Archivi Blog

I giorni dell’abbandono (Marco Travaglio).

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 13/04/2014. Marco Travaglio attualità

Fedeli alla linea che i fatti devono essere separati dalle opinioni, nel senso che non devono disturbarle, i giornaloni geneticamente modificati a immagine e somiglianza del Palazzo non dedicano una riga di commento alle conseguenze politiche della fuga del latitante Dell’Utri. Così come, verosimilmente, taceranno oggi su quelle del suo arresto a Beirut da parte dell’Interpol, e martedì su quelle della sentenza di Cassazione nel processo per mafia. Hanno fatto lo stesso l’altroieri su quelle della promozione di Berlusconi al rango di detenuto. “Non aprite quelle porte”, è la consegna. Altrimenti bisognerebbe dare ragione, con vent’anni di ritardo, a chi l’aveva sempre detto che Forza Italia è un partito fondato da fior di delinquenti per farla franca. “Le prove, ci vogliono le prove”, ribattevano i finti tonti. Poi arrivarono le prove. “Le sentenze, aspettiamo le sentenze”, insistevano. Poi arrivarono le sentenze.

“Devono essere definitive, presunzione di innocenza, garantismo”, salmodiavano. Con comodo, arrivarono anche le sentenze definitive. Previti fu condannato in Cassazione per due corruzioni giudiziarie, finì in galera per tre giorni, poi andò ai domiciliari e ne uscì grazie all’indulto. Silenzio generale. B. fu condannato per frode fiscale e sta per essere affidato ai servizi sociali. Zitti tutti. Dell’Utri attende la condanna definitiva per mafia, che lui dà per scontata (e per la precisione l’ha già avuta: la Cassazione ha annullato il primo verdetto d’appello solo per un periodo di 4 anni, confermandolo per oltre un ventennio) e se la svigna in Libano. Non vola una mosca. Intendiamoci: il silenzio non riguarda i dettagli, che anzi vengono sminuzzati e scandagliati nei minimi particolari proprio perché nessuno alzi gli occhi per uno sguardo d’insieme.

Il partito fondato da questi criminali matricolati è forse marginale ed emarginato, nella vita politica italiana? No, è tuttora centrale anzi indispensabile. E non solo per la riforma elettorale, che dovrebbe essere condivisa da tutti. Ma anche per il voto di scambio e persino per riformare la Costituzione repubblicana: un testo che nessun sano di mente farebbe toccare a certi figuri neppure con una canna da pesca. Invece Renzi, Boschi & C., sotto lo sguardo vigile di Re Giorgio, la stanno riscrivendo proprio con B. e con il partito fondato da Dell’Utri (il cui fratello gemello confida agli amici: “Quando Marcello parla, Silvio ubbidisce”). Eppure non si sente una voce, dal cosiddetto Parlamento e dalle presunte istituzioni, che osi obiettare: “Scusa Matteo, ma con chi stai parlando? Non sarebbe il caso di riconsiderare i compagni di viaggio, che fra l’altro hanno le mani impegnate da robuste paia di manette e potrebbero presto raggiungere Dell’Utri oltre confine? Che si fa, si organizza una Bicamerale nelle piantagioni d’oppio della valle della Bekaa, si traslocano i vertici istituzionali dal Nazareno alla foresta nera della Guinea-Bissau?”. Dopo vent’anni trascorsi a fingere di non vedere e non capire cos’è Forza Italia, farlo ora tutto d’un colpo pare brutto. Con la consueta eleganza, Pigi Battista ci spiega sul Corriere che fra i vari problemi del centrodestra c’è “l’istinto di abbandono di Dell’Utri”. Non è meraviglioso? Se la latitanza di Bottino Craxi era “esilio”, quella di Dell’Utri è “istinto di abbandono”. Del resto Fedele Confalonieri assicura a Salvatore Merlo, l’intervistatore più boccalone del Foglio, che Vittorio Mangano non era un boss sanguinario, ma “una specie contadino capo” che accudiva “un giardino di un milione di metri quadri”. Marcello l’aveva portato su direttamente da Palermo perché “si occupava di tutto, persino delle tende del salotto”. Poi, com’è noto, divenne un manager, un pubblicitario e soprattutto un bibliofilo, molto religioso tra l’altro. Ultimamente – rivela alla Stampa il gemello Alberto – era passato al “commercio di cedri”, e dove se non in Libano? Ma la sua vera passione “è crescere i giovani, formare le coscienze delle persone”. Sono vent’anni che raccontano balle e tutti ci credono. Perché dovrebbero smettere proprio adesso? Hanno ragione loro.

