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Elezioni europee 2014, boom degli euroscettici. Juncker verso la presidenza

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Fatto Quotidiano del 26 maggio 2014 di Alessio Pisanò attualità
Successo dei partiti di destra, dal Front national all’Ukip, che però non sembrano intenzionati a unire le forze in Parlamento. Tracollo dei popolari, tenuti su dalla Cdu della Merkel, socialisti salvati dal Pd di Renzi. L’incognita sulle scelte dei Cinque Stelle. Il lussemburghese spinto dalla cancelliera tedesca probabile successore di Barroso alla guida della Commissione
Non è facile individuare una maggioranza all’interno del nuovo Parlamento europeo. I due principali gruppi, socialisti e popolari, escono dalle urne ridimensionati, crescono gli estremismi e fioccano i punti di domanda sulla collocazione di alcuni partiti europei. Il fronte euroscettico si aggiudica un bel po’ di seggi ma non farà fronte comune a Bruxelles. Una sola la certezza, o quasi: Jean-Claude Juncker dovrebbe essere il prossimo presidente della Commissione europea.

Boom euroscettico. Il risultato che fa più rumore è l’exploit dei partiti euroscettici in Europa, come il Front National in Francia, l’Ukip nel Regno Unito e l’Oevp in Austria. Percentuali in alcuni casi da capogiro che porteranno a Bruxelles e Strasburgo decine e decine di eurodeputati – solo il Front National circa 25. Una macchina da guerra che potrebbe inceppare veramente l’intero parlamento se solo fosse capace di unire le forze. Ma dopo il buon risultato oltre Manica, Nigel Farage (leader dell’Ukip) ha tutta intenzione di mantenere in vita il gruppo Europe of freedom and democracy – dato più o meno a 36 seggi – costituito nel 2009 insieme agli ex amici della Lega Nord (ogni gruppo politico deve essere composto da almeno 25 deputati provenienti da minimo 7 Paesi membri). Proprio la Lega ha fatto restare con il fiato sospeso Marine Le Pen, Geert Wilders e gli altri compagni no-Ue che costituiranno un nuovo fronte euroscettico duro e puro, contrario anche a quel mercato interno che Farage invece vuole conservare. Questo gruppo è dato ad oggi a 38 seggi.

Tracollo dei popolari. Il Ppe è il vero sconfitto di queste elezioni europee. Il partito del centrodestra europeo passa da 275 a 212 seggi e non viene sorpassato dal Pse solo per il pessimo score di alcuni partiti socialisti come il Pse di François Hollande (14,5 per cento). A tenere a galla i popolari è la corazzata Cdu tedesca (26 per cento) che si aggiudica una trentina di deputati e quindi la guida dell’intero gruppo politico. Questo vuol dire che se il Ppe vorrà tornare a dettare legge al Parlamento europeo dovrà per forza fare delle alleanze, probabilmente proprio con i rivali socialisti, visto che con l’estrema destra non può proprio dialogare.

Socialisti al bivio. I socialisti sono stati salvati a sorpresa dal Partito Democratico italiano, che con un inaspettato exploit elettorale, diventa la delegazione più importante dell’intero gruppo S&D, tanto che potrebbe pretenderne la presidenza o tentare addirittura la scalata alla Presidenza del Parlamento europeo con Gianni Pittella. Ma visto che i socialisti non hanno di certo sfondato, non superando quota 200 deputati, anche loro saranno costretti a fare alleanze. Ma con chi? In molti guardano a destra, alla cosiddetta Große Koalition con i popolari, ma potrebbero anche puntare a un’alleanza programmatica con altri gruppi minori, come i liberali, i verdi o la sinistra unita.

Reggono i verdi, scendono i liberali.
Sembrava potesse andare peggio, almeno per i Verdi. Gli ecologisti di Ska Keller si aggiudicano 55 seggi (58 nel 2009) grazie alla tenuta dei Die Grünen in Germania (11 per cento) e ai danni limitati negli altri Paesi. Accusano invece il colpo i liberali, che al di là dei buoni risultati in Danimarca e Paesi Bassi, perdono ben 15 deputati rispetto al 2009, passando da 85 a 70. Pesa la scomparsa dell’IdV italiana, che alle passate elezioni portò sette deputati tra le file dei liberali facendone il terzo gruppo del Parlamento europeo.

Conservatori sempre più no euro. Il gruppo dei conservatori Ecr, animato dai polacchi del PO e dai tories britannici, si aggiudica al momento 44 seggi (56 nel 2009) ma potrebbero crescere accogliendo i no euro tedeschi dell’AfD, il cosiddetto “partito dei professori” attestatosi al 6,5 per cento.

