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DERIVATI. NOI COME LA GRECIA

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Fonte ilmanifesto.it DI GUIDO VIALE 29/06/2013 attualità
Preoccupanti legami tra banchieri, privati e pubblici, imbroglioni, e affamatori del “popolo bue”.

Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere quasi niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26 giugno, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del Pil italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota. Il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell’anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell’importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che le università italiane).

Naturalmente il ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale zero. Infatti solo un anno fa su un’altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c’era stata una interrogazione parlamentare dell’Idv e una elusiva risposta – «si tratta di un caso unico e irripetibile» – del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite «a futura memoria», che verranno cioè caricate sul bilancio dello stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti «al di sopra delle loro possibilità», potrebbero ammontare a molte decine di miliardi di lire.

Ma facciamo un passo indietro: da tre anni ci ripetono che la Grecia ha fatto il suo ingresso nell’euro truccando i conti perché, in base al suo indebitamento, non ne avrebbe avuto titolo; di qui i guai – e che guai! – in cui è incorsa successivamente. Successivamente. Perché all’epoca del suo ingresso nell’euro nessuno si era accorto di quei trucchi. Poi si è scoperto che a organizzarli era stata la banca Goldman Sachs, allora diretta, per tutto il settore europeo, da Mario Draghi, nel frattempo assurto alla carica di presidente della Bce, cioè dell’organo preposto a garantire la riscossione di quei debiti contratti in modo truffaldino. E di quei trucchi non si è più parlato.

Ma lo stratagemma a cui il governo greco e Goldman Sachs erano ricorsi per truccare i conti era proprio quello di nascondere un indebitamento eccessivo (secondo i parametri di Maastricht) dietro a derivati da saldare in futuro. Nello stesso periodo – o poco prima, cioè con maggiore preveggenza – il governo italiano sembra essere ricorso esattamente allo stesso stratagemma: ufficialmente per coprire il debito italiano dai rischi del cambio (allora c’era ancora la lira) e dalle variazioni dei tassi di interesse: i derivati sono stati infatti introdotti nel mondo della finanza come forma di assicurazione contro la volatilità dei cosiddetti mercati; ma, come si vede, la funzione che svolgono è esattamente il contrario.

E’ comunque del tutto evidente che lo scopo effettivo di quelle operazioni era quello di “truccare” i conti e garantire così anche all’Italia l’ingresso nell’euro. Qui la presenza ricorrente dello stesso personaggio è ancora più dirompente; perché nel periodo che intercorre tra la probabile – non se ne sa ancora molto – sottoscrizione di quei derivati e l’emersione dei primi debiti che essi comportano Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro (l’organismo contraente) dal 1991 al 2001; poi, utilizzando in modo spregiudicato il cosiddetto sistema delle “porte girevoli”, responsabile per l’Europa di Goldman Sachs (una delle banche sicuramente coinvolta in queste operazioni), poi Governatore della Banca d’Italia e poi presidente della Bce e in questo ruolo uno degli attori più decisi a far pagare agli italiani – e agli altri infelici popoli vittime degli stessi raggiri – la colpa (in tedesco schuld, che, come ci ricordano i ben informati, vuol dire anche debito) di essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”.

Non basta: ogni sei mesi, ci informa sempre Repubblica, il Tesoro è tenuto a trasmettere una relazione sullo stato delle finanze pubbliche, comprensivo anche dei dati sull’esposizione in derivati, alla Corte dei Conti. Ma in venti anni o quasi, questa si è accorta solo ora dei rischi connessi a queste operazioni e, per saperne di più, ha inviato la Guardia di Finanza nelle stanze del Tesoro; che però si sarebbe rifiutato di esibire la relativa documentazione. Ci ricorda qualcosa tutto ciò? Si ci ricorda da vicinissimo le recenti vicende del Monte dei Paschi di Siena i cui dirigenti – oggi in carcere o sotto inchiesta perché considerati dalle procure di Siena e Roma degli autentici delinquenti – sono riusciti a nascondere alla vigilanza della Banca d’Italia (che combinazione!) una esposizione debitoria incompatibile con il regolare funzionamento di una banca, nascondendola sotto degli onerosissimi derivati, che hanno tenuto rigorosamente nascosti per anni.

Il casinò dei derivati accomuna così le istituzioni di governo del paese alle banche truffaldine (per ora MPS; ma chissà quante altre si trovano nelle stesse condizioni, e non solo in Italia. Mario Draghi al vertice della Bce non ispira certo tranquillità). Per saperne di più, cioè per capire in che mani siamo finiti, in che mani ci hanno messo i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni (da quando la teoria liberista e il pensiero unico la fanno da padroni e, in termini pratici, da quando è stato portato a termine il famigerato divorzio tra Tesoro e Banca centrale che ha messo le politiche dei governi in balia della finanza: leggi degli speculatori internazionali), basta leggere la sinossi di come funziona il casinò dei derivati che ne fa Luciano Gallino (Repubblica, 26 giugno).

«Nel mondo – spiega Gallino – circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati [cioè 700mila miliardi, oltre 10 volte il valore presunto del prodotto lordo mondiale, nota mia], di cui soltanto il 10 per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice, “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore». Ma aggiunge, anche di quel dieci per cento scambiato nelle borse, a definirne il valore concorre solo il 40 per cento [cioè il 4 per cento degli scambi complessivi, nota mia]. «Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine…Di tali transazione a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozone e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in USA si svolgono mediante computer governati da algoritmi…che operano a una velocità anche di 22mila operazioni al secondo…Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” [praticamente tutti gli esponenti del mondo politico, imprenditoriale, manageriale e accademico europei, nota mia] dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. «Macchine cieche e irresponsabili – aggiunge Gallino – opache agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E per di più, inefficienti». Ma molto efficienti però, aggiungo io, nel trasferire ricchezza dai redditi da lavoro e dalla spesa sociale ai profitti e alla rendita, compito che nel corso degli ultimi trent’anni hanno svolto egregiamente. E non senza che gli addetti alla “regolazione” dei mercati, siano essi manager o politici, o entrambe le cose grazie al sistema delle “porte girevoli”, ci abbiano messo tutta la loro scienza e il loro potere per portare questo trasferimento fino alle estreme conseguenze, quelle che oggi possiamo vedere esposte in vetrina nella catastrofe della Grecia. Ma allora, perché continuare a rimaner sottomessi a un sistema simile? Non è ora di trovare la strada per tirarsene fuori al più presto?

Guido Viale
Fonte: http://www.ilmanifesto.it

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Monte dei Paschi di Siena: perdita colossale di 3,17 miliardi

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Fonte Wall Street Italia Pubblicato il 28 marzo 2013 attualità
Buco totale in 24 mesi: -7,9 miliardi. La banca senese, la piu’ a rischio del sistema italiano, annuncia un bilancio 2012 ben peggiore rispetto alle stime, per le perdite sui prodotti strutturati (quelle su cui sta indagando la Procura). Il portafoglio titoli e derivati a fine dicembre ammonta a 38,4 miliardi, di cui 26,5 miliardi in Btp. Esposizione debitoria netta verso la Bce: 27,5 miliardi. LEGGI IL BILANCIO MPS
ROMA (WSI) – Banca Mps ha chiuso il 2012 con una perdita di 3,17 miliardi di euro dopo aver rettificato crediti per 2,7 miliardi e per effetto della contabilizzazione delle perdite sui prodotti strutturati di anni precedenti, su cui sta indagando la Procura di Siena.

Nel 2012 i costi sono calati del 3,7% mentre i ricavi sono in calo del 6,2%. I crediti deteriorati a fine dicembre ammontano a 17 miliardi, in crescita del 30% sul 2011. Lo si legge in una nota della banca senese al termine del consiglio di amministrazione.

Una media delle stime di analisti sentiti da Reuters indicava una perdita 2012 vicina a 2,5 miliardi dopo che nel 2011 la banca ha chiuso in rosso per 4,7 miliardi. (Reuters)

Complessivamente Mps ha una esposizione debitoria netta verso la Bce pari a 27,5 miliardi, su una esposizione complessiva netta nella raccolta interbancaria pari a 33,8 miliardi. E’ quanto emerge dalla presentazione dei risultati di bilancio 2012 di Mps. (ASCA)

(ANSA) – MILANO, 28 MAR – Mps chiude il 2012 con una perdita netta di 3,17 miliardi dopo rettifiche su crediti, effettuate anche su pressing della Banca d’Italia, per 2,67 miliardi, di cui 1,37 miliardi nel solo quarto trimestre. Il rosso e’ superiore alle attese degli analisti. Il portafoglio titoli e derivati a fine 2012 ammonta a 38,4 miliardi di euro in aumento di 1 miliardo rispetto al precedente esercizio con un’esposizione concentrata sui titoli di stato italiani.(ANSA).

(ASCA) – Siena, 28 mar – ”Ribadiamo l’intenzione di ridurre il nostro portafoglio immobilizzato compatibilmente con le condizioni di mercato”. Cosi’ Fabrizio Viola, Ad di Mps, parlando del rilevante portafoglio di Btp del Monte dei Paschi (26,5 miliardi), le cui perdite avevano indotto l’Eba a richiedere alla banca senese un rafforzamento patrimoniale. La riserva Afs grazie al recupero dei titoli di Stato resta negativa a -2,6 miliardi, ma migliora rispetto a -3,2 miliardi del settembre 2011.

(ASCA) – Siena, 28 mar – ”E’ un bilancio di svolta che rendiconta tutte le azioni di discontinutita’. E’ stato un esercizio difficile per tutti. C’e’ stata una accelerazione del piano industriale. C’e’ un nuovo management, c’e’ una nuova organizzazione. Prima di procedere sul percorso del piano triennale si e’ proceduto in una operazione di trasparenza sui prodotti strutturati, la corretta contabilizzazione di alcune spese del personale relative a precedenti esercizi, nonche’ la svalutazione degli avviamenti. Si e’ concluso anche il rafforzamento patrimoniale”. Cosi’ Fabrizio Viola, Ad del Monte dei Paschi di Siena, presentando i risultati del 2012 chiusi con una perdita di 3,17 miliardi.

Firenze , 28 mar. (TMNews) – “Il lavoro dal punto di vista della finanza si è concluso”. Lo ha sottolineato l’amministratore delegato di Banca Mps, Fabrizio Viola, in conference call, riferendosi all’analisi dei prodotti finanziari effettuata dall’attuale dirigenza nei confronti della gestione precedente. “E’ una notizia da valutare in modo positivo perché dà certezze per il futuro e -ha continuato Viola- ci consente di essere una delle banche, se non la banca, con la percentuale di illiquid assets cosiddetti più bassa del sistema. Questa categoria di titoli pesa per lo 0,13% contro la media dello 0,9 per i principali concorrenti domestici”.

Derivati, la Procura di Trani indaga su cinque banche

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Fatto Quotidiano 2/02/2013 di Filippo Barone e Antonio Massari attualità
Chi di derivati colpisce, di derivati perisce. E così, mentre la procura di Siena e quella di Trani attivano la loro collaborazione, fissando incontri per la prossima settimana, ieri il Monte dei Paschi s’è ritrovato i militari allo sportello, sempre per questioni di derivati, ma si tratta di ben altra storia: questa volta parliamo dei derivati che ha fatto sottoscrivere a propri clienti. E’accaduto a Corato, in provincia di Bari, dove i finanzieri inviati dalla procura di Trani hanno sequestrato, all’Istituto senese, 358 mila euro per un contratto firmato da un’impresa locale. Un’inchiesta, quella pugliese, condotta dal pmAntonio Savasta, che vede indagati –oltre che 61 dirigenti di alcune filiali pugliesi di Mps e Banca Intesa – ben 8 ispettori di Bankitalia, tra i quali Anna Maria Tarantola, attuale presidente Rai, con l’accusa di omessa vigilanza. In una nota a sua firma, infatti, Bankitalia scriveva di non aver “ravvisato, per profili di competenza, aspetti di rilievo sanzionatorio e amministrativo”. E proprio la procura di Trani, sull’altro, incandescente scandalo dei derivati – quello su cui indaga la procura di Siena – ha aperto pochi giorni fa un altro fascicolo, nato da un esposto dell’Adusbef: i pm Michele Ruggero e Antonio Savasta – che nei prossimi giorni dovrebbero incontrare i colleghi toscani – sembrano intenzionati, anche in questo caso, a valutare le responsabilità di Bankitalia e della Consob. Il sequestro di ieri, invece, è la tappa di un’indagine di più ampia portata, sui contratti deriva- ti piazzati alle imprese da Mps e Intesa San Paolo, partita nel gennaio 2012. Da allora ha por- tato al sequestro di contratti “in terest rate swap”per 220 milioni di euro, oltre che a 10 milioni di euro valutati come frutto d’ingiusto profitto e nel mirino dei pm, come abbiamo scritto, sono rientrati anche gli ispettori di Bankitalia che non avrebbero sanzionato i due gruppi bancari. Altri accertamenti sarebbero in corso per Unicredit, Credem e Bnl. Il sequestro dell’altro giorno si fonda su un prestito mai concesso, spiegano gli inquirenti, sul quale, però, la banca avrebbe fatto sottoscrivere all’imprenditore un contratto di garanzia: uno swap di 4 milioni e mezzo di euro. Un contratto che in teoria servirebbe a coprire dal rischio di oscillazione del tasso, ma che si è rivelata una strana forma di gioco d’azzardo. RISULTATO: l’imprenditore si è trovato addebiti per 415 milaeuro. Senon bastasse, s’è aggiuntoi l danno della segnalazione come cattivo pagatore, per la sofferenza bancaria, che taglia di colpo all’impresa l’accesso al credito anche da altre banche. Intesa San Paolo, con una nota, ieri ha pre- cisato che le indagini sui derivati condotte dalla Procura di Trani “hanno riguardato le relazioni della controllata Banco di Napoli con alcune so- cietàclienti.Ilgruppo IntesaSanpaolohapresta- to, come di consueto, la massima collaborazione nei confronti degli organi inquirenti, con piena fiducia nella loro azione. Le operazioni in que- stione hanno rilevanza trascurabile e non signi- ficativa per il bilancio del gruppo”. Resta il fatto, però, che se le banche italiane hanno i loro grattacapi, sommerse da 218 miliardi di euro di derivati (fonte Mediobanca), non stanno meglio dei loro clienti, ai quali sono state piazzate altrettante bombe finanziarie: Bankitalia parla di 170 miliardi di euro finiti nei bilanci d’imprese e privati. In- tanto, la procura di Trani, ha sentito ieri il tesoriere di Banca Intesa, Giuseppe Attanà, per un’ulteriore l’inchiesta: quella sulla manipolazione del tasso Euribor

La signora dei derivati non investe mai in borsa

corelFatto Quotidiano 22/01/2013 di
Leonardo Martinelli attualità
da Parigi Dall’altra parte della città, nei grattacieli della Défense, le sale trading delle banche d’affari sono già piene dei soliti personaggi stretti in completi griffati, gemelli d’oro sfoggiati ai polsini. Non sono ancora le otto. Èuna gelida mattinaa Parigi. Nicole El Karoui arriva in un bar di quartiere nella piazza di Jussieu, per il caffè e il crois- sant, prima dell’inizio di un cor- so in quel mostruoso edificio anni70 cheè l’università Pierre etMarie Curie.Madame ElKaroui è chiamata “la maga dei derivati”, ha inventato un modello matematico orginale e a lei si ri- volgono da tutto il mondo. Una ventina di anni fa, infatti, ha ideato un master (Probabilités et f i n a n ce ) conosciuto fra i traders come “el Karoui”.“Lo facciamo ancora tutto in francese, pro- prioperlimitare ledomandedi iscrizione, almeno dall’estero”, assicura. Si formano i quants, gli analisti quantitativi: sono gli specialisti di derivati, quei com- plessi strumenti finanziari che nel 2008 fecero fallire la Lehman Brothers. All’origine del patatrac successivo, in real- tà, sonoancora oggigettonatis- simi. “Lacrisi c’è,anche inquel settore, ma relativa –sottolinea El Karoui -. Prima i nostri allievi terminavano il loro stage a set- tembre e al massimo a Natale avevano un posto di lavoro. Ora devono aspettare la Pasqua suc- cessiva”. La maggior parte dei laureati al master si trasferisce (strapagata) fra Londra e New York. Un quant su tre a livello mondiale è francese. CLASSE 1944, nata a Parigi, ni- pote di un pastore protestante, Nicole El Karoui (il cognome del marito, un antropologo tu- nisino) è anche una delle mag- giori esperte del globo di mate- matica finanziaria, all’origine di alcuni dei più sofisticati derivati. Fu solo a 44 anni che la sua esi- stenza di matematica pura, esperta di teoria delle probabi- lità e di calcolo differenziale stocastico, siincrociò conla finan- za. Anche per evitare il trasferi- mento della scuola dove inse- gnava a Lione e per restare vi- cina ai suoi cinque figli (tirati su senza baby-sitter), accettò di lavorare sei mesi alla Compagnie bancaire, un istituto finanziario: “Avevano bisogno delle mie specializzazioni. Io non sapevo neanche cosa fosse un’obbliga – zione: andai sul dizionario a ricercare la parola”. In ogni caso, scattò una scintilla: “Mi appassionai subito a quelle nuove ri- cerche. I derivati erano ancora considerati per quello che sono: prodotti capaci di assicurarsi contro i rischi di un investimeno, anche per un imprenditore”. I problemi sono venuti dopo il 2000, quando dei derivati si è abusato. Quando si sono convertiti a loro volta in vettori di speculazione. “È così per tutte le cose –continua la professoressa -, come un farmaco: a piccole dosi è efficace, un uso eccessivo può diventare catastrofico”. C’è pure chi ne ha fatto il capro espiatorio della crisi finanziaria. È una delle accuse principali è aver concepito prodotti via via sempre più astrusi: “Ma si ha idea degli algoritmi complessi che ci sono dietro al semplice utilizzo di Google, quando si fa una ricerca? Per i derivati è uguale. Noi offriamodegli stru- menti, tutto qui. Se la prendono on i matematici. Ma perché non si affrontano altri tipi di problemi. Ad esempio: perché gli Stati Uniti non cominciano finalmente a ridurre il loro de- bito? Perché continuano a pre- stare soldi a un tasso vicino allo zero ? Perché i grandi padroni della finanza europea, Mario Draghi compreso, provengono quasi tutti da Goldman Sachs?”. El Karoui avrebbe dovuto già andare in pensione. Ma beneficia di una deroga particolare. Lavora un’ottantina di ore alla settimana, fra docenza e ricer- che. Ne dorme cinque ogni not- te. Assicura «di non investire neanche un euro in Borsa». Controlla le aperture dei merca- ti azionari, la mattina? «Non proprio», risponde. In aula la aspetta un gruppo di studenti. Già tra qualche mese guadagneranno molto più di lei. “Non mi scandalizzano solo gli alti sti- pendi della finanza. Più in generale non capisco come mai bi- sogna guadagnare così tanto per lavora

CHE (SPE)CULO! – “THIRD POINT”, L’HEDGE FUND DELL’AMERICANO DAN LOEB, HA GUADAGNATO 500 MILIONI $ IN POCHI MESI SCOMMETTENDO SULLA NON USCITA DELLA GRECIA DALL’EURO – DISASTRO PER GRAN PARTE DEGLI ALTRI SPECULATORI: DA SOROS A JOHN PAULSON

CHE (SPE)CULO! – “THIRD POINT”, L’HEDGE FUND DELL’AMERICANO DAN LOEB, HA GUADAGNATO 500 MILIONI $ IN POCHI MESI SCOMMETTENDO SULLA NON USCITA DELLA GRECIA DALL’EURO – DISASTRO PER GRAN PARTE DEGLI ALTRI SPECULATORI: DA SOROS A JOHN PAULSON CHE HA SCOMMESSO SULLA RIPRESA ECONOMICA USA E SUL TRACOLLO DI QUELLA TEDESCA, PERDENDO IL 60 % DEL VALORE DEL SUO HEDGE FUND
Dal “Financial Times”
http://on.ft.com/SRyIvm

daniel loeb
Credere che ci sia chi si arricchisce mentre la maggior parte dell’Europa e del mondo è sconvolta dalla crisi economica è già difficile. Ma pensare che esista chi addirittura si arricchisce GRAZIE alla crisi, è un evento più unico che raro.

LOEB DANIEL
Eppure è successo, e non ai soliti infausti sciacalli della finanza che speculano sulle disgrazie dell’euro. O meglio, è capitato a uno appartenente alla loro stessa razza corvina, solo che stavolta lui, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi, è volato controcorrente. Si chiama Dan Loeb, è americano ed è a capo di uno dei maggiori hedge fund del mondo, Third Point.

Il signor Loeb, mentre gli speculatori di tutte le latitudini gufavano contro i PIGS, i paesi più deboli dell’eurozona, ha pensato bene di investire una certa sommetta proprio sul paese più disgraziato di tutti: la Grecia. La sommetta in questione ammonta a circa un miliardo di dollari, trasformati in rischiosissimi titoli di stato ellenici.

GRECIA CRACK Ecco che qualche mese più tardi quella somma è tornata indietro con gli interessi, permettendo a Third Point di intascare 500 milioni di dollari. E così, mentre la tanto temuta agenzia di rating Standard & Poors ha sollevato la valutazione dell’economia greca grazie agli sforzi e alla determinazione dell’Ue a tenerla ancorata alla zona euro, mister Loeb si ritrova a contare banconote.

GEORGE SOROS La stessa sorte non è toccata però a molti altri hedge fund, per i quali anzi quest’anno è stato disastroso. A cominciare da George Soros, uno degli speculatori più famosi del mondo, che nel ’92 riuscì ad affossare la Banca d’Inghilterra, per continuare con John Paulson, che ha erroneamente scommesso su una ripresa economica degli Stati Uniti e su un peggioramento dello stato di salute delle obbligazioni tedesche. Mai previsioni furono meno azzeccate. Dal 2010 a oggi, l’hedge fund di Paulson ha perso circa il 60 per cento del suo valore.

ANGELA MERKEL Tutte notizie che non fanno che accrescere la felicità di Dan Loeb, che proprio ieri festeggiava il suo 51esimo compleanno. Il capo di Third Point, celebre in patria per essere uno che non le manda a dire (ne sa qualcosa Barack Obama, contro il quale spesso l’imprenditore si è scagliato pubblicamente), ha deciso di mantenere una quota di titoli greci, fiducioso di poterci guadagnare ancora.

John Paulson
Della serie, chi ci specula non rosica

La finta guerra di Usa e Ue alla troika delle pagellee ora torna la finanza tossica Addio riforme contro lo strapotere di Moody’s, S&P e Fitch


La Repubblica 14//07/2012 FEDERICO RAMPINI Attualità
“Le agenzie di rating furono tra i carburanti della crisi nel 2008 e possiamo chiederci se non facciano lo stesso oggi”. Sono parole di Christian Noyer,
governatore della Banca di Francia. Non solo nell’eurozona stremata dai declassamenti sovrani, ma anche negli Stati Uniti le Tre Signore dei rating sono sotto tiro. Le hanno definite “il più strano ibrido del capitalismo finanziario”: sono società private, svolgono la loro attività a scopo di profitto, ma di fatto occupano un ruolo di regolatrici dei mercati. Questo accade perché vaste categorie di investitori istituzionali — tanto più se tenuti a comportamenti prudenti, come i fondi pensione — devono per legge o per statuto acquistare solo titoli che abbiano un rating o “voto” elevato a tutela del loro valore e della loro solvibilità. Conflitti d’interessi strutturali; errori macroscopici; sospetti di comportamenti illeciti: tutto ciò ha spinto sia le autorità americane che quelle europee a promettere cambiamenti. In due direzioni. Da una parte un controllo più stringente sulle agenzie di rating. Dall’altra una riduzione degli ambiti in cui si esercita il loro potere (immenso). Sulle agenzie di rating si è svolta una battaglia spesso nascosta, di cui i cittadini sono all’oscuro, nonostante che dall’esito di questa battaglia possa dipendere la stabilità dei loro risparmi, e perfino il “segno” sociale della politica economica di tanti governi. Ma i propositi riformatori sono rimasti spesso sulla carta. Intanto torna a imperversare la “finanza tossica”, i derivati fanno nuovi danni, come se il 2008 fosse accaduto invano.

Scandali e inchieste
In corso class action contro le due big
per aver alimentato il disastro mutui

TRA gli incidenti più misteriosi – su cui indaga la magistratura di Parigi – c’è il “falso downgrading” della Francia, una notizia errata, trapelata il 10 novembre 2011 dagli uffici della S&P, suscitando in pochi minuti oscillazioni isteriche sui mercati. Chi ha guadagnato dalle agitazioni speculative che seguirono quell’infortunio – o presunto tale – della più grande agenzia di rating mondiale? Perché S&P non ha dovuto pagare risarcimenti? Sotto l’Amministrazione Obama il dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine su S&P, per far luce sui “rating impropri” assegnati ai bond legati a mutui immobiliari. I procuratori federali formulano accuse pesanti: certi analisti di S&P volevano assegnare dei voti bassi ad alcuni titoli della finanza tossica, ma i loro pareri furono ignorati per l’intervento di dirigenti superiori “nell’interesse del business”. Nel settembre 2011 la Sec pubblicava un rapporto duro con le agenzie di rating. Ecco alcune delle rivelazioni. In una delle maggiori agenzie, a dare le pagelle sulla solvibilità di una società era un analista che era azionista della società stessa. Un’altra agenzia comunicò in anteprima ad “amici intimi” un imminente cambio dei suoi voti: insider trading. Una terza è stata colta in fallo perché i suoi rating venivano assegnati senza seguire le regole che lei stessa si era data. E’ in corso una class-action contro S&P e Moody’s, promossa per ottenere risarcimenti agli investitori nei mutui subprime.

Le nuove regole americane
Un’authority fantasma e senza soldi per l’ostruzionismo dei repubblicani

NELLA grande riforma dei mercati promossa da Obama, e approvata dal Congresso con il nome di legge Dodd-Frank (i due parlamentari firmatari), c’è di che ridimensionare e disciplinare il potere delle agenzie. Almeno in teoria. La Sec, che oltre a vigilare sulla Borsa è diventata l’authority di controllo sulle agenzie, ha deciso di ridurre il ricorso ai rating in molti dei suoi regolamenti. Ha promesso di elaborare dei metodi sostitutivi per chi voglia investire in modo trasparente sfuggendo alla “dittatura dei rating”. La Dodd-Frank allarga il campo della responsabilità civile, per facilitare gli investitori che vogliano rivalersi sulle agenzie. Infine è stato creato l’apposito Office of Credit Ratings, destinato a diventare il “cane da guardia” che starà alle calcagna delle Signore dei rating. Il problema è che questa nuova authority resta una fantasma. Mancano i fondi per farla funzionare. Guarda caso, il suo finanziamento è bloccato al Congresso dall’ostruzionismo del partito repubblicano. Il metodo è classico, lo hanno seguito tutte le lobby della finanza: oltre a battersi apertamente contro la riforma Obama, hanno operato “trasversalmente” per sospendere le nomine e negare le risorse finanziarie alle authority già esistenti o a quelle di nuova creazione. «E’ la rivincita delle agenzie di rating», titolava il New York Times nell’agosto del 2011. Poco è mutato da allora.

Il ritorno dei derivati
Nessun limite al loro strapotere
solo l’India li ha messi al bando
COME nella “Notte dei morti viventi”: stanno rinascendo gli zombi. E’ di ieri la nuova rivelazione della JP Morgan Chase, la più grande banca americana e mondiale: è salito a 5,8 miliardi di dollari il “buco” creato nel suo bilancio dalle speculazioni sui derivati. Tutta colpa dell’ufficio di Londra a cui la JP Morgan Chase aveva dato carta bianca per tornare ad assumere rischi immensi nella finanza derivata. Poche e confuse, le spiegazioni fornite dal chief executive Jamie Dimon, che continua a parlare genericamente di un «trading fatto male». Nonostante i danni fatti nel 2008 dai credit default swaps — titoli derivati che si presentano come polizze assicurative contro il default di questo o quel debitore, privato o sovrano — gli stessi strumenti continuano ad essere utilizzati. Difficile non cogliere l’aspetto schizoide o bipolare della finanza: da una parte gli investitori sono severi, talvolta spietati con Stati che non appaiono degni di fiducia; d’altra parte colossi bancari e hedge fund continuano a investire in titoli ad altissimo rischio come i derivati. L’India è l’unica grande nazione che ha messo al bando la finanza derivata dalla sua Borsa. La Tobin Tax continuamente riproposta da alcuni governi europei potrebbe essere il “granello di sabbia” che inceppa gli ingranaggi della finanza ad alto rischio? Più probabilmente si sposterebbe altrove, visto che la più grande piazza finanziaria europea (Londra) si è già chiamata fuori.

Wall Street è diventata un gigantesco casinò finanziario e la speculazione sui derivati(assicurazioni)


Redazione
La cinica borsa americana che scommette sull fallimento dei paesi è forse ora che i movimenti tipo occupy wall Street riescano a obbligarli a darsi una regolamentazione
The Economic Collapse 19 Ottobre 2011

La maggior parte delle persone non ha idea che Wall Street è diventata un gigantesco casinò finanziario. Le grandi banche di Wall Street stanno facendo miliardi di dollari all’anno con il mercato dei derivati, e nessuno nella comunità finanziaria vuole che la festa finisca. La parola “derivati” sembra complicata e tecnica, ma comprenderli non è poi così difficile. Un derivato è essenzialmente un modo elegante per dire che è stata fatta una scommessa. Originariamente, queste scommesse sono state progettate per coprire il rischio, ma oggi il mercato dei derivati ​​si è sviluppato in una montagna di speculazione, diversa da qualunque cosa il mondo abbia mai visto prima. Le stime del valore nominale del mercato dei derivati ​​in tutto il mondo vanno dai 600 trilioni di dollari a 1,5 quadrilioni di dollari. Tenete presente che il PIL mondiale si avvicina ai 65 trilioni di dollari. Il pericolo per il sistema finanziario globale rappresentato dai derivati ​​è così grande che Warren Buffet una volta li ha definiti “armi finanziarie di distruzione di massa” . Per ora, i poteri finanziari stanno cercando di mantenere il funzionamento del casinò, ma è inevitabile che ad un certo punto l’intero pasticcio crollerà. Quando lo farà, affronteremo una crisi dei derivati ​​che potrebbe davvero distruggere l’intero sistema finanziario globale
La maggior parte delle persone non parla molto di derivati ​​perché semplicemente non li capisce.
Forse un paio di definizioni sarebbero utili.
Di seguito il modo in cui un recente articolo di Bloomberg ha definito i derivati ​​….

I derivati ​​sono strumenti finanziari utilizzati a copertura dei rischi o a scopo speculativo. Sono derivati da azioni, obbligazioni, prestiti, valute e materie prime, o legati ad eventi specifici come i cambiamenti nel tempo o nei tassi di interesse.
La parola chiave è “speculazione”. Oggi quelli di Wall Street stanno speculando su qualsiasi cosa si possa immaginare.
Quello che segue è il modo in cui Investopedia definisce i derivati ​​….
Una garanzia il cui prezzo dipende o deriva da una o più attività sottostanti. Il derivato stesso è semplicemente un contratto tra due o più parti. Il suo valore patrimoniale è determinato dalle fluttuazioni del sottostante. Le attività sottostanti più comuni includono azioni, obbligazioni, commodities, valute, tassi d’interesse e indici di mercato. La maggior parte dei derivati ​​sono caratterizzati da elevata leva finanziaria.
Un derivato non ha un suo proprio valore di base. Un derivato è essenzialmente una scommessa laterale. Di solito queste scommesse laterali sono fortemente indebitate.
A questo punto, le scommesse laterali sono andate totalmente fuori controllo nel mondo finanziario. Scommesse laterali sono state fatte praticamente su qualsiasi cosa si possa immaginare, e le maggiori banche di Wall Street stanno facendo un sacco di soldi con questo. Questo sistema è quasi interamente non regolamentato ed è totalmente dominato dalle grandi banche internazionali.
Negli ultimi due decenni, il mercato dei derivati ​​si è moltiplicato. Tutto andrà bene fino a quando il sistema rimarrà in equilibrio. Ma una volta che perderà l’equilibrio potremmo assistere a una serie di crolli finanziari che nessun governo al mondo sarà in grado di risolvere.
La quantità di denaro di cui stiamo parlando è assolutamente sconcertante. Graham Summers della Phoenix Capital Research stima che il valore nominale del mercato globale dei derivati ​​è di 1,4 quadrilioni di dollari e in un articolo per Seeking Alpha ha provato a presentare quel numero in prospettiva .. ..
Se si somma il valore di ogni azione del pianeta, l’intera capitalizzazione di mercato sarebbe di circa 36 trilioni di dollari. Seguendo lo stesso procedimento per le obbligazioni, si otterrebbe una capitalizzazione di mercato di circa 72 trilioni di dollari.
Il valore nominale del mercato dei derivati ​​è di circa 1,4 QUADRILIONI di dollari.
Mi rendo conto che il numero suona come qualcosa di Looney Tunes, così cercherò di metterlo in prospettiva.
1,4 quadrilioni di dollari sono approssimativamente:
-40 VOLTE LA BORSA MONDIALE.
-10 VOLTE il valore di OGNI OGNI AZIONE e di ogni OBBLIGAZIONE SUL PIANETA.
-23 VOLTE IL PIL MONDIALE.
E’ difficile capire quanti soldi siano un quadrilione.
Se iniziate a contare in questo momento, un dollaro al secondo, ci vorrebbero 32 milioni di anni per contare fino a un quadrilione di dollari.
Sì, i ragazzi e le ragazze di Wall Street sono andati completamente e totalmente fuori controllo.
In un eccellente articolo sui derivati, Webster Tarpley ha descritto il ruolo fondamentale che in questo momento i derivati ​​giocano nel sistema finanziario globale …
Lungi dall’essere una qualche attività arcana o marginale, i derivati ​​finanziari sono giunti a rappresentare l’attività principale dell’oligarchia finanziaria a Wall Street, la City di Londra, Francoforte, e di altri centri finanziari. Uno sforzo concertato è stato fatto dai politici e dai media per nascondere e camuffare il ruolo centrale svolto dalla speculazione da derivati ​​nei disastri economici degli ultimi anni. I giornalisti e quelli delle relazioni pubbliche hanno fatto tutto il possibile per evitare anche solo di nominare i derivati, coniando frasi come “asset tossici”, “strumenti esotici”, e – soprattutto – “asset problematici”, come nel Troubled Assets Relief Program o TARP, alias il mostruoso salvataggio degli speculatori di Wall Street da 800.000 milioni di dollari che è stato emesso nel mese di ottobre 2008 con l’appoggio di Bush, Henry Paulson, John McCain, Sarah Palin, e i democratici di Obama.
Molti non lo sanno, ma i derivati ​​sono stati al centro della crisi finanziaria del 2008.
Saranno quasi certamente al centro della prossima crisi finanziaria.
Per molti, i campanelli d’allarme hanno smesso di suonare l’altro giorno quando è stato rivelato che Bank of America ha spostato una grossa fetta di derivati ​​dalla sua unità bancaria di investmenti in fallimento, Merrill Lynch, al suo ramo depositi.
Che cosa vuol dire?
Un articolo pubblicato sul The Daily Bail ha spiegato l’altro giorno che questo significa che i contribuenti degli Stati Uniti potrebbero finire nei guai ….
Ciò significa che l’esposizione della banca d’investimento ai derivati europei ​​è ormai passata ai contribuenti americani. Bank of America non ha ottenuto l’approvazione regolamentare per fare questo, l’ha fatto solo su richiesta delle controparti spaventate. Ora la Fed e la Fdic litigano sul fatto se questo sia un bene. La Fed vuole “dare sollievo” alla compagnia finanziaria, che è sotto pressione.
Si tratta di un trasferimento diretto di rischio per il contribuente, operato dalla banca senza l’approvazione da parte dei regolatori e senza contributo del pubblico.
Allora, avete sentito parlare di questo al telegiornale?
Probabilmente no.
Oggi, il valore nominale di tutti i derivati ​​detenuti da Bank of America arriva a circa 75 trilioni di dollari .
JPMorgan Chase è in possesso di strumenti derivati ​​per un valore nominale di circa 79 trilioni di dollari .
E’ difficile anche solo immaginare questi numeri.
In questo momento, le banche con la massima esposizione ai derivati ​​sono JPMorgan Chase, Bank of America, Goldman Sachs, Citigroup, Wells Fargo e HSBC Bank USA.
Anche Morgan Stanley ha un’esposizione enorme ai derivati.
Avrete notato che queste sono alcune delle banche “troppo grandi per fallire” .
Le maggiori banche statunitensi continuano a crescere e continuano a conquistare un potere sempre più grande.
Nel 2002, le prime 10 banche Usa controllavano il 55 per cento degli attivi bancari di tutti gli Stati Uniti. Oggi, le prime 10 banche Usa hanno il controllo del 77 per cento degli attivi bancari di tutti gli Stati Uniti.
Queste banche sono diventate così grandi e così potenti che se crollassero il nostro intero sistema finanziario potrebbe implodere.
Si sarebbe potuto pensare che avremmo imparato la lezione nel 2008 e avremmo fatto qualcosa, ma invece abbiamo permesso alle banche “troppo grandi per essere salvate” di diventare più grandi che mai.
Ed esse fanno più o meno quello che vogliono.
Qualche tempo fa, il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato ” Un’Elite Bancaria Segreta Regola il Mercato dei Derivati “. Tale articolo ha messo in luce il controllo ferreo che le banche “troppo grandi per fallire” esercitano sul commercio dei derivati. Basta considerare il seguente estratto da questo articolo ….
Nel terzo Mercoledì di ogni mese, i nove membri di un’élite di Wall Street si riuniscono a Midtown Manhattan.
Gli uomini condividono un obiettivo comune: tutelare gli interessi delle grandi banche nel vasto mercato dei derivati, uno dei più redditizi – e controversi – campi della finanza. Essi condividono anche un segreto comune: I dettagli dei loro incontri, anche la loro identità, sono strettamente confidenziali.
Quali istituzioni rappresentato in queste riunioni?
Ebbene, secondo il New York Times , le banche coinvolte sono: JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America e Citigroup.
Perché quegli stessi cinque nomi sembrano continuare a spuntare fuori ogni volta?
Purtroppo, queste cinque banche continuano a versare denaro nelle campagne dei politici che hanno sostenuto i salvataggi nel 2008 e che loro sanno che li tireranno fuori dai guai di nuovo quando la prossima crisi finanziaria colpirà.
Quelli che difendono il commercio selvaggio dei derivati ​​che si svolge oggi affermano che Wall Street è responsabile di tutti i rischi e ritengono che le banche di emissione saranno sempre in grado di coprire tutti i contratti derivati ​​che sottoscrivono.
Ma questo è un presupposto errato. Basta guardare AIG nel 2008. Quando il mercato immobiliare è crollato AIG era dalla parte sbagliata di un enorme numero di contratti derivati ​​e sarebbe “fallita”, senza i giganteschi salvataggi del governo federale. Se il salvataggio di AIG non fosse avvenuto, Goldman Sachs e un sacco di altra gente sarebbe rimasta lì con un sacco di carta senza valore.
E’ inevitabile che la stessa cosa accadrà di nuovo. Tranne che la prossima volta potrebbe essere su scala molto più grande.
Quando “la casa” va in “rovina”, tutti perdono. I governi del mondo potrebbero intervenire e cercare di salvare tutti, ma la realtà è che quando il mercato dei derivati ​​crollerà totalmente non ci sarà nessun governo al mondo con abbastanza soldi per ricostruirlo.
Una crisi terribile dei derivati ​​sta arrivando.
E’ solo una questione di tempo.
State allerta per qualsiasi menzione della parola “derivati” o del termine “crisi dei derivati” nelle notizie. Quando la crisi dei derivati ​​arriverà, le cose inizieranno ad andare in pezzi molto rapidamente.

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