Annunci

B. PAGAVA COSA NOSTRA” 40 ANNI FA IL PATTO CON I BOSS DELL’UTRI L’INTERMEDIARIO

berlusconi-dellutri
Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013.Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza attualità

UNA VITA CON LA MAFIA.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA A 7 ANNI IN APPELLO RIVELANO IL RUOLO DELL’EX SENATORE. DEL CAIMANO LA CORTE SCRIVE: “MAI SFIORATO DAL PROPOSITO DI FARSI DIFENDERE DALLO STATO”.

Per vent’anni c’è stato un patto “di protezione” tra Berlusconi e Cosa nostra. Un patto siglato grazie al fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che non ha mai cessato, tra il ’74 e il ’92, di svolgere il ruolo di “mediatore contrattuale” tra l’ex premier e i boss, con comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”. Con questo ritratto di Dell’Utri, la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo ha depositato ieri le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa dell’ex senatore Pdl, spazzando via i dubbi sollevati dalla Cassazione sulla mafiosità “permanente” dell’imputato nel corso del suo rapporto ultraventennale con Berlusconi, e cioè fino al ’92. Il presidente Raimondo Loforti aveva delimitato l’oggetto della prova alle sole condotte da verificare secondo il dettato della Suprema Corte. E cioè: quelle del periodo ’78-’82, parentesi nella quale Dell’Utri si allontana da Berlusconi e va a lavorare con l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. E quelle della stagione che va dall’82 al ’92, quando – uccisi i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi, e modificato il vertice di Cosa nostra con lo strapotere dei boss corleonesi – occorreva provare “l’aspetto psicologico” del reato di concorso esterno: ovvero che Dell’Utri avesse continuato a mediare tra i padrini siciliani e Berlusconi con la consapevolezza del proprio ruolo.

“In sinergia con i clan”

Oggi i giudici di Palermo spiegano perchè ritengono provate entrambe le condotte. Non c’è alcuna inconsapevolezza da parte di Dell’Utri, e neppure discontinuità nel ruolo di intermediario mafioso neppure per quei quattro anni (’78-’82) durante i quali abbandona temporaneamente il ruolo di braccio destro di Berlusconi. Per la Corte d’Appello, anche in quel periodo l’ex manager di Publitalia continua a “rivolgersi a coloro che incarnano l’anti Stato” e ad agire “in sinergia con l’organizzazione criminale”, avendo perfettamente chiaro “sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia della sua attività per il rafforzamento dell’organizzazione mafiosa”.

È il ritratto di un vero ambasciatore delle cosche quello che emerge dal provvedimento dei giudici di Palermo che in 447 pagine, scritte nell’arco di sei mesi (il doppio del tempo solitamente previsto per stilare le motivazioni di una sentenza), descrivono Dell’Utri come una personalità “connotata da una naturale propensione a entrare in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare”. Lui, l’imputato eccellente, non si scompone: “Secondo me – dice – i giudici d’appello hanno fatto un potpourri della sentenza di primo grado quando fui condannato a nove anni”. Ma l’ex pm Antonio Ingroia ribatte: “Avevamo ragione, le prove c’erano, ma la prima sentenza d’appello non era sufficientemente motivata”.

Dell’Utri mediatore mafioso, insomma, con una piena coscienza del suo ruolo. E sempre in diretto collegamento con Berlusconi, quest’ultimo descritto dalla Corte d’Appello come un imprenditore “mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”, ma pronto a rifugiarsi “sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. I giudici di Palermo ricostruiscono nei dettagli la genesi del “rapporto sinallagmatico” (ovvero di reciprocità) che ha legato per vent’anni l’ex premier e Cosa nostra, proprio grazie alla mediazione “costante e attiva” di Dell’Utri. Tutto comincia tra il 16 e il 29 maggio del 1974, quando Dell’Utri organizza con il mafioso Gaetano Cinà nel proprio ufficio a Milano un incontro che precede di poco l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore. Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi, all’epoca imprenditore rampante, sigla un “patto di protezione con Cosa nostra”: un autentico contratto che durerà fino al ’92. In virtù di tale patto – sostengono ora i giudici – sia i contraenti che il mediatore conseguono “un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale” dell’ex premier, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa nostra per mezzo di Dell’Utri”. In che modo? La Corte ricostruisce anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi, “quale prezzo per la protezione” subito dopo il 1974, con la richiesta di 100 milioni di lire, formulata da Cinà ed esaudita. Versamenti, come si legge nelle motivazioni, che “hanno consentito al-l’associazione mafiosa di consolidare il proprio potere sul territorio”.

Se Mangano diventa lo stalliere di Berlusconi, insomma, non è “per la nota passione per i cavalli”, ma per garantire da quel momento “un presidio mafioso” ad Arcore. Dell’Utri, ricordano i giudici, ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconi come persona da assumere, ma ha sostenuto di averlo fatto per paura. Ora la Corte non gli crede: “La continuità della frequentazione, l’avere pranzato in diverse occasioni con lui – si legge – sono circostanze che consentono di escludere che i rapporti svoltisi in un ventennio possano essere stati determinati da paura”. Rileva ancora il collegio di Palermo: “Berlusconi ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. E anche durante gli anni trascorsi al fianco di Rapisarda, Dell’Utri non interrompe i contatti con Arcore, “pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sente tartassato o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”. Il “mediatore contrattuale” insomma, non si ferma mai. Non si tratta, pertanto, di una vittima di Cosa nostra: per i giudici Dell’Utri è un anello di congiunzione tra Berlusconi e il gotha mafioso, prima in nome di Bontade, poi per conto dei corleonesi di Totò Riina. “I rapporti di assoluta confidenza” e “l’atteggiamento di mediazione sperimentato con Riina” sono infatti del tutto “incompatibili con il rapporto che lega l’estortore alla vittima”.

In banca con Vito Ciancimino

Dell’Utri interlocutore dei corleonesi e amico anche di don Vito Ciancimino. La Corte d’Appello giudica “attendibili” le dichiarazioni di Giovanni Scilabra, ex direttore della Banca Popolare di Palermo che in un’intervista al Fatto Quotidiano raccontò di una visita fatta nel suo ufficio nel 1987 dall’ex sindaco Ciancimino (di cui già si conosceva lo spessore criminale) accompagnato da Dell’Utri, per caldeggiare un finanziamento di 20 miliardi per le aziende di Berlusconi. L’ex senatore Pdl ha sempre smentito l’episodio, ma oggi i giudici credono all’ex direttore della banca, sostenendo che “la condotta di Dell’Utri mostra ancora una volta come l’imputato abbia scelto l’appoggio di Cosa nostra per i propri interessi personali”. Risultato? La Corte di Palermo conclude che “pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa, Dell’Utri ha voluto consapevolmente interagire con soggetti mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’attività di sostegno all’associazione senza dubbio preziosa per il suo rafforzamento”. La parola torna adesso alla Corte di Cassazione.

Rimozione forzata (Marco Travaglio). ( ci pisciano in testa e ci dicono che piove)

foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150
Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013 Marco Travaglio attualità

Quella depositata ieri dalla Corte d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è la quarta sentenza in nome del popolo italiano a mettere nero su bianco che nel 1974, cioè agli albori della sua resistibile ascesa di imprenditore, Silvio Berlusconi stipulò un patto d’acciaio con Cosa Nostra attraverso il suo (di Cosa Nostra e di B.) intermediario palermitano. L’avevano già sostenuto, oltre ai pm Ingroia e Gozzo e al gup Scaduto, i tre giudici del Tribunale che l’avevano condannato a 9 anni, il pg Gatto che aveva chiesto la conferma della condanna, i tre giudici di Corte d’appello che l’avevano confermata riducendo la pena a 7 anni, i 5 giudici di Cassazione che l’avevano annullata solo per il periodo 1977-’82. Ora, su richiesta del pg Patronaggio, l’hanno ribadito altri tre giudici di appello. In totale 19 magistrati di funzioni, sedi e correnti diverse hanno accertato che 40 anni fa B. iniziò la sua carriera con un patto con la mafia. E non occorre più nemmeno la Cassazione per rendere definitiva questa verità processuale, ormai irrevocabile dalla sentenza di parziale rinvio del maggio 2012: “A seguito della sentenza della Cassazione è stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”. Eppure da 15 mesi giornali e politici, salvo rare eccezioni, fanno finta di nulla.

E intanto l’uomo del patto con la mafia è stato architrave del governissimo Monti, si è ricandidato alle elezioni, ha raccolto il 22% dei voti, è stato più volte ricevuto al Quirinale con tutti gli onori, è stato invitato da Bersani a indicare il candidato Pdl-Pd per il Colle (Marini), ha avuto in dono la testa dell’odiato Prodi da 101 (o forse 120) appositi franchi tiratori Pd, ha ottenuto la riconferma di Napolitano, ha strappato l’agognato governissimo, ha pure scelto il premier che preferiva (il nipote di Gianni Letta), è divenuto il partner prediletto del Pd (che in compenso schifa Di Pietro e Ingroia) e ora viene implorato da tutti i poteri che contano, ma soprattutto da Pd e Quirinale, perché non abbandoni la maggioranza e resti fedele a Letta nipote, mentre giuristi à la carte e scudi umani dell’inciucio lavorano per salvarlo da una legge che impone la sua decadenza da senatore. “Resta con noi, non ci lasciar” detto – avete capito bene – a colui che nel 1974 incontrò nel suo ufficio di Foro Buonaparte a Milano “Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo”, prima dell’“assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore…”, suggellando “il patto di protezione” con i vertici della mafia. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”. Una simbiosi andata “avanti nell’arco di un ventennio”. Questi fatti ormai consacrati da una sentenza definitiva, ma già noti da tempo, sono scomparsi dalla scena politico-mediatica. Tant’è che ancora ieri Polito El Drito, sul Corriere , pregava in ginocchio B. di restare fedele al governo “nell’interesse degli italiani”. Non volendo o potendo rimuoverlo dalla politica nell’interesse degli italiani, si rimuovono quei fatti nell’interesse suo e si racconta che è nell’interesse nostro. Come recita un vecchio proverbio catalano: ci pisciano in testa e ci dicono che piove.

Incredibile Pdl: vuole dimezzare le pene in concorso esterno mafioso

corelIl testo, che porta la firma di Giacomo Caliendo, è stato presentato in Commissione e dice: “Niente carcere e intercettazioni, bisognerà dimostrare il profitto

Redazione – 21 Maggio 2013 – Invece di pensare a ciò che serve urgentemente al Paese, il Pdl pensa a rendere “meno dure” le leggi in fatto di mafia. “Condanna dimezzata per concorso esterno in associazione mafiosa. Niente carcere e intercettazioni per chi svolge attività sotterranea di supporto ai componenti dell’associazione mafiosa“. Si legge nel testo

Inoltre “si dovrà dimostrare che c’è un profitto”. Lo prevede il testo Pdl appena assegnato in commissione Giustizia del Senato, relatore Giacomo Caliendo.Ne sarà contento l’ex senatore Marcello Dell’Utri, tra i fondatori del partito e fedelissimo di Silvio Berlusconi, che di recente è stato condannato a 7 anni proprio per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

PROVACI ANCORA, PIEMME: 7 ANNI A DELL’UTRI (La Corte d’appello di Palermo ha condannato Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa confermando la pena di 7 anni.)

marcello-dell-utri-189395
Fonten dagospia 25/03/2013 attualità
1. MAFIA: DELL’UTRI CONDANNATO A 7 ANNI
(ANSA) – La Corte d’appello di Palermo ha condannato l’ex senatore Pdl Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa confermando la pena di 7 anni.

MARCELLO DELL’UTRI
2. PG, NON E’ STATO PROCESSO POLITICO
(ANSA) – “I cittadini hanno bisogno di certezze. Devono sapere se Dell’Utri è stato un mestatore e un colluso o la vittima di una giustizia malata”. Si è conclusa così la replica del pg Luigi Patronaggio, pubblica accusa al processo d’appello per concorso in associazione mafiosa a Marcello Dell’Utri. Sull’eventualità che le accuse vengano dichiarate prescritte il pg ha detto: “resterebbe oscura una pagina importante della storia del Paese”.

BERLUSCONI DELL UTRI Il magistrato ha voluto ribadire che il processo all’ex senatore non è stato un processo politico. “La mia requisitoria – ha aggiunto – ha subito attacchi esterni scomposti forse perché pronunciata durante la campagna elettorale, ma i tempi della giustizia seguono logiche interne”. Dopo la replica del pg hanno preso la parola i legali dell’imputato. Poi il collegio entrerà in camera di consiglio.

3. DELUSA SPERANZA MA ACCETTO VERDETTO (ANSA) – “Speravo in un’altra sentenza, ma accetto il verdetto”. Lo ha detto l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri commentando la decisione della Corte d’appello di Palermo che lo ha condannato a 7 anni per concorso in associazione mafiosa.

Marcello Dell’Utri Marcello Dell’Utri
4. PRIMA DELLA SENTENZA: DELL’UTRI,TRANQUILLO MA ANCHE UN PO’ IN FIBRILLAZIONE
(ANSA) – “Sono tranquillo, ma certo sono anche un po’ in fibrillazione”. L’ha detto l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri in aula a Palermo nel giorno in cui la corte d’appello dovrà decidere il processo a suo carico per concorso in associazione mafiosa. Il pg Luigi Patronaggio, che ha chiesto la condanna dell’imputato a 7 anni, farà brevi repliche. Poi toccherà ai difensori, gli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico. Al termine degli interventi i giudici entreranno in camera di consiglio per la sentenza.

Minetti via Dell’Utri no (Marco Travaglio)


Tutto il Pdl vuoleche l’igienista
dentale-soubretteamante si dimetta.
Ma sul senatore chene ha combinate di
tutti i colorineanche una
parola.
Eppure nonc’è scandalo negli
ultimi 40 anni che non l’abbia visto
come protagonista

L’espresso 27/07/2012 di Marco travaglio attualità
Da quando Berlusconi ha dato il lieto annuncio del suo ritorno sulle scene, nel Pdl s’è aperta la caccia a Nicole Minetti.
Non che manchino ottimi motivi per auspicare la sua scomparsa non solo dalla Regione Lombardia, ma da qualunque altra istituzione. Il fatto è che erano già tutti stranoti nel 2010 quando il Cavaliere la impose nel listino bloccato di Formigoni. Anche la notizia che la soubrette-igienista dentale-amante è imputata per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile nel gran bordello di Arcore è vecchia di un anno e mezzo. E allora quale sarebbe la novità che giustifica la richiesta di dimissioni partita da Berlusconi e dal fido Alfano? Pare che l’ultimo travestimento del Caimano sia all’insegna della “sobrietà”. E poi la signorina grandi forme ha accampato un legittimo impedimento al processo millantando impegni istituzionali al Pirellone. Come se non fosse proprio il Caimano l’utilizzatore finale del lenocinio e il primatista mondiale dei legittimi impedimenti inventati.
EppurE pEr i maggiorEnti del Pdl e gli house organ la parola d’ordine è una sola e imperativa per tutti: via la Minetti. Ce ne fosse uno che, per sbaglio, alza il ditino e domanda: «Scusate, ma Dell’Utri no?». Il senatore siciliano, imputato per mafia e pregiudicato per frode fiscale (2 anni e 6 mesi), è di nuovo sotto inchiesta a Palermo per estorsione ai danni dell’amico Silvio, avendogli spillato una trentina di milioni (di cui 21 alla vigilia della sentenza per mafia in Cassazione) per una villa che nel 2004 ne valeva 9. «Ora – ha commentato – mi manca solo l’accusa di pedofilia». In effetti non c’è praticamente scandalo, negli ultimi 40 anni, che non l’abbia visto protagonista. Non delude mai: quando ti aspetti che c’entri, e anche quando non te lo aspetti. Più che di libri antichi, è un instancabile collezionista di amici farabutti e capi d’imputazione. Nel 1973 porta il mafioso Mangano ad Arcore. Nel 1980 si fa beccare al telefono con lui Mangano a parlare di improbabili
“cavalli”. Nell’86 Silvio lo chiama per informarlo di una bomba contro la sua casa a Milano, e lui: «È una cosa alla Mangano, come dire: ti faccio sentire, sono qui… lui non sa scrivere». Nel novembre ’93, mentre crea Forza Italia, le sue agende registrano due appuntamenti con Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga. Nel ’98 riceve nel suo ufficio di via Senato Natale Sartori, pedinato dalla Dia in un’indagine per droga. E due mesi dopo la Dia lo filma mentre incontra a Rimini il falso pentito Chiofalo. Nel ’99 si candida al Parlamento europeo e un uomo di Provenzano ordina ai picciotti di votarlo: «Dobbiamo portare a Dell’Utri, se no lo fottono… ’sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr)».
nEl 2001 è candidato alla Camera e il boss Guttadauro ordina al mafioso Aragona: «Con Dell’Utri bisogna parlare… alle elezioni ’99 ha preso impegni» col boss Capizzi. Aragona: «Io sono stato invitato al Circolo, la sede culturale di Dell’Utri in via Senato». Nel 2003 Vito Palazzolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e fuggito in Sudafrica, lo contatta tramite la moglie per sistemare le sue pendenze. Nel 2005 lo scandalo delle scalate bancarie dei furbetti: Fiorani parla di 200 mila euro da sganciare ai senatori Grillo e Dell’Utri. Il quale nel 2008 viene sorpreso al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, arrestato martedì in Venezuela e legato alla ’ndrangheta, che gli spiega i brogli sul voto all’estero e si sente ringraziare per «i due bravi picciotti», tra cui un Piromalli, che gli ha mandato in studio. Nel 2010 tre scandali: P3, finanziamenti facili della banca di Verdini e appalti eolici. C’entrerà mica Dell’Utri? Sì, in tutti e tre. Nel 2012 l’arresto di Massimo De Caro per furto di libri antichi alla biblioteca Girolamini di Napoli: è intimo di Dell’Utri, indagato con lui per corruzione. Intanto riparte il processo d’appello per mafia, dopo che la Cassazione gli ha confermato il concorso esterno per trent’anni, escluso il periodo 1978-82. Per tutti questi motivi, deve dimettersi Nicole Minetti.

LA “FOLLIA” DEL CAVALIERE (Massimo Giannini).

Redazione
Independentente che abbian ragione gli europeisti che pensano che Monti troverà un compromesso con gli altri leader Europei o chi non ci crede più e pensa che la Merkel e la Germania metto l’inervista del prof Alberto Bagnai per salvarci dobbiamo tornare alla Lira non cederanno la loro leadership economica e si debba ritornare alla lira, la linea antieropeista della Santanchè e di Berlusconi sono solo posizione fortemente propagandistiche (proponendo il referendum) di un partito il pdl che ormai sta perdendo posizioni di giorno in giorno e che necessariamente segue le linee che che attualmente attirerebbe voti.

LA “FOLLIA” DEL CAVALIERE (Massimo Giannini)..

Pirlamento di Marco Travaglio 7 giugno 2012

Il ritorno Berlusconi e Dell’Utri da “Forza Italia” a “Italia Pulita


Fatto Quotidiano 5/06/2012 di Sara Nicoli Attualità
Allenatore, certo. Di una squadra nuova di zecca che farà ancora della faccia di bronzo una
insindacabile virtù. Silvio Berlusconi si avvia a diventare il “c o a ch ” di Italia Pulita, la nuova anima del centrodestra che alle prossime politiche prenderà le for-me di un listone civico, vero catalizzatore di voti di quello che un tempo è stato il Pdl. Per andare “o l t re ” ma, soprattutto, per conservare il bacino elettorale oggi in piena diaspora. Italia Pulita è una creatura politica creata a tavolino, né più e né meno di come, ormai quasi vent’anni fa, fu costruita Forza Italia. E gli somiglia pure un po’. “Volti nuovi – ha chiesto il Cavaliere – anche sconosciuti, ma voglio facce pulite e poi persone vere, che la gente riconosca e che consideri dei punti di riferimento di valori
olidi; se fossero ancora vivi, ci metterei dentro Vianello e la Mondaini”. Ecco, dunque, quello che è accaduto. Che venerdì scorso, durante la convention del Pdl alla Camera, Berlusconi si è reso conto drammaticamente che il suo seguito si era polverizzato insieme con il partito; troppe sedie vuote, troppe defezioni, anche importanti, di primo piano, troppe critiche alla sua “pazza idea” di farsi l’euro in casa propria. E, come sempre accade quando Berlusconi prova forti momenti di scoramento, subito dopo ne fa seguire un altro di grande efficienza. E ideazione. Ieri mattina di buon ora, ha quindi spedito al Viminale Rocco Crimi, lo storico tesoriere del partito, per registrare nome e simbolo della nuova creatura. Pare che, per limare alcuni dettagli, sia stato sveglio tutta la notte di sabato, accanto al suo fedele amico di sempre, Marcello Dell’Utri. E proprio lui, alla fine, ha tirato fuori il “coniglio dal c i l i n d ro ”, lo slogan da mettere sotto il nuovo nome: “Cambiare per unire”. Anche sul simbolo, l’inossidabile coppia Berlusconi-Dell’Utri è andata sul classico. Il simbolo della lista ricorderà,almeno nei colori, la vecchia bandiera di Forza Italia (bianco, rosso e verde), ma la scritta di Italia Pulita dovrebbe essere in azzurro, “sfumata”, non solo per essere di richiamo al popolo “azzur ro”, ma anche perché, com’è noto, gli italiani “si sentono azzurri dentro”, sarebbe stato l’ennesimo suggello di Dell’Utri mentre sul televisore vedeva scorrere le immagini di Italia-Germania dell’82 rimandate in onda da La 7. Il nuovo nome è stato sottoposto a un sondaggio instant di Alessandra Ghisleri. E i risultati sono stati talmente incoraggianti da convincere il Cavalieresono stati talmente incoraggianti da convincere il Cavaliere
a mettere subito sotto chiave la trovata. Pare che circa il 65% del campione abbia dato il proprio “entusiastico assenso” a un partito composto da campioni di “pulizia morale”. Già, ma dove andarli a cercare? Mica facile. Anche qui, però, ilenio mediatico di Berlusconi ha dato il colpo d’ala che tutti attendevano. E, allora, ecco più nel dettaglio che cosa conterrà Italia Pulita: sarà piena di “giovani imprenditori e anche giovanissimi ragazzi appena usciti a pieni voti dall’univer sità,he si vogliono imbarcare nella ricostruzione morale e politica del Paese”. Peccato che ad Irene Tinagli abbia già pensato Montezemolo, per-hè la “morettina che va sempre a Ballarò” pia ceva anche a B. Lo scout di questi “volti puliti” sarà Guido Bertolaso. Per quelli più noti ci si è affidati a Gerry Scotti.

OBIETTIVO AUTHORITY I parlamentari “anti-inciucio” candidano ufficialmenteQuintarelli a commissario per le Comunicazioni


Fatto Quotidiano 19/05/2012 Caterina Perniconi
Stefano Quintarelli è ufficialmente candidato al ruolo di commissario dell’Autorità per le Ga-
ranzie nelle Comunicazioni. Lo ha annunciato ieri, con una missiva ai presidenti di Camera e Senato, un gruppo di parlamentari bipartisan decisi a scongiurare un accordo tra partiti per le nuove nomine.
DOPO AVER ricevuto nelle caselle di posta elettronica la convocazione dei lavori dell’aula di Montecitorio per la prossima settimana, dove era confermato l’a p p u n t amento di mercoledì mattina
L’OUTSIDER
alle 11 con il voto dei nuovi commissari Agcom, i telefoni hanno cominciato a squillare e la decisione di portare allo scoperto una candidatura “c a r b o n a ra ” come sembrava destinata a restare quella di Quintarelli è stato decisa in poche ore. “La legge non prevede meccanismi di trasparenza e di verifica dei curriculum e dei requisiti dei candidati, ma si limita a disciplinare le procedure di voto da parte di deputati e senatori – hanno scritto i firmatari, tra i quali Italo Bocchino, Giulia Bongiorno, Linda Lanzillotta, Andrea Sarubbi, e Giorgio Stracquadanio – in assenza di regole che obblighino alla pubblicità dellcandidature intendiamo innovare per lo meno la prassi e nell’annunciare il voto per il dottor Stefano Quintarelli e provvediamo a inviare il suo curriculum alle presidenze delle Camere, perché ne assicurino un’ampia pubblicità. Ci auguriamo – hanno concluso – che questo comporti come conseguenza che altri parlamentari scelgano un’analoga procedura perendere pubblici ai colleghi e all’opinione pubblica non solo i nomi che sceglieranno, ma le ragioni della propria scelta”. Veronese, classe 1965, informatico, Quinta-elli è stato tra i pionieri dell’internet commerciale in Italia, si è battuto per l’a genda digitale e per la neutralità della rete. La sua candidatura su Internet era nata per la presidenza ma un posto da commissario potrebbe scardinare gli equilibri pre accordati.
TOCCHERÀ quindi alla capigruppo di martedì decidere se rinviare il voto della Camera per poter adottare un metodo più trasparente di candidatura come richiesto nella missiva. Il tentativo è quello di non lottizzare, con un metodo da manuale Cencelli, i quattro nominati cheesteranno in carica sette anni e dovranno definire l’a ssetto della Comunicazione del prossimo decennio, sciogliendo nodi politici di rilievo: dal mercato pubblicitario alla difesa del copyright sulla Rete, fino a quello fondamentale delle frequente televisive. Ragione per cui, spiegano fonti vicine a Silvio Berlusconi, l’ex premier non ha ancora “staccato la spina” al governo Monti, nonostante le innumerevoli tentazioni, non ultima la legge sulla corruzione. L’interesse è quello di mantenere due commissari in quota Pdl, a partire dall’uscente Antonio Martusciello, l’unico che può essere rieletto essendo rimasto in carica meno di metà del mandato. Posizioni che avrebbe già concordato con Monti in cambio di un presidente “tecnico”, che ripari Palazzo Chigi dalle critiche. I
due nomi più probabili per il vertice sono quello di Marcello Cardani, professore di Economia politica alla Bocconi già membro del gabinetto di monti in Europa dal ‘95 al ‘99 (che al momento sembra in pole position) e quello di Fabio Colasanti, ex direttore generale della Società dell’informazione della Commissione europea. C o mu n q u e il banco sembra essere saltato e tutti gli ac-
cordi più difficili. “Vo g l i a m o evitare che la seduta di mercoledì prossimo si svolga, come è sempre accaduto in passato, senza alcuna discussione – ha ribadito ieri il leader Idv, Antonio Di Pietro, in una lettera a Gianfranco Fini – e con i deputati che si limitano a votare ciò che i vertici dei loro partiti hanno deciso nel chiuso delle loro stanze. Le chiediamo, Signor Presidente, di adoperarsi per un’o r-

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: