Archivi Blog

Memento Mori (Marco Travaglio).

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2014. Marco Travaglio attualità

Meno male che ci sono gli ex generali Subranni e Mori e l’ex capitano De Donno, altrimenti rischieremmo di dimenticare che: 1) a Palermo è in corso un processo che non s’ha da fare, quello sulla Trattativa; 2) sia gli imputati mafiosi sia quelli istituzionali non vedono l’ora di liberarsi del pm Di Matteo e dei suoi colleghi (sia pure con metodi diversi); 3) l’ordinamento italiano è ancora infestato da leggi-vergogna come la Cirami (imposta da B. nel 2002 per allargare i casi di “rimessione” dei processi in altra sede per “legittimo sospetto” e mai cancellata dai suoi presunti avversari). In questo senso l’istanza dei tre ex ufficiali del Ros alla Cassazione per trasferire il processo lontano da Palermo, come avvenne per il delitto Matteotti e per la strage di piazza Fontana, è un ottimo promemoria. Il documento più illuminante è quello del prefetto Mario Mori, che illustra in 45 pagine i motivi per cui il processo non può celebrarsi nella sede naturale di Palermo e va dunque strappato alla Corte d’assise che lo conduce da mesi. Il piatto forte sono i messaggi di morte pronunciati da Totò Riina contro Di Matteo e gli altri pm nei colloqui col compagno di ora d’aria, il mafioso pugliese Alberto Lorusso, intercettati l’estate scorsa. Con ampio corredo di articoli di stampa e dichiarazioni dei pm condannati a morte, dei procuratori di Palermo e Caltanissetta, del ministro dell’Interno Alfano e di svariati politici, Mori ritiene che l’ordine di eliminare Di Matteo & C. con una strage modello 1992 sia serissimo e dunque pericolosissimo, così come è attendibile l’analisi che vuole Riina tuttoggi al vertice di Cosa Nostra. Tanto basta per dimostrare “i pericoli per la sicurezza e l’incolumità pubblica”: “in qualunque momento potrebbe verificarsi un attentato” non solo contro i pm, ma anche contro i giudici, i giurati, le forze dell’ordine e tutto il pubblico (“circa un centinaio di persone”) che assiste a ogni udienza nellaula bunker. Di qui la richiesta di “sospendere il processo fino alla decisione della Cassazione”, che dovrà traslocarlo in un’altra città, con altri pm, giudici e giurati, a causa della “eccezionalità della situazione di ordine pubblico esistente a Palermo”.

E qui casca l’asino per la prima volta: se è vero – come dice Riina e come conferma Mori – che il Capo dei Capi non vuole saperne di questo processo, al punto da maturare un odio inestinguibile per il pm che (insieme a Ingroia) ha condotto le indagini fin dall’inizio, ne deriva che il pericolo di attentato esiste non solo a Palermo, ma in qualunque altra città ospitasse il dibattimento. Di Matteo è a rischio in quanto rappresenta l’accusa in quel processo: se a rappresentarla fosse un suo collega di Napoli o Milano o Vipiteno, questi finirebbe subito nel mirino al posto suo. Del resto, quando Lorusso domanda “Cosa farai se lo spostano?”, Riina risponde: “Tanto (Di Matteo, ndr) al processo deve venire”. Dunque l’attentato si può fare dappertutto. Ergo la rimessione del processo non farebbe venir meno i pericoli di ordine pubblico accampati da Mori & C.: semplicemente li trasferirebbe altrove, su altri pm, giudici e giurati. La norma del Codice sulla rimessione parla di “gravi situazioni locali non altrimenti eliminabili”: queste sono nazionali e ineliminabili. Con la differenza che i giudici di Palermo convivono da sempre col pericolo di morire ammazzati, diversamente da quelli di altre città, che risulterebbero molto più intimiditi. Ma c’è un altro motivo per cui i giudici e i giurati di Palermo non sarebbero imparziali. Mori elogia le manifestazioni di solidarietà ai pm condannati a morte (come quella promossa dal Fatto il 12 gennaio) e le eccezionali misure di sicurezza disposte a loro tutela. Poi però scrive che anche le manifestazioni e le misure di sicurezza “turbano la serenità dei giudici”, portandoli a parteggiare per l’accusa e a perdere l’imparzialità. Anche perché, all’incontro del Fatto , il pg Roberto Scarpinato avrebbe “legittimato l’inchiesta e condizionato il processo”.

Annunci

Il processo fai-da-te (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 20/02/2014. Marco Travaglio attualità

Ormai l’abbiamo capito: il processo sulla trattativa Stato-mafia non s’ha da fare. Per trovarne uno altrettanto osteggiato da politica, grande stampa, intellettuali e magistratura, tornare indietro al caso Andreotti non basta: bisogna riavvolgere il nastro fino a metà anni 80, al maxiprocesso contro la Cupola istruito dal pool di Falcone e Borsellino. La mafia, e dunque la politica, la stampa e l’intellighentija al seguito sapevano bene dove potevano arrivare quei magistrati, a lasciarli fare. Così come oggi Riina, e dunque la politica, la stampa e l’intellighentija al seguito sanno benissimo dove potrebbero arrivare i pm di Palermo, a lasciarli fare. Dopo gli alti moniti del Quirinale per lo Stato e di Riina per la mafia contro il processo sulla trattativa e contro chi l’ha istruito, ecco il libro che assolve preventivamente gli imputati perché agirono in “stato di necessità” (la stessa soave espressione usata dai giudici catanesi negli anni 80 per assolvere i cavalieri di Catania). E, perfetta coincidenza, la relazione della Superprocura firmata dal sostituto Maurizio De Lucia, fedelissimo del duo Grasso& Pignatone durante la demolizione del pool di Caselli. La Dna ha compiti di coordinamento del lavoro svolto dai vari pool antimafia sparsi per l’Italia. E, nelle sue relazioni, deve offrire un quadro aggiornato delle mafie. Non certo demolire l’antimafia e criticare i processi a carico dei mafiosi. Invece è proprio quel che ha fatto il sostituto De Lucia, esprimendo “preoccupazione” per il reato contestato nel processo Trattativa – “violenza o minaccia a corpo dello Stato” – che porrebbe “problemi di natura giuridica e fattuale al Giudice che dovrà decidere”. Segue un demenziale riferimento all’assoluzione in primo grado del generale Mori in un altro processo, quello per la mancata cattura di Provenzano, che “presenta significativi momenti di collegamento probatorio e sostanziale con quello in argomento e il suo esito non può non destare oggettivi motivi di preoccupazione sull’impostazione del processo c.d. trattativa”. Cioè: Mori è stato assolto (per ora) perché il fatto – non aver catturato Provenzano, favorendo la mafia – è vero, ma non è reato perché manca il dolo; dunque il processo Trattativa – che riguarda tutt’altri fatti e di cui semmai la mancata cattura di Zu Binu è una conseguenza – preoccupa il sostituto De Lucia. Un tempo l’Italia era il Paese dei 60 milioni di citì della Nazionale di calcio. Ora abbiamo decine di magistrati che pretendono di giudicare la trattativa senza averne la competenza, né fattuale né processuale. E si sostituiscono ai soli giudici deputati a stabilire se gli imputati siano colpevoli o innocenti: quelli della Corte d’Assise di Palermo. Naturalmente queste invasioni di campo possono accadere impunemente in un solo processo: quello. Se un magistrato che non c’entra nulla e non sa nulla si permettesse di commentare un processo in corso gestito da altri colleghi, dicendo che l’imputato è innocente o che il capo d’imputazione è sballato, finirebbe ipso facto sotto azione disciplinare (com’è accaduto persino al presidente di Cassazione Antonio Esposito per aver parlato, anzi per non aver parlato, di un processo suo, per giunta definito con sentenza definitiva). Ma c’è di più: quello del sostituto De Lucia è un copia-incolla di affermazioni critiche già fatte nella relazione della Dna del dicembre 2012, quando ancora il processo Trattativa doveva passare al vaglio del Gup: anche allora il sostituto De Lucia era preoccupato per il capo d’imputazione, poi però il gup Piergiorgio Morosini rinviò a giudizio tutti gli imputati, superando tutte le eccezioni anche sul capo d’imputazione. Ma il sostituto De Lucia rimane preoccupato. Non solo: nel dicembre 2012 il sostituto De Lucia scriveva che, sebbene sia detenuto, “gli appartenenti a Cosa nostra riconoscono ancora Riina Salvatore quale capo di tutta Cosa nostra”. Ma, ora che Riina ha condannato di morte Di Matteo, quella frase è scomparsa. Nel giro di un anno, da capo di Cosa Nostra, Zu Totò è diventato un pirla qualsiasi. Strano, vero?

CSM, È STATO NAPOLITANO A VOLER PROCESSARE DI MATTEO (Marco Travaglio).

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 09/02/2014. attualità Marco Travaglio
PROCESSO A DI MATTEO PER UN’INTERVISTA : IL MANDANTE È IL COLLE UN DOCUMENTO UFFICIALE RIVELA CHE LA SEGNALAZIONE PER UNA AZIONE DISCIPLINARE CONTRO IL PM CHE INDAGA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA PARTÌ DAL QUIRINALE.

Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a “denunciare” al Pg della Cassazione il pm della Trattativa per un’intervista sulle telefonate con Mancino. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato più odiato da Riina è sotto azione disciplinare, senza aver violato alcun segreto.

Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma “spintanea”, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: “Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012”. In quella lettera, il segretario generale del Quirinale Donato Marra, braccio destro di Napolitano, trasmette un suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato e fra questa e la Procura di Palermo a proposito di un’intervista di Nino Di Matteo a Repubblica . L’intervista si riferisce alle rivelazioni diffuse il 20 giugno 2013 dal sito di Panora ma : intercettando Nicola Mancino, i pm di Palermo sono incappati non solo in 9 sue conversazioni col consigliere Loris D’Ambrosio, ma anche in alcune con Napolitano in persona. Notizia rilanciata il 21 giugno dal Fatto e da altre testate. Il 22 giugno Repubblica intervista Di Matteo, il quale spiega che, negli atti appena depositati ai 12 indagati per la trattativa Stato-mafia, “non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. L’intervistatrice domanda se le intercettazioni non depositate saranno distrutte, Di Matteo risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. È OVVIO CHE, fra quelle da distruggere, ci siano anche le intercettazioni indirette del Presidente, visto che sono “irrilevanti” (almeno sul piano penale), mentre quelle ancora da approfondire riguardano altri soggetti. Ma, anzichè ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. L’Avvocato dello Stato, Ignazio Caramazza, viene attivato subito dopo l’intervista dal segretario generale Marra, perché chieda a Messineo “una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”. Il 27 giugno Caramazza scrive a Messineo per sapere come si sia permesso Di Matteo di svelare a Repubblica che sono “state intercettate conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura si riserverebbe di utilizzare”. Il procuratore risponde con due lettere: una firmata da Di Matteo, l’altra da lui. Entrambe chiariscono ciò che è già chiarissimo dall’intervista: “La Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”: cioè con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto dei nastri – previsto espressamente dal Codice di procedura penale – da parte degli avvocati. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme, minacciando “le iniziative del caso”. Allora una normale intervista che spiega come la Procura abbia rispettato e intenda rispettare la legge diventa un caso di Stato. Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue “prerogative”. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un “procedimento paradisciplinare”, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come “avocare” da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di “coordinarla” con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. Il primo agosto un sostituto di Ciani scrive al Pg di Palermo per sapere se Messineo avesse autorizzato Di Matteo a rilasciare l’intervista e perchè non l’avesse denunciato al Csm per averla rilasciata. Il Fatto lancia una petizione e raccoglie 150 mila firme in un mese: lo vede anche un bambino che il processo disciplinare è fondato sul nulla. IL 10 AGOSTO il Pg di Palermo risponde a Ciani: l’intervista di Di Matteo non richiedeva alcuna autorizzazione e non violava alcuna norma deontologica perché non svelava alcun segreto, visto che la notizia delle telefonate Napolitano-Mancino l’avevano già diffusa Panorama e poi decine di testate. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” e “leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica”; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda: la notizia delle telefonate Mancino-Napolitano non la svelò Di Matteo, ma Panora ma , in un articolo “presente nella rassegna stampa del Csm del 21.6.2012”. Quindi “con apprezzabile probabilità occorre assumere che la notizia… fosse oggetto di diffusione da parte dei mass media in tempo antecedente” a quello dell’intervista incriminata” del giorno 22. Ma va? Ergo “è del tutto verosimile” che Di Matteo tenne “un atteggiamento di sostanziale cautela” e “non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica”, semmai “intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine”. Quindi “la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti”, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm. Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario – già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi.

Non sanno quello che fanno (Marco Travaglio)

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 25/01/2014. Marco Travaglio attualità

La verità è che noi i politici li sopravvalutiamo. Tutti. Pensiamo che dietro ogni loro parola, sguardo, scelta, proposta ci sia dietro chissà chi e che cosa. Invece, il più delle volte, c’è il sottovuotospinto, del resto facilmente riscontrabile nei loro sguardi persi nel nulla. È il principale difetto delle tesi complottiste: sono sempre molto affascinanti perché ogni complotto inizia regolarmente alcuni secoli fa, mette d’accordo centinaia di persone che manco si conoscevano, infila nella sceneggiatura potentissime banche d’affari, logge massoniche, potentati occulti e criminali, servizi deviatissimi e alla fine tutto torna.

Poi uno guarda in faccia Enrico Letta, Fassina, Angelino Jolie o l’ultimo acquisto Toti, ma pure i tecnici tipo Fornero, Saccomanni o Cancellieri, e deve arrendersi a un’evidenza più prosaica: questi non li manda nessuno, nemmeno Picone; si mandano da soli e, quando non rubano, non sanno quello che fanno. Intendiamoci: non è un’attenuante, è un’aggravante, visto che hanno in mano le nostre vite e i nostri soldi. E più sono incapaci più diventano burattini delle lobby. La supertecnica Fornero allungò l’età pensionabile, poi si stupì molto perché aumentavano i giovani disoccupati e gli esodati, cioè i lavoratori espulsi in anticipo e rimasti senza più uno stipendio e senza ancora una pensione. Chi l’avrebbe mai detto, eh? Pure Saccomanni pareva questo granché, poi l’abbiamo visto all’opera con l’Imu. La Cancellieri ha passato la vita a fare il prefetto: se la macchina dello Stato non la conosce lei, siamo freschi. Invece conosce solo Ligresti. Ha fatto una legge svuotacarceri che non svuota una mazza, come le precedenti di Alfano e Severino (altri due geni). L’altro giorno, con l’aria di chi passa di lì per caso, ha spiegato (a noi) che abbiamo 9 milioni di processi pendenti, dunque ci vogliono l’amnistia e l’indulto. Come se uno avesse la casa allagata perché ha lasciato aperto il rubinetto della vasca da bagno e, anziché chiuderlo, svuotasse l’acqua col cucchiaino.

Pure il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce invoca l’indulto per mettere fuori “chi non merita di stare in carcere”. Ma poi non spiega chi, di grazia, sarebbe in galera senza meritarlo, e perché ci sia finito, visto che il carcere è previsto dalle leggi dello Stato ed è il risultato di sentenze emesse dalla Cassazione che lui presiede. Dopodiché, in lieve contraddizione con se stesso, chiede di riformare la prescrizione che garantisce l’impunità a 200 mila imputati l’anno: ma lo sa o non lo sa che, se i prescritti venissero condannati, i detenuti raddoppierebbero? Che si fa: si aboliscono direttamente le carceri? L’altroieri Enrico Letta, con tre mesi di ritardo, ha trovato il coraggio di pronunciare il nome di Nino Di Matteo e di inviargli la solidarietà per le ripetute condanne a morte emesse da Totò Riina (lui le chiama eufemisticamente “minacce”). Poi però s’è spaventato di averne detta una giusta e ci ha aggiunto una fregnaccia: la solidarietà a Piero Grasso. Ohibò, si son detti tutti quanti, Grasso compreso: Riina ha condannato a morte anche Grasso e non ne sappiamo nulla? Niente paura: semplicemente il pentito La Barbera ha raccontato al processo Trattativa un fatto noto da 15 anni, e cioè che nel ’92, dopo Salvo Lima, Cosa Nostra progettava di uccidere Mannino, Martelli, i figli di Andreotti e Grasso. Poi cambiò idea. Ma Letta non sa nulla, infatti fa il premier. Oppure non gli pare vero di associare all’impronunciabile Di Matteo un personaggio che piace alla gente che piace: Grasso. E ha posto sullo stesso piano l’ordine emesso tre mesi fa da Riina di uccidere Di Matteo con l’attentato a Grasso annullato 22 anni fa: “Profonda solidarietà al pm Di Matteo e al presidente Grasso oggetto di minacce terribili”. Ieri anche Vendola, altro esperto, ha tributato “affettuosa solidarietà a Grasso e Di Matteo”. Niente solidarietà, al momento, per Mannino, Martelli e i figli di Andreotti. Letta e Vendola provvederanno fra 22 anni.

La banda dei disonesti (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 24/01/2014. Marco Travaglio attualità