M5S e Podemos tra i punti interrogativi. Nonostante la sconfitta in Italia, il M5S si aggiudica una ventina di deputati e si trova adesso nella stessa situazione degli indignados spagnoli della formazione Podemos, arrivata a grande sorpresa all’8 per cento. Si tratta di due movimenti che, non avendo oggi alcun rappresentante a Bruxelles, devono decidere di quale formazione fare parte, una decisione che avrà delle conseguenze sugli equilibri dell’intera Aula. Un’alternativa sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, secondo quanto è stato detto dallo stesso Grillo, ma per questo ci voglio almeno 25 membri provenienti dal almeno 7 Paesi membri.

Sinistra unita alla greca.
Il gruppo della sinistra europea Gue passa da 35 a 43 deputati grazie soprattutto all’ottimo score di Syriza in Grecia (oltre il 26 per cento). Gli eletti della lista italiana, qualora fosse confermato il superamento del 4 per cento, saranno tre e dovranno decidere se aderire a questo gruppo o, come suggerito da Vendola, confluire nei socialisti.

Juncker (forse) alla Commissione europea. Vista la vittoria complessiva dei popolari, il candidato Ppe dovrebbe essere indicato dal Consiglio europeo come successore di Barroso. Si tratta di Jean-Claude Juncker, lussemburghese ed ex presidente dell’Eurogruppo, il candidato voluto da Angela Merkel. Ma il condizionale è d’obbligo, visto che a Bruxelles si parla anche di qualche outsider come Chirstine Lagarde. La risposta definitiva arriverà martedì prossimo.

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L’impero della finanza alla prova delle Europee

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Fatto Quotidiano del 27/04/2014 di Loretta Napoleoni |attualità

Notizie ed analisi contrastanti continuano a caratterizzare l’economia mondiale e quella italiana in particolare ed a riempire le prime pagine dei giornali. Per l’agenzia Fitch la recessione in Italia si è conclusa e quindi venerdì ha rivisto al rialzo le prospettive (outlook) della Penisola portandole da una valutazione “negativa” “stabile“. La capitalizzazione delle banche italiane è migliorata, sempre secondo Fitch, peccato che nel rapporto non si spieghi come ciò sia avvenuto, dando alla Banca d’Italia il potere di trasformare parte del patrimonio nazionale (di cui il popolo è proprietario) in capitale bancario, una mossa che ha prodotto una ricapitalizzazione ed il corrispondente aumento del valore dei pacchetti azionari di chi ne è proprietario, tra cui le grosse banche commerciali italiane.

Negli Stati Uniti intanto ha grande successo il libro di Thomas Pikkety, che non solo dimostra la fallacità delle teorie neo-liberiste in termini di benessere economico ma suggerisce un sistema di tassazione mondiale per alleviare a disgustoso sistema di sperequazione dei redditi prodotto dal sistema economico mondiale gestito in primis dall’alta finanza di cui le agenzie di rating come Fitch fanno parte.

C’è poi chi parla addirittura di nuovo apartheid in relazione ai privilegi connessi con il censo. Come nel lontano Medioevo chi nasce ricco ha vantaggi che chi nasce povero o semplicemente all’interno di una famiglia della classe media non avrà mai.

Alcuni dati sembrano contraddire l’entusiasmo per la ripresa europea: circa 26 milioni persone sono ancora disoccupate ed in molte nazioni, come la Grecia, salari e pensioni sono stati ridotti all’osso, infine il debito pubblico continua a salire. Nel 2013 quello italiano è aumentato raggiungendo quota 132,2 per cento del Pil, bastano questi numeri per farci dubitare della validità della formula lacrime e sangue applicata da Bruxelles.

Per chi poi voglia conoscere la verità si consiglia di andare a fare la spesa al supermercato e confrontare il potere d’acquisto odierno con quello di 10 anni fa, oppure mettere a confronto le bollette della luce e del gas o quanto costa un pieno di benzina. Ormai il benessere delle masse non interessa più a nessuno, neppure ai politici che da una parte usano i giudizi degli organi dell’alta finanza, come le agenzie di rating, o soprannazionali, come il Fondo monetario o l’Unione Europea, per legittimare il loro operato ed una abilissima propaganda verbale per convincere l’elettorato che sono dalla parte del popolo.

A ridosso delle elezioni europee è bene riflettere su tutti questi punti, chi ci dice che i candidati faranno ciò che promettono durante la campagna elettorale? Ancora più incerti sono i programmi d’azione. In fondo il ruolo del Parlamento europeo è molto limitato, può sì esprimere giudizi ma non governa; chi dirige l’Unione è la Commissione che certamente non è eletta dal popolo ma dalla macchina burocratica europea e dai leader dei paesi membri, a loto volta ‘aiutati’ economicamente nelle campagne elettorali dall’élite del denaro.

Forse la propaganda maggiore è proprio quella che ci vuole far credere nel funzionamento della macchina democratica nel regime imperiale dell’alta finanza.

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