c’è alcun mistero dietro la mancata firma del governo – riporta l’archivio Ansa – al memorandum di intesa sul nuovo aereo di trasporto militare realizzato da Airbus. Si sapeva che non si sarebbe firmato ora, ma spero che prima possibile, entro settembre, arrivi la firma. Speriamo sia una questione di settimane e non di mesi”. Il responsabile armamenti dimentica, però, che l’Italia avevgià stipulato dei contratti per noleggiare velivoli sostanzialmente identici seppur di vecchia genera z i o n e .
IL NERVOSISMO dei ministrammazza le speranze di Di Paola: il 25 luglio, in Commissione Difesa a Montecitorio, si rifiuta di commentare. Ruggiero parla per mezzo di comunicati ufficiali: “Il ministro difenderà fino in fondo le sue tesi: la partecipazione italiana è
L’ a ff a re m i l i a rd a r i o saltò nel 2002, il ministro della Difesa era il responsabile armamenti
necessar ia”. L’ex direttore per le relazioni internazionali di Fiat, che simboleggiava la tregua fra l’avvocato Agnelli e il Cavaliere, si dimetterà il 6 gennaio 2002. Dice Martino di Ruggiero: “Non aveva interessi personali, ma intorno a questa operazione c’erano ovviamente molte attese. La famiglia Agnelli avrebbe guadagnato qualcosa come mille miliardi di lire (500 milioni di euro, ndr)”. Servono 11 anni per scoprire perché l’Italia abbandonò quell’operazione, che succhia ancora milioni a 8 paesi europei. Nel Consiglio dei ministri decisivo, Martino indica l’onestà di Buttiglione, e un fallito tentativo di corruzione. Tutti sanno l’origine dei dubbi, nessuno, però, si rivolge ai magistrati. Il vicepresidente di Montecitorio But-
tiglione ricostruisce l’episodio: “ Una persona notoriamente vicina al governo francese, quando cominciai il mio mandato (e dunque a metà 2001, ndr), aveva iniziato un discorso non proprio impeccabile. Mi faceva intuire che fossero pronte cospicue offerte in denaro se avessimo sostenuto il consorzio per l’Airbus. A quel punto, interruppi il discorso. Ritenni mio dovere avvertire Berlusconi. In quei giorni circolavano voci sui modi poco trasparenti per coinvolgere nel progetto gli altri paesi europei. Ho avuto impressione che intorno a questa commessa ci fosse un enorme giro di tangenti. Quell’affare poteva compromettere i nostri rapporti diplomatici con alcuni alleati europei”. E così l’Italia ha risparmiato 8 miliardi di euro e un
investimento pericoloso. Già nel 2002, in Germania, la Corte federale dei Conti giudicò eccessiva e costosa la commessa di 73 A400M pagati 8,3 miliardi di euro. Con il tempo che s’è perso, la Germania con quei soldi potrà ricevere 60 esemplar i.
LA SPESA complessiva supererà i 25 miliardi di euro: per l’eser cito tedesco, il primo modello di A400M è in fase di collaudo, e ci resterà per tre anni. La commessa è fuori controllo: diminuisce la quantità, crescono i costi. Un problemino che riguarda pure il caccia F35, che si vendeva a 80 milioni e adesso sfiora i 130. Prima di accendere un mutuo di 15 miliardi, forse Di Paola potrebbe rifletterci ancora un pochino.

Anche sui cacciabombardieri F35 possibili risparmi


Redazione
Sulla nota questione dell’acquisto da parte della difesa dei 131 cacciabombardieri F35, sulla quale c’è stata una decisa protesta da più parti riguardo la spesa (ritenuta da più parti inutile) negli ultimi giorni c’è stato un incontro tra c’è tra Monti e il Ministro Di Paola per una revisione critica delle spese.
redazione Fatto Quotidiano 21/01/2012
Ho parlato del tema degli F35 con il ministro della Difesa, l’ho anche ascoltato e visto in un recente
intervento tv al quale devo rimandare perché lui conosce il dossier meglio di me”. Lo ha affermato il premier Mario Monti nel corso della trasmissione Otto e Mezzo. “Di Paola è perfettamente consapevole della necessità che ogni settore sia
sottoposto a una attenta revisione critica delle spese così come noi siamo consapevoli che le esigenze della difesa ci sono”. Insomma dal premier Monti nessuna parola definitiva sui 131 cacciabombardieri americani che la Difesa starebbe comprando. Di Paola in questi giorni ha ripetuto più volte e in diverse sedi che “stiamo rivedendo tutti i programmi, non ci sono vacche sacre – ha
spiegato Di Paola – per una compatibilità finanziaria tutte le strutture sono sottoposte a revisione”, lasciando capire però che il governo ha tutta l’intenzione di andare avanti sui cacciabombardieri. Per Monti “è una questione tecnica, se questo programma di aerei sia il più efficiente. Se ne può discutere, ma prima a livello tecnico, io non mi sento pienamente attrezzato in questa sede”.

Petizione promossa da Ferdinando Imposimato, volta ad eliminare spese inutili e inique e non solo |.

da reset Italia articolo di Fernando Imposimato•
Che appaiono allarmanti le notizie sulle spese militari , decise dal Governo, per 15 miliardi di euro per l’acquisto di131 caccia bombardieri USA, mentre altri Paesi , tra cui l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti d’America, decidono di annullare le spese militari, specie in un momento di crisi come quello attuale, che lede i diritti fondamentali specie degli ultimi e dei più poveri;
•Che la Costituzione Repubblicana e le convenzioni internazionali condannano la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali;
•Che secondo l’art 11 della Costituzione “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali “
•Che altrettanto grave è il dilagare della corruzione per la quale il Governo ha creato una inutile e dispersiva Commissione per trovare le misure contro la Corruzione, mentre basterebbe ratificare la Convenzione di Strasburgo del 1999 per la lotta alla corruzione;
•Che ragioni di elementare giustizia sociale impongono ai parlamentari una rinunzia ai privilegi in conformità al principio stabilito dall’art 53 della Costituzione , secondo cui tutti i cittadini sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, cosa che invece non è avvenuta per i politici, e secondo l’art 3 della Costituzione.
•Che per realizzare i predetti obiettivi occorre fare ricorso anche a provvedimenti urgenti

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