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L’obiettivo di B.: prescrizione politica

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Da Il Fatto Quotidiano del 12/09/2013. Silvia Truzzi attualità

L’intervista Barbara Spinelli.

Tra urla, appelli e minacce che accompagnano in questi giorni il dibattito sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi, pare che nessuno si sia posto una semplice, ma capitale, domanda: quanto costerebbe al Paese sacrificare un principio fondamentale come l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Lo abbiamo chiesto a Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista di Repubblica.

Perché sembra una bestemmia dire che una persona condannata definitivamente per frode fiscale – reato ai danni dello Stato – non può rappresentare i cittadini in Parlamento?

Perché è difficile dire quel che pure è ovvio: questo nostro Stato si definisce a parole democratico, ma ha perduto la coscienza di essere una democrazia costituzionale, cioè dotata di una legge fondamentale che garantisce principi come la separazione dei poteri e, appunto, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Si procede con sospetta premura alla modifica dell’articolo cardine della Costituzione, il 138, che disciplina la revisione della Carta con procedure di garanzia. Tutto questo per volontà di un governo “contro natura”, nato da un’infedeltà elettorale, insieme a un Parlamento eletto con una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. C’è più di qualcosa che non quadra.

Cambiare la Costituzione con procedure accelerate che stravolgono l’articolo 138 – una valvola di sicurezza pensata dai Padri costituenti proprio per evitare manomissioni – è un colpo di mano. Si parla di deroga, ma la parola giusta è violazione della Costituzione: finché non è modificato, l’articolo 138 è legge da osservare. Tanto più è un colpo di mano se pensiamo alla presente congiuntura storica: un Parlamento di nominati, un governo di larghe intese che gli elettori non volevano e che distorce la democrazia. Infine il conflitto di interessi: immutato, esso resta il male volutamente non curato del sistema politico. Come rafforzare i poteri dell’esecutivo, quando chi più si batte per il rafforzamento è Berlusconi, condannato e interdetto dai pubblici uffici perché frodava lo Stato per i propri interessi di imprenditore mentre governava? Altra stortura, gravissima: la legge elettorale viene accorpata al riesame costituzionale, dunque chissà quando ne avremo una nuova. Come se il Porcellum fosse parte della Carta!

Che impressione ha di questa lunga discussione nella Giunta per le elezioni del Senato: stanno prendendo/perdendo tempo?

Certo: già questo è un successo per Berlusconi. È come nei processi: rinvii, cavilli, dilazioni fino ad arrivare alla prescrizione. Anche in politica il traguardo pare essere una sorta di prescrizione. A forza di allungare i tempi si giungerà a ottobre, quando Berlusconi deciderà sull’affidamento ai servizi sociali e quando la Corte d’appello ridefinirà l’interdizione dai pubblici uffici. Sarebbe una vittoria per lui: vorrebbe dire che il parlamento non è riuscito a farlo decadere e che lo faranno i giudici, contro cui potrà inveire in nome del popolo sovrano e del Parlamento.

Il capo dello Stato martedì ha dichiarato: “Se non teniamo fermi e consolidiamo questi pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio”. L’appello all’unità è stato messo in relazione con il braccio di ferro sulla decadenza di Berlusconi. Lei cosa pensa di questo intervento?

Il Presidente è intervenuto due volte, in agosto e settembre, sulla decadenza. Un’interferenza abbastanza irrituale, che tradisce la sua gerarchia delle urgenze: la cosa che più conta è la sopravvivenza del governo delle grandi intese. In altre parole: dà a quest’ultimo il primato, e pesa sulla Giunta ricordandole che essenziale è non abbattere i “pilastri della convivenza nazionale” con una rottura tra Pd e Pdl. L’intervento è pericoloso, e anche singolare: se è vero che le sentenze vanno rispettate, e Napolitano lo ribadisce con forza, come evitare uno scontro fra Pd e Pdl? Nella sostanza, siamo a un bivio: se vuole ritrovare identità ed elettori, il Pd deve interrompere questa venerazione di Napolitano, che va ben al di là del rispetto istituzionale. È l’adesione a una visione emergenziale della democrazia italiana, fatta propria dal Quirinale: da anni siamo “sull’orlo del precipizio”, “a un passo dal baratro”, dunque in stato di eccezione. Nulla deve muoversi. La democrazia è sospesa. Io non ritengo affatto pericolosa la caduta di un governo. Ne abbiamo avute tante e l’economia ne ha risentito poco.

Napolitano è stato rieletto, per la prima volta nella storia repubblicana, al sesto scrutinio. Ma ci sono stati presidenti eletti al 21esimo. E così ora una possibile caduta del governo cui seguissero nuove consultazioni ed eventualmente un nuovo esecutivo sembra un strappo. Che fine ha fatto la fisiologia istituzionale?

L’ideologia emergenziale permette a oligarchie chiuse di governare aggirando il normale funzionamento delle istituzioni, e anche gli esiti elettorali. È un ricatto sotto il quale viviamo da tempo. Ci ha anestetizzati. Il terrore del tracollo si è insinuato nelle menti, tanto ossessivamente viene ripetuto. Ci sono poi parole assassine: “governo di scopo”, “governo di servizio” trasmettono un’unica immagine: qualunque altro governo nato da elezioni non sarà “di servizio”. Nella migliore delle ipotesi sarà “senza scopo”, nella peggiore sarà in mano a populisti e malfattori.

Paolo Mieli ha detto: “Il ricatto di Berlusconi sulla caduta del governo è una pistola scarica”. Non è che tutto questo urlare alla catastrofe in caso di caduta del governo, carica quest’arma?

Berlusconi si è sempre nutrito della retorica emergenziale. La sua idea del capo legibus solutus, non ostacolato da nessuno, è coerente all’idea, valida in tempi di guerra, dello stato di necessità.

Perché si sono consegnati mani e piedi a un uomo che stava per essere condannato?

Nel 2009, a proposito del lodo Alfano, Ghedini disse che il premier non è un primus inter pares, ma un primus super pares. Che la “legge è uguale per tutti, non la sua applicazione”. Sono controverità entrate negli usi e costumi della Repubblica. Nella dichiarazione del 13 agosto, Napolitano ha preso atto della condanna di Berlusconi, ma al tempo stesso ha considerato “legittimi” gli attacchi e le rimostranze del Pdl contro i magistrati e la sentenza. Contrapporre la legittimità alla legalità è materia incandescente. È uno iato di cui s’è nutrita la cultura antilegalitaria delle destre e sinistre estreme, nella storia d’Europa.

Il capo dello Stato ha ricevuto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che secondo il Corriere della Sera, è salito al Colle in veste di ambasciatore di Berlusconi.

Il fatto in sé non mi scompone. Ma era il caso di riceverlo proprio in questi giorni? È il momento prescelto che inquieta. Come le telefonate di Nicola Mancino. Telefonare con Mancino è del tutto normale, tranne nel momento in cui l’ex ministro è indagato sulla trattativa Stato-mafia

È Giunta l’ora B. e il Pdl accerchia il Colle

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/09/2013. Sara Nicoli e Carlo Tecce attualità

OGGI IL PRIMO ROUND.

Non è finita, il caso non è chiuso”. Anzi, si può dire che le contromosse messe a punto dagli avvocati del Cavaliere per evitare il peggio siano appena cominciate. Ma ieri il vicepremier Angelino Alfano – che è atteso al Quirinale in settimana come Fabrizio Cicchitto, mentre oggi comincia la Giunta su B. – ha sentito il bisogno di ribadire quanto il Pdl conti sull’ultima trovata, quella del ricorso alla corte di Strasburgo (che Violante, tuttavia, sostiene non sia ammissibile) per bloccare i lavori della Giunta sulla decadenza. Strasburgo, dunque, come un quarto grado di giudizio in attesa del quale, secondo Alfano, la Giunta non dovrebbe muoversi, ma siccome anche ad Arcore sanno ormai che sarà complicato ottenere uno stop vero e proprio dei lavori in attesa del pronunciamento dell’Unione Europea, allora meglio puntare ad un allungamento dei tempi. “Sotto il profilo politico – ha infatti aggiunto Alfano – abbiamo la speranza che la Giunta non sia una ghigliottina, abbiamo la speranza che si studi, che si approfondisca, che si rifletta come per qualsiasi cittadino che siede in Senato”. Ma Letta è chiaro: “I veti non mi bloccheranno”

AD ARCORE, ieri, Berlusconi ha visto in mattinata i ministri impegnati al workshop Ambrosetti a Como (c’è stato un lungo colloquio privato con Lupi) ai quali ha ribadito l’intenzione di non staccare la spina all’Esecutivo se, come a questo punto spera, il Pd gli darà una mano in Giunta ad allungare i tempi della discussione. Oggi, in Giunta, si comincerà a lavorare nel primo pomeriggio, ma ieri ad Arcore, Berlusconi ha lavorato con i suoi legali per stilare quella che anche Sandro Bondi ha ammesso essere la “madre” di tutte le difese contro l’inevitabile decadenza: la richiesta della revisione del processo. Si sostiene, nell’entourage dei legali del Cavaliere, che dalle indagini condotte dai magistrati svizzeri, che hanno riguardato anche l’acquisizione dei diritti tv da parte della Rai e dei altre emittenti private, siano emerse “prove” che smentirebbero clamorosamente l’impianto stesso del processo Mediaset. La richiesta di revisione, a quanto se ne sa, non potrà arrivare prima di qualche settimana, ma frattempo, in Giunta, ci si affiderà al relatore Augello. La cui relazione è passata da 25 pagine a 130, un “tomo” che impegnerà per diverse ore i senatori nella lettura e nella successiva discussione sulla tabella di marcia da tenere da qui alle prossime quattro settimane. La relazione, a quanto se ne sa, sarà incardinata su tre pilastri: che la legge Severino è piena di “buchi”, come quello che non prevede la retroattività solo per chi sceglie di patteggiare la pena, lasciando in dubbio cosa accada per tutti gli altri, che sempre nella medesima legge non è stato scritto in nessun punto che un senatore o deputato condannato “decade” al pari di un assessore regionale (fattispecie, invece, prevista) e che – in ultimo – viste le tante lacune, un passaggio alla Corte Costituzionale “sarebbe d’obbligo”. Il tutto, ovviamente, condito con la necessità di ascoltare pareri di esperti che possano chiarire in quale direzione “scrivere l’eventuale ricorso”. Il nodo politico è sempre lo stesso: il Pdl ha bisogno che il Pd lo aiuti almeno a rallentare i lavori fino alla pronuncia di Strasburgo.

POTREBBERO passare mesi, visto che non c’è stata alcuna richiesta di esame d’urgenza da parte dei legali del Cavaliere. E questo sarà certamente respinto dai democratici. Ma una via mediana è comunque possibile trovarla. Fabrizio Cicchitto conta proprio su questo e sia lui che Alfano sono in stretto contatto con il Quirinale nel caso in cui in Giunta dovesse accadere qualcosa che facesse precipitare gli eventi, ma questo – almeno oggi – non dovrebbe avvenire. Quello che si teme è che in serata Berlusconi possa intervenire – come previsto dal programma – a Sanremo alla festa del Giornale accanto a Sallusti, e possa tornare ad usare toni e parole capaci di far andare su tutte le furie Napolitano. Per questo motivo i suoi figli, ma anche la fidanzata Francesca, lo stanno consigliando di saltare l’evento.

Rimozione forzata (Marco Travaglio). ( ci pisciano in testa e ci dicono che piove)

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013 Marco Travaglio attualità

Quella depositata ieri dalla Corte d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è la quarta sentenza in nome del popolo italiano a mettere nero su bianco che nel 1974, cioè agli albori della sua resistibile ascesa di imprenditore, Silvio Berlusconi stipulò un patto d’acciaio con Cosa Nostra attraverso il suo (di Cosa Nostra e di B.) intermediario palermitano. L’avevano già sostenuto, oltre ai pm Ingroia e Gozzo e al gup Scaduto, i tre giudici del Tribunale che l’avevano condannato a 9 anni, il pg Gatto che aveva chiesto la conferma della condanna, i tre giudici di Corte d’appello che l’avevano confermata riducendo la pena a 7 anni, i 5 giudici di Cassazione che l’avevano annullata solo per il periodo 1977-’82. Ora, su richiesta del pg Patronaggio, l’hanno ribadito altri tre giudici di appello. In totale 19 magistrati di funzioni, sedi e correnti diverse hanno accertato che 40 anni fa B. iniziò la sua carriera con un patto con la mafia. E non occorre più nemmeno la Cassazione per rendere definitiva questa verità processuale, ormai irrevocabile dalla sentenza di parziale rinvio del maggio 2012: “A seguito della sentenza della Cassazione è stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”. Eppure da 15 mesi giornali e politici, salvo rare eccezioni, fanno finta di nulla.

E intanto l’uomo del patto con la mafia è stato architrave del governissimo Monti, si è ricandidato alle elezioni, ha raccolto il 22% dei voti, è stato più volte ricevuto al Quirinale con tutti gli onori, è stato invitato da Bersani a indicare il candidato Pdl-Pd per il Colle (Marini), ha avuto in dono la testa dell’odiato Prodi da 101 (o forse 120) appositi franchi tiratori Pd, ha ottenuto la riconferma di Napolitano, ha strappato l’agognato governissimo, ha pure scelto il premier che preferiva (il nipote di Gianni Letta), è divenuto il partner prediletto del Pd (che in compenso schifa Di Pietro e Ingroia) e ora viene implorato da tutti i poteri che contano, ma soprattutto da Pd e Quirinale, perché non abbandoni la maggioranza e resti fedele a Letta nipote, mentre giuristi à la carte e scudi umani dell’inciucio lavorano per salvarlo da una legge che impone la sua decadenza da senatore. “Resta con noi, non ci lasciar” detto – avete capito bene – a colui che nel 1974 incontrò nel suo ufficio di Foro Buonaparte a Milano “Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo”, prima dell’“assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore…”, suggellando “il patto di protezione” con i vertici della mafia. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”. Una simbiosi andata “avanti nell’arco di un ventennio”. Questi fatti ormai consacrati da una sentenza definitiva, ma già noti da tempo, sono scomparsi dalla scena politico-mediatica. Tant’è che ancora ieri Polito El Drito, sul Corriere , pregava in ginocchio B. di restare fedele al governo “nell’interesse degli italiani”. Non volendo o potendo rimuoverlo dalla politica nell’interesse degli italiani, si rimuovono quei fatti nell’interesse suo e si racconta che è nell’interesse nostro. Come recita un vecchio proverbio catalano: ci pisciano in testa e ci dicono che piove.

SCHIFANI: CAMBIARE LA GIUNTA IL PDL LA BUTTA IN POLITICA

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/09/2013 Marco Palombi attualità

BERLUSCONI S’È CONVINTO CHE PERDERÀ E ADESSO VUOLE FARE IL MARTIRE: “GRASSO SOSTITUISCA CHI HA GIÀ DETTO COME VOTERÀ”. LA REPLICA: NON SI PUÒ.

Spiragli non se ne vedono, il povero Cavaliere è destinato alla decadenza, almeno che il tutto si trasformi in un martirio politico: Silvio Berlusconi, ennesima vittima della dittatura dei giudici e della sinistra. Questa è – affermano fonti di centrodestra – la chiave in cui bisogna leggere l’offensiva mediatica di ieri del Pdl contro la legge Severino sulla incandidabilità e i membri della Giunta delle elezioni del Senato in quota Pd. Nessuno – nel partito del-l’ex premier e tra i suoi più stretti consiglieri – pensa che i democratici davvero cambieranno opinione e alla fine decidano di salvare l’ingombrante alleato, ma almeno ci sarà ampia materia per recriminare sulla stampa e in tv.

LA REGIA dell’offensiva è assai efficiente. Basta puntare su parole difficili come “irretroattività”, da adesso in poi si lavora sul cuore pulsante dell’unico vero conflitto culturale che esiste nel cuore del Paese: pro e contro Berlusconi. Le tecnicalità non servono. Indicativo che questa strategia venga affidata a due presunte colombe. Renato Schifani comincia di mattina una escalation terminata solo coi tg serali: prima accusa il presidente della Giunta che si occuperà del suo capo, Dario Stefàno, di non essere imparziale; poi formula un nuovo lodo chiedendo a Piero Grasso di cacciare i membri anti-B. della stessa Giunta (“è di tutta evidenza che la violazione degli elementari principi di riservatezza da parte di alcuni membri richiede la valutazione del presidente del Senato sulla esigenza di procedere alla loro sostituzione”); infine mette a verbale che “se il voto sulla decadenza dovesse essere politico, e cioè rispecchiare le distinzioni delle forze in campo, la convivenza al governo sarebbe impossibile”.

Nella nuova strategia del Pdl la plausibilità tecnica dei rilievi non è importante: il presidente Stefàno ha sempre parlato solo di tempi; Grasso a norma di regolamento non può sostituire i membri della Giunta (cosa che è stato costretto a ribadire a mezzo stampa); la spaccatura su Berlusconi è prettamente politica, visto che finché non si è trattato di lui la legge Severino è stata applicata senza problemi anche dal Pdl.

Il secondo a prestare la sua opera alla nuova campagna per costruire il martirologio del Cavaliere è nientemeno che il vicepremier Angelino Alfano, si presume nella sua veste di segretario del Pdl, che ha scritto una lettera al Pd sulla vicenda del suo dante causa politico: “Abbiamo fornito numerosi pareri di giuristi insigni – scrive Alfano – che confermano la inapplicabilità al passato della legge Severino. La non retroattività delle misure afflittive è pilastro fondativo di ogni ordinamento democratico. In base a tali precisi riferimenti giuridici, abbiamo chiesto e chiediamo al Partito Democratico una parola chiara su questo principio”.

Epifani e soci pensavano di averla già detta, la parola chiara, ma tant’è: l’hanno ribadita. “Noi voteremo la decadenza, punto. Meglio essere chiari – ha spiegato ieri il responsabile Giustizia Danilo Leva – Non ci devono essere margini di dubbio. Il principio di legalità in uno stato di diritto viene prima di ogni maggioranza di governo: c’è una sentenza passata in giudicato e anche le motivazioni”.

Anche la relazione che Andrea Augello farà davanti alla Giunta il 9 settembre sarà occasione per questo tipo di campagna: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, il senatore ex An dovrebbe infatti battere soprattutto sulla necessità di valutare se la legge Severino è in linea col diritto comunitario. Chi meglio della Corte costituzionale per effettuare questo tipo di approfondimento su una materia così complessa e delicata? Conferma Schifani: “In Giunta chiederemo un voto di merito sulla non decadenza o in subordinata una devoluzione alla Corte costituzionale o alla Corte europea”.

ALLA VERSIONE soft di questo tipo di impostazione ieri, per sovrammercato, è arrivato l’insperato appoggio del ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri: “Io non ravvedo profili di incostituzionalità della legge Severino, ma in questo senso si sono espressi dei giuristi che hanno una competenza di gran lunga superiore alla mia. Credo che dobbiamo tenerne conto, come minimo bisogna rifletterci”. Segno che la tentazione di un appeasement basato sul guadagnare tempo ancora alberga a palazzo Chigi e al Quirinale, disposizione d’animo che ad Arcore non mancheranno di utilizzare nella costruzione della figura di San Silvio martire dei giudici e dei comunisti. Magari l’interessato ne ha discusso coi due capo-falchi del suo inner circle: Daniela Santanchè e Denis Verdini ieri gli hanno entrambi fatto visita a Villa San Martino, presenza contemporanea che può aver influenzato la temperature di certe dichiarazioni (nel Pdl indovinare gli umori del capo è attività assai praticata).

Le preoccupazioni di Giorgio Napolitano ed Enrico Letta per la tenuta del governo si basano però su altre suggestioni raccolte in ambienti del centrodestra. Nel vertice aziendal-familiare di lunedì, infatti, l’anziano leader s’era mostrato aperto all’impostazione “moderata” dei figli e dei manager Mediaset: qualunque cosa accada, meglio non far cadere il governo e puntare sulla grazia. Pare però che Napolitano abbia chiuso su un provvedimento di clemenza che comprenda anche le pene accessorie, cosa che ha fatto tornare in auge l’opzione “guerra totale”. Come capita ormai di ripetere spesso, però, Silvio Berlusconi non sa ancora cosa fare: se il martirio sia il modo in cui vuole fare campagna elettorale è ancora presto per dirlo.

Dalla Pannella alla brace (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 04/09/2013. Marco Travaglio attualità

L’impannellamento di B., complice anche il sigaro allucinogeno che sabato il sempre lucido leader radicale gli fumava vistosamente in faccia durante la firma dei referendum, produce effetti ogni giorno più psichedelici. Per comodità del lettore, riepiloghiamo lo stato dell’arte dell’Operazione Salva-nano, sempre più pregna di argomenti e precedenti giuridici grazie alla straordinaria gara di solidarietà ingaggiata dal mondo accademico, giornalistico e naturalmente politico, con particolare trasporto da parte del Pd. Grazia, grazietta e grazia al cazzo. Il sempre informato Corriere della Sera comunica che i figli di primo e – pare – anche di secondo letto avrebbero convinto il ritroso Cainano a concedere, bontà sua, a Napolitano la grazia di concedergli la grazia. Resta da capire chi presenterà l’apposita domanda in carta bollata. Il quotidiano Libero s’è portato avanti col lavoro e ha pubblicato il testo, mancante solo della firma. L’avvocato Paniz s’è detto disponibile ad apporvi la sua, ma gli è stato fatto notare che non è un soggetto qualificato, cioè non c’entra una cippa. Franco Corbelli, leader del sedicente movimento per i diritti civili, ha bruciato tutti sul tempo e ha inoltrato una sua domanda al Quirinale, che però l’avrebbe accolta con un incuriosito “Corbelli chi?”. A questo punto, disperso Ghedini, si ipotizza che la firmi Franco Coppi. O in alternativa Franco Nero. Nicolazzi azzi azzi. Il sempre solerte quotidiano il Messaggero , per sostenere la grazia napolitana non solo per la pena detentiva, ma anche per quella accessoria, è andato a scovare il cosiddetto “precedente Nicolazzi”: l’ex leader e ministro socialdemocratico fu condannato a 5 anni per concussione per le carceri d’oro, poi tre anni fa ottenne dal Quirinale la revoca dell’interdizione perpetua dall’elettorato attivo. Cioè poté ricominciare a votare. Naturalmente Nicolazzi non c’entra una mazza con B., visto che fu condannato in Cassazione nel 1994, scontò interamente la pena e fu graziato solo nel 2010 (16 anni dopo), dopodiché tornò a votare, non a essere votato. Ma tutto fa brodo. Il cattivo sergente. Secondo Repubblica , “alcuni esperti di diritto europeo del Pd avrebbero confermato che, sul piano della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, un eventuale ricorso di B. potrebbe trovare accoglienza” in base a un formidabile precedente: quello “del sergente Engel dell’esercito olandese, che nel 1971 si fece qualche giorno di galera per non essersi fatto trovare a letto durante un congedo per malattia. Norma penale o regolamento militare? I giudici di Strasburgo optarono per considerare le norme nella loro natura ‘ontologicamente penale’, al di là della denominazione data dallo Stato nazionale e dal diritto interno. E diedero ragione al soldato olandese”. In realtà le cose andarono un po’ diversamente: 42 anni fa il sergente olandese fa il malato immaginario, viene beccato, lo processano, lo condannano, lo arrestano. Lui ricorre a Strasburgo perché il reato per cui è stato condannato e arrestato non c’era ancora quando lui lo commise: fu introdotto in seguito. Dunque non poteva sapere che, facendo il malato immaginario, sarebbe finito in tribunale e in galera. La Corte condanna l’Olanda a risarcirlo e, già che c’è, precisa quando una norma è penale e quando no in base alla gravità della condotta e della sanzione. Dunque Engel c’entra come i cavoli a merenda con B., che frodò il fisco quando il delitto di frode fiscale esisteva già da alcuni secoli. È la legge Severino che non esisteva ancora, ma è una norma amministrativa, non penale, dunque la questione dell’irretroattività non si pone. Ma non si butta via niente. Allo studio anche i precedenti di un maresciallo lituano, di un capitano ucraino, di un alpino engadinese e di un brigadiere calabrese. Sturmtruppen. Ingolositi dal precedente Engel, i giuristi del Pd, d’intesa con i giureconsulti del Pdl, stanno compulsando le annate delle Sturmtruppen di Bonvi. Già trovate diverse analogie con il caso B., il Kafalieren Preciutikaten assistito da due avvocati: Otto Ghedinen, geniale inventore come il semaforo per bloccare i carriarmati nemici o la formula dell’“utilizzatore finale” di prostitute; e “Distrattonen” Franz Coppi, che anziché il nemico colpisce regolarmente l’illustre cliente e alla fine salta in aria sul campo minato da lui stesso allestito. Inutile spiegare le funzioni della “mignotten pubblichen”, presente ad Arcore in ben più numerosi esemplari. Molto realistico anche il Medichen o Doktoren, laureato in veterinaria, che propina al paziente una pozione magica per renderlo invisibile: ottima alternativa nel caso in cui le cose in giunta e al Quirinale si mettessero male. La dottoressa ci sta col colonnello. Ulteriori spunti sul precedente Engel sarebbero giunti ai giureconsulti di Arcore dal loro consulente pro veritate Luciano Violante, ispirato dal celebre capolavoro La dottoressa ci sta col colonnello: vi si narra la triste vicenda del col. Anacleto Punzone, medico del distretto militare mirabilmente interpretato da Lino Banfi, concupito dalla collega professoressa Eva Russell (Nadia Cassini), ma purtroppo affetto da impotenza e dunque costretto a ricorrere a un trapianto penico con la materia prima fornita suo malgrado dal soldato superdotato Arturo Mazzancolla (Alvaro Vitali), peraltro invano a causa di un inopinato rigetto proprio nel momento del bisogno. Quanto basta, secondo Violante, per affermare che il principio di retroattività, che parrebbe palese a vedere Nadia Cassini, è chiaramente smentito in punta di diritto dalla mancata riuscita retroattiva del trapianto d’organo. Dunque la legge Severino non si applica a Berlusconi. Insomma, è fatta.

Democrazia previtizzata (Marco Travaglio).

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CORSI E RICORSI

Da IL Fatto Quotidiano del 03/09/2013. Marco Travaglio attualità

Io, perseguitato come Gesù”. I 14 mesi per cacciare Previti
DAL MAGGIO 2006 AL LUGLIO 2007: TANTO SERVÌ AI DEPUTATI PER “ACCOMPAGNARE” IL COLLEGA ALLA PORTA DELLA CAMERA

È già successo tutto sette anni fa, quando la Camera doveva votare la decadenza di Cesare Previti e impiegò esattamente 14 mesi a fare ciò che avrebbe potuto e dovuto fare in un solo giorno. Il 4 maggio 2006, all’indomani della sua quarta rielezione a deputato al seguito di Berlusconi, Previti viene condannato dalla Cassazione a 6anni per corruzione giudiziaria nel caso Imi-Sir e si vede annullare l’assoluzione per il caso gemello del lodo Mondadori, con rinvio a nuovo processo d’appello. L’indomani, l’onorevole neopregiudicato si consegna di buon mattino al carcere di Rebibbia. E subito la sua cella, nel braccio G16 di Rebibbia, diventa meta di un pellegrinaggio incessante di esponenti della Casa delle libertà: il presidente emerito della Repubblica Cossiga, il presidente del Senato Pera, il senatore Guzzanti, gli onorevoli Cicchitto, Bondi, Pecorella, Lainati, Craxi (figlia), Gardini, Cantoni, Giro, Simeone, Marini, Jannarilli, Cicolani, Barelli, Antoniozzi, i sottosegretari Santelli, Grillo e Di Virgilio, l’europarlamentare Tajani, il capo della segreteria di Berlusconi, Valentino Valentini e Paolo Cirino Pomicino in veste di cicerone (lui conosce la strada). Berlusconi invece preferisce restare a distanza di sicurezza da Rebibbia. Non si sa mai. Però invia all’amico detenuto un affettuoso telegramma: “Ci vediamo a casa martedì”. Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, organo di Rifondazione comunista,pubblica un editoriale dal titolo“Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia”. Immediata l’adesione del vicecoordinatore forzista Cicchitto: “Può servire per chiudere una guerra civile fredda iniziata almeno dal 1992, che è tuttora in atto ed è durissima”. La legge ex Cirielli riserva ai detenuti ultrasettantenni la possibilità di trascorrere la detenzione agli arresti domiciliari. Così, con fulminea rapidità e con un’interpretazione estensiva della legge, decide il giudice di sorveglianza Laura Longo (Magistratura democratica), che concede pure all’onorevole detenuto due ore quotidiane di libera uscita per “soddisfare le sue indispensabili esigenze di vita”. Un beneficio di solito riservato ai diseredati senza famiglia e soli al mondo, dunque impossibilitati a mandare qualcuno a fare la spesa al posto loro. “Nelle due ore libere Previti potrebbe andare in Parlamento”, dice il suo legale. Ma, almeno per i primi tempi, l’illustre assistito preferisce altri itinerari. Intanto la giunta per le elezioni della Camera, presieduta da un suo caro amico, l’onorevole avvocato forzista Donato Bruno, deve decidere sulla sua decadenza da parlamentare, visto che la condanna prevede la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma, anziché prender atto della sentenza e applicarla, la giunta si arroga il diritto di sindacarla per mesi e mesi, invadendo le prerogative sovrane del potere giudiziario. Previti la butta in politica, ingaggiando un difensore molto speciale: l’avvocato Giovanni Pellegrino,dalemiano,presidente Ds della provincia di Lecce, già senatore per varie legislature ed ex presidente della commissione Stragi. Bruno se la prende comoda: il 7 giugno 2006, un mese dopo la sentenza, annuncia che la giunta si occuperà “quanto prima” del caso. Ma poi non dà più sue notizie fino alla pausa estiva. Invano il gruppo dei Verdi scrive ai presidenti della Camera e della giunta per sollecitare la decadenza di Previti da deputato, visto che oltretutto aveva “annunciato più volte che si sarebbe dimesso, ma a tre mesi dalla sentenza non c’è traccia della lettera di dimissioni” (la missiva, mai vista da alcuno, è ben custodita in un cassetto dal capogruppo di Forza Italia, Elio Vito). Nel frattempo si lavora all’indulto, che nell’originaria versione Buemi (centrosinistra) cancella addirittura le pene accessorie: quanto basterebbe per conservare il seggio parlamentare al deputato-detenuto domiciliare. Poi almeno quella vergogna viene cancellata. A fine luglio l’indulto più ampio della storia repubblicana – tre anni di sconto anche per i condannati per corruzione giudiziaria – è legge: votano sì il centrosinistra, l’Udc, Forza Italia e un pezzo di An, con la scusa del sovraffollamento delle carceri; votano no l’Idv, la Lega, il resto di An e si astengono i Comunisti italiani.

Salvato dal carcere grazie all’ex Cirielli e liberato dai domiciliari grazie all’indulto, Previti dovrà scontare solo 3 anni su 6, dunque può accedere in “affidamento in prova ai servizi sociali”. Cioè scontare la pena a piede libero. Il 3 ottobre il presidente Bruno e il capo del comitato sulla incompatibilità, il ds Gianfranco Burchiellaro, sostengono di non potersi occupare del caso finché la Cassazione non depositerà le motivazioni della sentenza. Ma è una scusa che non sta in piedi: le sentenze della Cassazione sono immediatamente esecutive fin dal deposito del dispositivo. Il 7 ottobre comunque arrivano anche le motivazioni. Ma la giunta temporeggia per un altro paio di settimane. Bruno preannuncia “un’istruttoria per il cui svolgimento ci sono fino a quattro mesi di tempo”. Poi, il 26 ottobre, finalmente si comincia. Ma per rinviare subito al9 novembre,quando sarà ascoltato Previti. O, meglio, dovrebbe. Infatti non si presenta. E chiede di sospendere il giudizio per un altro mesetto, per quattro motivi: 1) ha chiesto l’affidamento ai servizi sociali e sostiene che, se gli fosse concesso, questo estinguerebbe l’interdizione; 2) la sua condanna definitiva non avrebbe “il carattere dell’irrevocabilità” perché l’ha impugnata, in quanto viziata da “errore materiale o di fatto”; 3) il mandato di parlamentare non può essere assimilato “tout court alla nozione di pubblico ufficio” visto che il legislatore fa “esclusivo riferimento alle amministrazioni locali” (un consigliere circoscrizionale condannato deve andarsene, un deputato no); 4) ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la sentenza “persecutoria”, e se questo venisse accolto “legittimerebbe un giudizio di revisione” del suo processo.

L’onorevole usa e getta

In attesa del quadruplice miracolo, i capigruppo del centrosinistra decidono di “non accelerare e non ritardare i tempi”. Il 9 novembre, per non parlare di Previti (peraltro assente), la Cdl s’inventa un diversivo e inscena una rissa col centrosinistra a causa di alcuni articoli pubblicati dall’Unità su presunti brogli alle ultime elezioni. Il 16 novembre nuova riunione, ma solo per convocare Previti il 23. L’Unione (centrosinistra) propone di sospendere fin da subito Previti dallo stipendio che continua indebitamente a percepire dal Parlamento (13 mila euro al mese, al netto dei gettoni di presenza e benefit). Ma non se ne fa nulla. Il 22 Previti annuncia che l’indomani non verrà perché sarà a Milano a discutere la sua richiesta direvisione della sentenza di Cassazione .E chiede un rinvio a dicembre. Sempre disponibile, la giunta lo riconvoca per il 6 dicembre. Belisario (Idv) si dimette per protesta. Il 6 dicembre, sette mesi dopo la condanna, Previti si materializza dinanzi al comitato incompatibilità della giunta. Ma solo per chiedere un mese in più per studiare le carte. Poi esce e fa per tornare a casa. Ma poco dopo rientra: ha appena saputo proprio in quegli istanti, che la Cassazione ha deciso che l’altro processo a suo carico, lo Sme-Ariosto, deve traslocare da Milano a Perugia e lui vuole chiederle di rimangiarsi il verdetto Imi-Sir dichiarando anche l’incompetenza dei giudici ambrosiani. Bruno si affretta a dargli ragione. La giunta si riconvoca per il 14 dicembre, quando il comitato incompatibilità si esprime a maggioranza per la decadenza. Ma intanto c’è Natale, poi Capodanno, poi l’Epifania. Se ne riparla il 25 gennaio 2007. E ricomincia la manfrina. Burchiellaro illustra alla giunta perché il comitato ha deciso per la decadenza. Pecorella ribatte che bisogna congelare tutto finché la Cassazione non si sarà pronunciata sul ricorso straordinario di Previti. Burchiellaro propone un compromesso: Previti decade dal mandato parlamentare, ma non per sempre. Con effetti reversibili: viene sostituito provvisoriamente dal primo dei non eletti di Forza Italia, per poi rientrare in Parlamento nel caso in cui il servizio sociale estinguesse la pena accessoria, o la Cassazione accogliesse il ricorso contro la condanna. Nascerebbe così la figura del deputato supplente, “usa e getta”. È una boiata pazzesca, smentita da tutte le norme, ma in giunta, per seguitare a perdere tempo, si finge che la tesi regga e si continua a discutere della “decadenza reversibile”, con biglietto di andata e ritorno, quasi che il Parlamento fosse un hotel a porte girevoli. Il 1° febbraio nuovo rinvio. Previti scrive a Bruno: “Auspico che la giunta possa concludere la discussione non prima del 15 febbraio 2007”. Infatti il Tribunale di sorveglianza ha fissato l’udienza sulla sua richiesta di servizio sociale per il giorno 14. Subito accontentato. La giudice Longo decide il 19: Previti lascia i domiciliari e viene affidato “in prova” a una comunità di recupero per tossici e alcolisti del Ceis di don Mario Picchi, come “consulente legale”: potrà uscire di casa dalle 7 alle 23. Il 23 febbraio la Corte d’appello di Milano condanna Previti ad altri 18 mesi per Mondadori, poi confermati in Cassazione. Passa un altro mese e in giunta non accade nulla di importante. Barbieri dell’Udc ricorda che “il deputato missino Sandro Saccucci, condannato per l’uccisione di un giovane comunista, fuggito in Spagna dopo la condanna di primo grado, portò regolarmente a termine il suo mandato parlamentare”; e pure Toni Negri, condannato per banda armata, Massimo Abbatangelo, condannato per un assalto a colpi di molotov a una sede del Pci, e Francesco Moranino, condannato per vari omicidi e fuggito in Cecoslovacchia prima di essere graziato dal presidente Saragat. Dunque anche Previti deve restare deputato. Il 21 marzo la giunta torna a riunirsi, ma i tre deputati di An che si erano iscritti a parlare non si presentano. Tutto rinviato. Il 28 marzo l’an Gamba propone di studiare una forma di“sospensione temporanea”.Il 4 aprile l’an Consolo chiede che Bruno investa il presidente della Camera Bertinotti della questione. Bruno promette di approfondire la questione con gli uffici della Camera. Consolo chiede di rinviare il voto a dopo il 23 maggio, quando la Cassazione discuterà il ricorso di Previti per “errore di fatto”. Alla fine, ed è la prima volta dopo molti mesi, la giunta decide qualcosa. Non la decadenza di Previti, ma la data in cui si voterà in merito: nella settimana che inizia il 17 aprile. Cioè quella di Pasqua. Il 17 Nespoli diede garanzie sul fatto che Previti rientri in Parlamento subito dopo il servizio sociale e invoca una bella riforma della materia. Pecorella chiede altri chiarimenti. Sembra il momento di votare, ma Bruno si ricorda che deve riunire urgentemente l’ufficio di presidenza. E poi Barbieri chiede di parlare di nuovo. Ma ovviamente è assente e si rinvia. L’ultima replica di Burchiellaro è rinviata a maggio, anche perché la giunta ritiene molto più urgente occuparsi di altri due deputati in odor di decadenza. Il 4 maggio Previti compie un anno d imandato parlamentare abusivo. L’Udeur diserta la giunta e minaccia di ritirarsene per le beghe politiche di Mastella col resto della maggioranza. La seduta decisiva del giorno 8 slitta a fine mese: il Parlamento chiude dal 20 al 27 per le elezioni amministrative. Il 23 maggio la Cassazione respinge il ricorso di Previti contro la sentenza Imi-Sir in quanto palesemente “inammissibile”. I suoi legali, per tutta risposta, annunciano una richiesta di revisione del processo a Brescia.Intanto,quando non si rieduca in comunità, Previti è libero di muoversi come meglio crede – a bordo delle sue numerose automobili con autista (una Mercedes, una Range Rover e una Nissan) – dalle 7 alle 23 nella provincia di Roma. Salvo qualche permesso premio per ritemprarsi nella villa all’Argentario, dove un tempo veleggiava sul mitico “Barbarossa” nelle acque dell’allusiva Cala Galera. Nel tempo libero, a parte qualche partitella al circolo Canottieri Lazio e “la ginnastica agli attrezzi di cui si è dotato in casa”, frequenta il suo studio in via Cicerone. Il 29 maggio la giunta approva (17 sì dal centrosinistra, 8 no dal centrodestra) la proposta Burchiellaro per la contestazione dell’elezione di Previti. Ma non è finita: ora dovranno passare 20 giorni per convocare Previti e il suo avvocato in udienza pubblica. Poi la giunta dovrà di nuovo votare per decidere se trasmettere all’aula la proposta di decadenza. Ma i 20 giorni diventano 40. Siamo al 9 luglio. Previti interviene un’altra volta in giunta per dichiararsi vittima di “una vergognosa persecuzione giudiziaria”. Cita “Sansonetti che, da autentico garantista, ha scritto che la mia condanna è avvenuta senza prove”.

“La nobiltà d’animo”

Poi parla il suo avvocato, il dalemiano Pellegrino: il processo Imi-Sir fu “condizionato all’origine” dalle idee politiche di giudici “parziali” (si presume di sinistra, cioè della stessa parte di Pellegrino), dunque “non si tratta di difendere la persona Previti, ma lo status di parlamentare. Barabba fu assolto, il Nazareno fu condannato. E Socrate fu costretto a bere la cicuta”. Alla fine la giunta si pronuncia per la decadenza di Previti con 16 voti a favore (Unione, assente l’Udeur) e 11 contrari (Cdl, assenti Nespoli e Pezzella di An). Ma non è ancora finita. Manca il voto dell’aula. Il 31 luglio la Camera è finalmente convocata per votare sulla decadenza. Previti gioca d’anticipo e abbandona il campo prima di esserne espulso: fa leggere una lettera di dimissioni dal capogruppo Vito (che ne elogia la “nobiltà d’ani- mo”), chiedendo che l’aula si pronunci con voto palese. Lo scopo è chiaro: evitare l’onta di vedersi dichiarare decaduto per effetto di una condanna definitiva. Il che, manda a dire, sarebbe “un atto di sottomissione del Parlamento al potere non sovrano, ma sovrastante dell’autorità giudiziaria, riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del tutto estraneo alla nostra Costituzione”. Ma, per il voto palese su una questione come questa, occorre l’accordo di tutti i gruppi parlamentari: invece uno si sfila, Marco Boato del gruppo misto. Dunque si procede a volto scoperto. Tutti i gruppi, compresa Forza Italia ed esclusi soltanto il Pri di La Malfa e la Nuova Dc di Rotondi, si pronunciano per il sì. Alle ore 16:57 le dimissioni vengono accolte, in un silenzio tombale, con 462 sì, 66 no e 4 astenuti (su 530 deputati presenti). Fini, in aula durante la discussione, esce platealmente prima dello scrutinio, seguito da 16 deputati del suo gruppo. Berlusconi non si fa proprio vedere, così come altri 12 forzisti e 8 dell’Udc. I quattro astenuti sono Laurini e Vitali di Forza Italia, Dionisi dell’Udc e Affronti dell’Udeur.

Alla fine solo Di Pietro e Diliberto, fra i capipartito, esultano perché “finalmente giustizia è fatta”, mentre il resto dell’Unione tace imbarazzato. La Cdl si scatena, almeno a parole. Berlusconi grida all’“accanimento” ed esalta il “gesto nobile” dell’amico Cesare. La prima intervista da ex, Previti la regala a Libero . E fa i nomi di coloro che hanno causato la sua cacciata. Non gli esponenti dell’Unione, ma alcuni giornalisti e comici: “Questa gente voleva solo che me andassi perché dovevano dare soddisfazione ai vari Travaglio, Santoro, alle Iene, al blog di Beppe Grillo. Non si rendono conto che io ho solo fatto un piacere al Parlamento, che votando la mia decadenza si sarebbe squalificato da solo”. Andrea Romano, già direttore della rivista dalemiana Italiani europei e ora approdato all’Einaudi (Mondadori, Berlusconi), deplora sulla Stampa il vero scandalo del caso Previti. E cioè “la rapidità con cui Previti è stato accompagnato alla porta dalla Camera, rischiando proprio sul finale di apparirci simpatico”. Diventerà il braccio destro di Montezemolo e poi di Monti, of course.

Rinvio alla Consulta: il Pd dirà di no

corel

Da Il Fatto Quotidiano del 28/08/2013. Wanda Marra

Deputato democratico
Matteo Orfini.

La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo , Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell’altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione

La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo , Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell’altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione

Il Pd tiene duro in Giunta no all’ipotesi Consulta Monti: grazia per il Cavaliere

corel
Da La Repubblica del 27/08/2013. Tommaso Ciriaco attualità

Mirabelli: un ricorso del Senato sarebbe singolare. Il Parlamento.

ROMA— Il pressing delle colombe del Pdl è insistente. E la linea chiara: prendere tempo affidando alla Corte costituzionale il ricorso sulla legge Severino. Con l’obiettivo di rimandare la decadenza del senatore Silvio Berlusconi. Lo scenario non dispiace ai supporter più accaniti delle larghe intese, ma non convince il Pd. «Non è la nostra linea, l’ha chiarito anche Epifani a Repubblica », assicura il viceministro Stefano Fassina. Difficile, d’altra parte, giustificare un rinvio di mesi senza pagare un prezzo troppo alto sull’altare della stabilità di governo. Perché un conto è concedere qualche giorno per rispettare il diritto di difesa, altro rinviare così il momento della verità. Mario Monti, intanto, sul Foglio apre all’ipotesi di grazia per l’ex premier: «I casi eccezionali vanno affrontati con provvedimenti d’eccezione, ad esempio la grazia, che non troverei affatto scandalosa proprio per il ruolo che Berlusconi ha avuto ».
Qualche crepa nell’edificio democratico, comunque, si intravede. Il primo a uscire allo scoperto, proponendo un break per dare spazio alla Consulta, è stato sabato scorso Umberto Ranieri. Indicato, in passato, come vicino alle posizioni del Quirinale. Ieri, poi, in un’intervista al Corriere della Sera è toccato a Luciano Violante — chiamato dal Colle nel comitato dei saggi — non escludere la strada del ricorso. Gelida, però, la reazione dei vertici dem.
Fassina non le manda a dire: «Violante è autorevole esperto e giurista, ma certo non rappresenta la posizione del Pd». Secondo il viceministro la trincea è pronta a reggere al fuoco dei berlusconiani: «Non mi risulta che ci siano differenze rispetto alla linea di Epifani, c’è un’assoluta convergenza». Nessun cedimento al Cavaliere, insomma, in nome della stabilità.
Certo, l’ala governativa di Pd e Pdl ragiona da settimane sui vantaggi immediati di un ricorso alla Consulta. E dal quartier generale azzurro Maria Stella Gelmini invita
i falchi Pd alla “conversione”. Nessuno, però, si spinge ancora fino a difendere la tesi dello scambio. Al massimo, l’appello è a valutare ogni strada percorribile. Come fa un lettiano doc, il senatore Francesco Russo: «Non ho le competenze giuridiche — premette — ma è certo che il Pd non farà nulla contra
legem. Non sarà accondiscendente verso Berlusconi, ma non negherà tutti gli spazi di difesa». Molto, sostiene, dipenderà da cosa «diranno i giuristi». E poi, ricorda, esiste anche il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo promossa dai berlusconiani. In ogni caso, «nessuno vuole far apparire che si porti avanti una forzatura».
In Giunta per le immunità, però, tira un’aria ben diversa. Sentite il capogruppo Felice Casson: «Non c’è possibilità di un ricorso alla Consulta. Questo perché nel sistema costituzionale se una legge non va bene è il Parlamento a rifarla, non delega a un altro organo. E poi la giunta è un organo para-giurisdizionale, di nomina politica. Non un organo giurisdizionale». Non c’è spazio per ulteriori dilazioni, assicura l’esponente dem. La strada per ulteriori distinguo è insomma sbarrata: «Dal segretario nazionale al segretario dell’ultimo circolo del Pd c’è compattezza. Anche se il Pdl cercherà di tutto — dalla decadenza all’Imu — per far saltare il governo». E anche Stefania Pezzopane non immagina altro che un giudizio rapido sul Cavaliere: «Per noi è impensabile che la giunta faccia ricorso. E a inizio legislatura questa impossibilità è stata sostenuta con particolare attivismo dai membri del Pdl… «.
E si fanno sentire anche i giuristi. Interviene ad esempio Cesare Mirabelli., ex presidente della Corte costituzionale «Non mi pare — afferma — che ricorra il presupposto di un ricorso alla Consulta. Dovrebbe in ogni caso essere l’Aula del Senato a sollevare la questione, e non la Giunta. Ma sarebbe singolare che a sollevare la questione sia lo stesso organo che ha approvato la legge e che potrebbe deliberarne la modifica».

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