Ricapitolando: siccome ogni detenuto sigillato al 41-bis ha diritto di trascorrere le ore di “socialità” con un suo simile per scambiare quattro parole, il Dap e la Dna designano per far compagnia a Totò Riina il capomafia pugliese Alberto Lorusso. La scelta, a posteriori, si rivela infelice perché Lorusso è uno specialista in linguaggi cifrati, con cui riesce a trasmettere fuori dal carcere i suoi messaggi criminali, seguitando a gestire le estorsioni nella sua zona fra Taranto e Brindisi. In ogni caso la Procura di Palermo non viene consultata e decide autonomamente di intercettare Riina, che s’è appena confidato con un agente sulla trattativa con lo Stato: insomma sembra in vena di parlare. Infatti le intercettazioni si rivelano proficue: il boss non parla nella saletta ricreativa del carcere di Opera, temendola imbottita di cimici; invece esterna a ruota libera nel cortiletto esterno, non sospettando di essere ascoltato anche lì, e svela retroscena interessanti e in parte inediti delle stragi e delle trattative con la politica, naturalmente tutti da verificare. Già che c’è, si scaglia con rabbia inestinguibile contro il pm Nino Di Matteo, ordinando di ammazzarlo in una strage modello 1992-’93. È bene o è male che i magistrati vengano a sapere ciò che dice, auspica e progetta un boss irriducibile che ha sempre rifiutato di collaborare? Ovviamente è bene: le intercettazioni si fanno apposta. Se Riina progetta attentati, lo Stato può far di tutto per sventarli proteggendo le vittime designate. Se dice cose vere e verificabili, aiuta involontariamente la ricerca della verità. Se mente per depistare, i giudici possono scoprire perché lo fa e comportarsi di conseguenza. Chi può mai aver paura delle parole del boss? Nessuno, a parte chi ha la coscienza sporca e i suoi manutengoli. Infatti Giuliano Ferrara, sul Foglio di casa B., parte subito lancia in resta, anche se non si capisce bene con chi ce l’ha e che diavolo vuole. Non l’ha capito neanche lui, infatti – nell’attesa di capirlo – invoca una commissione parlamentare d’inchiesta: che è comunque il sistema migliore per fare casino e buttare tutto in politica, cioè in caciara. Ieri sul Foglio un tal Merlo domandava pensoso “quale magistrato ha autorizzato le intercettazioni dei colloqui di Riina?”. La risposta – il pm Di Matteo e i suoi colleghi che indagano sulla trattativa – la sanno tutti quelli che seguono anche distrattamente la vicenda, dunque non Merlo. Altra domandona: “Qualcuno ha imbeccato Lorusso per pilotare le risposte di Riina?”. Basta leggere quei dialoghi per accorgersi che Lorusso si limita a chiedere e Riina risponde quel che gli pare. Terza domanda a cazzo: “Possibile che nessuno si attivi per difendere la presidenza della Repubblica mostrificata nelle parole del capomafia?”. Di grazia, chi dovrebbe difendere il Quirinale? E come? E da chi? Boh. “Il ministero della Giustizia tace”. E che potere ha il ministero di impicciarsi in un’indagine in corso? Le risposte sono affidate a un tal Buemi del Pd, quello che si opponeva alla decadenza di B. e che ora delira di un imprecisato “clima di linciaggio nei confronti delle istituzioni”. In realtà Riina non lincia affatto Napolitano, anzi lo elogia, lo esorta a non testimoniare sulla trattativa e invita i suoi corazzieri ad assestare altre “mazzate nelle corna a questo pm di Palermo”. Dunque di che linciaggio parla questo tizio? Da parte di chi? In che senso? Boh. Sempre sul Foglio interviene Massimo Bordin convinto che, se Riina dice a Lorusso che bisogna ammazzare Di Matteo, allora Di Matteo è “beneficiario dell’operato” di Lorusso e Riina “supporta” il pm che vuole far saltare in aria. Bordin naturalmente raccomanda una scrupolosa verifica delle fonti e delle date. Infatti chiama Lorusso “Lo Verso”. Come Totò che, ne La banda degli onesti, chiama l’amico Giuseppe Lo Turco (Peppino De Filippo) Lo Turzo, Lo Curto, Turchesi, Turchetti, Lo Tripoli, Gianturco, Lo Struzzo, Lo Sturzo, Lo Crucco e Lo Truzzo. E questi sono gli esperti. Poi ci sono anche gli ignoranti.

Obtorto Colle (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 21/12/2013 Marco Travaglio attualità

Si spera che la delegazione del Csm, guidata dal sempre garrulo e ridanciano vicepresidente Michele Vietti in un’epocale trasferta a Palermo, abbia trovato la città di suo gradimento. Che il clima fosse dolce, la temperatura mite, l’albergo accogliente, le sarde a beccafico cotte a puntino, il pane con panelle fragrante, la cassata e i cannoli alla ricotta appena sfornati. Se così non fosse, sfuggirebbe il senso della gita fuori porta di quello che un tempo era l’organo di autogoverno della magistratura e da tempo s’è ridotto all’ennesimo ente inutile, anzi dannoso in quanto molto costoso, al servizio di Sua Maestà Re Giorgio. Era parso di capire che la visita di 7 consiglieri su 27 nel capoluogo siciliano fosse finalizzata a esprimere di persona la solidarietà al pm Nino Di Matteo, destinatario di ripetuti ordini di morte pronunciati da Salvatore Riina in colloqui intercettati con un boss pugliese, e ai colleghi impegnati con lui nel processo e nelle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia, e per questo attaccati da politici, giornalisti, presunti giuristi, presunte istituzioni e minacciati da lettere e visite a domicilio mezzo mafiose e mezzo istituzionali. Tant’è che il Pg Gianfranco Ciani, membro di diritto del Csm, 15 mesi dopo aver aperto un fascicolo disciplinare su Di Matteo per un’innocua anzi doverosa intervista sulle telefonate Mancino-Napolitano, proprio due giorni fa aveva chiesto di archiviarla per rendere meno imbarazzante la trasvolata dei colleghi. Ma era solo un’impressione, già peraltro smentita dalla “delibera di particolare urgenza” emessa dall’illustre consesso il 18 dicembre, con la consueta litania paracula della “presenza solidale nei confronti dei magistrati oggetto di gravi e reiterate minacce”. Dunque, ad avviso di questi buontemponi – due terzi dei quali dovrebbero essere magistrati e dunque riuscire a cogliere la differenza che c’è fra una minaccia anonima e l’ordine di un boss di organizzare una strage come quelle del 1992-’93 per eliminare un magistrato, come fu per Falcone e Borsellino – Di Matteo non merita di essere citato con nome e cognome per quello che è: cioè il nemico pubblico numero uno del più feroce stragista italiano di tutti i tempi. Casomai ve ne fosse ancora bisogno, ieri la promenade dei sette gitanti ha accuratamente evitato di incrociare, anche soltanto di striscio, Di Matteo e i suoi colleghi impegnati nelle indagini sulla trattativa: e cioè il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. I quattro erano regolarmente nei loro uffici a lavorare, ma Vietti & C. hanno girato alla larga, preferendo incontrare i “capi degli uffici”, i vertici dell’Anm locale e naturalmente i rappresentanti dell’avvocatura. “Sono qui con una delegazione del Csm per manifestare vicinanza ai magistrati che lavorano qui anche a rischio dell’incolumità”, ha tromboneggiato Vietti, con una frase che avrebbe potuto pronunciare in un giorno qualunque di un anno qualunque di un secolo qualunque, visto che da sempre a Palermo i magistrati antimafia lavorano anche a rischio dell’incolumità. Oggi il rischio maggiore lo corrono i suddetti quattro magistrati, e proprio perché indagano sulla trattativa. Ma questi, mentre Vietti parlava senza mai nominare né loro né la trattativa, non erano presenti, perché nessuno li aveva invitati. “Solidarietà in contumacia”, ha ironizzato uno di loro. “Non siamo stati noi a organizzare la visita”, ha tentato di difendersi Vietti, smentito dalla delibera del Csm che non prevedeva alcun incontro con i quattro pm. Ciò che impedisce al Csm e al suo vicepresidente Vietti di pronunciare le paroline “Di Matteo” e “trattativa” non è un improvviso attacco di dislessia. È la suprema volontà di Sua Altezza, che ieri ha fatto gli auguri perfino ai due marò imputati per aver accoppato due pescatori indiani: ma ai quattro pm della trattativa no. I sette nani si sono prontamente allineati. E a Di Matteo, anziché la “presenza solidale”, han fatto sentire tutta l’assenza ostile dello Stato. Se restavano a casa, facevano meno danni.

Il pilastro della società (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 20/12/2013 Marco Travaglio attualità
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Riina mi vuole morto e i politici attaccano le nostre indagini” (Marco Travaglio).

porcellum_vignetta_di_bertelli
Alle 17:30 Nino Di Matteo, il pm che Totò Riina vuole morto ammazzato è al lavoro nel suo ufficio, al secondo piano del Palazzo di giustizia di Palermo. Dire che non sia turbato, sarebbe troppo. Ma non ha perduto né la calma, né il sorriso. La determinazione, quella, è addirittura aumentata.

Dottor Di Matteo, qual è il suo pensiero dominante dopo 15 mesi di minacce e preannunci di attentato?

Cercare di capire a fondo quel che sta succedendo intorno a me. Non tutto è ancora così chiaro. Un anno fa, al primo alternarsi di minacce di stile mafioso e di fonte istituzionale, pensai a qualcosa di casuale. Poi mi convinsi che erano attacchi collegati. Ora sentire e vedere Riina pronunciare quelle parole rabbiose e quegli ordini di morte contro di me mi riporta al contenuto di una delle prime minacce che mi fu recapitata anonimamente.

Il dossier di 12 cartelle intitolato “Pro to co l l o Fantasma”, con lo stemma della Repubblica Italiana, che la metteva in guardia dallo spionaggio di “uomini delle istituzioni” verso una “ce n – trale romana”, l’avvertiva che si stava inoltrando su terreni pericolosi e citava politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non ancora toccati dalle indagini?

Quello fu il primo messaggio di fonte istituzionale. Però mi riferivo al secondo, successivo alle elezioni di febbraio.

La lettera giunta il 26 marzo, scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava la sua eliminazione – in alternativa a quella di Massimo Ciancimino – perché l’Italia “non può finire governato da comici e froci”?

Quella. Usava un frasario tipico di chi vuole accreditarsi come appartenente alle istituzioni o ad apparati investigativi. E parlava della decisione di uccidermi “chiesta dagli amici romani di Matteo”, cioè di Messina Denaro, avallata dal carcere anche da Riina “tramite il figlio”. Ora che ho ascoltato la viva voce di Riina ho capito il collegamento fra le due tipologie di minacce: quelle mafiose e quelle istituzionali o para-istituzionali. E ho colto la sottovalutazione che se ne fa, magari in buona fede, per ignoranza, su molti giornali e a livello politico.

Sottovalutazione?

Tutti parlano di minacce di Riina. Ma minacciare qualcuno significa volerlo spaventare. Riina, intercettato in carcere, non si limita a minacciarmi: il suo è un crescendo di parole rabbiose che culminano nell’ordine di uccidermi. Tant’è che i procuratori di Palermo e di Caltanissetta hanno utilizzato uno strumento eccezionale previsto dal Codice per “desegretare” le intercettazioni e ne han consegnato la trascrizione e il supporto audio-video al ministro dell’Interno Alfano. Parlare di “minacce” è improprio e fuorviante.

Non voglio farla polemizzare con le massime cariche dello Stato, ma proprio questo dicono, dopo un anno e mezzo di silenzi imbarazzati e imbarazzanti: solidarietà ai magistrati minacciati dalla criminalità organizzata.

Per carità, solidarizzare con tutti i magistrati minacciati dalla criminalità organizzata è giusto: le minacce delle mafie sono sempre cose serie. Ma i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia sono un caso a parte: qui lo stragista numero uno degli ultimi trent’anni ha dato l’ordine di eliminarci e di rilanciare così la strategia stragista, sospesa vent’anni fa con la lunga Pax Mafiosa seguita alla trattativa.

Qual è il suo stato d’animo in questi giorni?

È un complesso di stati d’animo. Se mi guardo intorno e rifletto razionalmente, mi dico che non è valsa e non vale la pena aver sacrificato, in vent’anni di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza miei e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi per fortuna prevale la passione, come in tanti magistrati della mia generazione. Quando entrai in magistratura 22 anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. Tre su quattro li abbiamo purtroppo accompagnati nella tomba, ma quello è rimasto il mio imprinting.

Quindi prevale ancora la passione?

Sì, e ha la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. La passione per la bellezza del nostro lavoro. Che però non cancella la consapevolezza che fare il magistrato in questo modo – l’unico che conosco leggendo la Costituzione – “non paga”. Né in termini di serenità personale, né di carriera, né di apprezzamento omogeneo dalle istituzioni e dagli uomini che le rappresentano, e anche da pezzi importanti dell’opinione pubblica. Ma non importa, andiamo avanti.

Prima delle stragi del ’92 era palpabile a Palermo l’insofferenza per i magistrati antimafia, le scorte, le sirene, le zone di rimozione forzata, i pericoli indotti dalla presenza di giudici a rischio. Si respira di nuovo quell’aria?

No, anzi l’intensificarsi dei pericoli per la mia persona è stato accompagnato paradossalmente da un surplus di solidarietà e vicinanza di tanti cittadini: lettere, email, parole d’incoraggiamento. Anche dai vicini di casa. È uno dei maggiori, e rari, motivi di conforto. Lo stesso vale naturalmente per la mia famiglia: ho la fortuna di essere circondato da persone che condividono idealmente gli stessi valori che sono alla base del mio impegno. Andiamo avanti, pure con grande difficoltà.

Co m ’è cambiata la sua vita in questi ultimi mesi?

Non devi mai ripetere gli stessi movimenti e gli stessi percorsi, che devi rendere il più possibile imprevedibili. Sei costretto a rinunciare anche a quelle piccole e poche cose che ancora ti concedevi prima, anche da scortato. Ma non è questo che mi pesa.

Cosa le pesa di più?

La consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi sui rapporti fra mafia e istituzioni (non soltanto quelle politiche, ma anche i cosiddetti “apparati”), senti – per usare un eufemismo – di non essere capito da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della magistratura. Troppi continuano a pensare che le nostre indagini siano tempo perso,risorse sottratte alla “vera lotta alla mafia”, che consisterebbe soltanto nell’arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve recidere i suoi legami con istituzioni, politica, finanza, forze dell’ordine, apparati.

A parole, lo dicono tutti.

Sì, ma poi appena qualche pm ci prova e magari ci riesce, ecco il solito coro pieno di risolini e di dubbi sparsi a vanvera: ti senti additato al pubblico ludibrio come un “acchiappanuvole”, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le istituzioni per scalfirne il prestigio. C’è chi ancora ripete il ritornello che, scoperchiando la trattativa, abbiamo fatto un favore a Riina mettendo sotto accusa uomini dello Stato e della politica. Riina, a sentirlo parlare, non sembra proprio pensarla così. Anzi: manifesta nei nostri confronti una rabbia furibonda, che vuole addirittura tradurre nel mio assassinio.

Si è domandato perché Riina ce l’ha tanto e proprio con lei?

No. Ma constato che mi sono occupato spesso e da molto tempo di processi che lo vedevano imputato: sono stato pm sulle stragi di Capaci, di via D’Amelio, sugli assassinii dei giudici Chinnici e Saetta e su altri omicidi perpetrati a Palermo.

Ciò malgrado, Riina, per quei processi, non aveva mai manifestato quel furore contro di lei. Che esplode solo per la Trattativa.

Con l’uscita di Ingroia, sono il pm che da più tempo segue quelle indagini. Quindi quella rabbia non me la spiego altrimenti.

Eppure, dagli atti che avete depositato finora, non si coglie un motivo che giustifichi tanta rabbia. A Riina non dovrebbe dispiacere di apparire come il superstragista che ha messo in ginocchio lo Stato. Avete il dubbio di non aver capito ancora tutto ciò che è acceduto, e che lui invece conosce bene?

Non il dubbio: la certezza. Finora abbiamo capito e riteniamo di aver provato solo una parte di ciò che è avvenuto. Non è casuale la tempistica dell’intensificarsi di questa pressione. Inizialmente si pensava che l’indagine sarebbe finita in archivio. Poi invece c’è stata la nostra richiesta di rinvio a giudizio e poi l’ordinanza di rinvio a giudizio del gup. E il processo è iniziato. Ma non è un mistero che stiamo continuando a indagare: non ci fermiamo certo a cercar di provare la colpevolezza degli attuali imputati. Vogliamo trovare chi li ha manovrati, li ha diretti e ha concorso con loro, dall’esterno di Cosa Nostra, nei delitti che abbiamo contestato. Con chi, perché e su incarico di chi gli attuali imputati han fatto ciò che han fatto. Ecco: quando si è capito che non ci fermiamo, sono partite non solo minacce e ordini di morte, ma anche episodi pericolosi come l’irruzione in casa del giovane collega Roberto Tartaglia.

Voi rappresentate lo Stato, ma anche chi ha fatto la trattativa e chi vi minaccia o fa di tutto per ostacolarvi. Quanti Stati ci sono, in Italia?

Lo Stato è uno solo: quello disegnato con chiarezza e precisione dalla Costituzione. Per essere credibile e riconosciuto come tale, lo Stato non deve temere di processare se stesso, attraverso propri esponenti infedeli, collusi, deviati. Altrimenti non ha titolo neppure per processare la criminalità, organizzata e non.

Mai avuto il dubbio di essere voi, i deviati?

No, nemmeno quando veniamo additati come tali, come portatori di interessi diversi dalla giustizia e dalla legalità costituzionale. Certo, c’è la sensazione palpabile di essere devianti rispetto al sentire comune molto diffuso che vorrebbe imporci una particolare “prudenza” perché non scoperchiamo certi vasi. Ma quella sulla trattativa è una delle poche indagini che ha subìto attacchi praticamente da tutte le parti politiche: almeno non possono accusarci di volerne favorire una a scapito di un’altra.

Qual è l’accusa che vi ha ferito di più?

Quella di autorevoli esponenti del giornalismo e della politica che ci attribuiscono addirittura la finalità di ricattare il capo dello Stato, solo perché ci siamo imbattuti casualmente in alcune sue telefonate con l’ex ministro Mancino, o perché l’abbiamo citato come testimone. È l’accusa più pesante e ingiusta, ma ci è toccato sopportare anche questo.

Quella vicenda ha trascinato tutti voi dinanzi alla Consulta e lei e il suo capo Messineo al Csm.

Avete la sensazione che quella doppia delegittimazione abbia tappato la bocca a chi magari poteva collaborare pienamente alle indagini?

Posta così la domanda, è difficile rispondere. Diciamo che i pentiti di mafia ragionano ancora con l’istinto tipico dei mafiosi: se capiscono di avere di fronte dei pm attaccati dalle istituzioni, fiutano che parlare di certi argomenti potrebbe essere scomodo e poco conveniente anche per loro. E magari chi sa molte cose si attesta su canoni di ordinaria “normalità”, rivelando solo ciò che non scandalizza troppo il sistema, e dunque non si rivela troppo dannoso per lui.

Lei è sempre sotto procedimento disciplinare al Csm?

Sì. A marzo mi è stato notificato l’atto di incolpazione, con l’accusa di aver leso le prerogative del capo dello Stato con un’intervista in cui spiegavo le procedure per la distruzione delle telefonate indirettamente intercettate fra lui e Mancino. Sono già stato interrogato e ora attendo che il Pg della Cassazione decida se chiedere al Csm di condannarmi o di prosciogliermi. A quel che risulta a me e al mio difensore, è la prima volta che si esercita l’azione disciplinare contro un magistrato per un’intervista. Ma, se sarò rinviato a giudizio, mi difenderò con serenità, ben conscio di aver fatto soltanto il mio dovere e di non aver violato alcuna legge o regola. Come il mio ufficio ha già fatto – purtroppo con gli esiti a tutti noti – dinanzi alla Consulta nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale.

Anche alla Consulta la sua Procura sostenne di aver obbedito soltanto alla legge.

Certo, e la prova era nei fatti: non era la prima volta che una Procura, intercettando un soggetto coinvolto nelle indagini, captava casualmente sue conversazioni con un presidente della Repubblica. Era accaduto nel 1992 a Milano con il presidente Scalfaro. Ed era capitato nel 2009 a Firenze con Napolitano. In entrambi i casi, i pm avevano fatto trascrivere le telefonate e le avevano depositate agli atti. Nel caso di Scalfaro i giornali le avevano riportate. Eppure il Quirinale non sollevò alcun conflitto contro i magistrati. Lo fece soltanto con noi nel 2012, sebbene non avessimo fatto trascrivere quelle conversazioni penalmente irrilevanti, le avessimo custodite in cassaforte e avessimo spiegato che ne avremmo chiesto la distruzione. All’amarezza per quel che è accaduto, unisco però una soddisfazione, mia personale e dei miei colleghi: i nostri scassatissimi armadi hanno mostrato una tenuta stagna, infatti di quelle telefonate non è uscita neppure una sillaba. Nessuno può rimproverarci di non aver compiuto al meglio il nostro dovere di magistrati.

Co s ’ha pensato quando il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza le ha proposto di girare per Palermo a bordo di un carrarmato Lince?

Sulle prime, non sapevo neppure cosa fosse. Ho visto la foto in Internet di un Lince usato nella guerra in Afghanistan e ho detto di no. Oltreché impensabile dal punto di vista pratico e logistico, un magistrato che deve circolare a bordo di un carrarmato diventa anche ridicolo. E se c’è una cosa che non posso accettare è che il mio lavoro venga messo in condizione di perdere il rispetto. La sicurezza non può diventare un pretesto per i tanti che guardano con ostilità al nostro impegno per metterci alla berlina. Tutti gli altri rischi li accetto: questo no.

Si è parlato anche dell’uso di un robottino anti-esplosivi, il “Jammer bomb”. Lo Stato sta facendo tutto quello che può per garantire la sua sicurezza?

Io non ho mai chiesto nulla: ci sono autorità preposte a queste decisioni tecniche e stanno operando con la massima professionalità. A cominciare dai carabinieri della mia scorta. Ma un magistrato è sicuro soprattutto quando tutte le istituzioni si mostrano totalmente unite nell’affermare che il suo operato – peraltro criticabile – non può subire minacce né annunci di strage. La reazione compatta di tutto lo Stato sarebbe la migliore protezione per me e per qualunque altro magistrato in pericolo.
Da Il Fatto Quotidiano del 18/12/2013 Marco Travaglio attualità

E quella reazione compatta per ora non c’è stata.

Finora è arrivata solo a spizzichi e bocconi, con molta lentezza, fatica e reticenza. Ma non dispero che ci si arrivi, un giorno o l’altro

Io so che tu sai che io so (Marco Travaglio).

zxcvb
Da Il Fatto Quotidiano del 07/12/2013. Marco Travaglio attualità

Prodi cambia idea: voterà alle primarie contro il ritorno ai riti della Prima Repub- blica.Renzi ringrazia.Spera che tanti altri seguano l’esempio del Professore. L’altro giorno il ministro dell’Interno Angelino Alfano ne ha fatta una giusta (capita a tutti, non c’è da preoccuparsi) ed è sceso a Palermo insieme al capo della Polizia, Alessandro Pansa, per solidarizzare e confrontarsi con i magistrati minacciati. Il più bersagliato è Nino Di Matteo, titolare dell’inchiesta sulla trattativa, ma c’è anche Nico Gozzo, procuratore aggiunto a Caltanissetta. Alla fine il ministro, accanto alle consuete giaculatorie retoriche sulla fermezza dello Stato (magari), ha buttato lì una frase che soltanto un paese addormentato come l’Italia può lasciar cadere nel vuoto: “Cosa Nostra ha la tentazione di tornare alla stagione delle stragi”. L’allarme è scattato dopo le conversazioni, intercettate in cella, fra Totò Riina e un malavitoso calabrese, in cui il capo dei capi rivendica la strategia stragista del 1992-’93 e minaccia più volte di morte Di Matteo con parole truculente e toni rabbiosi proprio per il processo sulla trattativa (dove – dice – “questi cornuti portano pure Napolitano”, cioè lo citano come testimone). Purtroppo da Napolitano non è ancora giunta una sola parola di solidarietà a Di Matteo, addirittura processato disciplinarmente per un’innocua intervista dal Csm e delegittimato dal Colle con i mille distinguo sulla testimonianza del presidente. Ma a Di Matteo i responsabili dell’ordine pubblico hanno rafforzato la scorta, che sarà presto dotata di un bomb jammer (il dispositivo che neutralizza i radiocomandi utilizzati per gli attentati). Il modo migliore per garantire la sicurezza dei magistrati è però quello di capire che cosa sta accadendo nelle teste e nelle file di Cosa Nostra. Riina, checché se ne dica, non è un boss in pensione. È tuttora uno dei due capi più influenti di Cosa Nostra, insieme a Matteo Messina Denaro, che condivide con lui e con pochissimi altri gli arcani della strategia stragista aperta nel ’92 e chiusa (per ora) nel ’94. Il boss trapanese guidava il commando inviato a Roma all’inizio del ’92 per assassinare Falcone e poi rientrato a Palermo quando si optò per la spettacolare strage di Capaci. E, secondo il pentito Giuffrè, conserva le carte sulla trattativa custodite da Riina nel covo di via Bernini che il Ros lasciò gentilmente perquisire a Cosa Nostra. Perché Riina è così inferocito per il processo sulla trattativa? Alla luce di quanto è emerso finora negli atti depositati, non ne avrebbe alcun motivo. Anzi, potrebbe godersi il ruolo di protagonista del Grande Ricatto che costrinse lo Stato, a suon di bombe e di papello, alla resa senza condizioni. L’unico motivo plausibile della sua rabbia è il timore di quello che potrebbe emergere nel prosieguo delle indagini, che continuano in gran segreto sia a Palermo sia a Caltanissetta. E cos’è che potrebbe emergere? Lo dice implicitamente lui stesso quando – ben conscio di essere ascoltato in cella
– rivendica con orgoglio la paternità della mattanza del 1992-’93. Come a dire: nessuno pensi di riscrivere la storia di quegli anni. Intanto però affiorano elementi sempre più circostanziati su presenze esterne a Cosa Nostra tanto a Capaci (uomini di apparato a fornire l’assistenza logistica) quanto in via D’Amelio (uomini d’apparato nel garage dove fu imbottita di tritolo la Fiat 126, “servitori dello Stato” addetti al trafugamento dell’agenda rossa di Borsellino e al depistaggio che fece ricadere la colpa dell’eccidio sull’innocente Scarantino anziché su Spatuzza e sui Graviano). Se emergesse che il marchio Stato-mafia non è impresso solo sulla trattativa, ma anche sulle stragi che la originarono, la sollecitarono e la portarono a compimento, la storia di quella stagione si ribalterebbe. E Riina apparirebbe non più il protagonista, ma un comprimario, o addirittura la pedina di un gioco più grande che strumentalizzò Cosa Nostra nel ruolo di manovalanza e alla fine, dopo averlo usato, scaricò il boss con la solita trappola. Ora queste storie che vengono dal passato incrociano esigenze più prosaiche e contingenti.

La crisi economica mette in ginocchio anche il racket delle estorsioni (i commercianti e gl’imprenditori che falliscono e il crollo del 60% degli appalti in Sicilia hanno fortemente ridotto la platea del pizzo) e le confische di beni impoveriscono l’economia mafiosa. Tant’è che negli ultimi mesi s’è registrata una forte escalation di minacce a giudici, amministratori giudiziari e consulenti impegnati nelle misure di prevenzione, a Palermo e Trapani. Insomma monta fra i picciotti l’insofferenza per la Pax Mafiosa imposta da Provenzano 20 anni fa e la voglia di un uomo forte alla Riina che costringa i giudici alla ritirata anche sul fronte dei soldi. Intanto s’infittiscono le voci di infiltrazioni mafiose nei movimenti di protesta anche spontanei, come quelli dei tir, dei forconi e degli edili. È il saldarsi di queste pressioni che salgono dal basso e dal presente con quelle che vengono dal-l’alto e dal passato che a Palermo surriscalda la temperatura a livelli mai visti in vent’anni. E fa temere il ritorno alle stragi. Anche perché il repentino tracollo della Seconda Repubblica riproduce le stesse condizioni d’incertezza del ’92, quando Cosa Nostra pretese di sedere al tavolo dove si distribuivano le carte del nuovo sistema politico. E parlò con il suo linguaggio più persuasivo: il tritolo. “Fare la guerra per fare la pace”, diceva Riina. E, fra guerra e pace, ci fu la trattativa.

Chi oggi parla di rischio stragista dovrebbe essere più esplicito e dire tutto quello che sa e ha capito: il miglior modo che ha lo Stato di proteggere i pm è quello di raccontare finalmente la verità. I mafiosi la conoscono benissimo. Gli italiani ancora no.

Alte discariche dello Stato (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 24/11/2013.Marco Travaglio attualità

Perché Totò Riina è così inferocito contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo alla trattativa Stato-mafia? Secondo alcuni detrattori di quel processo, Riina dovrebbe esser grato ai pm per avere spostato l’attenzione dalle responsabilità di Cosa Nostra a quelle dello Stato. E allora perché l’ex (?) capo dei capi vuole ucciderli “come tonni”? Le possibili spiegazioni sono due. La prima: per ogni boss, il prestigio e la credibilità personali sono parte integrante del potere. La storia della trattativa dipinge invece un Riina feroce, ma anche – per così dire – ingenuo: mandato avanti a fare le stragi da chi – come disse Provenzano a Vito Ciancimino – “gli ha promesso qualcosa di veramente grosso”, poi coinvolto nella trattativa, poi indotto a eliminare Borsellino che la ostacolava e infine intrappolato dagli stessi Ros con cui aveva trattato, forse con la collaborazione di Provenzano. Non proprio una bella figura. La seconda spiegazione, peraltro sovrapponibile alla prima, riguarda l’oggi: finchè la trattativa fu una voce di pentiti perlopiù ignorata dalla grande stampa e dunque dai cittadini, lo scambio di favori fra Stato e mafia poteva continuare indisturbato. E infatti continuò fino a tre-quattro anni fa (il terzo “scudo fiscale” per il rimpatrio anonimo e quasi gratuito dei capitali sporchi è del 2009). Ma ora, complice la vasta eco suscitata dalle telefonate Mancino-Quirinale e dalla citazione di Napolitano come testimone, la trattativa è all’attenzione di tutti. Dunque è più difficile per la classe politica elargire altri regali alle mafie senza dare nell’occhio. Il che fa letteralmente impazzire i boss, specie quei pochi che marciscono al 41-bis da vent’anni, comprensibilmente stufi dei politici che li hanno usati “come merce di scambio” senza mantenere le promesse, non tutte almeno (lo ricordò Leoluca Bagarella nel 2002 dalla gabbia di un processo, leggendo un comunicato “a nome dei detenuti al 41-bis”, manco fosse un sindacalista). La revoca dei 41-bis a 334 mafiosi nel ’93, la legge “manette difficili” del ’95, la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara nel ’97, l’abolizione dell’ergastolo (poi ritirata) nel ’99, la legge ammazza-pentiti Napolitano-Fassino del 2001 e i tre scudi fiscali dal 2001 al 2009 sono regali graditissimi. Ma l’aspettativa, nel ’92, era ben più pretenziosa: la posta in palio erano anche e soprattutto la revisione del maxiprocesso, il“fine pena forse”, la “dissociazione” a costo zero al posto del devastante pentitismo. Nonostante i generosi sforzi di destra e sinistra, questi obiettivi non sono stati raggiunti. B. pensava, sì, agli amici degli amici, ma soprattutto a se stesso. E oggi qualunque cedimento, anche se ammantato come sempre di “garantismo”, farebbe gridare alla nuova Trattativa, dunque viene stoppato sul nascere. Il tutto mentre la Seconda Repubblica sta declinando per cedere il passo alla cosiddetta Terza. Parte di Cosa Nostra vorrebbe infilarvisi alla solita maniera, quella delle stragi: ma il fatto stesso che le minacce si susseguano, finora fortunatamente a vuoto, indica che il fronte è spaccato: fra la vecchia guardia (alla Riina) che sa parlare solo con le bombe e quella nuova che (sulla scia di Provenzano) sa parlare anche altri linguaggi. Tra quell’incudine e quel martello, si muove Di Matteo con i suoi colleghi, in un processo che forse neppure lui immaginava così scomodo: non solo per lo Stato, ma anche per la mafia. Infatti, mentre la mafia lo minaccia, lo Stato lo processa davanti al Csm. Si dice sempre che un messaggio delle alte cariche dello Stato è come la sigaretta per il condannato a morte: non si nega mai a nessuno. Ma non è più così: in tanti mesi di minacce di morte, Di Matteo non ha mai ricevuto una riga di solidarietà, né pubblica né privata, da Napolitano (si chiama Di Matteo, mica Mancino), da Grasso, dalla Boldrini, dalla Cancellieri (si chiama Di Matteo, mica Ligresti). Silenzio di tomba. Almeno le urla belluine di Riina hanno il merito di farlo sentire un po’ meno solo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: