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Il declino dell’Europa

Preso da Altrainformazione.it 26 maggio, 2014 di Piero Caminaresi attualità
Mentre l’Europa è totalmente presa dall’incantamento delle elezioni del Parlamento europeo sembra che la grande Storia stia imboccando altri sentieri.
Si tratta di cambiamenti epocali che avranno l’effetto di spostare sempre di più il centro geopolitico globale dall’asse USA-UE all’asse Russia-Cina, confinando, nel lungo termine, l’Europa alla periferia del mondo.
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Mi riferisco in prima battuta al contratto di fornitura di gas russo alla Cina[1] che non solo è assolutamente senza precedenti, ma la cui reale importanza va ben oltre gli importi, pur mirabolanti, del controvalore economico.
Infatti, a mio avviso, approfondendo la notizia dello storico contratto di fornitura del gas siberiano alla Cina, pomposamente definito “un contratto senza precedenti”l’attenzione dovrebbe essere rivolta prima di tutto all’aspetto geopolitico di quest’accordo.
Innanzitutto notiamo la singolare sincronia della firma dell’accordo con il ritiro delle truppe russe dai confini ucraini e il conseguente allentamento della tensione su questa delicatissima area dello scacchiere internazionale.
Singolare che Putin abbia gonfiato i muscoli fino a pochi giorni dal suo viaggio in Cina per poi, appena andato in porto il supercontratto, mostrare evidenti segni di rilassamento, giungendo oggi a dichiarare di accettare serenamente gli esiti delle elezioni ucraine
[2].
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Non trovate strano questo comportamento?
La sincronicità in politica internazionale non è mai casuale.
In realtà Putin ha portato a casa ben più dei 400 miliardi di dollari e rotti per la vendita del gas naturale alla Cina e relativa tecnologia, vale a dire una vittoria schiacciante su quelli che si sono dimostrati nemici mortali della Russia: gli USA e i burattini dell’Unione Europea.
Qual’è stato dunque il messaggio che la Russia ha voluto dare con il cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Ucraina, irretita nelle trame della Nato, al fine di costituire una spina nel fianco della difesa russa?
Qualcosa del tipo: “Cari ucraini, fino a ieri eravate importanti perché costituivate un problema politico e economico, visto che eravate in grado di mettere a rischio le nostre forniture di gas all’Europa, ma da oggi lo siete molto di meno. Fate pure come credete, se pensate che l’Europa vi difenderà e pagherà i vostri debiti, andrete incontro a grosse delusioni. Anzi, penso che d’ora in avanti gli USA e i loro servi perderanno molto dell’interesse che vi riservavano”.
Credo sia necessario rimarcare che perdere il gas della Siberia orientale, ora destinato al mercato cinese, abbia costituito, senza ombra di dubbio, un fallimento storico degli Stati Uniti ma soprattutto dell’Unione europea.

Se l’Europa, infatti, invece di creare ad arte conflitti armati in Ucraina per ostacolare la decisione dell’ex-premier Yanukovych di posporre la firma dell’accordo per l’ingresso nell’Unione, avesse dato alla Russia assicurazioni sulla continuità delle forniture di gas, avrebbe mostrato un atteggiamento ben più saggio in termini di politica estera.
Vi siete mai chiesti perché – diversamente dall’Europa – la maggior parte dei Paesi asiatici se ne è altamente fregata, nel corso della crisi ucraina, dei proclami USA-UE, non prendendo assolutamente posizione contro la Russia?
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E adesso il gas della siberia sembrerebbe perduto per l’Europa. Va da sé che a livello di trasporti e d’infrastrutture esistenti, sarebbe stato molto più conveniente il trasporto di tale gas verso l’Europa. Invece, nonostante il prezzo basso che i cinesi hanno offerto inizialmente, la Russia ha chiuso l’accordo con la Cina.
Perché?
Beh, se date una scorsa ai giornali europei di questi ultimi vent’anni troverete ripetuta in tutte le salse la minaccia di non acquistare più forniture energetiche dalla Russia. Una scelta considerata dai miopi strateghi europei il modo migliore per danneggiare l’ingombrante vicino.
Se allora, anno dopo anno, un Paese si sente sulla testa la spada di Damocle di questa chiusura improvvisa dei rubinetti di valuta estera, cosa pensate che faccia?
Appare del tutto naturale che si guardi intorno alla ricerca di compratori alternativi.
Perché l’Europa si è sempre comportata in questo modo, anche se poi, di fatto, ha continuato imperterrita a comprare il gas russo?

è vero che petrolio e gas naturale valgono una parte sostanziale del PIL russo – e questo ha costituito l’asso nella manica di Putin durante il braccio di ferro in Ucraina – la Germania, tanto per fare un esempio, importa dalla Russia un terzo delle sue forniture di gas e l’Europa, pur ricevendo gas a sufficienza al momento, avrà in futuro bisogno di quantità sempre maggiori di gas. È vero che potrebbe riceverne dagli USA ma, dato che questi lo estraggono con il fracking, se si verificassero dei disastri provocati da questo metodo, sarebbe possibile una interruzione dell’estrazione, se non addirittura una sospensione.
Motivi di politica squisitamente europea non ce ne sono; spiritualmente, storicamente, culturalmente ed economicamente la Russia ha maggiori affinità con l’Europa che con la Cina.
E allora?
Chiedetelo ai nostri padroni a Washington, che dettano regole e impongono condizioni ai vassalli europei.
Ma la politica estera americana che ha sempre cercato di far litigare tra loro i propri nemici – il classico divide et impera – questa volta ha segnato un clamoroso autogol.
Obama è riuscito nel non – per lui – auspicabile intento di spingere la Russia tra le braccia della Cina; esattamente il contrario di quello che più astutamente fece a suo tempo Richard Nixon, siglando un accordo con Mao Zedong in modo da far capire ai sovietici che USA e Cina erano uniti contro di loro, mentre, grazie alla miopia politica di oggi, Russia e Cina sono contrapposti agli USA.
Ma c’è di più.
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Putin a Pechino ha ancora una volta parlato di stabilire negli scambi commerciali con la Cina“reciproci pagamenti in valuta nazionale”, che in soldoni equivale a tagliar fuori il dollaro USA.
Questo è l’incubo più grande per i padroni del mondo; non a caso hanno sino a oggi annientato tutti i Paesi che avevano iniziato a non usare i petroldollari nelle loro transazioni energetiche.
Ma Russia-Cina è un boccone troppo grande da ingoiare.
Già oggi il dollaro – pur essendo ancora la valuta di riserva più importante – è passata dal 55% degli scambi internazionali nel 2000 al 33% alla fine del 2013, mentre, per converso, le riserve in “altre valute” dei mercati emergenti hanno visto, dal 2003, un incremento del 400%.
Senza contare che prendere le distanze dal dollaro potrebbe costituire la prima tappa di un percorso che conduce ad una nuova valuta internazionale, probabilmente costituita da un “paniere” di valute dell’area BRICS.
Putin ha parlato di ottimizzare la cooperazione tra banche russe e cinesi: in termini politico-strategici questo significa stabilire meccanismi tali da rendere inoffensive le eventuali sanzioni economiche che USA-UE volessero imporre ai due Paesi.

“Nel corso dell’incontro, abbiamo preso in considerazione anche modalità di diversificazione commerciale per ridurre la dipendenza dalla situazione economica globale….”[3]
Non dimentichiamo che da quest’anno la Cina è la prima potenza economica globale, avendo portato a termine lo storico sorpasso sull’economia a stelle e strisce.
Da questo all’incremento degli scambi commerciali e a possibili collaborazioni nel settore militare il passo è breve
.
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E qui i pentastellati generali del Pentagono iniziano a mostrare segni di nervosismo.
Tuttavia, nonostante gli strateghi americani vedano come il fumo negli occhi il delinearsi di un mondo in cui non ci sia una sola potenza egemone, le linee di sviluppo economiche e politiche stanno andando in quella direzione e non è difficile incominciare ad intravedere le prime crepe nel progetto del“New american century”.

Per carità, non sarà certo questione di mesi o di pochi anni, ma a partire da questo Maggio 2014, si è manifestato qualcosa di veramente importante: il primo passo verso un mondo meno sbilanciato verso l’Estremo Occidente.
E l’Europa è la grande esclusa.
[1] http://www.theguardian.com/business/2014/may/23/russia-china-agree-gas-supply-chain
[2] http://www.nytimes.com/2014/05/24/world/europe/putin-indicates-hell-respect-result-of-ukrainian-election.html?hp&_r=0
[3] http://eng.kremlin.ru/transcripts/7200#sel=
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Europee, pronta la liste dei 73 candidati M5S. Ecco chi sono i nomi per Bruxelles

E’ terminata la selezione online dei nomi che correranno per il parlamento Europeo. Gli iscritti al Movimento 5 Stelle hanno votato in due fasi. I primi venti che hanno ottenuto più preferenze sono entrati automaticamente nell’elenco finale
Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 4 aprile 2014 attualità

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Due torni di voto, video di presentazione youtube e curriculum dettagliati. Il Movimento 5 Stelle ha i suoi settantatré candidati alle elezioni Europee di maggio 2014. ”Si sono concluse a mezzanotte di ieri – si legge nel post – le votazioni on line. Al secondo turno avete votato in 33.300 esprimendo 91.245 preferenze”. E’ Beppe Grillo a presentare i suoi sul blog: “Sono meravigliosi”, commenta. “Sconosciuti.. alle Procure”. La democrazia diretta grillina è stata per dieci giorni sotto i riflettori. “Volti sconosciuti, cordate sul territorio, endorsment di deputati e metodo da migliorare”. Le critiche non sono mancate, ma il risultato è quello che speravano dallo staff. Ricercatori, professori e avvocati. Parlano almeno due lingue. Hanno studiato all’estero o lavorato per multinazionali. C’è qualcuno che conosce già il Parlamento europeo. E chi ha appena compiuto 26 anni. Entrano alcuni collaboratori parlamentari (Fabio Massimo Castaldo e Stefano Girard) e attivisti che hanno lavorato con i consiglieri regionali sul territorio. Ci sono anche militanti No Tav direttamente dalla Val di Susa.S conosciuti o meno, la pattuglia di “volti puliti” è pronta per l’ultimo mese e mezzo di campagna elettorale. Cercando di evitare gli errori del passato. “Ho rifiutato l’invito a Ballarò”, ha commentato Francesco Attademo, eletto per la circoscrizione nord ovest. “Prima dobbiamo parlarne con il gruppo”. Le riunioni con lo staff sono già cominciate. Gireranno l’Italia insieme ai portavoce nazionali per farsi conoscere. Il leader comparirà ogni tanto, probabilmente nei capoluoghi di Regione e ci sarà un finale a sorpresa a Bruxelles.

A qualcuno è scappato un messaggio per chiedere il voto agli amici attivisti, qualcun altro si è aperto la pagina fan su Facebook, mentre altri hanno cercato di smorzare i toni. Non sono mancate le polemiche nei due turni di consultazioni online, ma per questa volta Grillo e i suoi arrivano prima di tutti gli altri. La selezione ha portato con sé anche polemiche dal territorio. Viene da Parma la provocazione più forte. Il sindaco Federico Pizzarotti ha detto che “il metodo è migliorabile”. In questione soprattutto il fatto che molti di loro siano facce sconosciute per gli attivisti storici. Grillo gli ha risposto a distanza allargando le braccia. Il caos più grande però, arriva dalla Sicilia. I deputati Nuti e Di Vita hanno sponsorizzato alcuni dei candidati e hanno scatenato le proteste degli iscritti. Nei prossimi giorni potrebbe addirittura esserci un’assemblea di chiarimento in Parlamento.

I volti noti della selezione sono pochi. Primo fra tutti salta agli occhi David Borrelli. E’ stato il primo consigliere comunale del Movimento 5 Stelle eletto in un capoluogo di provincia (nel 2008 a Treviso). Finito il primo mandato decise di non candidarsi più per “favorire il ricambio”. Ma poi le cose sono cambiate. Molto vicino a Grillo e Casaleggio e molto apprezzato dalla linea dei fedelissimi, ha deciso di tornare in campo. E’ il contatto con la piccola e media impresa in Veneto, soprattutto ora che è a capo di un gruppo di imprese informatiche (Trevigroup). E’ molto vicino al gruppo Confapri, imprenditori da alcuni mesi nell’orbita della Casaleggio associati.

Il candidato che ha ricevuto più voti nelle primarie cinque stelle on line è Dario Tamburrano (1880 voti) per la circoscrizione Centro: medico odontoiatra di 43 anni di Roma e militante di vecchia data. Ha ricevuto 1701 voti, invece, Fabio Massimo Castaldo, portavoce della senatrice Paola Taverna. Per la circoscrizione nord ovest il candidato che ha ottenuto più voti è Marco Valli (1456), per il nord est è Stefano Cobello (1518), per il centro è Dario Tamburrano (1880), per il meridione è Isabella Adinolfi (1759) e per la circoscrizione insulare è Giulia Moi (1664).

Nord Ovest: imprenditori e medici. Due militanti No Tav e una designer
Il più votato è Marco Valli e ha 28 anni. Milanese, maturità scientifica, laurea in economia aziendale, collabora con i deputati della commissione finanze M5S a Roma. Attademo Francesco invece è stato eletto al primo turno e lavora a Bruxelles come consulente informatico: è un pugliese trapiantato al nord. Fabrizio Bertellino ha 44 anni ed è ingegnere aerospaziale. Ha vissuto 6 mesi in Australia come ricercatore all’Università di Melbourne e ha lavorato per una multinazionale francese. Marika Cassimatis, è docente con una laurea in Scienze politiche e un dottorato in Scienze geografiche ottenuto a Grenoble. Fabio Desilvestri, 30 anni, è un dipendente pubblico laureato in ingegneria. Parla inglese e francese. Eleonora Evi dalla provincia di Milano, è stata tra le più votate al primo turno. E’ responsabile relazioni esterne per un ente di formazione per il design. Conosce tre lingue. Stefano Girard ha 27 anni ed è collaboratore parlamentare del deputato Carlo Scibona. Viene dalla Val di Susa dove dice “di aver contribuito alla nascita del Movimento”. Ilaria Mastrarosa, 28 anni, è tecnico dei servizi sociali, ha lavorato come cassiera e come dipendente in un call center. Viene da Savona. Misculin Bruno Giulio Andrea è impiegato, diplomato in informatica. E’ attivista dal 2006 e molto conosciuto nei Meetup di Milano, dove è tra gli organizzatori di eventi e gestore dei forum online. Marco Sain viene da Susa. Attivista No Tav, 48 anni e due figli. La priorità va alla “valsusina”. Manuel Voulaz è diventato in breve il più famoso degli eletti per aver ottenuto solo 33 voti. Viene dalla Val d’Aosta. E’ ingegnere e fa l’impiegato. Parla due lingue.

Nord est, un ex assessore e un collaboratore alla commissione Bilancio del Senato
Marco Affronte viene da Rimini e lavora con il gruppo consigliare della Regione Emilia Romagna. Primo dei non eletti potrebbe entrare al posto di Maria Mussini in Senato, nel caso le sue dimissioni fossero accettate. Giorgio Burlini lavora alla Commissione bilancio di Palazzo Madama. Libero professionista di Padova, si è specializzato a Londra e si dice esperto del quadro “finanziario e di marketing internazionale”. C’è poi Stefano Cobello, insegnate e laureato in lingue straniere. Ha 51 anni e viene da Verona. Da Parma arrivano Roberta Cecchin, un lavoro in banca e parla tre lingue, e Francesco Rossi, ex assessore del Comune di Fornovo (incarico da cui si è dimesso per potersi presentare alle Europee) è dirigente e laureato in Scienze e tecnologie alimentari. Silvia Piccinini, è stata eletta direttamente al primo turno, attivista della prima ora, ha 30 anni ed è impiegata. E’ l’unico nome che rappresenterà Bologna alle prossime elezioni.

Centro, un criminologo, l’assistente di Paola Taverna e un’accompagnatrice turistica
Fabio Massimo Castaldo è il collaboratore di Paola Taverna al Senato. Candidato predestinato, viene da Roma e ha una laurea in giurisprudenza riconosciuta in Francia e in Italia. Matteo Della Negra invece viene da Grosseto, è impiegato e pure pianista. La più votata del primo turno è stata Silvia Fossi. Viene dalla Toscana ed è accompagnatrice turistica. Ha una lunga attività di militanza sul territorio e il suo video di presentazione è una serie di foto con parlamentari e deputati. Cristiano Ripoli è di Firenze e fa il libero professionista. E’ stato dottorando in criminologia: dal 2006 al 2011 ha lavorato con la Commissione europea. Marina Adele Pallotto, insegnante di Macerata. E’ stata candidata per i 5 Stelle anche alle politiche 2013.

Nord ovest

Antonica Gabriele – 870 secondo turno
Attademo Francesco – 503 primo turno
Beghin Tiziana – 1432 secondo turno
Bertellino Fabrizio – 1030 secondo turno
Cassimatis Marika – 1357 secondo turno
Desilvestri Fabio – 989 secondo turno
Evi Eleonora – 556 primo turno
Geraci Tiziana – 637 secondo turno
Girard Stefano – 1126 secondo turno
Mastrorosa Ilaria – 878 secondo turno
Mennella Grazia – 809 secondo turno
Misculin Bruno Giulio Andrea – 652 secondo turno
Salvatore Alice – 258 primo turno
Sayn Marco – 917 secondo turno
Scabbia Massimo – 634 secondo turno
Tranchellini Alice – 848 secondo turno
Valli Marco -1456 secondo turno
Viola Alessandra -1297 secondo turno
Voulaz Manuel – 33 primo turno
Zanni Marco – 1017 secondo turno

Nord est

Affronte Marco – 1158 secondo turno
Borrelli David – 501 primo turno
Burlini Giorgio – 1305 secondo turno
Cecchin Roberta – 837 secondo turno
Cobello Stefano – 1518 secondo turno
Dalpasso Giuseppe – 871 secondo turno
Gargagliano Nives – 828 secondo turno
Gibertoni Giulia – 1140 secondo turno
Marmiroli Alessandro -1598 secondo turno
Nicchia Francesca – 981 secondo turno
Piccinini Silvia – 193 primo turno
Rossi Francesco – 979 secondo turno
Zanella Cristiano – 134 primo turno
Zullo Marco – 168 primo turno

Centro

Agea Laura – 132 primo turno
Bottiglieri Fabio – 310 primo turno
Campo Giuseppa – 1295 secondo turno
Castaldo Fabio Massimo – 1701 secondo turno
Della Negra Matteo – 1728 secondo turno
Di Gennaro Marco – 1099 secondo turno
Fossi Silvia – 429 primo turno
Ghirga Giovanni – 1315 secondo turno
Pallotto Marina Adele – 1571 secondo turno
Ripoli Cristiano – 1637 secondo turno
Savari Danilo – 1340 secondo turno
Tamburrano Dario – 1880 secondo turno
Zama Bianca Maria – 366 – primo turno
Ziantoni Mara – 1270 secondo turno

Meridionale

Adinolfi Isabella – 1759 secondo turno
Aiuto Daniela – 1257 secondo turno
Alemagna Fabio – 863 secondo turno
Angelini Paolo – 185 primo turno
Cammarano Michele – 1063 secondo turno
Casili Cristian – 1055 secondo turno
Casmirro Pasquale – 58 primo turno
Ciarambino Valeria – 866 secondo turno
D’Amato Rosa – 332 primo turno
Embrice Luigia – 208 primo turno
Ferrara Laura – 133 primo turno
Ipri Maria – 938 secondo turno
Laricchia Antonella – 1030 secondo turno
Pedicini Piernicola – 317 primo turno
Pomante Melania – 1237 secondo turno
Ronzino Alfredo – 904 secondo turno
Viglione Vincenzo – 1121 secondo turno

Insulare

Cina’ Salvatore – 704 secondo turno
Di Prima Antonella – 724 secondo turno
Marini Nicola – 225 primo turno
Moi Giulia – 1664 secondo turno
Saija Maria – 776 secondo turno
Sobbrio Paola – 221 primo turno
Suriano Simona – 1274 secondo turno
Zanotto Antonio – 1146 secondo turn

Nsa, Snowden: “Stati Uniti hanno fatto pressioni su Ue per favorire spionaggio”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 7 marzo 2014 attualità
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Per la talpa del Datagate, la privacy dei cittadini europei è minacciata dalla National Security Agency che, con le sue pressioni nei confronti dei paesi membri, ha trasformato “l’Europa in un bazar”
a National Security Agency americana ha fatto pressioni sui paesi membri dell’Unione europea per modificare le loro leggi così da rendere possibile lo spionaggio di massa”. Parola della ‘talpa’ Edward Snowden, che ha rivelato questo e altri particolari in un dossier al Parlamento europeo di Bruxelles. Le rivelazioni del candidato premio Nobel per la pace, tuttavia, non finiscono qui e contribuiscono a mettere insieme gli ultimi tasselli mancanti dello scandalo Datagate e il modus operandi degli Stati Uniti d’America in tema di spionaggio digitale. Stando a quanto scrive Snowden nel rapporto all’Europarlamento, infatti, la Nsa “non solo permette e guida, ma condivide alcuni sistemi di sorveglianza di massa” con i paesi Ue, con gli Usa che avrebbero fatto pressioni sugli stati membri dell’Unione europea non concedergli l’asilo dopo l’esplosione mediatica della vicenda che lo vede coinvolto. Sempre in tema di pressioni, la ‘talpa’ del Datagate ha inoltre rivelato che alcuni parlamentari gli hanno detto che gli Stati Uniti “non permetteranno” ai partner europei di offrigli asilo.

Snowden, però, ha scritto anche altro, facendo intendere che la vicenda Nsa potrebbe regalare nuovi, clamorosi sviluppi. “Ci sono molti altri programmi di spionaggio non ancora rivelati che avrebbero un impatto sui diritti dei cittadini europei” ha aggiunto l’informatico statunitense, aggiungendo anche i nomi di altri enti o associazioni del Vecchio continente spiate dal grande fratello made in Usa. “Tutte le operazioni sospettate contro Belgacom, Swift, le istituzioni Ue, l’Onu, l’Unicef e altri basate su documenti che ho fornito sono realmente accadute e mi aspetto che operazioni simili saranno rivelate in futuro” ha detto Edward Snowden nel rapporto all’Europarlamento, assicurando di poter “confermare che tutti i documenti riportati finora sono autentici e non modificati”.

Da questo dato di fatto l’accusa più infamante nei confronti dei ‘suoi’ Stati Uniti. Per la talpa, infatti, la privacy dei cittadini europei è fortemente minacciata dai programmi di spionaggio della National Security Agency americana che, con le sue pressioni nei confronti dei paesi membri, ha trasformato “l’Europa in un bazar”. A sentire Snowden, quindi, il risultato degli accordi che l’Nsa ha preso, più o meno segretamente, con gli stati europei per permettere lo spionaggio di massa, è “un bazar europeo in cui ad esempio la Danimarca potrebbe concedere all’Agenzia americana l’accesso ad un centro raccolta dati ottenendo in cambio che i suoi cittadini non siano spiati. E lo stesso potrebbe fare la Germania“. Il punto però, sostiene Snowden, è che essendo i centri per la raccolta dei dati di Danimarca e Germania collegati, alla fine l’Nsa può ottenere tutte le informazioni che vuole.

Non solo. ”Una delle principali attività della Divisione affari esteri (Fad) della Nsa è fare pressione o incentivare gli stati membri dell’Ue per cambiare le loro leggi per permettere la sorveglianza di massa”, spiega Snowden nelle risposte fornite agli europarlamentari. In particolare, “avvocati della Nsa, così come quelli della corrispettiva britannica, la GCHQ, lavorano molto duramente per cercare ‘buchì nella legislazione e nelle garanzie costituzionali che loro possono usare per giustificare operazioni di sorveglianza indiscriminata e massiccia”. E “questi sforzi di interpretazione di leggi vaghe vaghe è una strategia intenzionale per evitare l’opposizione pubblica e l’insistenza dei legislatori per il rispetto dei limiti legali”, che la GCHQ descrive nei suoi documenti interni, ricorda Snowden, come “dannoso dibattito pubblico“.

ULTIME DAL MES: STATI E RISPARMIATORI DEVONO PAGARE LA RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE

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DI Fonte altrainformazione PIERO VALERIO
tempesta-perfetta.blogspot.it attualità
E voi direte, ma cosa c’è di nuovo sotto il sole? E’ dall’inizio della crisi dell’eurozona che governi e contribuenti pagano per il salvataggio delle banche e attraverso la manipolazione mediatica la cosa ormai è diventata una prassi comunemente accettata. La novità però questa volta è che i tecnocrati di Bruxelles, in vista del prossimo Consiglio europeo di fine mese, hanno messo nero su bianco su un documento ufficiale regole, metodi, cifre, vincoli per descrivere come si deve svolgere l’intero processo, lasciando poco spazio all’improvvisazione e all’immaginazione. In pratica i criminali hanno finalmente confessato la loro colpa, sperando negli effetti terapeutici dell’outing e spiegando chiaramente agli europei quanto ancora devono pagare (e si tratta di cifre da capogiro) per tenere in piedi l’idiozia dell’euro.

Qualcuno diceva che il miglior modo per nascondere la verità, è renderla palese e visibile a tutti. Ecco, confidando nella nostra incapacità di interpretare gli eventi e capire la realtà che ci gira intorno, pare che i tecnocrati e i politicanti europei abbiano decisamente intrapreso questa strada.

Ma vediamo come funzionerà l’ennesimo meccanismo infernale messo a punto da tecnocrati e banchieri per distruggere la democrazia, l’economia reale, la coesione sociale. Già sapevamo che gli accordi del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, prevedevano al loro interno, oltre al sostegno diretto agli stati (che serviva poi a finanziare le banche in difficoltà, vedi il caso Irlanda, Spagna e Cipro, o a pagare i creditori francesi e tedeschi, vedi il caso Grecia e Portogallo), anche la possibilità di ricapitalizzare le banche “zombie” dell’eurozona. Ora conosciamo i termini in cui avverranno queste operazioni di ricapitalizzazione, e vi anticipo già che saranno ancora dolori, lacrime e sangue per tutti i contribuenti, che già hanno dovuto una prima volta pagare e stanno ancora pagando per mettere in piedi la trappola del MES. Insomma nell’eurozona, fra mille indecisioni e tentennamenti, di una cosa possiamo sempre essere certi: la socializzazione delle perdite bancarie e la privatizzazione dei profitti non è più una raccapricciante anomalia dovuta all’emergenza ma la prassi, la normalità, la forma principale di “buon governo” dell’economia e della finanza. E siccome, come abbiamo anticipato, i capitali necessari per salvare l’intero settore bancario fallito raggiungono a spanne numeri ciclopici, non sappiamo quanto saranno ancora bravi gli europei a reggere l’urto e capaci di bere l’amaro calice. E’ davvero così difficile capire che ciò che sta accadendo in Europa corrisponde alla più grande espropriazione collettiva di ricchezza mai avvenuta nella storia dell’umanità?

Prima però di analizzare nei dettagli il piano micidiale, vediamo da cosa nasce tutto l’affanno e la fretta con cui i tecnocrati sono arrivati a concepire il documento e le procedure incriminate. In Europa, per usare una metafora, c’è un vero e proprio iceberg gigantesco che giace nella profondità degli abissi, nel più assoluto riserbo e silenzio degli addetti ai lavori, e solo sporadicamente emerge in superficie: il credito in sofferenza delle banche (in inglese bad loan o NPL, Non Performing Loan). In pratica una parte sempre più ingente e in continuo aumento degli attivi di bilancio delle banche è ormai inesigibile o incagliato, perché il debitore (che sarebbero poi i privati mutuatari, le aziende, i governi e le stesse banche) è fallito o è tecnicamente insolvente. Questo processo vizioso, simile ad un enorme cane che si morde la coda, come sappiamo è stato innescato dalle misure di austerità imposte a tutta l’Europa per salvare proprio le banche: i governi tassano i cittadini e le aziende, tagliano le spese pubbliche, rastrellano capitali da destinare al settore bancario, ma così facendo deprimono l’economia, costringono al fallimento i debitori privati e le banche alla fine hanno più danni che benefici dalle politiche rigoriste, perché se da una parte ricevono capitali freschi dai governi, dall’altra perdono sempre di più la possibilità di recuperare i crediti pregressi contratti con il settore privato. L’immagine del colapasta è forse quella più efficace per descrivere il fenomeno: la liquidità arriva abbondante dall’alto ma se ne va subito attraverso i buchi (di bilancio) che intanto si aprono in basso. Ma di quali cifre stiamo parlando?
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Arrivati a questo punto la faccenda diventa sempre più nebulosa e confusa, perché grazie alla complicità che esiste fra gli organismi di vigilanza europei (BCE, banche centrali, EBA) e le stesse banche, è molto difficile e complicato se non impossibile capire quanto ci sia di vero e di falso nei bilanci bancari. Secondo alcune stime, il totale del credito in sofferenza nell’eurozona ammonta a circa €720 miliardi, di cui €500 miliardi relativi alle banche della periferia. Il calcolo però è molto approssimativo perché si riferisce soltanto a ciò che viene riportato pubblicamente sui bilanci bancari e all’andamento aggiornato periodicamente dell’indice NPL delle banche, che come si può notare dal grafico sotto, soprattutto nelle periferia più colpita dalle misure di austerità, ha avuto una progressione esponenziale in questi ultimi anni, con una media di incremento del 2,5% l’anno. A causa del meccanismo perverso descritto in precedenza, per l’Italia attualmente l’indice NPL è arrivato a sfiorare punte del 13,4% sul totale degli attivi bancari, raggiungendo così in questa particolare classifica Spagna e Portogallo, ma rimanendo sempre dietro alle due prime della classe: Grecia con il 25% e Irlanda con il 19%.

Tuttavia se dovessimo andare un poco più a fondo nella faccenda, le cose sarebbero molto più preoccupanti. Drammatiche, direi. Come emerge da un recente studio di due economisti olandesi, Harry Huizinga e Harald Benink, pubblicato su Vox.eu, il rapporto fra il valore di mercato dei cespiti bancari e quello riportato a bilancio ormai raggiunge la soglia dello 0,5 (vedi grafico sotto): ciò significa che le informazioni fornite dai bilanci bancari sono troppo ottimistiche e sovrastimate, e un attivo che viene registrato a bilancio con il valore di 1000 in realtà ne vale 500. In questo modo, continuando a manipolare i bilanci per nascondere la polvere sotto il tappeto, sarà sempre più complicato tarare un piano di salvataggio adeguato dell’intero settore bancario europeo, perché non tenendo conto di questo macroscopico margine di errore avrebbe sempre effetti parziali e provvisori. Inutile dire che l’economista Harry Huizinga sia un eurista convinto e abbia svolto mansioni di consulenza per la Commissione europea: lo studio infatti dal titolo emblematico “L’urgente necessità di ricapitalizzare le banche europee” doveva servire a creare nell’opinione pubblica il clima adatto di emergenza e a fare da apripista al documento poi pubblicato dalla stessa Commissione europea. Per intenderci, Huizinga propone uno schema di salvataggio bancario sul modello di Cipro, che pesi maggiormente sui bail-in interni tramite tagli in prima battuta sulle obbligazioni subordinate non garantite, e poi su quelle senior e i depositi (quindi prelievi forzosi ai risparmiatori e ai clienti della banca). Anche perché come rivela sfacciatamente lo stesso economista molti di questi strumenti sono garantiti dallo Stato e quindi in ultima istanza sarebbero sempre i governi a pagare. E così, conclude il geniale economista, si eviterebbe di utilizzare il MES: un giro di parole incredibile per nascondere il fatto che sia con i bail-in interni che con il MES sarebbero sempre i contribuenti a pagare i costi delle perdite bancarie. Siamo alla beffa allo stato puro e allo sberleffo in salsa olandese.

Ad ogni modo, tenendo conto dei margini di errore dei valori contabili, la cifra esorbitante dei piani di salvataggio salirebbe realisticamente ben oltre i €1000 miliardi, e considerando altri fattori progressivi legati alla stagnazione economica generale e ai prossimi fallimenti che si verificheranno tra i debitori privati, le stime più pessimistiche parlano addirittura di €3000 miliardi, ovvero €3 trilioni. E qui viene il bello, perché nonostante queste cifre pazzesche nel documento della Commissione europea il programma di ricapitalizzazione diretta del MES e quindi la copertura a livello europeo delle singole perdite bancarie è limitata a soli €50-70 miliardi, con la possibilità di ampliamento soltanto in caso di emergenza dopo approvazione del consiglio dei governatori. Mentre il resto deve essere a carico di ogni singolo stato membro. E quindi dei governi, dei contribuenti, dei risparmiatori e dei clienti della banca. Ma anche le modalità con cui il MES dovrebbe attivarsi sono piuttosto bizzarre. Vediamone in estrema sintesi alcune:
· Il MES si attiva quando lo stato membro non ha la capacità finanziaria di ricapitalizzare da solo le sue banche

· Il MES si attiva anche quando la situazione fiscale dello stato membro è talmente delicata da compromettere l’accesso ai mercati dei capitali e da richiedere il sostegno dello stesso MES

· L’assistenza finanziaria del MES è indispensabile per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’area euro nel suo complesso o dei suoi stati membri

· La banca non ha i requisiti patrimoniali richiesti dalla BCE nella sua veste di ente di vigilanza centralizzato ed è incapace di attrarre capitali tramite il settore privato, gli investitori, gli azionisti, la conversione del debito (qui dovrebbero stare attenti i titolari di obbligazioni strutturate convertibili in azioni) e la ristrutturazione del debito esistente (qui dovrebbero stare attenti tutti gli obbligazionisti e i depositanti, perché si tratta dello schema bail-in cipriota)

· La banca è un istituto di rilevanza sistemica e un suo eventuale fallimento rappresenterebbe una minaccia per la stabilità dell’area euro nel suo complesso o dei suoi stati membri (bisognerebbe capire come si fa a capire quali banche abbiano queste caratteristiche e se nei precedenti casi di salvataggio bancario con fondi europei, Anglo-Irish Bank in Irlanda, Bankia in Spagna e Laiki a Cipro, il MES si sarebbe potuto attivare)

· Se la banca non raggiunge la soglia minima legale del 4,5% del parametro CET1 (Common Equity Tier 1, rapporto fra patrimonio di vigilanza e attivi ricalcolati per il rischio), come previsto dagli Accordi di Basilea III, sarà lo stato membro a fornire un’immediata iniezione di capitali al fine del raggiungimento di questo livello, prima che si attivi il MES

· Se la banca raggiunge la soglia minima legale del 4,5%, lo stato membro sarebbe comunque obbligato a fornire un equivalente importo pari al 10/20% del capitale totale erogato dal MES

· Il consiglio dei governatori del MES può decidere di sospendere parzialmente o totalmente il suo piano di aiuti in accordo con lo stato membro qualora quest’ultimo non fosse più in grado di contribuire al programma o la sua adesione comporta delle implicazioni negative per l’accesso al mercato dei capitali

· Condizionalità : oltre a poter decidere sui livelli retributivi e bonus dei managers della banca, il MES potrà avanzare richieste di politica economica e fiscale ai singoli stati membri (austerità, insomma, sempre e solo austerità), allegandole al memorandum d’intesa che in ogni caso deve essere stipulato con il MES per avere diritto agli aiuti pattuiti

Penso che ce ne sia abbastanza per capire che questa ennesima trovata diabolica avrà l’effetto di mettere gli stati in ginocchio qualora dovesse scoppiare in tutta la sua enormità il bubbone del credito in sofferenza delle banche europee. Malgrado tutti i roboanti proclami, i tecnocrati non hanno alcuna intenzione di scindere lo stretto legame che intercorre fra i governi e le banche: i primi si finanziano grazie ai secondi e i secondi si salvano solo con gli aiuti di stato, causando l’espansione incontrollata del debito pubblico. Ma quello che deve più spaventare i semplici risparmiatori e depositanti delle banche è che ormai il ricorso ai prelievi forzosi è diventato uno strumento istituzionale regolarmente previsto dagli accordi intergovernativi europei. Ovviamente la giustificazione di facciata di tutta questa operazione è favorire l’uscita dell’eurozona dal lungo periodo di stagnazione, del tipo giapponese, grazie al salvataggio degli istituti finanziari e alla ripresa del credito bancario nei confronti di aziende e famiglie. E dalle analisi degli economisti e commentatori vicini agli ambienti comunitari si prende spesso a modello il caso degli Stati Uniti, che sono riusciti a riemergere dalla recessione economica solo in seguito alle tempestive ricapitalizzazione di stato delle sue principali banche nazionali. Ma come al solito, non fatevi fregare dal chiacchiericcio da bar e dalla propaganda di regime.

Negli Stati Uniti, le banche sono state salvate dall’intervento della Federal Reserve che con l’ausilio del computer del governatore Bernanke ha iniettato enormi quantità di liquidità creata dal nulla sia nel mercato finanziario per sostenere il corso dei titoli sia nel capitale sociale delle banche per evitarne il fallimento. Nessun contribuente americano ha dovuto pagare per questi salvataggi, o in modo diretto tramite aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica, oppure in modo indiretto, tramite incrementi dell’inflazione e perdita del potere di acquisto dei salari e dei risparmi: la teoria quantitativa della moneta, che erroneamente postula un collegamento automatico fra aumento dell’offerta di moneta della banca centrale e inflazione, viene creduta o fatta passare per buona solo ai trogloditi europei, mentre nel resto del mondo sono andati parecchio più avanti nella moderna gestione dei flussi finanziari e monetari. I salvataggi bancari che presto o tardi si renderanno necessari in tutta l’eurozona, dalla Germania (a proposito: vuoi vedere che la prima banca ad usufruire del MES sarà proprio Deutsche Bank?) alla Grecia, saranno invece tutti a carico dei governi e quindi dei contribuenti, dei risparmiatori e dei semplici correntisti. Per chi ancora non avesse capito, il tempo delle rappresaglie è finito e adesso inizia il conflitto aperto fra noi e loro. E questo ultimo documento della Commissione europea equivale ad una dichiarazione di guerra in pieno stile militare-finanziario. Estote parati.

Piero Valerio
Fonte: http://tempesta-perfetta.blogspot.it
Link: http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/06/ultime-dal-mes-stati-e-risparmiatori.html

Loretta Napoleoni: intervento all’Ultima Parola (Rai 2) su Europa e Fiscal compact. Il video

corel
Fonte Rischiocalcolato.it di Jester Feed attualità
è un’economista e saggista che si occupa di finanza.
Quello che qui ho da proporvi, tuttavia, è di interesse di tutti e riguarda l’Europa, il Fiscal Compact e da chi prende o comunque prenderebbe ordini l’Italia nella pianificazione delle politiche economiche e finanziarie. La dichiarazione della Napoleoni, piuttosto cristallina, è stata fatta nella recente puntata de L’Ultima Parola, condotto da Gianluigi Paragone.

In sintesi. La Napoleoni afferma che l’Italia come la Grecia prende ordini dalla Trojka (dal Consiglio e dalla Commissione Europea) influenzata dai grandi paesi dell’Europa e in particolar modo dalla Germania. Questo è accaduto con il Fiscal Compact, approvato dal Parlamento italiano, senza che esso sapesse realmente quale fosse la portata di quella decisione.

Oltre il video che potete vedere direttamente su Youtube, è interessante la sua intervista rilasciata al blog de Il Giornale, Wall ; Street , . sul perché l’Italia dovrebbe abbandonare l’Euro

Cipro dice NO all’Europa. Pesante sconfitta per tutti i banksters Ue

coreldi: WSI Wall street Italia Pubblicato il 19 marzo 2013
Sussulto di dignita’ del parlamento di Nicosia: con 36 voti contrari e 19 astensioni, bocciato il prelievo forzoso sui depositi bancari, chiesto dalla troika come parte del piano di salvataggio da 17 miliardi di euro, pari al 140% del Pil. La Bce promette liquidita’. Ma l’Europa trema. Non possiamo non dirci ciprioti. NICOSIA (WSI) – Il parlamento di Cipro, con 36 voti contrari e 19 astensioni, ha bocciato l’introduzione di un prelievo forzoso sui depositi bancari bancari, una misura chiesta dagli altri partner dell’Eurozona e del Fondo Monetario Internazionale, per dare il via al piano di salvataggio di circa 17 miliardi di euro, pari al 140% del Pil.

Leggi anche:
Non possiamo non dirci ciprioti

”La Bce prende atto della decisione del parlamento di Cipro e resta in contatto con gli altri partner della Troika (Bce-Ue-Fmi,NdR). Ribadisce l’impegno a fornire tutta la liquidita’ necessaria nell’ambito delle attuali regole”, cosi’ la nota dell’Eurotower. Il comunicato arriva dopo il voto del parlamento di Cipro che ha bocciato il prelievo forzoso sui depositi bancari. Una misura richiesta dai partner dell’Eurozona e dal Fondo Monetario Internazionale come condizione per attivare il salvataggio del sistema bancario del paese.

Commenta l’utente di WSI Cheshire Cat:

… si riproverà con un altro piano, perchè il punto importante della questione non è (ancora) l’uscita di un paese dall’euro, cosa che l’UE tenterà di impedire in tutti i modi.

Il succo di questo voto è che per la prima volta un paese si è rifiutato di mettere in pratica un piano richiesto dall’UE (la quale ora cerca di disconoscerne la paternità, attribuendola al solo Anastasiades). Il che significa che i vari Tsipras, Grillo, Berlusconi, Moya etc. potranno invocare un precedente in cui un piano UE è stato rifiutato, o almeno rinegoziato (stanotte molta gente a Nicosia, Strasburgo e Berlino non va a letto).

Il che è di per sè clamoroso. Fino ad adesso la UE aveva sempre ottenuto quello che voleva. Ora questo evento rischia di essere come la battaglia di Ajn Jalut per i Mongoli (1265), l’assedio di Malta per gli Ottomani (1566) o la Battaglia aerea d’Inghilterra per i nazisti. Oppure, ricorrendo ad esempi più politici, la sconfitta sul divorzio per la DC (1974) o il primo arretramento dei comunisti alle elezioni (1979). Una prima battuta d’arresto.

Che ne presagisce altre…

:Leggi anche: Che succede adesso?

Gli aiuti servono per salvare un paese che paga la crisi del proprio sistema bancario, gravido di sofferenze verso la Grecia. Il prelievo forzoso doveva servire come contributo (5,8 miliardi) del paese alle spese del piano, ma le manifestazioni popolari contro questa misura, considerata un salvataggio delle banche, non a carico degli azionisti, ma dei clienti, ha indotto il parlamento alla marcia indietro. Il presidente cipriota Nicos Anastasiades ha invitato i partiti al dialogo, mentre le banche restano chiuse per evitare una nuova massiccia fuga di capitali dall’isola.

Si dovra’ tornare al negoziato, non solo tra i partiti ciprioti, ma anche con gli altri partner dell’Eurozona, l’Eurogruppo e’ convocato per venerdi’. Sembra di assistere al ”deja vu” del famoso Psi fatto sulla Grecia, quando i detentori di titoli di Stato ellenici furono chiamati, anche in modo forzoso, a condividere le perdite, innescando un calo di fiducia sui titoli di Stato dei paesi dell’Eurozona, divenuti all’improvviso suscettibili di ristrutturazione forzosa. Nel caso di Cipro si e’ optato per un prelievo forzoso sui depositi bancari che, oltre a favorire la fuga di capitali dall’isola, innesca un calo nella fiducia dei depositanti, che diventano oggetto di una ristrutturazione delle loro disponibilita’ liquide. Per ora l’Eurogruppo si e’ limitato a dire che il prelievo forzoso rimarra un ”caso unico”, ma lo stesso spartito era stato suonato per la Grecia.

I mercati finanziari di fronte a questo proliferare di ”unicita” oggi hann penalizzato i paesi periferici dell’Eurozona con significative flessioni per le borse di Milano (-1,5%) e Madrid (-2,2%) ed inevitabile aumento dello spread. Per i trader, Italia e Spagna hanno ancora le maggiori probabilita’ di entrare in stress finanziario, soprattutto se la recessione dovesse approfondirsi. In calo anche l’euro, sceso fino a sotto 1,29 sul dollaro, sui minimi da fine novembre.

L’Europa mostra la sua vera faccia a Cipro: banche chiuse, prelievo forzato sui conti

corel
Fonte wall Street Italia 17/03/2013 attualità
Prove tecniche di default nell’isola mediterranea: lo Stato in bancarotta impone (succede sempre di venerdi’ notte) un’imposta addizionale del 9,9% su tutti i depositi superiori a 100.000 euro e del 6,75% su tutti gli altri. Una misura annunciata dall’Eurogruppo, la Spectre che con Ue e Fmi ha varato un salvataggio di emergenza da 10 miliardi. Coinvolti molti capitali italiani e russi.
NICOSIA (WSI) – Il governo di Cipro, nel timore che le banche dell’isola possano perdere altri miliardi a causa del panico innescato dalla decisione dell’eurozona di tassare i depositi, ha deciso che martedi’ prossimo gli istituti di credito resteranno chiusi per ”ferie”. Lunedi’ le banche saranno chiuse per una festa religiosa.

La Banca Centrale di Cipro ha dato disposizione a tutte le banche e agli istituti di credito dell’isola di bloccare i trasferimenti di denaro e i pagamenti dei loro clienti. Lo riferiscono oggi i media ciprioti. In particolare, il sito web ’24H’ rivela che la Banca Centrale, con una lettera inviata ieri alle banche, ha chiesto loro di bloccare ”qualsiasi forma” di pagamento sui conti presenti nelle loro succursali, compresi anche i trasferimenti da conto a conto sulla stessa banca. (ANSA)

Il governo cipriota ha rinviato oggi una sessione d’urgenza del Parlamento, che doveva iniziare il processo di rafica di un controverso piano di salvataggio europeo. Lo ha riferito la tv pubblica, precisando che il dibattito inizierà domani. Anche il presidente Nicos Anastasiades ha rinviato a domani un discorso in Parlamento e un messaggio alla nazione, previsto inizialmente per oggi, per difendere il piano di aiuti che ha definito “doloroso” e che prevede che tutti i depositi bancari siano tassati in cambio di un prestito da 10 miliardi di euro. (TmNews, fonte Afp)

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Rabbia e incredulita’ sono palpabili oggi sull’isola mediterranea dopo che ciprioti e stranieri qui residenti si sono svegliati stamani con la brutta notizia che lo Stato si prendera’ una consistente fetta dei loro risparmi per salvare il Paese dalla bancarotta. Una misura annunciata nella notte, alla fine dell’Eurogruppo, che ha raggiunto l’accordo per un piano di salvataggio che prevede un tetto massimo di aiuti di 10 miliardi, di cui 1 dal Fondo Monetario Internazionale.

Dalle prime ore del giorno, lunghe file di cittadini, a piedi e in auto, si sono infatti create davanti alle succursali delle banche dotate di uno sportello automatico per effettuare prelievi di contante. E durante la lunga attesa la gente sfogava la propria rabbia contro il precedente presidente della Repubblica, il comunista Demetris Christofias, accusato di aver temporeggiato e non aver preso tempestive misure contro la crisi imminente. Ma anche la propria frustrazione per l’operato del nuovo capo dello Stato, Nikos Anastasiades (centro-destra), cui rimproverano di non aver mantenuto la promessa, piu’ volte ripetuta in campagna elettorale, “che i risparmi in banca non sarebbero mai stati toccati”.

Anche le banche cooperative, che in genere il sabato mattina sono aperte, oggi hanno dovuto sprangare gli sportelli in fretta e furia a causa della ressa di clienti arrabbiati e preoccupati che – imprecando contro quello che in molti hanno definito “una catastrofe” e “un furto bello e buono”, volevano prelevare tutto il loro denaro e chiudere i conti. Il presidente cipriota ha spiegato che il prelievo sui depositi e’ stata una decisione “dolorosa” da prendere ma si e’ resa necessaria per ottenere gli aiuti finanziari internazionali ed “evitare la bancarotta”.

“Avremmo potuto optare per uno scenario catastrofico con una bancarotta disordinata oppure per uno scenario doloroso con una gestione ordinata della crisi”, ha sottolineato Anastasiades. Con un approccio nuovo e radicalmente diverso da quello adottato per i precedenti salvataggi di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, i ministri delle Finanze dell’eurozona e il Fondo monetario internazionale hanno dunque raggiunto la scorsa notte un accordo per un piano d’aiuti a Cipro.

Ma, in cambio (e per ridurre la loro partecipazione al prestito), i creditori hanno chiesto che i depositi nelle banche dell’isola siano sottoposti ad una pesante tassa straordinaria e ad una ritenuta alla fonte sugli interessi. Quindi e’ questa la prima volta che i correntisti bancari di un Paese vengono colpiti direttamente dalle misure di un piano di aiuti europeo. Il prelievo consistera’ in un’imposta unica del 9,9% su tutti i depositi superiori a 100.000 euro e del 6,75% per quelli inferiori, e dovra’ essere approvato dal Parlamento che si riunira’ in sessione straordinaria domani.

Le banche effettueranno i prelievi martedi’ mattina, dopo la festivita’ religiosa e bancaria del cosiddetto ‘Lunedi’ pulito’, l’equivalente ortodosso del Mercoledi’ delle Ceneri, ma hanno gia’ ricevuto disposizioni di ‘congelare’ l’ammontare dell’imposta qualora l’intestatario del conto volesse trasferire il denaro all’estero. Agli istituti e’ stato inoltre imposto di bloccare durante questo fine settimana la possibilita’ di effettuare trasferimenti di denaro via internet. Dal prelievo sui depositi bancari sono attesi introiti per circa 5,8 miliardi di euro. Secondo quanto riferito nei giorni scorsi da molti media europei, circa la meta’ dei depositi nelle banche dell’isola sarebbero intestati a cittadini russi non residenti.

Un’informazione non corrispondente a verita’ che pero’ ha senz’altro contribuito ad aumentare nei Paesi creditori il timore che un aiuto economico a Cipro sarebbe poi finito in un sistema bancario pieno di soldi russi dall’origine non proprio trasparente. Secondo fonti attendibili, dei circa 69 miliardi di euro presenti nel sistema bancario cipriota, solo un 37% (ovvero 25,5 miliardi) sarebbe detenuto da non residenti, russi ma anche di altre nazionalita’. La somma concordata la scorsa notte a Bruxelles per il piano di aiuti a Cipro e’ nettamente inferiore ai 17,5 miliardi di euro chiesti inizialmente da Nicosia.

Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha spiegato che “la situazione di Cipro e’ unica” in ragione del suo “settore bancario ipertrofico” ed e’ per questo che “dal momento che si tratta di un contributo alla stabilita’ finanziaria di Cipro, abbiamo ritenuto giustificato chiedere un contributo a tutti i titolari di depositi bancari. Non stiamo penalizzando Cipro – ha concluso Dijsselbloem – ma stiamo affrontando i suoi problemi”.

“La soluzione che abbiamo scelto e’ dolorosa ma e’ l’unica che ci consentira’ di proseguire la nostra vita senza sconvolgimenti”, ha detto da parte sua Anastasiades al suo rientro a Nicosia sottolineando il rischio di “crollo” dell’intero sistema bancario dell’isola.

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Accordo Ue, 10 miliardi per salvare Cipro. In arrivo un prelievo forzoso sui depositi
Previsto l’aumento della tassazione dal 10 al 12,5% e una serie di privatizzazioni. Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea i fondi destinati a un salvataggio vengono prelevati dai conti corrente. Che a Cipro sono dei cittadini, ma anche e soprattutto di società russe.

di RAFFAELE RICCIARDI

MILANO – Gli italiani che nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992 avevano un deposito su un conto corrente bancario sanno bene di che cosa si tratta. In quei giorni – o meglio in quelle ore – il governo guidato da Giuliano Amato mise mano ai c/c degli italiani con il noto “prelievo forzoso” del sei per mille sulle cifre depositate, ideato per sventare l’attacco alla lira.

Ora – fatte le debite proporzioni e ricordate le profonde differenze – la storia si sta per ripetere, ma in quella piccola isola del Mediterraneo che è Cipro. Nella notte, infatti, il nuovo governo di Cipro guidato dal presidente Nikos Anestesiades ha ottenuto, al termine di una lunga riunione notturna dell’Eurogruppo, l’ok a un piano di aiuti “fino a 10 miliardi”. Serviranno a sostenere il sistema bancario dell’isola messo a dura prova, negli ultimi tre anni, dalla crisi greca e dalla ristrutturazione del debito di Atene, verso il quale le banche cipriote erano molto esposte.

Un punto cruciale del programma di assistenza verrà proprio dai depositi bancari; è infatti prevista una tassa straordinaria che sarà del 6,75% per le giacenze inferiori a 100mila euro e del 9,9% per quelle superiori. Complessivamente, il contributo dei correntisti di Nicosia e dintorni raggiungerà i 5,8 miliardi di euro. La stima è stata fatta dal neo presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che ha definito “ipertrofico” il settore creditizio di Cipro.

Corsa ai depositi. In effetti il risveglio stamani dei ciprioti – quando le radio hanno annunciato l’accordo raggiunto in nottata – è stato brusco. Secondo quanto riportano le agenzie, dalle prime ore del giorno, lunghe file di cittadini, a piedi e in auto, si sono recate davanti alle succursali delle banche che dispongono di uno sportello automatico per effettuare prelievi di contante. La prima reazione della gente è stata di incredulità poi di rabbia, sia per le tante promesse “che i risparmi non sarebbero mai stati toccati” fatte sia dal vecchio sia dal nuovo governo, ma anche perché questa è la prima volta che i correntisti bancari di un Paese vengono colpiti direttamente dalle misure di un piano di aiuti europeo. Il calendario gioca però un brutto scherzo alla popolazione: nella giornata di lunedì, infatti, ai ciprioti non sarà possibile accedere ai conti corrente perchè è un giorno di festività nazionale e il ministro delle Finanze, Michalis Sarris, ha garantito che il governo impedirà una corsa ai ritiri “elettronici”.

Alle entrate provenienti da queste imposte, per contribuire alla ristrutturazione del sistema bancario, si aggiungeranno quelle provenienti dal piano di privatizzazioni da 1,4 miliardi e da un aumento della tassa sulle società dal 10 al 12,5%. “Non penalizziamo Cipro – ha assicurato Dijsselbloem in una conferenza stampa a Bruxelles – Siamo al fianco del governo cipriota, questo pacchetto permetterà una ristrutturazione del settore bancario e renderà sostenibile il debito”. “La soluzione presentata – ha fatto eco la direttrice dell’Fmi, Christine Lagarde – è durevole, sostenibile e nell’interesse dell’economia cipriota”. Il Fondo, secondo fonti diplomatiche, potrebbe contribuire al pacchetto con circa un miliardo di euro.

La decisione di intervenire sui depositi ha escluso un salvataggio completo da 17 miliardi, che avrebbe portato il rapporto tra debito e Pil per Cipro al 145%. Invece l’Eurogruppo ha espresso l’auspicio che il percorso di risanamento che verrà avviato con questo prestito – il quarto per la zona euro dopo quelli di Irlanda, Portogallo e Grecia (ma anche le banche spagnole hanno ricevuto per ora 40 miliardi) – porterà il debito al 100% del Pil entro il 2020. Cipro ha anche dato il benestare a un percorso di audit interno (sia attraverso il sistema Moneyval che con esperti indipendenti) per affrontare il tema del riciclaggio di denaro. Se è vero, infatti, che la misura colpisce duramente la popolazione cipriota, per le autorità dovrebbe anche andare a ricadere sull’estero.

Un sistema bancario basato sull’estero. La fotografia scattata al sistema bancario cipriota dal Fondo monetario internazionale nel 2011 è significativa. Allora gli asset delle banche dell’isola erano 152 miliardi di euro, ben l’835% del prodotto interno lordo. Sul fronte dei depositi, su un totale di quasi 94 miliardi censiti nel sistema quasi 34 miliardi provenivano dall’estero e oltre 17 erano stati raccolti in Grecia. Proprio i rapporti con l’estero e l’esposizione alla Grecia (pari nel 2011 al 160% del prodotto interno lordo) hanno da una parte attirato le critiche alla finanza cipriota e dall’altra l’hanno messa in crisi.

L’anomalia del sistema bancario cipriota è stata proprio la smisurata presenza di filiali e succursali di banche estere (in prevalenza da Grecia e Russia), che nel 2011 avevano asset nell’isola rispettivamente per 8 e 35 miliardi (il 42 e il 195% del Pil cipriota) pur senza avere interazioni sostanziali con l’economia reale. Lo stesso Fmi diceva chiaramente che erano “attratte a Cipro quasi esclusivamente per motivi fiscali e il loro rapporto con il tessuto economico è limitato”. In questo filone si inserisce il rapporto privilegiato con la Russia, additato dai regolatori di Bruxelles come uno dei nodi da sciogliere per arrivare al trasferimento di fondi.

Dalla Russia con i miliardi. L’amore della Russia per Cipro è iniziato negli anni ’90, quando molti furono attratti dal tax rate sulle imprese al 4%. Da quando l’isola è entrata nell’euro, nel 2008, le compagnie russe hanno raddoppiato la loro presenza nel settore dei servizi finanziari dell’isola, arrivando a contare per il 40% circa del prodotto totale dell’economia cipriota. Per il Global Financial Integrity, organizzazione specializzata in report che tracciano appunto il rischio riciclaggio, nel 2011 Cipro ha attratto qualcosa come 120 miliardi di dollari di investimenti dalla Russia, mentre il flusso di capitali inverso ha sfiorato i 130 miliardi. L’anno prima hanno lasciato il Mediterraneo per il Cremlino e dintorni la bellezza di quasi 180 miliardi di dollari, mentre il percorso inverso è stato fatto da 154 miliardi. I depositi di matrice russa, infine, nelle banche cipriote dovrebbero aggirarsi intorno a 25 miliardi di euro. Lo stesso Cremlino, in contatto con le autorità europee, starebbe ora pensando di alleggerire la pressione nei confronti di Nicosia allungando e rendendo meno onerose alcune linee di credito (recentemente da Mosca sono partiti 2,5 miliardi di prestiti, anche in nome dei buoni rapporti tra i due Paesi).

Ecco perché a lungo il governo di Cipro ha cercato di evitare il ritocco della tassazione al rialzo – che ha dato origine all’afflusso di capitali – e di fare pulizia nel sistema finanziario. Decisione ormai improrogabile, che rischia di far scappare le società russe. Per loro la strada da fare potrebbe però essere poca: potrebbero pensare a Malta, che ha un tax rate intorno al 5%, e un clima simile.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Europa: 1 milione di euro per addestrare i funzionari a fare i “troll”( lo scoop del Telegraph)

corel
Fonte altrainformazione.it 4 febbraio, 2013 /attualità
La UE ha deciso di addestrare “eurotroll” per impedire la diffusione di “sentimenti anti euro”. Così l’anno prossimo voteremo secondo prescrizione.

Beh che dire, preparatevi: tra qualche mese, ogni volta che qualcuno su Internet, Facebook o Twitter si azzarderà a menzionare certe parole chiave, vedrà l’assalto dei troll pronti ad azzannarlo.

Scrivere “uscire dall’euro”, “MES”, “fiscal compact”, “ritorno alla lira” o altre parole ad alto rischio di critica attirerà subito gli esperti del caso, quelli bravissimi a sfottere, deridere, insinuare, insomma a buttare tutto in caciara. Troll professionisti. ,L’ha scoperto il Telegraph che racconta come l’Unione Europea si stia preparando alle elezioni del prossimo anno cercando di preservare se stessa e le proprie istituzioni investendo qualche milione di euro allo scopo. Così l’articolo:

“Particolare attenzione sarà prestata ai Paesi che hanno sperimentato un aumento dell’euroscetticismo“, dice un documento confidenziale dello scorso anno. “I comunicatori istituzionali del Parlamento dovranno avere l’abilità di monitorare le conversazioni pubbliche e il sentimento popolare, per capire gli argomenti di tendenza, e avere la capacità di reagire velocemente, in un modo mirato e rilevante, unendosi alla conversazione ed influenzandola, per esempio, fornendo fatti e distruggendo miti.” Il training per i funzionari comincerà questo mese.

Qualche deputato ha protestato, sostenendo che “spendere più di un milione di euro per addestrare funzionare pubblici a diventare troll di Twitter in orario di ufficio, è uno spreco e una cosa ridicola”.

Oltre che ridicola, a me pare anche una cosa piuttosto inquietante. Non che sia la prima volta: abbiamo assistito ad invasioni di troll finti-scienziati durante la marea nera della BP due anni fa, e ricordiamo anche l’iniziativa del governo giapponese di offrire viaggi gratis a chi raffreddasse la “paura Fukushima”. Sicuramente, inoltre, c’è al momento in giro un piccolo esercito di troll al soldo di questo o quel partito allo scopo di influenzare le nostre opinioni nell’imminenza delle elezioni. Si sgamano da un chilometro, eh.

Ma è la prima volta che un’istituzione pubblica di tale importanza, come è l’EU, assoldi troll per orientare le elezioni politiche che la riguardano direttamente nella direzione che ritiene più comoda. E’ un gesto assolutamente antidemocratico, la dimostrazione (qualora ce ne fosse ancora bisogno) che l’istituzione europea così come è oggi è intrinsecamente dittatoriale e fascista.

E adesso, aspettiamo pure l’arrivo degli “eurotrol

Pena di morte e il Trattato di Lisbona (video del PROFESSORE DI DIRITTO SCHACHTSCHNEIDER SULLE CLAUSOLE DEL TRATTATO )


fonte Web di Analisi Maurizio Brugiatelli
video del professor IL PROFESSORE DI DIRITTO SCHACHTSCHNEIDER SUL TRATTATO DI LISBONA
Video del Proff SCHACHTSCHNEIDER
Quanto sta accadendo in Grecia, mi ha riportato alla mente un articolo che avevo letto durante la mia campagna elettorale alle europee del 2009. E’ ormai sotto gli occhi di tutti del progetto in atto, che serve a favorire le banche centrali e un gruppo di non eletti dal popolo, ma indicati dalle banche stesse, togliendo ai cittadini ogni tipo di sovranità, e pure la vita. Maurizio Brugiatelli

La pena di morte nel Trattato di Lisbona?

Un report di analisi sul Trattato di Lisbona per spiegare uno tra gli aspetti controversi e ambigui del testo del trattato semplificato che sostituisce il progetto della Costituzione Europea. Il corpus del Trattato di Lisbona crea infatti un vero e proprio guazzabuglio su un argomento così delicato, che è la “privazione della Vita del Cittadino “, o in altre parole la pena di morte, che diventa in qualche modo “lecita” dinanzi a particolari condizioni.

Il “Trattato di Lisbona” è un corpus di più documenti che vanno a rivoluzionare completamente l’assetto del nostro continente. Comprende la vecchia Costituzione europea, bocciata da Francia ed Olanda, praticamente in toto a meno di qualche elemento di cosmesi di facciata e vari altri documenti che assimilano e modificano i precedenti. Riguardo la questione della Lecita Privazione della Vita del Cittadino da parte dello Stato i documenti fondamentali a cui si farà riferimento sono:

1. il Trattato sull’Unione Europea (TUE)

2. la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea

3. la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)

In questo ambito il corpus del Trattato di Lisbona crea un vero e proprio guazzabuglio. Su un argomento così delicato, l’unica chiara ed inequivocabile risposta della nostra cultura europea, scaturita da secoli di lotte contro l’oppressione (Jhon Locke, 1690, Saggio sull’intelletto umano) è che la privazione della Vita del Cittadino è proibita e lo Stato non deve in nessun modo poterlo fare impunemente. E’ solo grazie alla lezione del Prof. Karl Albrecht Schachtschneider, Professore di Diritto all’Università di Erlangen-Nürnberg, che è possibile ricostruire con competenza il quadro completo.

Attualmente è disponibile in rete la Versione Consolidata del trattato, ovvero la versione completa in cui è stato sostituito tutto il “taglia e cuci” della precedente. Nonostante il processo di ratifica del Trattato in Europa sia iniziato nei primi mesi del 2008 (in Francia a Febbraio), la versione disponibile fino a Maggio comprendeva alcune centinaia di pagine incomprensibili tutte fatte di rimandi, correzioni e sostituzioni, note a piè di pagina assolutamente incomprensibile per i più, francesi compresi.

IL COMMISSARIO OBAMA Dalla Spagna a Cipro, l’Europa sta esplodendo La Casa Bianca: “Se non ce la fate, chiedete a noi”


Fatto Quotidiano 6/6/2012 di Stefano Feltri attulaità
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è sempre più nervoso, i dati economici gli confermano ogni
giorno che la crisi dell’euro rischia di scalzarlo dalla presidenza, a novembre. Jay Carney, il portavoce dell’Amministra zione, ieri, si è spinto ai limiti della diplomazia finanziaria dicendo che la Casa Bianca è pronta “a consultarsi e a cons i g l i a re ” le capitali europee un po’ lente alla reazione. Obama sta facendo un po’ di più che dare consigli, per la verità. Nelle conference call, l’ennesima ieri, aumenta costantemente la pressione sulla Germania di Angela Merkel e gli altri leader europei: bisogna fare qualcosa, perché la situazione continua a precipitare. Il Fondo monetario di Christine Lagarde, che si muove di concerto con la Casa Bianca, ha deciso che è ora di prendere in mano la situazione: da un lato fa pressione sulla Bce di Mario Draghi perché tagli i tassi di interesse (si decide oggi), dall’altro vuole inserirsi direttamente nella crisi del debito, dalla finestra spagnola.
LA NOVITÀ di ieri infatti è l’outing della Spagna: dopo giorni di tentennamenti, il governo di Mariano Rajoy ha finalmente ammesso che da solo non ce la farà a gestire la crisi del quarto gruppo creditizio del Paese, Bankia, con un buco di oltre 20 miliardi di euro. “Come paese abbiamo un problema ad accedere al mercato quando dobbiamo rifinanziare il nostro debito” ha dichiarato il ministro del Bilancio Cristobal Montoro, alla vigilia di un’importante asta di titoli di Stato spagnoli. Nel linguaggio della finanza equivale a una richiesta di aiuto all’E u ro p a (Madrid ha respinto le offerte di un piano del Fondo monetario internazionale, che limiterebbe drasticamente la sovranità del Pa e s e ) . Ai tavoli tecnici gli sherpa di Ra-
joy stanno chiedendo un intervento diretto del fondo salvStati Esm nel capitale delle banche. Al momento per questo manca il consenso politico e csono alcuni ostacoli giuridici. Prima bisogna approvare nei singoli Paesi membri dell’Unio ne i trattati che istituiscono l’Esm (Meccanismo europeo di stabilità), soltanto dopo il consiglio direttivo potrebbe deliberare l’eventuale ingresso diretto nel capitale delle banche spagnole. Il fondo ancora in funzione, l’Efsf, non ha le risorse necessarie per gestire un’e ventuale crisi sistemica che sarebbe innescata dall’insolvenza di Bankia combinata con l’incapacità del governo spagnolo di salvarla. “Abbiamo un problema di finanziamento, liquidità e sostenibilità del debito”, ha ribadito il premier Mariano Rajoy, giusto per chiarire ai mercati che,meno di interventi esterni, la Spagna non ce la farà. Altro che Grecia. Come se non bastasse, sta esplodendo la situazione di Cipro, Paese che si apprestaprendere la presidenza di turno dell’Unione europea dopo i danesi e che è a sua volta sull’orlo di una crisi bancaria. Il governo di Nicosia ha parlato di una “se ria possibilità” che Cipro chieda aiuto all’Europa “a causa di problemi legati alla eccessivesposizione delle banche verso la Grecia”. Sarebbe la prima vota che un Paese in crisi guida – nei limiti dei poteri offerti dalla presidenza semestrale – l’Unio ne.
È CHIAROche non si può più attendere la scadenza del Consiglio europeo del 28 giugno, dopo le elezioni di Atene (passate in secondo piano), che i leader avevano individuato come l’occasione per l’annuncio di qualche misura concreta. Bisogna fare più in fretta. Oggi la Commissione europea di José Barroso presenterà un piano per gestire i (futuri) disordini bancari, il “Bank resolution reg ime”. Più poteri all’Eba, il de-C re s c e la pressione di Washington Madrid ammette che fatica a trovare credito sui mercati bole supervisore europeo delle banche, e alle autorità nazionali di vigilanza, sui gruppi cross border, che operano in più Paesi. Gli istituti principali dovranno anche predisporre dei piani per gestire le situazioni criti-he, tipo le aziende che devono dire in anticipo come smaltire le componenti tossiche dei loro prodotti. Serve a evitare che si sviluppino banche too big to fail, troppo grandi per fallire, capaci di ricattare gli Stati chiedendo salvataggi indolori. Sono novitàhe possono entrare in vigore senza modificare i trattati, quindi nel giro di un paio d’anni massimo, che non risolveranno la crisi spagnola. Ma delineare un nuovo quadro di regole è il primo passo per giustificare politicamente interventi di emer-enza. Che ormai sembrano questione di giorni.

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