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Enrico Letta lascia a Renzi un buco da oltre 16 miliardi

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PER LA CORTE DEI CONTI MOLTE DELLE ENTRATE DELLA LEGGE DI STABILITÀ SONO A RISCHIO:
“NON GARANTISCE NÉ CRESCITA NÉ RISANAMENTO DEL BILANCIO”. IL TESORO: IL GETTITO È OK

Fatto Quotidiano del di Carlo Di Foggia La Corte dei conti boccia la legge di Stabilità approvata a dicembre, e lancia un segnale preoccupante a Matteo Renzi, ancora impegnato a rin- tracciare il nome giusto per il ministero dell’Economia. Le previsioni fatte dal governo uscente, dalle entrate fiscali alla crescita economica, sono “ottimistiche”, e mettono a rischio il gettito stimato a suo tempo dal governo. Nel 2014 potrebbero mancare 3 miliardi e nel periodo 2017-2020 altri 13,7 miliardi (anche se per il tesoro non ci sarebbe “nessuna mancanza di gettito”). Il “buco” lasciato in eredità al futuro esecutivo è in- gente, e la parte più corposa riguarda gli anni a venire solo grazie “alla tendenza ad accelerare il gettito presente, anticipando quello futuro”, cioè grazie agli interventi sugli acconti di imposta e agli aumenti fiscali spalmati su più anni, e questo pone “un problema di tenuta delle entrate a partire dai prossimi anni”. PIÙ CHE UNA CRITICA, come avvenuto nell’ottobre scorso, stavolta quella della Corte è una stroncatura: la legge non incide sulla crescita e ha effetti limitati sul risanamento del conti pubblici. Nelle 40 pagine del docu- mento allegato alla relazione dei magistrati contabili, si leggono diversi motivi di preoccupazione per Renzi. Il pagamento di parte dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, ad esempio, “non sembra aver dato un particolare impulso all’economia”, come invece auspicato a più riprese dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. Spazi di manovra per intervenire sulle tasse, non ce ne sono, né potrebbero arrivare dalla spending review portata avanti dal commissario Carlo Cottarelli, anche nell’ipotesi che centri gli obiettivi (taglio alla spesa di 32 miliardi entro il 2016). Saccomanni e Cottarelli hanno sempre spiegato che i risparmi sarebbero stati destinati alla riduzione della pressione fiscale, ma su questo punto la Corte è lapidaria: “Si preannuncia la destinazione dei proventi della revisione della spesa a riduzioni fiscali, senza evidenziare che buona parte dei risultati attesi sono già ipotecati per evitare un incremento del prelievo”. Tradot- to, anche se i giudici ammini- strativi per il momento non ri- tengono necessaria una nuova manovra corettiva, se l’ex dirigente del Fondo monetario in- ternazionale dovesse fallire, il rischio diventerebbe concreto. Non a caso, lunedì scorso Cottarelli, intervenendo a un convegno all’università Bocconi, ha esortato Renzi a “fare presto”, perché “bisogna scrivere entro la prima parte del 2014 le rifor- me necessarie per effettuare i tagli nel 2015 e nel 2016”. Secondo la Corte, i “diffusi aumenti impositivi” (oltre 28,5 miliardi nel triennio 2014-2016) non sono compensati dagli sgravi anche se il 2014 sarà un anno di “tregua fiscale”visti i soli due miliardi di nuove tasse. Che però salgono a 4,6 nel prossimo biennio. LA LEGGE di stabilità rischia di non c’entrare neanche gli obiettivi di finanza pubblica. Pesano soprattutto le previsioni “improntate ad un eccessivo ottimi- smo”del governo uscente. Il primo scollamento riguarda le prospettive di crescita del Pil. Saccomanni ha difeso fino all’ultimo le stime del suo dicastero (1 per cento nel 2014, 1,7 per il 2015), nonostante tutti gli orga- nismi indipendenti, nazionali e internazionali, e la stessa Com- misione europea le avessero ridimensionate. I giudici contabili sembrano ritenere più realisti- che le stime di Istat e Bankitalia (0,7 per ceno nel 2014, 1 per cento nel 2015). Il secondo scolla- mento riguarda il rapporto tra deficit e Pil, previsto per quest’anno in calo al 2,5 per cento. Secondo la Corte, il dato potrebbe invece salire al 2,8 per cento. La strada per Renzi è in salita.

L’ultima trovata del Ministero del Tesoro : trattenuta del 20 per cento sui bonifici dall’estero

Fonte Fattoquotidiano.it del 16/02/2014 di Francesco Tamburini attualità
La ritenuta d’acconto è automatica e spetta al contribuente dimostrare che le somme non hanno natura di “compenso reddituale” per chiedere la restituzione dell’imposta. Consumatori sul piede di guerra: “Impugneremo il provvedimento perché è incostituzionale

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L’ultima trovata del Tesoro: trattenuta del 20 per cento sui bonifici dall’estero
La ritenuta d’acconto è automatica e spetta al contribuente dimostrare che le somme non hanno natura di “compenso reddituale” per chiedere la restituzione dell’imposta. Consumatori sul piede di guerra: “Impugneremo il provvedimento perché è incostituzionale”

Prima di lasciare le redini del Paese a Matteo Renzi, il governo di Enrico Letta fa un ultimo “regalo” ai consumatori. Il primo febbraio è entrato in vigore un provvedimento che prevede il prelievo del 20% dai bonifici in arrivo dall’estero e indirizzati ai conti correnti italiani. La ritenuta d’acconto è automatica e spetta al contribuente dimostrare che le somme non hanno natura di “compenso reddituale” per chiedere la restituzione dell’imposta. La misura – prevista dall’articolo 4 del dl n. 197/90 modificato dalla legge 97/2013 – è stata subito presa di mira dalle associazioni di consumatori, che minacciano azioni legali.

“E’ una vergogna, sadismo fiscale”, dichiara Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef, annunciando che “se non ritirano questo provvedimento lo impugneremo perché è illegale e incostituzionale: se qualcuno lo impugnasse davanti a una commissione tributaria, infatti, vedrebbe sicuramente riconosciuti i propri diritti”. E aggiunge: “E’ assurdo colpire qualcuno basandosi soltanto sulla presunzione di colpa, equivale a cacciare una persona in galera e farla uscire dal carcere se si scopre innocente”. Inoltre “è un boomerang per lo Stato, perché farà scappare persone e capitali”.

Le banche, come spiegava nei giorni scorsi Il Sole 24 Ore, sono obbligate dal primo febbraio ad applicare la maxi ritenuta sui bonifici esteri da destinare all’erario. Le specifiche applicative si trovano nel provvedimento n. 2013/151663 del direttore dell’Agenzia delle entrate del 18 dicembre scorso e il prelievo è frutto della decisione di considerare ogni flusso di denaro proveniente dall’estero e diretto a persone fisiche italiane come una componente reddituale imponibile. Si tratta quindi di una vera e propria trattenuta, che non viene applicata solo nel caso in cui il contribuente dimostri che l’importo non ha connotazione reddituale, ma è per esempio destinato alla restituzione di un prestito o alla donazione di denaro.

La dimostrazione che non si tratta di una componente reddituale, però, spetta al contribuente. E il meccanismo è tutt’altro che semplice: prevede infatti che un funzionario della banca ricevi e valuti la dichiarazione di chi chiede la restituzione dell’imposta. “Il prelievo va in ogni caso effettuato, indipendentemente da un incarico alla riscossione, a meno che il contribuente non attesti, mediante un’autocertificazione aresa in forma libera, che i flussi non costituiscono redditi di capitale o redditi diversi derivanti da investimenti all’estero o da attività estere di natura finanziaria”, si legge nel testo che annuncia il provvedimento. Il contribuente può quindi “richiedere all’intermediario la restituzione dell’imposta non dovuta o applicata in misura superiore a quanto dovuto entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello del prelievo”.

Occorre precisare che la ritenuta non si applica alle persone fisiche che ricevono bonifici nell’ambito della propria attività d’impresa o di lavoro autonomo, oppure quando la riscossione non avviene tramite l’intevrento di un intermediario finanziario. Ma i consumatori sono già sul piede di guerra. “La ritenuta del 20% rappresenta l’ennesimo abuso di potere”, affermano Adusbef e Federconsumatori. Mentre su change.org è stata lanciata una petizione per “invitare il presidente a farsi parte attiva nei confronti dei membri del governo competenti per l’immediata abolizione di questa misura inefficace, inefficiente e perniciosa”.

Le privatizzazioni proposte da Letta ed il rischio di un altro caso Telecom Italia: spieghiamo il caso telefonia per capire il tranello

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Fonte ScenariEconomici del 22 novembre 2013 attualità
Dunque, l’Italia in crisi è spinta dall’Europa a privatizzare, come chiesto da Olli Rehn la scorsa settimana, oltre a dover fare altre sacrifici (avendo in mente quanto accaduto in Grecia, si è appena iniziato!). Concentrandoci sull’aspetto privatizzazioni, come indicato dal Governo esse avranno come oggetto immobili di stato e soprattutto aziende quotate. In un precedente intervento ho spiegato il rischio che lo Stato corre nel privatizzare assets facendo entrare un azionista di minoranza che dovesse controllare di fatto il board, in particolare nel caso in cui detto azionista di maggioranza relativa, magari solo con il 25%, possa bloccare l’assemblea straordinaria, ossia dove si votano tra le altre cose anche gli aumenti di capitale (vedasi i).

Facciamo di una storia complessa un racconto semplice. Dunque, le privatizzazioni delle aziende quotate sembrano essere indirizzate a fare scendere la quota dello Stato sotto il 30% – eccezion fatta per ENI, sembra, notizia di ieri -, come indicato dal ministro Saccomanni (vedasi ii). Tale livello è strategico in quanto, con lo Stato sotto tale limite, un soggetto esterno potrebbe acquisire azioni senza superare la soglia per fare un OPA totalitaria ed obbligatoria. Infatti il 30% è il limite oltre cui scatta l’obbligo di OPA totalitaria. Se un terzo azionista potesse, che so, disporre di una quota di azioni inferiore al 30% ma superiore di quella di ogni altro azionista potrebbe controllare il Board. Questa la teoria, per altro descritta in un precedente intervento (vedasi nota i).
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Ora il caso Telecom Italia. Nell’azionariato dell’azienda telefonica nazionale c’è un grande azionista straniero, Telefonica, tramite l’azienda Telco, guarda caso al 22,5%. Telecom Italia è un’azienda che fa profitti, ma con un debito un po’ alto. Guarda caso, in uno strano parallelismo con l’Italia dell’Euro austero, i mercati chiedono di rientrare del debito. Visto che il rendimento del business è elevato la cosa più saggia sarebbe fare un aumento di capitale, provvedendo a dare garanzie da parte del business che la redditività del denaro prestato all’azienda sarà sufficientemente elevata. In questo contesto non sembra ci siano grossi problemi per Telecom Italia, le attività del Gruppo messo a nuovo sono redditizie, vedasi i bilanci aggregati e soprattutto i brillanti risultati delle partecipate sudamericane. Dunque, la prima scelta sarebbe quella di aumentare il capitale. E qui l’azionista di maggioranza relativa, appunto Telefonica, dice un rotondo no: per ridurre il debito meglio vendere assets (vi ricorda qualcosa questo approccio al problema?). Perché non vendere ad esempio la controllata Telecom Argentina? Telefonica sarebbe felicissima di comprarla. Anzi, no , chi la compra è – nottetempo, letteralmente – Fintech di David Martinez, chi ci sia dietro a questo oscuro personaggio ad oggi non si sa. Ma faremo in fretta a scoprirlo: aspettate qualche settimana o qualche mese e scommetto che Telecom Argentina verrà venduta a Telefonica o ci sarà qualche scambio di assets che avrà la stessa come contropartita. Con il beneplacito degli interessi nazionali italiani. E se volessimo aggiungere una nota di colore possiamo dire che la decisione di vendere la partecipata argentina è avvenuta con i voti contrari degli amministratori indipendenti (Zingales, ogni tanto riappare) e che le Assicurazioni Generali – che è anche azionista di Telco assieme a Telefonica, oltre a essere la promotrice della proposta di vendita di Telecom Argentina – per il tramite della sua partecipazione al Board sembra aver dimenticato di informare i membri del consiglio di amministrazione che la sua proposta di cessione avveniva in presenza di un proprio conflitto di interessi, veramente sbadati (la Consob sta indagando; vale la pena di ricordare che Generali ha nel top management un certo Galateri di Genola, di estrazione Fiat e membro dell’Aspen Institute, base fonti stampa). Ossia, la decisione del Board Telecom dovrebbe essere annullata, in teoria (vedasi la stria completa e soprattutto leggibile, nota iii). Notasi, importante, che oggi Telecom Italia tratta circa alla metà del valore di libro, ossia ad un prezzo da realizzo e svendita (leggasi, vendere oggi è da folli….)

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Fonte: http://www.4-traders.com , Novermbre 2013

Telecom Italia ha molte similitudini con ENEL, entrambe hanno forti interessi nel ricco mercato sudamericano: per lo straniero di turno fare lo spezzatino a prezzi di realizzo sarebbe l’optimum (ah, dimenticavo, Telecom Argentina viene venduta per 700 milioni di euro mentre è senza debiti, macina abbondanti utili, fattura circa 3,8 mld di euro avendo per altro in cassa quasi 600 milioni di euro di liquidità…). Insomma, chi non vorrebbe ricevere un tale regalo? Guarda caso – non è un caso – il management di ENEL, tutt’altro che sprovveduto, per parare il colpo politico dell’eventuale svendita sta impostando un’operazione per l’acquisto del 100% di Endesa, andando a rastrellare in borsa il rimanente 8% di flottante ancora quotato sulla borsa di Madrid: non sia mai che al politico di turno venga in testa l’idea di far vendere le partecipate sudamericane. La conventional wisdom insegna che un’azienda buona deve restare in famiglia, soprattutto se sistemica e rende bene, oltre a comportarsi almeno in linea con i competitors internazionali. Per ENEL il caso è addirittura parossistico: dati alla mano sembra l’azienda meglio gestita del settore, almeno per quanto riguarda i competitors europei (ripeto, dati alla mano, vedasi nota i). In questo generale contesto, ricordiamo che il Ministro Saccomanni ha proposto di vendere quote di un’altra azienda strategica, ENI, che rende circa il 6% per ripagare un debito statale che costa meno del 4% annuo: mi sorge il dubbio che il ministro abbia problemi a fare di conto (vedasi nota ii).

526913 629704710413959 139859317 n Le privatizzazioni proposte da Letta ed il rischio di un altro caso Telecom Italia: spieghiamo il caso telefonia per capire il tranello

Tutto questo dovrebbe insegnarci i rischi che si corrono con le privatizzazioni forzate, anche quelle che apparentemente sembrano innocue, quelle che magari solo diluiscono la partecipazione dello Stato sotto il 30%. Che sono poi quelle imposte dai poteri forti sovranazionali per impossessarsi a basso prezzo degli assets altrui, possibilmente senza far capire nulla ai cittadini, che sono alla fine i veri proprietari avendo loro costruito nel caso in esame la rete di telecomunicazione nazionale con i soldi delle loro tasse decine di anni or sono…. Anche perché se vengono vendute le controllate di gruppo che rendono bene, ossia il frutto di anni di investimenti soprattutto pubblici, alla fine chi ci rimette mica sono gli azionisti – che vedono le azioni salire -, ma solo l’occupazione italiana che di fatto è in qualche forma sostenuta dai profitti esteri e che dunque molto probabilmente verrà di conseguenza ridotta (ecco l’importanza di avere multinazionali italiane, NOTA BENE, questo ragionamento vale solo se l’azienda è sistemica e strategica come le telecomunicazioni, l’energia, la difesa). E la cosa interessante è che il risultato di tutto questo, in caso di privatizzazioni/svendite generalizzate, sarà nel medio termine un abbassamento dei consumi del Paese nel suo complesso (ENEL, ENI, Telecom Italia, Finmeccanica occupano centinaia di migliaia di persone in Italia, se le maestranze vengono licenziate queste non consumeranno più!), oltre che un peggioramento delle tasse incassate dallo Stato (vedasi nota i). Dunque si abbasserebbe il GDP, e quindi si incrementerebbe il ratio debito/GDP e quindi la crisi si acuirebbe anche nei termini in cui viene percepita dall’Europa. I dati macroeconomici negativi metterebbero in condizione Bruxelles di chiedere ulteriori sacrifici al Paese in base alle procedure del fiscal compact e collegati provvedimenti, leggasi austerity, che di fatto ridurranno ulteriormente i consumi, ecc. ecc. Insomma una reazione a catena, esplosiva per il Paese.

È opinione di chi scrive che oggi l’Italia sia il vero vaso di coccio in mezzo ai vasi de fero. In una crisi economica secolare come quale attuale, crisi da cui nessun paese si può considerare immune, scemata la possibilità di accaparrarsi beni a basso prezzo provenienti dalle colonie – ossia quanto accadeva agli inizi del secolo scorso, oggi le colonie sono divenute in molti casi addirittura più potenti del vecchio colonizzatore -, l’unico artifizio è impossessarsi dei valori tangibili dei paesi accessibili se non vicini che siano deboli od indeboliti. L’Italia è il target perfetto. A seguito di vari scandali in cui la manina internazionale ha certamente lasciato qualche traccia (vedasi il caso Libia e la cancellazione di Gheddafi, chiaramente un partner economico-strategico importante per la Penisola), pur in presenza di innegabili colpe nazionali, il paese è politicamente debole ed anzi governato da politici che sarebbero senza futuro se non ci fosse la stessa incertezza che oggi giustifica la loro presenza (vi vedete Letta presidente del consiglio di un’Italia stabile ed ambiziosa?). Parimenti l’Italia è molto ricca, ha risparmi privati secondi a nessuno in Europa ed ha poche ma ottime aziende multinazionali che fanno veramente gola. Inoltre, la tassazione nazionale elevata anche sui profitti rende conveniente il trasferimento della sede o l’accentramento dei profitti delle filiali estere praticamente in qualsiasi paese europeo, giustificando il di fatto l’esproprio (o svendita) con ipotetiche logiche di mercato, che di mercato hanno veramente poco visto che le tasse ci chiede di alzarle lo stesso soggetto che probabilmente ci vorrà comprare gli assets spostandone la sede. E notate che non ho parlato di Germania, ma di poteri forti sovranazionali (dopo trent’anni, forse ho capito cosa sia la plutocrazia di mussoliniana memoria) . E poi, la ciliegina: la mia impressione è che, tranne per il settore del lusso e per qualche indubbia eccellenza settoriale, lo straniero sia molto attento ad acquisire le partecipate straniere di aziende italiane, quelle che oggi valgono. Si sa, gli italiani sanno farsi valere e volere bene all’estero e dunque molto spesso hanno investito quando nessuno nemmeno ci pensava in mercati emergenti con logica cooperativa e per questa ragione hanno spesso acquisito o costruito aziende in mercati difficili che oggi sono letteralmente oro – ad es. Telecom Brasil, la prossima… -, Mattei docet). Detto in altri termini, l’optimum per chi vuole comprare bene è comprare dall’Italia per investire all’estero: visto che la crisi e gli effetti dell’austerity distruggeranno a medio termine il substrato economico – e sociale – italiano meglio tenersi lontani dall’Italia spolpando solo il buono che può offrire, il buono che sta all’estero intendo (nel nostro caso Telecom Argentina, Telecom Brasil, da comprare separatamente da Telecom Italia). Dite che sono pazzo? Vedremo nel 2014…. Chi mi conosce la pensa diversamente, credetemi….

E quindi, vogliamo parlare di come finirà? Semplicemente, diventare schiavi. Schiavi del debito estero detenuto dagli stranieri, ossia degli stessi che oggi dicono di privatizzare e fare austerity. Ah, dimenticavo: in questo scenario avvilente l’Italia sarà almeno abbondantemente se non ben rappresentata, quasi certamente qualche politico di quelli che sono oggigiorno mediaticamente “apprezzati” sarà presto alla guida di qualche importante istituzione europea, premiato per aver aiutato a raggiungere l’obiettivo di salvare i profitti euro-tedeschi (affossando il Belpaese). Scommettiamo? Se ci pensate bene alla fine Prodi e Draghi, gli artefici delle privatizzazioni/svendite del 1992, non è che ne sono usciti così male, di carriera ne hanno fatta tanta…

In conclusione, la ratio è molto semplice: se un’azienda va bene perché privatizzarla? Se rende più del debito statale, perché alienarla? Se genera occupazione in Italia, perché venderla soprattutto se sistemica e strategica, facendo poi spostare la sede e l’occupazione all’estero? Se il management è performante, perché sostituirlo? E quindi, permettetemi, ma a che gioco stiamo giocando? Al massacro per caso (sulla pelle degli italiani)? O meglio, a che gioco stanno giocando i nostri attuali politici? Stavolta finisce male per la Penisola, mi sa…

Mitt Dolcino

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Riferimenti e Note:

i http://scenarieconomici.it/letta-annuncia-la-vendita-di-quote-di-minoranza-delle-aziende-di-stato-quotate-ecco-cosa-puo-succedere/

ii http://scenarieconomici.it/saccomanni-ci-riprova-ora-dice-che-la-crisi-globale-e-finita-ed-intanto-annuncia-la-svendita-dei-gioielli-di-stato-come-previsto-leuropa-tedesca-ringrazia/

iii http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/1-il-giallo-delle-vendita-di-telecom-argentina-perche-l-operazione-non-e-stata-66785.htm

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Se gli amici spiano gli Usa rischiano anni di galera

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NON SOLO ASSANGE E SNOWDEN: LE STORIE DEI CITTADINI BRITANNICI CHE GLI AMERICA N I
CHIEDONO VENGANO ESTRADATI PER POTERLI PROCESSARE PER HACKERAGGIO

Fatto Quotidiano del 1/10/2013 di Alessio Schiesari attualità
Lauri Love è un attivista. Con le sue azioni sabota le organizzazioni con cui è in dissenso politico. Ma, a differenza di chi scala le petroliere o attacca le baleniere, Lauri fa tutto dalla sua camera da letto. Attraverso il suo computer ha attaccato i siti di Fbi e Cia e ha rubato informazioni su migliaia di agenti. Un tribunale del New Jersey lo ha definito “un sofisticato e prolifico hacker informatico che ha rubato enormi quantità di dati confidenziali per il valore di milioni di dollari”. Esattamente quello che ha fatto l’Nsa in mezzo mondo. Ma, a dif- ferenza di Keith Alexander, il direttore dell’agenzia di sicurezza, Lauri Love è stato arre- stato dalla polizia britannica e rischia una condanna negli Usa a dieci anni di carcere, nonostante in Regno Unito non sia accusato di nessun reato. Un accordo bilaterale permette infatti l’arresto e l’estradizione dei cittadini britannici anche in assenza di prove accertate in patria. GARY MCKINNON con la ri- chiesta di estradizione Usa ha lottato dieci anni. Nel 2002 un tribunale della Virginia lo ha accusato di avere violato 96 computer della Nasa e voleva condannarlo a 70 anni di car- cere. Tutto vero, per stessa am- missione di McKinnon: “Stavo cercando le prove dell’esisten za degli Ufo”. Non stava scherzando, semplicemente McKinnon non è del tutto sano di mente. È affetto da una particolare forma di autismo, solo per questo, dopo anni di battaglia legale, il ministro de- gli Interni britannico Theresa May ha dichiarato che l’estra dizione sarebbe incompatibile con “i diritti umani”e ha detto no alla richiesta americana. Richard O’Dwyer non è nem- meno un hacker vero e pro- prio, ma solo uno smanettone con la passione per i download gratuiti. Quando aveva 19 anni ha aperto un motore di ricerca che reindirizzava a musica, film e cartoni animati. Nel 2010, la London Police è andato a prenderlo nello studentato mentre dormiva, ancora una volta su richiesta di un tribunale americano che volev condannarlo a dieci anni di carcere. Dura la vita dei pirati informatici, almeno quando non sono alle dipendenze di un governo. Quelli più famosi hanno dovuto trovare rifugio in un Paese nemico degli Usa. Julian Assange, il fondatore di Wikile ks, formalmente è accusato dalla Svezia di violenza sessuale. Sulla sua testa pende però una richiesta di estradizione del governo americano. Per questo da 16 mesi vive da rifugiato politico nell’ambasciata ecuadoriana a Londra. Ed- ward Snowden, che grazie alle sue rivelazioni ha svelato l’attività di spionaggio del Nsa, proprio ieri ha annunciato di avere trovato lavoro in Russia. Grazie ai documenti di Sno- wden, l’ E s p re ss o sostiene di avere individuato in concomitanza con le dimissioni di Monti il periodo di massima intensità dello spionaggio del Nsa in Italia. Nei 13 giorni tra l’annuncio e la formalizzazione delle sue dimissioni, l’Italia è stata il secondo Paese europeo più spiato, anche davanti alla Francia. Nonostante questo, il governo italiano conti- nua a tenere un profilo basso. Ieri il premier Enrico Letta ha incontrato il i vertici dell’intelligence nazionale (ai quali ha chiesto di proseguire “l’attività di verifica e tutela”) e il 13 sarà ascoltato dal Copasir.

Addio all’Imu, ma ecco la Service tax e il ritorno dell’Irpef

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articolotre Redazione– -29 agosto 2013-attualità E’ stato approvato dal Cdm il nuovo decreto nell’ambito della prima casa, crediti alle imprese e lavoro.

Questo prevede piccole-grandi rivoluzioni, tra cui quella dell’Imu, che, alla fine, è stata cancellata per far spazio alla service tax, la quale, come promette il premier Letta, “non sarà una Imu mascherata“. La nuova imposta verrà ufficializzata nell’ambito della legge di stabilità e sarà divisa in due parti: la prima andrà a coprire il costo della raccolta rifiuti, mentre la seconda riguarderà i servizi indivisibili, pagati dagli inquilini dell’immobile. La service tax entrerà in vigore nel 2014; per l’anno corrente è stata eliminata la prima rata (che sarebbe dovuta essere pagata entro il 16 settembre) sulle prime case e i terreni agricoli. Tra le novità figura altresì una riduzione della cedolare secca sugli affitti a canone concordato, dal 19% al 15, e l’esenzione per le case invendute.

In compenso torna l’Irpef, che prevede il “ripristino parziale della imponibilità ai fini Irpef dei redditi derivanti da unità immobiliari non locate”, ovvero sulle case sfitte e i redditi dominicali dei terreni non affittati. Essa era stata eliminata con l’avvento dell’Imu.

Per finanziare poi la cancellazione della prima rata dell’Imu, l’esecutivo ha fatto in modo di accelerar sui rimborsi alle aziende. Ulteriori 10 miliardi sono stati liberati al fine di ottenere i fondi per coperture necessarie dal maggior gettito Iva atteso.

All’interno del nuovo decreto trova spazio anche il “piano casa”, ovvero un piano da 4,4 miliardi di euro, di cui 4 miliardi a carico della Cdp, mentre i restanti 400 milioni adibiti ad interventi sociali”, come un fondo specifico per i mutui per l’acquisto della prima casa per le coppie più giovani e lavoratori atipici sotto i 35 anni. Ma arriva anche il rifininanziamento della Cassa Integrazione, per un valore di mezzo miliardo di euro.
Infine, un punto importante del decreto interessa gli esodati o, per lo meno, 6.500 di essi, per i quali è stato fissato un plafond da 700 milioni di euro. Saranno scelti coloro che fanno parte della categoria più disagiata, ovvero quella dei licenziati individuali.

Letta conferma: “I militari italiani resteranno in Afghanistan anche dopo il 2014″

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Il premier Letta, in diretta da Herat, conferma quanto annunciato dai giorni scorsi dal ministro della Difesa Mauro: il contingente italiano resterà in Afghanistan anche dopo il termine della missione Isaf, nel 2014.

articolotre Redazione–25 agosto 2013- “Il nostro Paese e la nostra opinione pubblica devono sapere che vale la pena stare lì anche a costo della vita.” Erano state queste le parole del ministro della Difesa, Mauro, pochi giorni fa, riguardo la possibilità di mantenere le truppe italiane in Afghanistn anche dopo il 2014, quando “terminerà la missione Isaf, che è stata una missione di combattimento contro il terrorismo”. La volontà annunciata dal governo, ovvero quella di proseguire la presenza attraverso la mssione “Resolute Support, per addestrare e assistere le forze di sicurezza afghane ad adempiere ai compiti assegnati dalla loro Costituzione”, aveva sollevato diverse polemiche, tra coloro che avrebbero voluto riveder rientrare in Italia i propri soldati.

Ebbene, quella che poteva apparire come un’intenzione annunciata, ma ancora priva di sostegno, è stata infine confermata. Da niente meno che il premier Letta, che oggi, da Herat, dove si è recato in visita al contingente italiano, ha annunciato il mantenimento dell’esercito in Afghanistan. “Il 2014 vedrà il termine dell’operazione Isaf ma noi siamo qui per dire al Governo di Kabul che non abbiamo intenzione di lasciare soli gli afghani”, ha infatti affermato di fronte alle truppe.

“Ho voluto fortemente essere qui per interpretare i sentimenti di vicinanza profonda dell’Italia per il vostro impegno”, ha poi spiegato, rivolgendosi ai soldati. “In questi anni difficili per il Paese a livello economico e per la stabilità voi avete interpretato al meglio l’immagine dell’Italia recuperando ed in parte riscattando le difficoltà”.

RIMINI: LA FAVO-LETTA CONQUISTA IL POPOLO DI CL (ANALISI CRITICA DELLE FALSE SPIEGAZIONI DI UN MERKELLIANO FEDELE)

Meeting: arriva Letta, al via 34/ma edizione

Fonte http://marcodellaluna.info/ 21/08/2013 attualità

Come sempre fanno le istituzioni e quasi sempre la politica, nei loro discorsi a Rimini ieri (uno registrato, l’altro dal vivo), Napolitano e Letta, contro il loro stesso motto “parlate il linguaggio della verità”, hanno spiegato al popolo di CL la crisi e “come uscirne” in termini emotivi, soggettivi, infantili, fasulli. E il popolo di CL, impreparato e irrazionale, ha bevuto, ha applaudito, anzi è stato conquistato.

Immaginate una città colpita da tassi elevatissimi di tumori, con la gente che emigra o manda via i figli per sfuggire al cancro. L’alta incidenza di tumori è causata dai pesticidi degli agricoltori che finiscono in falda, dall’asbesto emesso da una grande industria americana, dalla diossina emessa da una grande industria svizzera, dai metalli pesanti emessi da una grande fonderia tedesca, dal nanoparticolato emesso da un inceneritore di una municipalizzata gestita da mafia e politici corrotti.

Le autorità cittadine sanno che le cause sono quelle, non hanno fatto nulla per rimuoverle perché sono condizionate dai capitali americani, svizzeri, tedeschi, mafiosi e perché dipendono dal voto degli agricoltori per restare in carica. Quindi ai cittadini non menzioneranno nemmeno pesticidi, diossina, nanoparticolato, metalli pesanti – niente che possa nuocere al business; non diranno che le cause sono sempre lì, quindi la moria di cancro continuerà, salve normali fluttuazioni; ma taceranno le cause. Non diranno: “se l’inquinamento non cesserà, interverremo di forza per rimediare”; bensì diranno: “in passato sono stati fatti gravi errori e non siamo stati diligenti; ora la musica è cambiata; abbiamo sviluppato una consapevolezza igienica e ambientale e alimentare; nella logica del dialogo con i nostri partner stranieri e coi capitali internazionali stiamo elaborando nuove regole; l’uscita dal cancro è a iniziata; guai a chi interromperà il processo di uscita.” E la gente, rassicurata, applaude. E continua a riempire i cimiteri.

Analogamente, i discorsi di Napolitano e di Letta, in linea con Merkel, Barroso, Van Rompuy e i loro progetti, hanno taciuto al pubblico i meccanismi reali e tecnici che producono la presente incessante recessione economica. Meccanismi a livello globale e di Euro, ben noti a tutti gli economisti e ai giornalisti economici e a loro stessi, Napolitano e Letta. Meccanismi – ripeto – tecnici, che riguardano la moneta, il credito, la loro creazione, i difetti strutturali del Sistema Europeo delle Banche Centrali, gli sbilanci commerciali internazionali, la insostenibilità e non rimborsabilità dei debiti aggregati del mondo, la prospettiva di global meltdown, la deindustrializzazione e la fuga di capitali, aziende e lavoro qualificato da paesi come l’Italia.

Al posto dei meccanismi reali, tecnici, oggettivi, per distrarre la gente dalla comprensione della realtà, e per fornirle una spiegazione dei fatti in termini politicamente gestibili, i due hanno lanciato la solita profumata nube di concetti emotivi-soggettivi, di catch-words e parole ad effetto, per portare le menti del pubblico dal piano raazionale-empirico a quello irrazionale-emotivo: l’incontro, la solidarietà, i valori, i diritti, l’Europa, l’integrazione, il salmo ottavo, la centralità del cittadino, gli italiani ce la faranno – Letta non ne ha dubbi – perché hanno il culto del tempo, della terra, della bellezza, e i muretti a secco dei contadini sardi, costruiti anche per la bellezza (da decenni gli italiani hanno devastato e deturpato sia esteticamente che geologicamente il territorio, mentre lasciano crollare i monumenti – vedi Pompei). L’Europa deve aprirsi all’immigrazione giacché nacque essa stessa extracomunitaria perché il personaggio mitologico Europa, da cui il nostro continente prende il nome, era una principessa fenicia,

Ma siamo pazzi? Ma che serietà è questa? Ma quanto è intontito il pubblico? Un premier con queste tirate di fronte a 3,5 milioni di disoccupati, a un pil a – 2% e a un debito pubblico sempre crescente, andrebbe semplicemente accompagnato immediatamente alla porta, così come gli egiziani hanno recentemente scacciato Morsi (anche se Morsi, a differenza di Letta, era stato democraticamente eletto dal popolo).

L’Italia “sa che si può uscire dalla crisi” – dice Letta. Sì, ma, a parte il culto del bello, non dice come si esca, in termini operativi. Concretezza, zero. Descrizioni di come procedere, zero. Egli sa che l’uscita dalla crisi “è a portata di mano”, se si guarda avanti anziché indietro. Io so, e Letta sa, che ciò è falso, che non si esce dalla crisi, anzi che non c’è una “uscita”, perché non c’è un ‘di fuori’ della crisi, perché i fattori di crisi strutturali non sono stati nemmeno intaccati, ma permangono immutati, sia in ambito globale (buco nero del debito, squilibri delle bilance dei pagamenti, banche e credito in mano alla finanza predatrice delle maxi-bolle e mega-frodi), sia nell’Eurozona (erronea struttura dell’Eurosistema), sia nel contesto nazionale (altissimi livelli di parassitismo, spreco, inefficienza, arretratezza scientifico-tecnologico-infrastrutturale). Fattori che spingono non solo nella recessione ma verso punti di rottura sistemici. Ed è veramente un insulto ai disoccupati, ai precari e agli esodati prospettare come inizio della ripresa un lieve aumento dell’export ottenuto recuperando competitività con l’abbattimento dei salari e dei diritti dei lavoratori – quindi solo momentaneo.

Letta ha inoltre affermato che la crisi sarebbe iniziata negli USA coi mutui subprime e sarebbe essenzialmente dovuta a un sovraindebitamento delle famiglie e delle imprese, poi pure dello Stato. Un sovraindebitamento che si poteva evitare, e che è stato eseguito perché si credeva che avrebbe giovato a tutti e fatto crescere l’economia più del debito. Tutto ciò è falso. La crisi viene da lontano, è dovuta a molti fattori strutturali, in parte già accennati, e non è, in realtà, una crisi, un incidente di percorso. Vi sono state diverse crisi precedenti, come quella della e-economy del 2000, come manifestazioni visibili a tutti di processi destabilizzanti legati a molteplici fattori: la finanziarizzazione dell’economia, la competizione degli investimenti finanziari che hanno tolto liquidità a quelli produttivi, il processo di indebitamento globale – che non era e non è evitabile, non è un’opzione, ma è dovuto al fatto stesso che tutta la moneta che noi usiamo (quella delle banche centrali e quella delle banche commerciali) è ottenuta come prestito, quindi con pari generazione di debito gravato da interesse composto; e ciò comporta che il totale del debito aumenta continuamente rispetto al totale della moneta, e che quindi bisogna continuamente creare nuova moneta e nuovo debito per pagare gli interessi sul debito esistente, e che pertanto il pil deve continuare a crescere altrimenti si ha un meltdown finanziario.

Oggettivamente falsa è quindi pure l’altra affermazione di Letta, ossia che l’errore del passato sia stato di finanziarsi a deficit, indebitandosi. Falsa, innanzitutto perché tutto il denaro, tutta la liquidità è creata indebitandosi, da quando si è adottata nel mondo la moneta debito – dunque non è possibile non indebitarsi, se non cambiando tipo di moneta, senza debito, proprietaria – possibilità che Letta non menziona, né la menziona il Colle. Falsa anche perché non è vero che indebitarsi sia sempre sbagliato. Se un’azienda o uno stato si indebitano per dotarsi di un impianto, di un’infrastruttura, che producono un reddito superiore al costo di rimborso del debito, allora indebitarsi è bene. E’ ovvio! Si pensi al deficit spending del New Deal. Certo, se tutta la spesa pubblica viene gestita dal parassitismo incompetente della casta… Del resto, quasi tutte le imprese vengono costituite prendendo soldi a prestito da banche o soci o investitori azionari od obbligazionari. Falsa, ancora, perché, salvo mettersi a stampare denaro in proprio attraverso una zecca pubblica, come può lo Stato italiano finanziare investimenti se non a credito, trovandosi in una situazione in cui il Paese ha perso e sta perdendo la sua liquidità a causa della fuga dei capitali e dell’impoverimento dei redditi? L’alternativa, e probabile scopo di Letta, è far cassa col vendere o svendere al capitale straniero ciò che rimane dopo la stagione delle privatizzazioni di Prodi, l’altro discepolo del mai troppo lodato Beniamino Andreatta.

Spiegazioni economiche, quelle scodellate dal premier, tutte fasulle, quindi, come fasulla è persino la sua identità regionale: Letta si spaccia per toscano, ma è notoriamente siciliano, o sardo-siculo. Del resto, che cosa potrebbe fare, per reggere il suo posto di premier, se non raccontare continuamente un mito per mimetizzare la realtà?

Letta ha detto che la crisi, nata negli USA dai prestiti troppo facili, ed estesasi poi all’Europa, sarebbe stata rapidamente guarita negli USA, a differenza che in Europa, perché gli USA, a differenza dell’Europa, hanno un’unica autorità federale centrale prende le decisioni unitariamente e rapidamente; e una banca centrale, che assicura il finanziamento del debito pubblico impedendo il default e tenendo bassi i tassi di interessi. Orbene, innanzitutto è falso che la crisi negli USA sia stata guarita: c’è stata una modesta ripresa dell’economia reale e una forte ripresa degli indici di borsa, drogate da un’enorme spesa a deficit e da un’enorme iniezione di denaro da parte della banca centrale, entrambe a beneficio essenzialmente della finanza, quindi a costruzione di nuove bolle, e non dell’economia reale. Permane intanto e cresce il gigantesco scompenso del debito estero USA. Inoltre, Letta ha callidamente sottaciuto che, prima dell’adozione dell’Eurosistema, molti economisti avevano ammonito che questo avrebbe causato disastri ai paesi periferici, proprio perché, a differenza del sistema USA, mancava di elementi essenziali: a)una vera banca centrale che assicurasse sempre l’acquisto dei titoli del debito pubblico, così di prevenire assolutamente il default e contenere i rendimenti; b)l’unità del debito pubblico tra gli Stati, che prevenisse attacchi speculativi separati ai vari Stati; c)un bilancio e un fisco federali che redistribuissero gli avanzi commerciali tra i vari Stati, impedendo che i meno competitivi sprofondino nell’indebitamento, nella deindustrializzazione, nella fuga dei cervelli.

Un premier economista culturalmente onesto, fedele al motto del linguaggio della verità, e leale al paese che governa, avrebbe innanzitutto parlato di questo e spiegato come mai, se si sapeva che, dati quei difetti dell’Eurosistema, sarebbe successo quello che poi è successo, non si sono corretti e non si correggono nemmeno ora quei difetti. Avrebbe spiegato gli interessi che sono stati e restano dietro a queste scelte, a questa trappola. Avrebbe detto: “Prometto che se quei difetti non saranno corretti entro 6 mesi, farò questo e questo contro gli interessi che si oppongono.” Del resto, quando ha ricordato come Kohl, al tempo della riunificazione, a tutela della dignità di tutti i tedeschi, impose il cambio 1 a 1 tra il Marco della RFT e quello della RDT, contro i pareri tecnici che indicavano un cambio al massimo di 1 a 2, Letta si è dimenticato di dire che quel cambio politico, il costo della dignità di tutti i tedeschi, fu scaricato soprattutto sugli italiani, come gli ricorda La Stampa di oggi.

Altrettanto Letta si è dimenticato di dire che, nella presente crisi dei debiti pubblici, la BCE ha prestato soldi a tassi irrisori ai banchieri-speculatori franco-tedeschi per comperare titoli del debito greco ad alto rendimento (prezzo effettivo molto inferiore al nominale) e alto rischio, per poi ricomprarli dai medesimi banchieri sul mercato secondario al prezzo nominale! E che il governo italiano ha contratto debiti per 50 miliardi circa finanziare quel riacquisto a beneficio dei medesimi banchieri! Analogamente, Letta ha dimenticato di dire che i predetti difetti strutturali dell’Eurosistema hanno prodotto e ancora producono un ampliamento della divaricazione tra economie forti (tedesca) e deboli (italiana), in un loop che si alimenta da sé, e una maggiore contrapposizione di interessi, e che capitalisti ed elettori tedeschi sono quindi sempre più diffidenti verso l’Italia e gli altri paesi periferici, e che sia la Merkel che il suo antagonista socialdemocratico dichiarano, nelle loro campagne elettorali, di voler difendere gli interessi tedeschi imponendo la continuazione del “rigore” ai paesi eurodeboli.

Si è dimenticato di dire, il “nostro” premier, che, in questa situazione, è utopistico prospettare più Europa, più integrazione, più unione. Si prospetta invece più prevaricazione, più approfittamento, più impoverimento. Ha un bel dire che siano finiti austerità e compiti a casa: la Germania non è d’accordo, vuole imporre ulteriore rigore a noi e anche imporre alla BCE di alzare i tassi di interesse per sterilizzare una tendenza inflativa che, dovuta alla sovrabbondanza di denaro in Germania, minaccia i redditi e i risparmi dei tedeschi (la BCE comanda a Roma ma è condizionata dalla Bundesbank); perciò sta intimando alla BCE di alzare i tassi e stringere il rubinetto – cosa che già oggi affonda la nostra borsa e soprattutto le nostre banche, e in generale dimostra ad abundantiam il conflitto di interessi, le opposte esigenze, di Germania e Italia; e dimostra come le Germania impone le sue esigenze in danno dell’Italia e di altri paesi inferiori, con un senso del rispetto e della solidarietà degno del suo grande passato. E dato che anche la Fed pare voglia stringere i rubinetti, si profila un crollo del settore finanziario in quanto viene meno la domanda. Inoltre, il deficit italiano per quest’anno vola verso il 3%, forse oltre – quindi è ben possibile che la procedura pi infrazione si riapra, se non si stringono i cordoni. Il “basta austerità” è quindi una sparata velleitaria, propagandistica. O forse Letta si riferisce al fatto che ormai si parla di una sforbiciatura (haircut) anche al debito pubblico italiano, di una sua ristrutturazione. Questa sì, che darebbe un poco di possibilità di spesa pubblica aggiuntiva – ma possiamo ben immaginare dove finirebbe, quella spesa, tra le tante bocche politiche da sfamare per tenere unita la ampia maggioranza di governo, fatta di partiti che si reggono, oggi più che mai, sull’intercettazione clientelare della spesa pubblica, e che a questa sacrificano ogni altro obiettivo. E su questo sistema di parassitismo Letta non ha fatto alcun intervento, pur avendo promesso mari e monti, ed essendo stato messo su per quello (anche). E in effetti che può fare, dato che dipende da partiti e da una burocrazia che vivono proprio di quello?

Per finire, Letta, invocando il ritorno dell’”alta politica”, ha imputato gravi colpe nella crisi alla finanza sregolata che ordisce bolle e panic selling e rating strumentali… giustissimo, ma è proprio quella finanza che oggi tira i fili dei governi, delle istituzioni, che rovescia i governi eletti e manda i governi commissariali… che cosa potrà fare Letta contro di essa, per imbrigliarne gli appetiti e la rapacità? La sua promessa di imporle regole non è utopistica, è ridicola, o – peggio – una presa per i fondelli. altrimenti, perché non ha reintrodotto, tanto per cominciare, il Glass-Stegall Act, ovvero il suo equivalente italiano, abolito nel 1999 proprio per consentire le maxitruffe bancarie? Perché non ne parla nemmeno? Letta sa bene che può sparare a salve contro i padroni della finanza globale, ma se solo accennasse a qualcosa contrario ai loro interessi, lo farebbero cadere in men che non si dica.

Tirando le somme, la narrazione-spiegazione economica propinata da Letta si rivela una ben congegnata, ma facilmente smontabile, dissimulazione della realtà a scopo di ottenimento del consenso popolare, che in effetti egli ha ottenuto dal popolo presente, appunto perché è riuscito a manipolarlo, approfittando della sua impreparazione e disinformazione.

Per essere culturalmente e politicamente onesto, per essere leale al suo paese, un premier italiano, oggi, dovrebbe denunciare al popolo gli errori e le colpe nell’architettura monetaria e finanziaria europea, e chiedere il sostegno del popolo per esigere dai partners-avversari europei la loro correzione o, in mancanza, per togliere l’Italia da una condizione ingiusta e dannosa, con i passi e gli strumenti che ho indicato e sviluppato negli ultimi miei saggi: I signori della catastrofe, Traditori al governo e Cimit€uro.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/08/20/rimini-la-favo-letta-conquista-il-popolo-di-cl/
20.08.2013

Un po’benefico, spesso inutile: è il dl del Fare IL DECRETO È LEGGE: QUALCHE BUONA INIZIATIVA, UN PO’DI SOLDI PER LE PMI, PARECCHIE TROVATE CERVELLOTICHE E QUALCHE DANNO

corel
Fatto Quotidiano del 20/08/2013 di Marco Palombi attualità
Il testo definitivo del cosiddetto “decreto del Fare”–che poi è il classico testo omnibus in cui dentro c’è di tutto – arriva in Gazzetta Ufficiale. Insomma, è diventato legge, come pure il dl Lavoro con gli sgravi per le assunzioni dei giovani. A dispetto del nome assai evocativo, però, contiene a voler essere buoni solo una serie di piccole di- sposizioni economiche tra il moderatamente benefico, l’inutile e – in qualche caso – il dannoso. Ora per di più, come hanno annunciato al meeting ciellino di Rimini tanto Enrico Letta che Flavio Zanonato, è in arrivo il sequel: il “decreto del Fare 2”. Ecco dunque un riassunto, parziale, delle novità già in vigore. EQUITALIA. I poteri della società di riscossione saranno meno vessatori: ammesse rateizzazioni più lunghe, saranno impignorabili la prima casa di abitazione e, nel caso delle aziende, anche i beni mobili –ad esempio i macchinari – “strumentali” all’attività d’impresa. GIUSTIZIA . Buone nuove per quella civile: 400 giudici ausiliari verranno destinati a quelle Corti d’Appello in cui l’arretrato è più rilevante (saran- no pagati, ogni tre mesi, 200 euro a provvedimen- to evaso). Per decongestionare le aule, per di più, è stato reintrodotto in buona sostanza il carattere obbligatorio della mediazione nel contenzioso civile e commerciale. PMI. Un fondo da due miliardi e mezzo pagherà il credito d’impostasul rinnovodi macchinarie infrastrutture tecnologiche per le piccole e medie imprese (il tetto è a due milioni). Anche i liberi professionisti e le imprese sociali possono accedere al fondo di garanzia. INFRASTRUTTURE. Stanziati due miliardi per piccole opere immediatamente cantierabili. EDILIZIA. Un mezzo danno, ma non grande quanto era nelle intenzioni del governo: a parte una serie di semplificazioni, il core business di questo articolo era di sottoporre all’agile Scia (segnalazione certificata di inizio attività), una semplice autodichi razione, anche gli interventi di ristrutturazione di edifici che prevedessero la modifica della sagoma esterna. Adesso, invece, saranno i comuni a dover individuare le zone in cui si potrà abbattere un palazzo e ricostruirlo a proprio piacere con la sola Scia. TETTO AGLI STIPENDI. Le società pubbliche quo- tate, escluse dal tetto a 300 mila euro voluto da Monti, dovranno diminuire gli stipendi dei loro manager del 25% al prossimo rinnovo (a meno che non l’abbiano già fatto negli ultimi dodici mesi). AGENDA DIGITALE. La novità –solo relativamen- te eccitante –è che la cabina di regia sarà a Palazzo Chigi inveceche al ministero delloSviluppo. Cu- rioso, però, che per diminuire i tagli alle tv locali si sia deciso di prendere 18 milioni agli investimenti sulla banda larga. Salvi, fortunatamente, i locali pubblici che offrono connessioni w i -f i ai clienti: non dovranno registrarli. APPALTI. Finora l’appaltatore principale era con- siderato responsabile della regolarità fiscale del suo sub-appaltatore, ora non più. O meglio, non del tutto: per l’Iva se ne può fregare, per i con- tributi dei dipendenti ancora no. Sui piccoli can- tieri, peraltro, sono state pure attenuati alcuni adempimenti burocratici in materia di sicurezza sul lavoro. Cosa che è spiaciuta assai ai sindacati. PEC. È la posta elettronica certificata, già obbli- gatoria per i professionisti, che ora dovrà essere garantita a ogni cittadino. È persino vietato inviare documenti via fax: c’è il problema che molti uffici pubblici utilizzano la Pec poco, male o affatto. SPENDING REVIEW. Sarà permanente e avrà un commissario di prossima nomina: guadagnerà 300 mila euro l’anno fino al 2015, dopo 200 mila. Il governo potrà nominare un commissario anche in quelle regioni che non spendono abbastanza velocemente i fondi europei. SINDACI. Piccolo favore a chi guida comuni con meno di ventimila abitanti: potrà ancora farsi eleggere in Parlamento. PROROGHE. La Tobin tax si pagherà da metà ottobre, le rate delle concessioni sulle spiagge sono state sospese fino al 15 settembre. MULTE. Chi le paga entro cinque giorni avrà uno sconto del 30 per cento.

Niente ferie a Palazzo Chigi bisogna inventarsi l’Imu 2.0 TASK FORCE IN PANTALONCINI PER FARE TUTTI CONTENTI: L’IDEA DELLA COUNCIL TAX

corel
Fatto Quotidiano 11/08/2013 Marco Palombi attualità
Il governo è determina- tissimo ad andare avanti, tanto è vero che non farà le ferie. “Uno di noi due sarà sempre a pa- lazzo Chigi”, ha promesso Enrico Letta riferendosi al suo vice, Angelino Alfano. Cosa farà, però, questa task force “in pantaloncini corti”? Visto che la scadenza di legge del 31 agosto si avvicina – quella, s’intende, in cui trovare una soluzione per l’Imu o preparare la fila agli sportelli per la rata del 16 settembre – tornare alle fonti è sempre una buona idea. Nel palazzo del governo, dunque, potranno intanto analizzare con le migliori tecnologie ermeneutiche a disposizione le tavole della legge, vale a dire il discorso programmatico di Letta in Parlamento: disse abolizione? o piuttosto rimodulazione? voleva toglierla a tutti oppure sostenne che i ricchi devono pagare? Ebbene, il problema è che disse tutto: “Superare l’attuale sistema di tassazione sulla prima casa con lo stop ai pagamenti di giugno per dare tempo a go- verno e Parlamento di elaborare una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto le meno abbienti”. Belle parole, ma difficile trarne conforto per le scelte che s’approssimano, pressati – per di più – dai diktat incrociati dei partiti di maggioranza. L’unica soluzione adeguata è far seguire alla retorica riservata al Parlamento, una formula tecnica che permetta a tutti di di- re di aver vinto senza terremotare il precario equilibrio dei conti pubblici. Lo staff di Fabrizio Saccomanni, che è un tecnico e conseguentemente fornisce soluzioni tecniche, ha già abbozzato il piano, come abbiamo scritto già nelle settimane scorse: è una sorta di council tax, che a palazzo Chigi tenteranno di mettere a punto nella canicola agostana. IN SOSTANZA si tratta di fon- dere in un unica tassa sia l’Imu che la Tares, che già fondeva a sua volta in un unico super- tributo la tassa sui rifiuti e quella sui servizi comunali (lu- ce, verde pubblico, etc). Allora qual è la genialata? Dare vita a nuove aggregazioni d’imposta e a nuovi soggetti percettori in modo da esentare il governo dal dover decidere sulle “abitazioni principali”. Tradotto: saranno i comuni – cui andrà quella parte del gettito – a do- ver scegliere se tassare solo le seconde case o anche le prime a seconda delle esigenze di bi- lancio. Riassumendo: l’esecutivo regala la pistola ai sindaci, poi se sparare sarà affar loro. L’importante, per lo Stato cen- trale, è assicurarsi la sua quota di gettito e confermare i tagli ai trasferimenti agli enti locali già decisi con le manovre Tre- monti e Monti, il resto è sul tavolo: la stessa dinamica, in sostanza, già vista con le ad- dizionali Irpef nel decennio scorso (si passò dai 156 milioni di euro incassati nel 1999 ai 2,75 miliardi del 2010). C’è un problema. I sindaci ora sanno di non poter alzare e chiedono, contestualmente al- la riforma, garanzie sui soldi. Insomma, il gettito previsto tra Imu e Tares dovrebbe aggirarsi sui 30 miliardi di euro: già così, da quest’anno, la maggior parte di quei soldi spetta direttamente ai comuni, quin- di all’Anci vogliono essere si- curi che il governo Letta non stia pensando di tagliare le tas- se con soldi non suoi (com’è noto la prima casa vale 4 mi- liardi, l’aumento già messo a bilancio sui servizi indivisibili oltre uno). Ovviamente una ri- forma di questo genere, non illogica peraltro, ha bisogno di tempo per entrare in vigore e dunque, nel frattempo, il po- vero Saccomanni e i guardiani del bidone di palazzo Chigi dovranno – a ferragosto – tro- vare il modo per coprire il ta- glio dell’Imu, la sterilizzazione dell’aumento Iva e altre cosette almeno per il 2013: servono, almeno, tra i 7 e i dieci miliardi (dipende dal tipo di scelte). NON È UN CASO, dunque, che sopra il consueto chiacchieric- cio sull’Imu – “aboliamola”, “non ai ricchi” – si siano sta- gliate le parole responsabili, ma insolitamente minacciose, dell’ex premier Mario Monti. Intanto, ci rivela il nostro, “Scelta Civica si opporrebbe a richieste eccessive del Pdl in materia di Imu non coerenti né con la situazione economi- cofinanziaria del Paese, né con gli impegni del governo e della maggioranza”. Insomma, niente abolizione tout court sulla prima casa o saranno guai. Pensa allora Monti ad una crisi di governo? Giammai. Sarebbe la fine: “Un’interruzione dell’opera del governo Letta re- cherebbe danni gravi alla situazione economica e sociale del Paese, oltre che seri rischi per l’Eurozona”, scrive Monti. E cosa potrebbe accadere se si andasse al voto? “Il cumulo di macerie seppellirebbe in ugual misura vincitori, sconfitti e tutti i cittadini, compresi quelli ai quali si vorrebbe fra credere che si è arrivati alla rottura per tener fede alla promessa di liberarli dall’Imu”. Senza governo – avverte Monti – ci sono le tenebre, dove è solo pianto e stridore di denti.

La norma contro i No-Tav nascosta nel dl sul femminicidio

corelAll’interno del decreto contro il femminicidio ha trovato inspiegabilmente spazio anche una norma contro i No-tav.

articolotre Redazione–10 agosto 2013- attualità
Cosa c’entri con il decreto sul femminicidio non è dato saperlo, ma di fatto, l’articolo 10 della norma approvata giovedì scorso dal cdm per la tutela delle donne, tratta di pene più pene più severe per l’accesso abusivo ai cantieri Tav.
L’articolo “estraneo”, il decimo su 12, infatti, si intitola: “Norme in materia di concorso delle Forze armate nel controllo del territorio e per la realizzazione del corridoio Torino-Lione, nonché in materia di istituti di pena militari”. Un riferimento neanche velato alle insurrezioni e alle rivolte in Val di Susa. Ovvero: chiunque si permetta di introdursi abusivamente nei luoghi “d’interesse strategico” verrà punito più severamente di quanto fatto fin’ora. E il divieto non tratterà più soltanto i cantieri, ma sarà esteso anche ad un altro tratto dell’opera.

Il pugno di ferro del governo, però, lascia spazio a qualche dubbio. Perchè, per esempio, la norma sia stata inserita nel dl sul femminicidio è il primo. Ma anche come mai non esista traccia dell’articolo 10 sul comunicato governativo riguardo il decreto legge stesso è un’altra bella gatta da pelare.

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