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Le vedove inconsolabili (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 28/11/2013. Marco Travaglio attualità

La vignetta di Vauro, con il tappo dello champagne che fa plif, rende bene l’idea dell’insod – disfatta soddisfazione di chi l’altroieri avrebbe dovuto esultare per la liberatoria, ancorché tardiva, cacciata di Berlusconi da un Parlamento in cui non avrebbe mai dovuto mettere piede. Eppure è come se gli Evviva ci fossero rimasti strozzati in gola. Non parliamo dei parlamentari del centrosinistra che, salvo rare eccezioni, hanno sempre e fino all’ultimo lavorato per lui, riportandolo al potere dopo la scoppola elettorale di febbraio, rieleggendo con lui Napolitano, facendo scegliere a lui il premier Nipote e manomettendo con lui l’articolo 138 della Costituzione in attesa di scassarne con lui tutta la seconda parte, e ora fischiettando fanno finta di non averlo mai conosciuto. Parliamo di chi l’ha combattuto davvero, sempre, irriducibilmente, senza mai votarlo né rinunciare a contestarlo anche in piazza. E ora sente il retrogusto amaro della vittoria mutilata. I motivi sono tanti, ma ne citiamo due. Primo: lo spettacolo horror di quella robaccia che si fa chiamare Nuovo Centrodestra e che Scalfari incredibilmente spaccia per la “nuova destra repubblicana”: se il futuro che ci attende sono gli Alfano, Schifani, Quagliariello, Cicchitto, Formigoni che una settimana prima della decadenza hanno morso la mano che li ha nutriti per vent’anni, tanto vale tenersi il puzzone: se non altro ha 78 anni e dura un po’ meno. Secondo: la lettura dei giornali finto-indipendenti, che han tenuto bordone al Caimano per vent’anni e ora che è decaduto, senza un briciolo di autocritica, gli saltano addosso con la violenza indecente di Maramaldo, pronti a balzare sul carro dei nuovi vincitori. Ma, siccome sotto sotto si vergognano, non rinunciano all’equazione cerchiobottista “berlusconismo uguale antiberlusconismo”. Per raccontarsi e raccontarci che chi non ha mai scelto da che parte stare fra legalità e illegalità, fra democrazia liberale e conflitto d’interessi, insomma fra guardie e ladri, sguazzando in mezzo al guado e ciucciando un po’ di qua e un po’ di là, non aveva tutti i torti. Basta leggere gli editoriali dei vari Battista, Folli e Polito, prefiche inconsolabili delle defunte larghe intese. Sono gli stessi che, per compiacere i loro editori e il santo patrono del Sistema, cioè Napolitano, due anni fa accreditarono la patacca di un B. convertito a statista che accettava bontà sua di dimettersi per sostenere il governo Monti in nome dell’interesse nazionale e della grandi riforme. Poi, quando un anno fa il noto responsabile staccò la spina a Bin Loden, si stracciarono le vesti, scoprendo di botto che era un irresponsabile. Subito si agitarono per mettere in guardia Bersani dall’allearsi con quei brutti ceffi di Di Pietro e Ingroia, e poi dal tentare approcci con quel putribondo figuro di Grillo. E quando nacque il governo Letta riattaccarono con la bufala della pacificazione nazionale e della riconversione di B. a statista per salvare la patria. Lui, vivaddio, coerente come non mai, pensava solo a salvarsi dalla galera. Infatti, quando il salvacondotto è sfumato, ha ristaccato la spina. E soli li ha lasciati, a maledire di nuovo la sua improvvisa, inaspettata irresponsabilità. Fa quasi tenerezza Pigi Ballista quando secerne sul Corriere tutto l’amaro stupore perché “Forza Italia ha legato indissolubilmente il suo futuro alla sorte parlamentare del suo leader” (e a chi doveva legarla, a Giovanardi?), “si ritira dal tavolo delle riforme istituzionali” (se Dio vuole, almeno quel pericolo pare scampato) e manda “al diavolo il paese” (perché, che altro aveva fatto dal ’94 a oggi?). E si domanda affranto “che fine ha fatto il senso di responsabilità giustamente sbandierato” con la rielezione di Napolitano. Dài, su, Pigi, non fare così: non ti ha detto niente la mamma? “L’idea di una persecuzione giudiziaria del leader” che tu scopri ora con due decenni di ritardo come “inaccettabile”, è la stessa che hai sempre propagandato su La Stampa, su Panorama , su Rai1 e infine sul Corriere . O dobbiamo ricordarti tutto noi? Molto commovente anche Polito: per lui il vero dramma non è un governicchio che non fa nulla e dunque ce lo terremo sul groppone per altri due anni. Ma il fatto che “si ricomincia” con la guerra “fra berlusconiani e antiberlusconiani”, tra “i falchi di qua e di là”, e lui non sa mai cosa mettersi: per lui chi ha sempre avuto torto e chi ha sempre avuto ragione sono la stessa cosa. Anche perché lui non lo sa proprio, cosa vuol dire avere ragione. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, trova “qualcosa di incivile nell’esultanza di chi riempiva i calici per brindare alla caduta del ‘nemico’”. Giusto: avrebbero dovuto listarsi a lutto per non imbarazzare la corte di paraculi e leccaculi che han tenuto in vita Berlusconi per vent’anni, non ne hanno mai azzeccata una e ora, anziché scavarsi una buca e seppellircisi dentro, ci spiegano come uscire dal berlusconismo col nipote di Gianni Letta e con tutti gli Alfanidi. Qualcuno evoca l’eterno trasformismo e gattopardismo italiota, come dopo il fascismo. Ma il paragone non regge: nel 1946 al governo andò De Gasperi, non il nipote di Starace con Ciano vicepremier.

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Decadenza di Berlusconi, il discorso di Paola #Taverna.

Da beppegrillo.it 28/11/2013 attualità

Si chiude, oggi, impietosamente, una “storia italiana“: segnata dal fallimento politico, dall’imbarbarimento morale, etico e civile della Nazione e da una pesantissima storia criminale. Storie che si intrecciano, maledettamente, ai danni di un Paese sfinito e che riconducono ad un preciso soggetto, con un preciso nome e cognome: Silvio Berlusconi. La sua lunga e folgorante carriera l’abbiamo già ricordata in passato: un percorso umano e politico costellato di contatti e rapporti mai veramente chiariti con la Mafia, passando per società occulte, P2, corruzione in atti giudiziari, corruzione semplice, concussione, falsa testimonianza, finanziamento illecito, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di senatori, induzione alla prostituzione, sfruttamento della prostituzione e prostituzione minorile. Insomma un delinquente abituale, recidivo e dedito al crimine, anche organizzato, visti i suoi sodali. Forse alcuni hanno dimenticato che la sua “discesa in campo” ha avuto soprattutto, per non dire esclusivamente, ragioni imprenditoriali: la situazione della Fininvest nei primi anni novanta, con più di 5 mila miliardi di debiti, parlava fin troppo chiaro. Le elezioni politiche del 1994 hanno segnato l’inizio di una carriera parlamentare ILLEGITTIMA, sulla base della violazione di una legge vigente sin dal ’57, la 361, secondo la quale Silvio Berlusconi era ed è palesemente ineleggibile. Quella legge che non è mai stata applicata, benché fosse chiarissima, grazie alla complicità del Centro-Sinistra di D’Alemiana e Violantiana memoria. Per non parlare dell’eterna promessa, mai mantenuta, di risolvere il conflitto di interessi. Questa è storia.
Due mesi fa abbiamo visto diversi Ministri, in suo nome, presentare le dimissioni, dando inizio al siparietto della prima crisi di un Governo nato precario. Per non parlare della legge di Stabilità che giaceva ormai da settimane nella V Commissione, in totale spregio di quanto previsto dalla procedura. Ieri ne abbiamo visto la triste conclusione: fiducia… fiducia verso chi e verso cosa? Lo vogliamo dire agli italiani che la legge che dovrebbe assicurare i conti, ma soprattutto garantire la ripartenza economica del nostro paese, la sua “stabilità” appunto, è stata svilita e degradata a semplice espediente dilatorio per farle guadagnare qualche altro giorno in carica? Vogliamo ricordar loro, inoltre, i due bei regali che riceverà a spese di tutti noi contribuenti? Assegno di “solidarietà” pari a circa 180.000 euro. Assegno vitalizio, circa a 8.000 euro al mese.C’è bisogno poi di ricordare perché ancora oggi qualcuno, nonostante l’evidenza dei fatti, nonostante una sentenza passata in giudicato, voglia un voto, uno stramaledetto voto, per applicare una legge?
Questo Senato, poi, sentirà una enorme mancanza dell’operato parlamentare del Signor Berlusconi. Dall’inizio della legislatura, i dati dimostrano la sua dedizione al lavoro in questa istituzione; dimostrano la passione con cui ha interpretato il proprio mandato nell’interesse del Paese.
Disegni di legge presentati: zero! Emendamenti presentati: zero! Ordini del giorno presentati: zero! Interrogazioni: zero! Interpellanze: zero! Mozioni: zero! Risoluzioni: zero! Interventi in Aula: uno, il 2 ottobre, per annunciare la fiducia al Governo! Interventi in Commissione: zero! Presenze in Aula: 0,01%!
Di cosa stiamo discutendo quindi? Della decadenza dalla carica di Senatore di un personaggio che il suo mandato non lo ha mai, neppur lontanamente, svolto. Di un signore che però ha puntualmente portato a Palazzo Grazioli e ad Arcore ben16 mila euro al mese! Per non fare assolutamente nulla, se non godere dell’immunità parlamentare. Lei è stato il Presidente del Consiglio che ha mantenuto per più tempo la carica di Governo e che ha disposto della più ampia maggioranza parlamentare della storia. Un immenso potere, svilito e addomesticato esclusivamente ai propri fini, cioè architettare reati e incrementare il suo personale patrimonio economico.
Quante cose avrebbe potuto fare per questo nostro Paese, se solo avesse anteposto il bene comune ai suoi interessi personali? Dopo tutto questo tempo ci ritroviamo con la disoccupazione giovanile al 40%, pensionati a 400 euro mensili, nessun diritto alla salute, nessun diritto all’istruzione, un territorio devastato dalle Alpi alla Sicilia, le nostre città sommerse dalle piogge e le nostre campagne avvelenate… era il 1997 quando Schiavone veniva a denunciare dove erano stati riversati quintali di rifiuti tossici… lo stesso anno in cui questo Stato decise di segretare tali informazioni. E tutto ciò con l’Iva al 22 % e un carico fiscale che si conferma il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali… e gli imprenditori che si suicidano per disperazione. Spesso nemmeno per i debiti… ma per i crediti non pagati dalla pubblica amministrazione, cioè dallo STATO stesso! Speravate che ci saremmo arresi. Che, per l’ennesima volta, ci saremmo abbandonati ai due mali più terribili dell’Italia. La rassegnazione e il fatalismo. Beh, vi sbagliavate. Ci avete costretti ad entrare nelle istituzioni per combattere quella che non è solo la nostra battaglia, ma è la battaglia di tutti i cittadini onesti. Una battaglia che prima di essere politica è soprattutto ETICA.
Stiamo cominciando a raggiungere il nostro scopo: riportare nella politica trasparenza e legalità. La classe partitica italiana è stata costretta a votare la legge Severino, ponendo qualche “paletto” alla candidabilità degli improponibili: si poteva e si doveva fare meglio. Ma è già un segnale. Si è tentato di dichiararla anticostituzionale per non applicarla a una persona che si ritiene al di sopra della giustizia. Ma il MoVimento 5 Stelle ha tenuto altissima l’attenzione dell’opinione pubblica, spingendo anche le altre forze politiche a reagire per non essere travolte dall’indignazione popolare.
La nostra presenza in quest’aula, oggi, rappresenta un solo, semplice concetto: non vogliamo chiamarci politici ma restituire il potere ai cittadini. Signor Berlusconi accetti la decadenza o rassegni le sue dimissioni! Questa non è una vendetta. Qui non c’è nessuna ingiustizia o persecuzione. La sua immagine per noi è già piccola, sfuocata e lontana. È già passato. E qui ci sono solo cittadini italiani che vogliono riprendersi il proprio presente. Perché altrimenti non avranno più un futuro.

Avanti i prossimi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 28/11/2013 Marco Travaglio attualità

Diciamo la verità fino in fondo. Se ieri, per la prima volta nella sua storia, il Parlamento italiano ha espulso un pregiudicato solo ed esclusivamente perché è pregiudicato (e non per effetto dell’interdizione dai pubblici uffici), il merito non è del Parlamento italiano. Ma di una serie di soggetti che stanno fuori. Anzitutto un pugno di giornalisti, alcuni dei quali scrivono su questo giornale, che denunciano da anni sullo scandalo degli onorevoli condannati. E poi di Beppe Grillo, che raccolse quella battaglia sul suo blog con la campagna “Parlamento Pulito”, arrivando nel 2005 ad acquistare una pagina del-l’Herald Tribune (la stampa italiana naturalmente si tirò indietro) per pubblicare la lista delle “quote marron”, e a raccogliere al V-Day del 2007 centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che naturalmente fu insabbiata in Parlamento. Senza quel martellamento, che impose il tema nell’opinione pubblica, e senza la paura del trionfo dei 5 Stelle, la legge Severino non sarebbe stata approvata, né presentata, né forse pensata. Poi naturalmente il merito è di alcuni magistrati di Milano: il tanto bistrattato (non a caso) pm Fabio De Pasquale e dei collegi di tribunale e d’appello presieduti da Edoardo d’Avossa e Alessandra Galli, che hanno condotto le indagini e i dibattimenti sul caso Mediaset con fermezza e correttezza, senza raccogliere le infinite provocazioni fabbricate a getto continuo dall’imputato e dai suoi onorevoli avvocati. Sostenuti da sparuti settori della società civile, hanno ignorato gli alti moniti che li invitavano a non disturbare la pacificazione e le larghe intese, insomma a prendersela comoda e a lasciar prescrivere anche quel processo, come altri sette a carico del Caimano: l’ultimo, il processo Mills, cadde scandalosamente in prescrizione 10 giorni prima della sentenza di primo grado, e forse un giorno le stranezze che ne hanno costellato l’ultima fase troveranno una spiegazione e una sanzione per i responsabili.

Ma il merito più grande l’ha Antonio Esposito, fortunatamente capitato per normale turnazione a presiedere la sezione feriale della Cassazione nel luglio di quest’anno. Avrebbe potuto fingere di non vedere che, nel riquadro in alto a destra del fascicolo Mediaset, la Procura generale della Corte d’appello aveva segnato le date di prescrizione delle due frodi fiscali scampate alla falcidie del fattore tempo e alle leggi vergogna: 1° agosto 2013 per quelle del 2002, 1° agosto 2014 per quelle del 2003. Se si fosse voltato dall’altra parte, il processo avrebbe seguito i tempi normali: sarebbe stato assegnato alla III sezione della Cassazione, che aveva già confermato i proscioglimenti di Berlusconi nei processi milanese e romano per il caso gemello di Mediatrade (stessa prassi di gonfiare i costi dei film acquistati negli Usa, ma in anni successivi e con altre società-schermo rispetto al caso Mediaset). Oppure, come si vociferava nei palazzi, alle Sezioni Unite, con tempi più lunghi rispetto a quelli normali. Col risultato che il reato del 2002 si sarebbe nel frattempo prescritto e la Suprema Corte avrebbe dovuto annullare la sentenza e disporre un nuovo passaggio in appello per rideterminare la pena: facendo perdere altro tempo, prescrivere anche l’ultima frode del 2003 e riposare in pace il processo. Invece Esposito trattò quel processo e quell’imputato come un processo e un imputato normali: e assegnò il caso Mediaset alla sezione feriale per scongiurare, com’era suo dovere, la mezza prescrizione. Fu così che, ben prima del dibattito grazia sì-grazia no, il salvacondotto atteso dal Caimano sfumò.

Per questo (e non certo per l’intervista manipolata) Esposito è così detestato da quella proiezione ortogonale di tutti i poteri, politici e togati, che è diventato il Csm: perché, obbedendo soltanto alla legge senza guardare in faccia nessuno, ha fatto saltare il patto non scritto su cui si reggevano le larghe intese. Che infatti, da ieri, sono naufragate, anche se i loro artefici, da Napolitano a Letta jr., dal Pd agli alfanidi, fanno finta di nulla. Berlusconi non finisce certo con la sua cacciata dal Senato, e nemmeno con la sua penosa decadenza anche psicofisica esibita ieri in piazza, travestito da Juliette Gréco. Finirà soltanto quando i milioni di italiani che continuano a credere e a sperare in lui capiranno che non conviene. E quando tutti i berluscloni di destra, di centro, e di sinistra che infestano le istituzioni avranno seguito le sue orme. Possibilmente a un ritmo un po’ più celere di uno ogni vent’anni. Anzi, se il Cavaliere vuotasse finalmente il sacco su chi l’ha tenuto artificialmente in vita (politica) per vent’anni, si renderebbe persino utile. Ormai ha un senso solo come collaboratore di giustizia.

Vent’anni di decadenza (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/11/2013.Marco Travaglio attualità

Oggi, salvo sorprese, per Silvio Berlusconi è l’ultimo giorno di Parlamento. L’ha sempre disprezzato, da oggi lo rimpiangerà (che fa rima con immunità). Tutto accade a vent’anni esatti dalla sua prima uscita politica. È il 23 novembre ’93 quando, inaugurando un ipermercato Standa a Casalecchio di Reno, annuncia il suo appoggio a Fini contro Rutelli, che si giocavano al ballottaggio la poltrona di sindaco di Roma. Forza Italia è pronta da mesi. Marcello Dell’Utri ci ha lavorato da par suo. Il primo a saperlo è stato Craxi, il 4 aprile. La Fininvest affoga nei debiti (2.500 miliardi di lire), il pool Mani Pulite ronza attorno al Cavaliere da un anno, arrestandogli un manager via l’altro. In estate, mentre ad Arcore impazzano i provini per i candidati (uno, per l’emozione, è caduto nella piscina), è stato avvertito anche Indro Montanelli: “Entro in politica, il Giornale sarà con me?”. “Te lo puoi scordare”. Montanelli sostiene i referendum di Segni, per un centrodestra liberale e moderato. E il 25 novembre avverte il Cavaliere sul Giornale: “L’idea di mettere intorno a un tavolo Bossi, Fini, Segni, Martinazzoli e non so chi altro mi sembra un sogno a occhi aperti. Ma anche se Berlusconi riuscisse a realizzarlo, con quegli ingredienti non si fa un programma: si fa solo un minestrone da cui non ci si può aspettare nulla di concreto”. E, sia chiaro, “l’unico che può cacciarmi è il becchino”. Da quel momento sulle reti Fininvest i vari Sgarbi, Fede e Liguori – i “manganelli catodici” – iniziano a massaggiargli la schiena per indurlo alle dimissioni. Il 26 novembre, mentre Mentana, Costanzo e i giornalisti Mondadori chiedono garanzie sull’autonomia del Gruppo, il vecchio Indro dice a Sette : “Se oggi in Italia saltasse fuori un altro Mussolini, avrebbe spazio libero. Ma abbiamo visto dove portano gli incantatori di masse”. Minoli anticipa un’intervista a Mixer del Cavaliere, che intanto affronta i giornalisti alla Stampa estera, per la prima volta da politico. Finge di non aver deciso se entrare in politica direttamente o solo come sponsor di un rass emblement: la candidatura è solo l’extrema ratio, lui non se la augura. E l’iscrizione alla P2? Una storia vecchia. E il fascismo? Un’ideologia vecchia, “sepolta nel passato”. E chi dice il contrario? “Si vergogni!”. La stampa di sinistra, italiana ed europea, è più scandalizzata dall’appoggio al “fascista” Fini che dal finanziere-tycoon in politica. Ma il Berliner Zeitung scrive: “Nessuno in Europa ha tanto potere nei media quanto Berlusconi”, senza contare i “grossi debiti del suo gruppo”. La parola “conflitto d’interessi” fa capolino anche in Italia, perché il Tg4 ha trasmesso integralmente la conferenza stampa. Veltroni annuncia: “Faremo subito una legge antitrust sulle tv e la pubblicità”. Buona questa. Si fa vivo anche Giorgio Napolitano, presidente della Camera con un monito ante litteram: “Possono anche entrare in campo nuovi soggetti dalla vita economica. Ma le istituzioni si facciano carico di garantire il massimo equilibrio nell’uso dei mezzi di informazione”. Buona anche questa. Il Cavaliere replica a stretto giro in terza persona: “Se un editore importante dovesse scendere in campo, mi parrebbe giusto e di buon senso scegliere tra le due cose”. Buona pure questa. Nascono i comitati Boicotta Biscione di Gianfranco Mascia. Tina Anselmi paventa il ritorno della P2. Sgarbi ce l’ha con “i nipotini di Stalin”. Bossi capisce subito che la volpe di Arcore vuole razziare nel suo pollaio: “Un partito non si crea dall’alto, piazzando una decina di generali: deve nascere dal popolo”. Berlusconi entra per la prima volta in Senato il 16 maggio 1994. Presenta il suo primo governo per la fiducia. E dice: “È stato legittimamente sollevato il problema del conflitto d’interessi… Nel primo Consiglio dei ministri abbiamo deciso una commissione di esperti per trovare delle soluzioni entro fine settembre”. Poi fa gli auguri “ai nostri atleti” in partenza per i Mondiali di calcio in America e, già che c’è, pure al Milan che ha vinto la Champions “per difendere i suoi colori, quelli di Milano ma anche quelli dell’Italia”. Il 19 maggio, a Montecitorio, parla per l’opposizione Giorgio Napolitano. Nuovo monito ante litteram: “Ricercare il più ampio consenso per le riforme costituzionali” e dialogo con il governo: “una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione”. Che “non deve impedire che il governo governi”. Manco fosse a Westminster. Il Cavaliere si arma di un sorriso a 32 denti e sale a stringere la mano a questo “oppositore corretto, all’inglese”. DA ALLORA A OGGI le apparizioni del Cavaliere in Parlamento saranno un po’ meno numerose dei suoi capelli veri, forse anche dei suoi processi. Quasi soltanto per le fiducie dei governi suoi e altrui, e per le leggi sugli affari suoi. Il 2 agosto ’94 tuona contro la sinistra che vorrebbe (addirittura) “l’esproprio proletario” della Fininvest: “ma siamo in Italia, non nella Romania di Ceausescu”. Per il resto “il Parlamento mi fa perdere tempo” (11.10.94). Ma, sia chiaro, “il mio rispetto per il Parlamento è assoluto”. Il 21 dicembre gli tocca proprio andarci, alla Camera, perché Bossi l’ha appena sfiduciato: “Ha una personalità doppia, tripla, forse anche quadrupla. Il suo mandato diventa carta straccia. Una grande rapina elettorale”. Il 2 agosto ’95 lancia la sua riforma costituzional- presidenzialista. L’anno seguente, per oliare l’inciucio della Bicamerale, ottiene dal solito Violante una seduta straordinaria della Camera per denunciare lo scandalo del “cimicione”: “Onorevoli colleghi, il fatto è grave. Un’attività spionistica ai danni del leader dell’opposizione, da chiunque ordita, rientra perfettamente nel panorama non limpido della vita nazionale. Mai, nella storia repubblicana, sono gravate sulla libera attività politica tante ombre e tanto minacciose. Nella giustizia malata di questo Paese siamo alle intercettazioni virtuali” (16.10.96). Si scoprirà poi che l’aggeggio trovato a Palazzo Grazioli è un ferrovecchio scassato e inservibile, piazzato lì non dalle toghe rosse, ma dalla stessa ditta da lui incaricata di “disinfestare” la casa. Nel ’97 Berlusconi vota con l’Ulivo per la missione militare in Albania, mentre Lega e Rifondazione sono contro. Il leghista Luigi Roscia lo canzona: “Bravo, inciucione!”. E lui: “Bravo tu, furbacchione: votate con Rifondazione, avete proprio delle facce di cazzo!”. Poi cade Prodi e arriva il governo D’Alema-Cossiga-Mastella. Il Cavaliere, alla Camera, torna a strillare al ribaltone: “Continua con D’Alema la maledizione dei partiti comunisti: mai riusciti ad andare al governo con un libero voto popolare… Questo è uno sciagurato mix fra vecchi gladiatori e vecchie guardie rosse… Moro fu assassinato dalle Br, i cui volti spuntavano dall’album di famiglia del comunismo italiano. Il suo, onorevole D’Alema, è un governo senza legittimità democratica, ha solo il 28% dei consensi”. Fabio Mussi lo fulmina: “Quando arriva al 100 per cento, Cavaliere, ci faccia un fischio” (24.10.98). NEL 2001 torna al governo, ma non in Parlamento. Un giorno i Ds gli chiedono di riferire alle Camere sul Medio Oriente, e lui: “Sono richieste ridicole! Basta leggere i giornali, anche l’Unità, e tutti possono sapere la situazione in Medio Oriente” (6.3.2002). L’Italia entra in guerra contro l’Iraq. Scalfaro denuncia in Senato il “servilismo” di B. verso Bush. Lui sibila: “Ma vaffanculo!”. L’ulti – ma impresa parlamentare degna di nota è in Senato, all’approvazione della Devolution: “Chi non salta comunista è!” (16.11.05). Poi più nulla fino al 22 aprile 2013, dopo l’ultimo capolavoro: la rielezione di Napolitano. Il Re esalta l’inciu – cio prossimo venturo e lui magnifica “il discorso più straordinario che io abbia mai sentito nei vent’anni di vita politica”. Ergo, “meno male che Giorgio c’è”. Segue abbraccio affettuoso. Sette mesi fa, e pare già un secolo. Il 2 ottobre, mentre Bondi alla Camera tuona contro Letta Nipote (“vergogna vergogna!”), Berlusconi in Senato annuncia la fiducia. Oggi – salvo colpi di scena, o di coda, o di mano, o di testa, o di sonno – Palazzo Madama voterà la sua decadenza. E, se sarà presente, i commessi lo accompagneranno all’uscita. Potrà rientrare fra sei anni, quando ne avrà 83. E l’ordine lo darà il presidente Piero Grasso, lo stesso che l’anno scorso voleva premiarlo per il suo indefesso impegno antimafia. A quel punto, al Caimano, verrà da ridere. O forse da piangere.

Clemenza senile (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 26/11/2013.Marco Travaglio attualità

La penosa conferenza stampa di B. sulle “nuove prove” che non solo giustificherebbero la revisione del processo Mediaset, ma addirittura lo scagionerebbero, è – come si dice a Roma – una sòla. Una patacca. Nessuno ha mai sostenuto che il produttore egizio-americano Frank Agrama sia uno stinco di santo: altrimenti non sarebbe suo amico e sodale. Del resto è stato condannato per frode fiscale anche lui. In ogni caso la legge prevede le procedure per la revisione: se B. la chiederà, la Corte d’appello di Brescia deciderà ciò che è giusto fare. Nel frattempo, siccome B. è un pregiudicato, la legge Severino impone che esca con le mani alzate dal Senato: avrebbe dovuto farlo “immediatamente” fin dal 1 agosto, se i partiti suoi complici nelle larghe intese non avessero rinviato con ogni scusa il voto in giunta e poi in aula. Su un punto, però, il Cainano ha qualche ragione di lamentarsi: quello della grazia. Non perché vi abbia diritto. Anzi, nel suo caso la grazia non è ammissibile, sia per i numerosi processi che ancora pendono sul suo capo, sia perché sono trascorsi appena tre mesi dalla sentenza della Cassazione. Peccato che Napolitano non abbia mai osato dirglielo fino all’altroieri. Il 13 agosto, 12 giorni dopo la condanna, diramò un mega-monito in cui spiegava le istruzioni per l’uso della clemenza, lasciando intendere – come in varie repliche successive – che il principale ostacolo alla grazia era che B. non l’aveva chiesta, e comunque avrebbe potuto coprire solo la pena principale (quella detentiva) e non la pena accessoria (l’interdizione dai pubblici uffici). In realtà – come scrisse lui stesso – la grazia “può essere concessa anche in assenza di domanda”, e pure sulla pena accessoria (lo fecero altri presidenti prima di lui). Napolitano definì “legittimi” e “comprensibili” il “turbamento” e la “preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza”. Cioè ammise che B. non è un cittadino come gli altri. Tant’è che incredibilmente invitò i giudici a concedergli “precise alternative al carcere, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto”. Come se fossero dovute per legge, mentre non lo sono. Mai, nella storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato aveva spiegato come ottenere la grazia a un tizio appena condannato (che non gliel’aveva neppure chiesta e rifiutava la sentenza), collegandola fra l’altro al suo sostegno al governo, cioè a una scelta politica che dovrebbe essere libera e nulla ha a che vedere con il diritto costituzionale. È da quell’atto inaudito e forse – quello sì – “dovuto”, in base a precedenti impegni assunti alla nascita delle larghe intese dopo la rielezione, che iniziano le ambiguità, i non detti, le aspettative mancate ora sfociate nella furia di B.

Un giorno, forse, capiremo perché il presidente fece annusare la grazia al pregiudicato, che ora schiuma di rabbia perché si sente preso in giro. Ma sono tante le cose che dobbiamo ancora capire. Un’altra è il motivo dell’inquietante tira-e-molla ingaggiato da Napolitano con i giudici del processo Trattativa che l’hanno citato come teste sulle confidenze che scrisse di avergli fatto il consigliere D’Ambrosio: prima ha dichiarato di essere “ben lieto” di testimoniare, ora invece manda a dire di non avere “da riferire alcuna conoscenza utile al processo” e pensa di cavarsela con una letterina in cui dice di non sapere nulla: come se D’Ambrosio si fosse inventato tutto. Ora, se un testimone non ha nulla da dire, non manda una lettera per chiedere l’esonero: si presenta e risponde alle domande. I giudici alla fine decidono se è credibile, o magari reticente o menzognero, nel qual caso lo indagano per false dichiarazioni (un tempo potevano arrestarlo su due piedi). Cosa che non possono fare se uno testimonia per lettera. Mentre dà lezioni di diritto al Cainano, il presidente farebbe bene a prenderne qualcuna per sé.

Il Colle: no alla grazia E Alfano scarica B

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/11/2013.Sara Nicoli attualità

DECADENZA.

