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Evasione: i disonesti vengono scoperti, ma il Fisco riscuote solo un decimo

Fatto Quotidiano del di Nunzia Penelope | 8 marzo 2014 attualità
Ecco perché in Italia conviene evadere. L’Agenzia delle entrate ha scovato un tesoro da oltre 400 miliardi che rimane nelle tasche di chi aggira il Fisco perché il meccanismo di riscossione non funziona. Negli ultimi 12 anni la società è stata chiamata a incassare crediti per 595 miliardi, ma ne ha effettivamente recuperati solo 51,5. Kpmg: “Coi privati la raccolta salirebbe”

È uno dei soliti paradossi italiani: è più facile riportare a casa i soldi dall’estero che recuperare quelli sottratti dagli evasori fiscali in patria. Oggi che tutta l’attenzione è, giustamente, concentrata sulla nuova legge per recuperare i capitali nascosti in Svizzera (si ipotizza possano arrivare tra i 5 e i 15 miliardi, ma è tutto da vedere), appare quanto meno bizzarro che non si sia ancora trovato un modo per incassare quelli che il fisco ha già scovato in Italia, con tanto di nomi e cognomi degli evasori. Un tesoro da oltre 400 miliardi, che per un susseguirsi di Comma 22 all’italiana rimane nelle tasche di chi ha evaso, registrato sotto la criptica e un po’ minimalista definizione di “accertato non riscosso”. In parole semplici: si tratta dell’evasione scoperta (accertata) dall’Agenzia delle Entrate, che a sua volta, anno dopo anno, passa le pratiche a Equitalia per la riscossione. Ed è proprio in questo passaggio che qualcosa si inceppa.
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Negli ultimi 12 anni Equitalia e i privati che l’hanno preceduta fino al 2006 sono stati chiamati a riscuotere crediti per 595 miliardi, ma ne hanno effettivamente portati in cassa solo 51,5. Circa due terzi di questa montagna di crediti è rappresentato dall’evasione accertata e dalle sanzioni comminate dall’Agenzia delle Entrate. Per capire che fine ha fatto, basta seguire i dati sulle riscossioni complessive realizzate (che riguardano anche i crediti degli enti previdenziali e dei comuni).

Prendiamo l’anno 2000. I crediti affidati ammontavano a 39,5 miliardi. Di questi, tra il 2000 e il 2005 sono stati portati a casa 6,3 miliardi, mentre un altro miliardo e 800 milioni sono rientrati a spizzichi e bocconi (poche centinaia di milioni l’anno) tra il 2006 e il 2012. Tirando le somme: di quei quasi 40 miliardi in dodici anni ne sono stati recuperati appena 8. Ma vediamo come è andata l’anno dopo. Il carico affidato nel 2001 era inferiore, solo 21 miliardi, ma le cose non sono andate meglio: nei primi cinque anni si sono riscossi in tutto 3,2 miliardi, nei successivi sei anni altri 1,2. Totale: 4 miliardi e mezzo, sui 21 totali. Andiamo avanti e arriviamo al 2006, anno in cui il carico di crediti da recuperare sale a ben 51 miliardi 760 milioni. Di questi, sono rientrati solo 8 miliardi 360 milioni. Gli altri? Boh. E ancora: nel 2009 i crediti raggiungono quota 60 miliardi, ma alla data del 2012 ne erano stati riscossi soltanto 6. In pratica: più aumenta la capacità del fisco di individuare gli evasori, meno si riesce a farsi restituire le somme dovute. Nel triennio 2010-2012, infatti, si registrano ben 219 miliardi di crediti affidati, dato che l’Agenzia delle Entrate fa i record quanto ad accertamenti. E quelli incassati? Appena 17 miliardi.

Naturalmente, nei prossimi anni altre somme entreranno in cassa: il debito con l’amministrazione di fatto non scade mai, per tenerlo sempre acceso basta una letterina (che il fisco puntualmente invia) con cui si ricorda al debitore che è tale. Ma non basta per riportare i soldi in cassa, anche perché più passa il tempo e più si allontana la possibilità concreta di farsi pagare. Secondo la Corte dei conti, con l’attuale trend nel giro dei prossimi 6 anni la montagna del non riscosso è destinata a raddoppiare rispetto a oggi. Il che significa che attorno all’anno 2020 potrebbe raggiungere la notevole vetta di 800 miliardi: un tesoro teoricamente dello Stato ma, appunto, solo teoricamente.

Com’è possibile che una somma pari a un intero anno di spesa pubblica semplicemente scompaia? Le ragioni sono diverse. La prima sta nei tempi lunghi del fisco. Se nel 2000 mi chiedono conto delle tasse che non ho pagato nel 1995, è facile che in cinque anni quei soldi siano spariti. Spesi, nascosti all’estero, intestati a parenti o amici: comunque non più rintracciabili. Inoltre, se è vero che il grosso dei crediti è in capo ad appena 100 mila nominativi (e dunque non dovrebbe essere difficile bussare alle loro porte), è anche vero che circa 100 miliardi di non riscosso riguarda società fallite. Se fallite veramente, o fatte fallire per sottrarsi al fisco, impossibile dirlo: non è difficile aprire una società, farla vivere il tempo che occorre per trasferire risorse altrove, e poi farla sparire. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: se Equitalia mette le mani su una società onesta, che realmente non ha di che pagare il debito con lo Stato, non resta che il fallimento e il risultato sarà identico: in tasca al fisco non arriverà niente.

Inoltre, le variazioni normative degli ultimi anni hanno indebolito il braccio armato del Fisco: Equitalia, al di là delle note polemiche, oggi ha assai meno strumenti di pressione per farsi valere. Un “ammorbidimento’’ studiato per venire incontro a chi, a causa della crisi, non ce la fa a pagare; ma di cui ovviamente usufruisce anche chi è tutt’altro che in buonafede. Non sarà un caso che quasi la metà di chi riceve un avviso di accertamento nemmeno risponde: nel periodo 2006- 2010, su 1 milione 700 mila atti inviati ad altrettanti soggetti, ben 650 mila (il 38 per cento) sono stati “ignorati dal destinatario”. Che non ha fatto nemmeno la fatica di contestare la richiesta del fisco: semplicemente l’ha cestinata. Del resto, far sparire il corpo del reato non è difficile: è sufficiente intestare i beni al figlio, al cognato, alla cugina. Fino al paradosso finale: se evadi, e col ricavato ti compri un appartamento, basta metterci la residenza, così diventa prima casa e non è pignorabile. Tana liberi tutti.

Come venirne a capo? Un suggerimento che viene dai tecnici del settore è quello di iniziare ad applicare il reato di sottrazione fraudolenta: in questo modo il debitore che nasconde i beni al fisco non rischierebbe solo l’accusa di evasione, ma pene assai più gravi. La controindicazione, però, è che si intaserebbero i tribunali. Oppure, soluzione ancor più fantasiosa, lo Stato potrebbe costituire una sorta di bad bank con i crediti non riscossi, e cederne le quote a società di recupero private.

Una recente ricerca Kpmg sostiene che se la pratica fosse affidata ad aziende specializzate nella riscossione dei tributi locali, la Pubblica amministrazione riuscirebbe a ottenere almeno il 35% dei crediti. Gli evasori, in questo caso, si troverebbero alla porta agguerrite società ben decise a riscuotere, anche ricorrendo a sistemi non esattamente da gentleman. E chissà, probabilmente rimpiangerebbero Equitalia.

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IN PARADISO Maxi – evasione gli Usa a caccia in Svizzera

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BROKER IN AMERICA PER SPIEGARE COME PORTARE VIA 12 MILIARDI
Fatto Quotidiano del 27/02/2014 di Alessio Schiesari attualità
Credit Suisse ha aiutato 22 mila correntisti statunitensi a evadere le tasse su 12 miliardi di dollari. Sono cifre da capogiro quelle pubblicate dalla commissione d’inchiesta permanente del senato Usa che sta indagando su quattordici banche elvetiche. Tra queste la più grande è Credit Suisse che, per almeno cinque anni, avrebbe inviato i propri commerciali oltreoceano per convincere i contribuenti americani ad aprire conti secretati nel paradiso alpino. Gli emissari delle banche, che ingannava- no le dogane dichiaran- do che il loro era un viaggio turistico e non d’affari, fornivano ai ricchi correntisti statunitensi tutte le informazioni necessarie per eludere i controlli. Ad esempio, come inviare il denaro in tranche inferiori ai 10 mila dollari per evitare le dichiarazioni fiscali, o indicando dove ottenere carte prepagate anonime. Secondo i senatori Usa, la filiale di Credit Suisse all’aeroporto di Zurigo è dedicata proprio ai clienti stranieri che usavano l‘istituto di credito per eludere il fisco. Già venerdì scorso, la banca elvetica ha accettato di pagare a Sec, il corrispettivo usa della Consob, una multa di 196 milioni di dollari. Secondo la stampa Usa si tratterebbe però solo di un magro antipasto del menu preparato dal dipartimento di Giustizia che già nel 2009 ha comminato a Ubs, il principale istituto di credito elvetico, un’ammenda di 780 milioni di dollari. Nella relazione di ieri la commissione del senato critica anche la condotta del dipartimento di giustizia che, invece di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per perseguire l’evasione, si sarebbe limitato a inol- trare delle rogatorie a Berna. Una strategia inefficiente (la legislazione svizzera tutela il segreto bancario) che avrebbe permesso di identificare solo 238 potenziali evasori sui 22 mila totali. Il senatore John McCain, ex candidato presidente per il Gop e membro della commissione, ha criticato “l’inefficienza del- la giustizia che ha permesso al problema dei conti offshore di trascinarsi nel tempo”. Da quando l’amministrazione Obama ha deciso di inasprire i controlli sui paradisi fiscali sono stati concessi due condoni: uno dedicato ai contribuenti infedeli cui hanno ader- tito in 44 mila e uno riservata un centinaio di banche svizzere (in cui, a fronte del paga- mento di una penale veniva offerta l’immu- nità penale).

Fisco, si cambia. Ma non per i furbi a sei zeri DA DOMANI CONTROLLO DIRETTO SU CONTI CORRENTI E INVESTIMENTI. I GRANDI GRUPPI, PERÒ, EVADERANNO ANCORA

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Fatto Quotidiano 23/06/2013 Daniele Martini attualità

Non è il caso di parafra- sare Neil Armstrong, che mettendo piede sulla Lu- na consegnò alla storia la seguente frase: “Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”. La possibilità per il fisco italiano di mettere da domani mattina il naso nei movi- menti e nei saldi dei conti correnti bancari e delle Poste, negli investimenti finanziari nelle fiduciarie e assicura- zioni, nelle società di gestione del risparmio e di intermediazione mobiliare, è un importantissimo e significativo passo in avanti nella lotta all’evasione fiscale e come tale va re- gistrato. Ma senza eccessivi entusiasmi e illusioni, perché non sarà un gigantesco balzo risolutivo. Non occorre essere profeti per prevedere che la novità difficilmente potrà sradicare il vizio italiano dell’evasione, so- prattutto quella in grande sti- le dei grandi gruppi econo- mici. Per un motivo molto semplice: chi evade o elude il fisco a livello industriale, con sistematicità e con importi di decine di milioni di euro alla volta, si avvale di professio- nisti del settore, ingegneri dell’evasione con agganci, complicità e ramificazioni, gente che per movimentare illegalmente il denaro non si rivolge di certo né all’agenzia di banca sotto casa né alle Poste all’angolo. La grande eva- sione passa attraverso le società off shore e in shore, si annida nei paradisi fiscali e sfrutta gli interstizi della legislazione di quei paesi anche europei, dal Lussemburgo all’Irlanda, che usano vantaggi ed agevolazioni tributarie co- me metodi leciti per attrarre masse ingenti di denaro. Il nuovo sistema dell’Agenzia delle Entrate diretta da Attilio Befera non guarda neppure con il binocolo a questo mondo e si limita a rincorrere la piccola e media evasione diffusa, quella che si annida nelle professioni, tra gli oltre 4 milioni di autonomi, gli artigiani, i piccoli e medi imprenditori, i tanti Brambilla d’Italia, i negozianti di lusso tipo i gioiellieri che impunemente continuano da anni a di- chiarare in media la cifra ridicola di 16 mila euro l’anno di incassi. Nessuno sa ovviamente quanti siano questi medio-piccoli evasori diffusi, e quanto riescano ad evadere, ma di una cosa si può stare certi: ci sono e sono tanti e si danno molto da fare per sottrarre al fisco il più possibile. STANDO COSÌ le cose c’è da augurarsi che il nuovo sistema, pur non riuscendo a sgreto- lare la montagna dell’evasione nazionale, pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, riesca almeno a limare un po’ quel blocco che fa dell’Italia il paese a più alto tasso di fuga dalle tasse d’Europa. Il gettito da evasione recu- perato da un paio d’anni a questa parte dal- l’Agenzia delle Entrate è di circa 12 miliardi e mezzo di euro, cifra elevata se si pensa che appena 6 o 7 anni fa era tre volte più bassa. Ma modesta in assoluto, inferiore addirittura di 15 volte rispetto all’entità dell’evasione com- plessiva. Dodici miliardi e mezzo di euro sono sostanzialmente un po’ più di quanto lo Stato incassa con il vizio del gioco (8 miliardi circa) e un po’ meno di quanto prende con il fumo (14 miliardi). Da domani mattina banche, Poste e società finanziarie, avuto l’ok del Garante della pri- vacy, dovranno cominciare a trasmettere all’Agenzia delle Entrate i saldi e i movimenti annui dei clienti e avranno tempo fino alla fine di ottobre per completare l’operazione. L’Agenzia a sua volta nel frattempo emanerà una direttiva per stabilire i criteri con cui usa- re questa mole ingente di dati. Già da ora è comunque chiaro il senso dell’operazione: ti- rare fuori dal mucchio quei casi in cui è stri- dente il divario tra somme dichiarate al fisco e cifre movimentate in banca o nelle finanziarie e trasmettere i dati agli uffici fiscali per gli accertamenti del caso.

IL MINISTRO PIÙ TEDESCO CHE ABBIAMO, EPPURE SEMBRA ESSERSI ADATTATA BENE AGLI ITALICI COSTUMI: LA PIDDINA JOSEFA IDEM NON HA PAGATO L’ICI PER 4 ANNI (PRIME DIMISSIONI?) mentra Letta al G8 e le sue sperticazioni contro l’evasione, secondo la Idem per un errore o a sua insaputa non paga l’ici per 4 anni

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Letta al G8 si sta sperticando a parlare di misure contro l’evasione fiscale Mentre uno dei suoi ministri, Josefa Idem, ha fatto risultare di abitare in una palestra, evitando così di pagare l’Ici dal 2008 al 2011 – Il marito della Idem parla di un errore…
Raphaël Zanotti per “La Stampa.it”

JOSEFA IDEM LAURA BOLDRINI È il ministro più tedesco che abbiamo, eppure sembra essersi adattata bene agli italici costumi. Josefa Idem, l’imbattibile olimpionica con otto edizioni dei Giochi alle spalle, ha forse un tallone d’Achille: la casa. In quel di Ravenna, ed esattamente a Santerno dove abita con il marito-allenatore Guglielmo Guerrini e i due figli, il ministro alle Pari Opportunità, Sport e Gioventù aveva in realtà un’altra residenza: una casa-palestra. Una residenza fittizia giocata a scopi fiscali?

La grana è esplosa proprio il giorno in cui il premier Letta a Lough Erne, al termine del G8, dichiarava: «Il problema dell’Italia è soprattutto dare l’idea di uno Stato di diritto che funzioni, con una giustizia che dia risposte, senza che ci sia la possibilità facile di eludere il fisco, che trionfi la logica per cui se sei amico dell’amico puoi avere le scorciatoie».

A 1500 miglia di distanza, intanto, uno dei suoi ministri subiva un accertamento da parte degli uffici comunali. Che stabiliva una cosa: negli anni dal 2008 al 2011 Josefa Idem e il marito non hanno versato un euro di Ici risultando, la prima, abitante in una palestra di sua proprietà in carraia Bezzi, il secondo, nella loro abitazione di via Argine Destro Lamone. Entrambe indicate come abitazione principale.

idem full Una situazione «aggiustata» solo il 4 febbraio scorso quando, con una dichiarazione Imu, il ministro è «tornata in famiglia» in via Argine Destro Lamone, indicando la palestra come seconda casa. E poi il 5 giugno, non subito ma comunque entro i termini di legge, con un ravvedimento operoso e il versamento della parte mancante dell’Imu.

Perché solo adesso? Le chiavi di lettura sono due. La prima è quella del marito del ministro, Guerrini, che in un’intervista ha parlato di un «errore» trascinato avanti negli anni e di cui ci si è accorti tempo dopo. La famiglia ha abitato per quattro anni in carraia Bezzi 104. Poi, quando ci si è trasferiti, ci si è «dimenticati» di spostare anche la residenza del ministro.

Oppure c’è un’altra lettura, più italica. Tra il 2008 e il 2011 l’esenzione dall’Ici ha giocato la sua parte, ma poi è arrivata l’Imu che – a differenza della precedente tassa – obbliga i coniugi a dichiarare una stessa residenza a meno che non si dimostri diversamente.

Iosefa Idem L’Imu, introdotta da Berlusconi, doveva entrare in vigore dal 2014, ma un decreto Monti del dicembre 2011 l’ha anticipata al 2012. Anche il ravvedimento operoso è boccone ghiotto per i maliziosi: operato il 5 giugno, a tre giorni dai primi dubbi mossi sulla stampa locale.

Il ministro, secondo quanto dichiarato dal suo addetto stampa, «non ha alcuna intenzione di commentare questa polemica locale». Tuttavia gli accertamenti non sembrano terminati. Oltre al fronte fiscale si è aperto quello edilizio: al Comune, infatti, non risulta esserci una palestra in quell’edificio, bensì un’abitazione e dunque bisognerà valutare la conformità della palestra. Il ministro ha nominato un avvocato perché si occupi della faccenda.

idem campagna foto mezzelani gmt Luca Di Raimondo si è già recato a Ravenna per visionare le carte e dichiara: «Stiamo valutando la situazione, ma è ovvio che è in atto una speculazione, peraltro fisiologica nella dialettica politica, e della quale ciascuno si assumerà le sue responsabilità». Ma il rischio ora è che la «polemica locale» diventi la prima vera tegola sul governo Letta, un governo che ha fatto del rigore e delle regole uno dei suoi cavalli di battaglia.

EVASIONE: “I POVERI E GLI ONESTI CONDANNATI A MANTENERE I RICCHI” (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Fonte Da cadoinpiedi.it 10/06/2013 attualità

Ecco il vero problema del nostro Paese. L’articolo del giornalista su L’Espresso.

Marco Travaglio getta la maschera dietro cui si nascondono i nostri politici e dalle pagine de L’Espresso ci parla di evasione fiscale. E ci ricorda come sia questo il vero problema che mina il nostro Paese. Problema che non sembra interessare la classe dirigente.

Mentre il governo cerca una manciata di miliardi per abolire l’Imu sulla prima casa, rifinanziare la cassintegrazione e magari non aumentare l’Iva, l’Agenzia delle Entrate farebbe cosa buona e giusta pubblicando la somma delle imposte evase dai grandi gruppi imprenditoriali e bancari negli ultimi anni. L’anno scorso l’Espresso calcolò che le principali banche (Intesa, Unicredit, Montepaschi giùgiù fino all’ex Bpl-Italease) si erano scordate di versare tributi per un totale di 5 miliardi. Sommando poi le evasioni ed elusioni contestate agli Agnelli, a Berlusconi, a Passera, a Profumo, a Del Vecchio, a Briatore, a Mediolanum, a Bell, a Telecom Sparkle, aBulgari, a Marzotto, a Brachetti Peretti, ai Riva, a Dolce&Gabbana e così via, i miliardi superano i 10.
Basta tirare un po’ di somme per illuminare il problema dei problemi che ci condanna alla recessione perpetua: non la Costituzione da cambiare, ma un sistema che condanna i poveri e gli onesti (che non sempre, ma spesso coincidono) a mantenere i ricchi e i ladri (che non sempre, ma spesso coincidono).

Un sistema che non potrà essere nemmeno sfiorato dal governo di larghe intese con Berlusconi, appena condannato in appello a 4 anni nel processo Mediaset per una frode fiscale di 7 milioni di euro che in origine – prima di venire decimati dalla prescrizione abbreviata da varie leggi ad personam – erano 368milioni di dollari.

Nella sentenza i giudici ricordano le decine di società offshore create dall’avvocato Mills per il Cavaliere, servite a occultare fondi neri per 1500 miliardi di lire, tutti prescritti dalla controriforma del falso in bilancio fatta dall’imputato medesimo. Le motivazioni del verdetto Mediaset(l’ultimo di merito: la Cassazione ne valuterà solo la correttezza formale)avrebbero dovuto scatenare un apro dibattito nella politica e sui media: può un colossale evasore sedere a capotavola nella maggioranza di governo?

In Francia s’è appena dimesso il ministro del Bilancio perché aveva un conto in Svizzera(uno, non decine). Invece in Italia – primatista europea dell’evasione (180miliardi su mille) – tutti zitti. Come se questa fosse un’afflizioncella passeggera e non la prima causa della crescita sottozero. I pm e l’Agenzia delle Entrate, nonostante un diritto penale tributario scritto su misura per gli evasori, continuano a scoprire e a processare i ladri di tasse. Ma in un isolamento politico, mediatico e culturale spaventoso.

Nessuna reazione neppure alla scoperta che i Riva, oltre a devastare con l’Ilva l’ambiente a Taranto,avrebbero evaso 1,2 miliardi sbiancandoli poi con lo scudo fiscale Berlusconi-Tremonti ma lasciandoli all’estero (si può fare anche questo).Qualche sussulto ha suscitato il processo d’appello a Dolce & Gabbana, chela Procura di Milano ha chiesto di condannare a 2 anni e mezzo per un’evasione di 1 miliardo. Ma non per isolarli dal consesso civile in caso di condanna,come fanno i paesi che l’evasione la combattono e quindi quasi non la conoscono: per elogiarli.

Ha provveduto quel gran genio di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale e conduttore di La7 in procinto di passare a Rai2 con un programma tutto suo. A suo avviso, i due stilisti sarebbero perseguitatidai pm perchè “ricchi e bravi”, perchè “ce l’hanno fatta”. E i pm, si sa, sono invidiosi. Mica come in America: lì si che gli evasori “sanno difenderli”.Infatti li buttano in galera e gettano la chiave. Ma Porro non losa, e fa anche degli esempi: “Negli ultimi 4 anni la Apple ha fatto 74 miliardi di utili e ha pagato tasse per 44 milioni, meno del 3 per cento, grazie allesue strutture irlandesi”. Ne avesse azzeccata una: i 74 miliardi non sonol’utile, ma l’evasione contestata alla Apple dal Congresso Usa sugli ultimi quattro anni. Sfortuna poi ha voluto che lo stesso Giornale dello stesso giorno, due pagine prima dell’inno di Porro a Dolce&Gabbana, plaudisse all’arresto di Massimo Ciancimino per una sospetta evasione di 30 milioni (undecimo di Berlusconi, un trentesimo di Dolce & Gabbana). E’ l’unico presunto evasore italiano finito in manette a memoria d’uomo. Ma da qualcuno bisognava pur cominciare. E finire.

L’ITALIA AL CONTRARIO, GIOIELLIERI ALLA FAME DIPENDENTI RICCHI SECONDO IL MINISTERO DELLE FINANZE IL REDDITO MEDIO DEI LAVORATORI È DI 20 MILA EURO.GIOIELLIERI ALLA FAME GIOIELLIERI ALLA FAME DIPENDENTI RICCHI SECONDO IL MINISTERO DELLE FINANZE IL REDDITO MEDIO DEI LAVORATORI È DI 20 MILA EURO. PER CHI COMMERCIA IN PREZIOSI , 17.300. NOTAI PRIMI IN CLASSIFICA

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Fatto Quotidiano 1/06/2013 di Salvatore Cannavò attualità

La fotografia del reddito degli italiani consegna ancora un’imma – gine di ingiustizia. Esistono infattiiredditi dalavorodi- pendente, certi e documentabili, che pagano le tasse; esistono quelli dei profes- sionisti, che anche se bassi sembrno però accettabili. C’è poi una zona grigia in cui i gioiellieri sono più poveri degli operai, i tassisti ar- rancano dietro agli insegnanti e i night club si trovano sull’orlo del fallimen- to. La fotografia è stata scattata ieri dal Ministero dell’eco – nomia e finanze sulla base degli Studi di settore relativi ai redditi nazionali del 2011. Un reddito totale dichiarato di 106,2miliardi cheècom- posto da una media di 28 mila euro per le persone fi- siche, di 38.400 euro per le società edi 32 milaeuro per le società di capitali. La dichiarazione Irpef media di un lavoratore dipendente, invece, è di 20.020 euro l’an no. Scendendo nel dettaglio, però, si scopre, ad esempio, che i gioiellieri dichiarano in media 17.300 euro, i taxisti 15.600, i bar 17.800, gli autosaloni 10.100. Va peggio a discoteche, centri benessere e night club che dichiarano redditi negativi o agli impiantisportivi che dichiarano una media di 400 euro annui. Più veritieri i redditi dei “professionisti” che si attestano, in media, su 49.900 euro con punte tra i farmacisti, 103.400 euro e i notai: 315.600 euro. LA ZONA GRIGIA è quella tradizionale delle “partite Iva”stimate dal Ministero in 5,066 milioni di contribuen- ti in calo dell’1,1% rispetto all’anno precedente. L’anali – si della composizione di questo corpo sociale ne evidenzia l’eccessiva concen- trazione. I contribuenti con volume d’affari superiore ai 5,165 euro, infatti, sono circa l’1,2% del totale (soprat- tutto società di capitali) che però corrispondeal 70%del volume d’affari complessivo (che è di 3.241 miliardi di eu- ro). La stragrande maggioranza delle partite Iva (circa il 99%) dichiara quindi un vo- lume d’affari pari a un terzo del totale e, di conseguenza, redditi molto più bassi di quanto ci si aspetterebbe. Il riflesso di questa fotogra- fia è dato dal rapporto tra entrate fiscali provenienti dai redditi da lavoro e da pensioni e quello proveniente da altri redditi. Un rapporto più che iniquo con il 93%che discende dai primi e solo il7% dai secondi. In questo contesto è chia- ro che qualsiasi riforma fi- scale parte viziata da un di- fetto d’origine. A smentire i dati del mini- stero la Cgia di Mestre, l’associazione artigiana diretta da Giuseppe Bertolussi. “Ancora una volta assistia- mo ad un uso artefatto delle statistiche – spiega Bertolus- si -riferite ai redditidi alcu- ne categorie di lavoratori autonomi”. Secondo Bertolus- si “la comparazione non può essere fatta tra un gioielliere e il reddito medio di un la- voratore dipendente” perché la media di quest’ultimo è innalzata da redditi come quello dei giudici, dei medici o dei professori universitari. “Correttezza statistica vuole che il confronto sia compa- rato con quello del suo di- pendente”. Quindi circa il 30-40% in più. Dal punto di vista complessivo, però, le categorie di “quadri” e “di – rigenti” sono meno di un milione in un universo lavorativo dipendente che è fatto da circa 17-18 milioni di lavoratori. Medici e giudici non ce la fannoad alterare il reddito medio complessivo. E l’operaio paga le tasse che il gioielliere non paga.

TE LA DO IO L’IRLANDA! IL FISCO ITALIANO AZZANNA 10 BANCHE

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Da Mps a Unicredit, da Intesa a Deutsche Bank, medie e grandi banche accusate di avere eluso il fisco spostando in Irlanda le sedi legali – Accordo o contenzioso? Già 1 miliardo e 200 milioni sono tornati spontaneamente nelle casse dell’erario – E Befera non molla la presa…

Fonte Dagospia 3/04/2013 Umberto Mancini attualità per Il Messaggero

Sono almeno una decina le banche finite nella rete del fisco. Piccole, grandi e di medie dimensioni, non c’è differenza. Da Mps a Unicredit, da Fideuram ad Intesa Sanpaolo, dalla Popolare di Milano al Credito Emiliano a Carige, fino alla blasonata Deutsche Bank e, ultima arrivata, al gruppo Mediolanum. Tutte invischiate, o comunque accusate, di aver eluso il fisco e aggirato le norme. Operando ai limiti del consentito, sul confine tra lecito e illecito.

ENRICO CUCCHIANI A CERNOBBIO jpeg
NEL MIRINO
A sentire i rumors saranno in molte a fare la stessa fine nei prossimi giorni. Visto che il cerchio sulle banche si sta stringendo inesorabilmente. E non certo da oggi. Un vizietto, quello di spostare all’estero, in Irlanda in particolare, attività e sedi di società controllate, per cercare di pagare meno tasse in Italia.

Un sentiero tortuoso, fatto di triangolazioni ed interpretazioni delle leggi, ma evidentemente ben noto agli Indiana Jones dell’Agenzia delle Entrate guidati da Attilio Befera. Trucchi contabili ed escamotage portati alla luce dopo lunghe indagini e severi controlli dei bilanci.

Federico Ghizzoni Unicredit Fino ad ora nelle casse statali sono finiti, o meglio hanno fatto ritorno, oltre un miliardo e 200 milioni di tasse non pagate. Un bottino tra sanzioni e interessi che potrebbe crescere ancora. Del resto proprio uno studio recente stima in oltre 3 miliardi di euro l’area di elusione fiscale da far emergere in questo settore. Ed è proprio per questo che l’offensiva, partita nel 2010, sta salendo di tono.

I SIGNORI DEL CREDITONon è un caso che negli ultimi mesi vi sia stata una accelerazione. Molte banche hanno infatti preferito stringere un accordo con il Fisco e pagare quanto contestato. Ovviamente per evitare guai peggiori. C’è poi anche chi ritiene ingiuste le accuse e si difende a colpi di ricorsi. Al momento però prevale la linea della collaborazione. Dalla Popolare Milano che si è accordata con l’Agenzia delle Entrate pagando 186 milioni. Al Monte dei Paschi di Siena che ha chiuso un lungo contenzioso sborsando oltre 260 milioni.

Alessandro Profumo Fabrizio Viola
Stessa sorte per Credem che nel 2010 è stata condannata in primo grado dalla Commissione provinciale di Reggio Emilia a pagare 45 milioni. E che invece di fare appello ha siglato l’intesa con le Entrate: 45 milioni più interessi. Carige, siamo nel 2012, invece ha fatto appello, rifiutando di pagare 10 milioni.

DEUTSCHE BANK Più complesso il caso Unicredit. La banca, come si legge nel bilancio consolidato 2011, ha definito con l’Agenzia delle Entrate sia le contestazioni per il 2005 per 106 milioni (comprese sanzioni e interessi) che quelle per l’anno successivo (85 milioni). Partita chiusa anche per il periodo 2007-2009 con il versamento di 264 milioni.

L’altro colosso del credito Intesa Sanpaolo ha invece sborsato 270 milioni e messo fine alle contestazioni relative ad arbitraggi fiscali tra il 2005 e il 2009. Deutsche Bank, nell’ambito dell’operazione Charis ha concordato con l’Agenzia una «conciliazione che ha portato alla chiusura della contestazione per tutti gli anni interessati con un pagamento complessivo di ulteriori imposte per 12 milioni. Dopo una lunga battaglia il Fisco ha recuperato dal gruppo Fideuram circa 28 milioni. Ma la caccia, assicurano gli sceriffi delle Entrate, non finirà qui.

Evasione: il fisco vuole 344 milioni da Mediolanum LA PARTECIPATA DI FININVEST AVREBBE NASCOSTO IN IRLANDA MEZZO MILIARDO

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Fatto Quotidiano 3/04/2013 Camilla Conti attualità

Tra il Fisco e le società del listino milanese pendo- no fior di miliardi. Soldi che potrebbero finire nelle casse dello Stato ma sono ancora oggetto di contenzioso, ovvero di partite aperte. Come quella dell’amico di Berlusconi, Ennio Doris: la sua Mediolanum, il gruppo di consulenza finanziaria controllato dalla famiglia Doris e dalla Fininvest, deve pagare 344 milioni di euro. Nel mirino dell’Agenzia delle Entrate sono infatti finiti i rapporti con la controllata irlandese Mediolanum International Funds che si occupa del con- fezionamento e della gestio- ne dei fondi che poi vengono distribuiti attraverso la rete di promotori del gruppo Me- diolanum. Poco prima dello scorso Natale, emerge dal progetto di bilancio, Banca Mediolanum e Mediolanum Vita, due delle società del gruppo, si sono viste recapi- tare una serie di avvisi di accertamento riferiti agli eser- cizi 2005, 2006 e 2007 per complessivi 323,4 milioni, tra imposte non pagate e sanzioni, che si aggiungono ai 20,8 milioni già contestati nel 2010. Gli avvisi di accerta- mento hanno seguito anche un’ispezione della Guardia di finanza, tra il settembre 2010 e il febbraio 2011. A DORIS viene contestato il ”livello di retrocessione” – giudicato inferiore ai para- metri di mercato –delle commissioni incassate dalla con- trollata irlandese a Mediolanum Vita e Banca Mediola- num. Il sospetto è che il gruppo manterrebbe su Dublino una quota incongrua dei propri ricavi, così da sottoporli alla mano più leggera del fisco irlandese. Secondo l’Agenzia delle Entrate, l’imponibile sottratto al fisco italiano tra il 2005 e il 2007 ammonterebbe a circa mezzo miliardo. Ana- lisi che Mediolanum defini- sce ”illegittima” ed ”errata” per quanto riguarda il calcolo del maggiore imponibile nonché ”illegittima quanto alle sanzioni”. Tuttavia, il gruppo di Doris ha deciso di attivare la procedura arbitrale europea sulle doppie imposi zioni e rimettere così ”la soluzione della controversia al- le competenti autorità fiscali italiane e irlandesi” che a que- sto punto dovranno decidere quale è la quota di imponibile che spetta ai due Paesi. Nel “così fan tutti” di Piazza Affari dove le quotate (ban- che e industrie) fanno i conti col Fisco, spunta anche il contenzioso di Mediaset dell’a- mico di Doris, Berlusconi. Nel bilancio 2012 del Biscio- ne, alla voce “Fondi per rischi e oneri”viene segnalato che il 21 dicembre 2012 è stato notificato a Mediaset l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate con il quale viene rettificato, ai fini Irpeg e Irap, il reddito dell’esercizio 2003 pari a 8,8 milioni di euro, “quale conseguen- za del mancato riconosci- mento di ammortamenti relativi ai diritti televisivi ogget- to del sopra citato procedi- mento penale”. Gli avvisi di accertamento relativi ai periodi di imposta 2001 e 2002 (rispettivamente 15,6 e 19,9 milioni) –si legge nel bilancio –sono stati già impugnati nei termini di legge davanti alla competente Commissione Tributaria. Sempre il 21 dicembre dell’anno scorso sono stati notificati altri due avvisi di accertamento: uno alla controllata R.T.I. (con il qua- le viene rettificato, ai fini Ir- peg e Irap, il reddito dell’esercizio 2003 pari a 7,8 milioni, quale conseguenza del man- cato riconoscimento di ammortamenti relativi ai diritti televisivi) e uno a Publitalia ’80 in materia di Iva per le an- nualità 2005, 2006 e 2007, Ires per il 2006 e 2007, Irap per il 2006 e 2007 pari complessi- vamente a 7,2 milioni, oltre a interessi e sanzioni.

“QUATTRO MILIONI DI POVERI” E SIAMO IL REGNO DELL’ EVASIONE NEI DATI DI CONFCOMMERCIO E TESORO UN PAESE DI FURBI E VITTIME

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Fatto Quotidiano 23/03/2013 di Salvatore Cannavò attualità

Da un lato ci sono 4 milioni di “poveri assoluti”, in crescita rispetto ai 3,5 milioni del 2011. Dall’altro, invece, solo 28.000 contribuenti molto ricchi che dichiarano più di 300 mila euro l’anno, l0 0,067% del totale. Se poi consideriamo che la Cassazione ha avallato le norme che inaspriscono il diritto alla pensione di invalidità, abbiamo un’istantanea dell’attuale disuguaglianza italiana. In maniera inconsueta è la Confcommercio, con il suo Ufficio studi, a incaricarsi di offrire una valutazione della “povertà assoluta”nel gennaio del 2013, stimata in 4 milioni di persone. Nel 2011, dati Istat, erano 3,4 milioni, nel 2006 2,3 milioni e da allora sono cresciuti al ritmo di 615 al giorno. Per “povertà assoluta”si intende l’esistenza di un reddito tale da rendere impossibile accede- re ai beni e servizi considerati essenziali. Nel 2011, per una famiglia di due componenti adulti la soglia era di 984,73 euro per un piccolo comune al Nord e di 761,38 euro nel Mezzogiorno. Limite ridotto a 918 e 704 euro per gli over-74 an- ni. ACCANTO a questo dato c’è, invece, la situazione fiscale del paese fotografata dal rapporto del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Dal quale emerge, sostanzialmente, che a pagare le tasse sono “i soliti noti”. L’80 per cento del gettito, infatti, deriva dal la- voro dipendente (54,5) e dalle pensioni (25,5) mentre il 6,7% deriva dal lavoro autonomo, il 3,5 dal reddito di imprese e solo lo 0,8% dai redditi da capitale. Siccome quell’80% non può nascondere i propri redditi non è difficile desumere dove si nasconda l’evasione fiscale. E infatti, spiega il Fisco, a superare la soglia dei 300 mila euro di reddito all’anno – su cui grava il contributo di solidarietà del 3% – sono solo 28 mila contribuenti su 41,3 milioni. Meno dell’1% nonostante la ricchezza italiana viaggi intorno ai 9 mila miliardi di euro. Sul piano fiscale il reddito medio degli italiani è pari a 19.655, la metà dichiara un reddito inferiore ai 15.723 euro e il 90% un reddito complessivo inferiore ai 35.601 euro. La polarizzazione dei redditi, o meglio della loro denuncia, si capisce meglio osservando il 5% dei contribuenti con i redditi più alti che detiene il 22,9% del reddito complessivo, ossia una quota maggiore a quella detenuta dal 55% dei contribuenti con i redditi più bassi. E se il reddito più elevato è dei lavoratori autonomi (42.280) mentre il reddito medio dei lavoratori dipendenti è di 20.020 euro, quello che dichiarano gli imprenditori è pa- ri a 18.844 euro, cioè meno di quanto dichiarato dai loro stes- si dipendenti. L’ANALISIdella Confcommer- cio, tra l’altro, solleva i lavora- tori italiani dall’accusa di “fan nulloni” visto che nel 2011 hanno lavorato 1.774 ore ciascuno, il 20% in più dei francesi e il 26% in più dei tedeschi. I lavoratori indipendenti, in Ita- lia lavorano quasi il 50% in più del lavoratore dipendente, come del resto negli altri Paesi. Secondo le stime dell’associa ione commercianti, però, è la produttività a essere molto bassa visto che “ogni lavoratore italiano produce una ric- chezza mediamente pari a 36 euro per ogni ora lavorata”. I tedeschi producono il 25% in più e i francesi quasi il 40%. In questo quadro si inserisce la sentenza della Cassazione, Se- zione lavoro, secondo cui per beneficiare della pensione di invalidità civile, deve essere considerato il cumulo dei red- diti familiari e non più solo quello della persona interessa- ta. Fino al 2012 la corresponsione dell’assegno pensionistico dipendeva esclusivamente dal reddito individuale pari a 4.738 euro annui per un asse- gno di 275 euro mensili. A seguito della circolare Inps 149 di fine 2012, emessa per ottemperare a una precedente sentenza della Cassazione (Sezione Lavoro 25 febbraio 2011, n. 4677), dal 2013 il limite di reddito è stato cumulato a quello del coniuge e portato a 16.127 euro annui sempre per ottenere lo stesso assegno. La Cassazione giustifica la propria decisione sostenendo che il reddito familiare concorre a for- mare quei legami di solidarietà “concorrenti con quello pubblico, ugualmente intesi alla tutela dell’uguaglianza e della libertà dal bisogno”. Anche la famiglia garantisce dalla disuguaglianza e libera dal bisogno, è il senso della decisione che però creerà grandi disagi. “Un colpo di spugna che smantella il diritto di decine di mi- gliaia di persone ” contesta Carla Cantone, segretario generale dello Spi-Cgil. Che chiede al governo di “bloccare questa sentenza” e di ripristinare “un sacrosanto diritto. Ne vale della dignità del nostro paese”.

EVASIONE DI LUSSO: “BULGARI HA NASCOSTOTRE MILIARDI AL FISCO” TRE MILIARDI AL FISCO” 46 MILIONI. SIGILLI AL PALAZZO DI VIA CONDOTTI A ROMA INDAGATI PAOLO, NICOLA E ALTRI DUE MANAGER

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Fatto Quotidiano 15/03/2013 Marco Franchi ATTUALITà

Evasione di lusso per Bulgari: tre miliardi sottratti al fisco dal 2006 al 2011. È questa l’accusa alla base del blitz della Guardia di Finanza di Roma che ha sequestrato beni immobili e di- sponibilità finanziarie per oltre 46 milioni di euro ai fratelli Paolo e Nicola Bulgari, indagati con altri due esponenti di spicco della società di gioielli per una presunta frode ai danni del fisco italiano cominciata sette anni fa e proseguita almeno fino al 31 dicembre 2011. OLTRE agli ex azionisti di maggio- ranza della griffe comprata nel 2011 dal gruppo Lvmh (che controlla anche il marchio Louis Vuitton) , i sequestri hanno infatti ri- guardato anche l’ex amministratore delegato Francesco Trapani che dopo la vendita ai francesi è diventato capo della divisione gioielli e orologi della multinazionale del lusso, e infine Maurizio Valentini, attuale rappresentante legale della filiale italiana. “Per tutti l’accusa è di dichiarazio- ne fraudolenta mediante altri ar- tifici, per aver sottratto al fisco italiano, dal 2006 in avanti, circa tre miliardi di euro di ricavi, attraverso l’interposizione di società con sede in Olanda e Irlanda, create al solo scopo di sfuggire all’imposi- zione fiscale in Italia”, si legge nella nota delle Fiamme Gialle. Tra i beni colpiti dal provvedimento di se- questro preventivo emesso dal gip del Tribunale di Roma Vilma Passamonti su richiesta del pool di magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani figurano, oltre a rapporti bancari, assicurazioni sulla vita e partecipazioni societarie, anche numerosi immobili come quelli in via dei Condotti 9 e 11 a Roma, ma non il negozio. Le indagini, scattate dopo una sErie di verifiche fiscali del Nucleo Polizia tributaria di Roma, hanno portato alla luce una vera e propria Escape strategy – così definita dagli stessi dirigenti del gruppo in un documento di nove fogli rinvenu- to dalle Fiamme Gialle – per fuggire dal sistema di imposizione italiano e, in particolare, dalla più stringente normativa introdotta, a partire dall’1 gennaio 2006, con ri- ferimento alla tassazione dei divi- dendi provenienti da Paesi a fiscalità privilegiata. Una sorta di no- madismo fiscale che consente di far figurare i margini mondiali di guadagno in Stati diversi dall’Italia e, in particolare, prima in Svizzera, poi in Olanda ed infine in Irlanda, vista come “meta finale” della pianificazione fiscale del gruppo. Ad attirare l’attenzione degli investigatori è stata infatti la costi- tuzione nel 2006 della Bulgari Ireland Ltd (Beire), che avrebbe avuto “la finalità di far ap- parire falsamente come maturato in Irlanda il reddito derivante dal- l’attività”, sottoponendolo alla tassazione del 12,5% inferiore a quel- la italiana. “In questo modo Bulgari ha omesso di dichiarare ai fini Ires in Italia ricavi per quasi tre miliardi di euro nel periodo 2006-2011, nonché una base imponibile Irap di oltre un miliardo e novecento milioni di euro”, scri- vono i finanzieri. “I dividendi sottratti indebitamente a tassazione nello stesso periodo – conclude il comunicato – ammontano invece ad oltre 293 milioni di euro, cui corrisponde un’imposta evasa in Italia da parte della capogruppo Bulgari di oltre 46 milioni di euro”. Dal canto suo, la società si è detta “estremamente sorpresa dalle con- siderazioni formulate in detto provvedimento” e si difende pre- cisando che “le società straniere oggetto di indagine sono imprese reali ed effettive, che ricoprono u incontestabile ruolo strategico per il gruppo, con circa 300 dipenden- ti di diverso profilo”. Bulgari intraprenderà “tutte le azioni neces- sarie a chiarire la sua posizione” e richiederà spiegazioni in merito all’uscita della notizia sugli organi di stampa prima ancora che la notifica fosse fatta agli interessati. IN REALTÀ delle grane di Bulgari col fisco si sapeva già da qualche mese: sulla base delle verifiche fiscali delle fiamme gialle, a dicem- bre la procura di Roma aveva aper- to un fascicolo ipotizzando i reati di dichiarazione infedele e omessa presentazione della dichiarazione, previsti dal testo unico sui reati tri- butari. Il sospetto era che al fisco italiano fossero stati sottratti circa 70 milioni di imposte non versate. Le verifiche della finanza sono durate praticamente tutto dicembre e si sono concluse con una relazione consegnata al procuratore aggiunto Laviani giusto poco prima di Natale. Iscritti i reati, sono scattati i sequestri

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