Scaricato e messo all’angolo, prima da Alfano, quindi da Napolitano, intervenuto a mettere un freno ad una possibile escalation mediatica di Forza Italia contro un solo colpevole: proprio il Quirinale. Giornata di grande tensione, quella di ieri, con indiscrezioni sulle intenzioni eversive del Cavaliere che si sono rincorse per tutto il pomeriggio fino a sfociare in un diktat, dal Colle, inviato nel tentativo di chiudere per sempre la questione della grazia e sedare gli animi dei facinorosi pro Silvio. Peccato che Berlusconi non abbia alcuna voglia di mollare. E i suoi anche meno. Ieri lo ha fatto capire con chiarezza, chiamando ancora in causa il Colle da cui si sarebbe aspettato, in virtù della sua storia politica, la concessione della grazia “motu proprio”. Parole disordinate alle quali Napolitano ha reagito subito – e male – chiudendo a suo modo la questione definitivamente. Cioè, che non ci sono le condizioni per la grazia: “Non solo non si sono create via via le condizioni per un eventuale intervento del Capo dello Stato sulla base della Costituzione, delle leggi e dei precedenti – ha sostenuto Napolitanosi sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”. Già, perché il Cavaliere aveva annunciato un’escalation di tensione in vista della sua decadenza. Puntando al “bersaglio grosso”, non Renzi come si era immaginato (e contro cui avrebbe, comunque, fatto fare un’indagine accurata, senza tuttavia trovare grandi riscontri), bensì proprio il Capo dello Stato. Allarmato, Napolitano ha quindi deciso di agire in via preventiva, levando spazio a Berlusconi e al suo gioco delegittimante contro il Colle.

UN’OPERAZIONE che comincerà comunque oggi. Quando il Cavaliere spiegherà pubblicamente come ha intenzione di restare a galla nonostante la sentenza di decadenza dal Senato. Primo bersaglio Napolitano, reo di avergli teso una trappola fin dal giorno della decadenza “facendogli credere – ci dice un falco a lui vicino – che un suo comportamento mansueto avrebbe favorito la decisione positiva sulla grazia, fatto che poi si è scoperto privo di ogni fondamento”. Ecco perché, proprio in previsione di questo gesto di sfida, il Capo dello Stato ha pensato bene di richiamarlo anche “a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Ossia: evitare di far tracimare la prevista manifestazione di mercoledì davanti a palazzo Grazioli (già pronti i pullman come ai primi di agosto) in qualcosa di più pesante, una gazzarra con relativo corteo che si spinge a protestare fin sotto il Senato, proprio nei momenti in cui Berlusconi parlerà in aula prima del voto. Un’escalation di tensione che l’intervento di Napolitano ha invece rinfocolato , convincendo i falchi ad andare avanti. Gasparri, per primo, ieri si è detto “sbigottito” dalla “tutela preventiva” del Colle. E Brunetta ha sostenuto: “Napolitano si è rivelato uomo di parte”. Oggi, dunque, il volume di fuoco sarà pesante, anche perchè Berlusconi annuncerà il suo voto negativo alla legge di Stabilità, dunque il passaggio al-l’opposizione e metterà sul tavolo anche nuove carte di Frank Agrama appena arrivate dall’America, sulla cui base si proclamerà “innocente” e griderà alla necessità di una revisione del processo. Già allertati i direttori delle testate Mediaset, con un’unica regola di ingaggio: scatenare l’inferno su quelle carte, far girare l’informazione come in campagna elettorale.

Conscio di tutto questo prossimo stridore di lame, ieri Angelino Alfano ha pensato bene di marcare la distanza a partire dalla manifestazione (in quanto ministro dell’Interno la vede come fumo negli occhi): “Guardiamo al futuro e non siamo coinvolti”, ha detto, rimandando al mittente l’invito di Brunetta a partecipare al corteo. Il vicepremier appare ormai lontano. Ha in mente di proporre “un patto al Parlamento, al governo e anche a Matteo Renzi”. “A fine 2014”, poi faremo il punto. Certo, Berlusconi non è del tutto dimenticato, “meriterebbe la grazia”, dice Alfano, peccato che accanto a lui continui a prevalere “una linea estremista del partito, che consideriamo sbagliata, di voler far cascare tutto e mettere gli interessi del Paese dopo l’egoismo di partito; c’è accanto a Berlusconi chi lo spinge in una direzione estrema”. E senza vie d’uscita.

Interdizione, il Cavaliere ha fatto male i conti

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LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA IN APPELLO BIS DICONO CHE DEVE STAR FUORI 6 ANNI DALLE CAMERE COME PREVEDE LA LEGGE SEVERINO.
Da Il Fatto Quotidiano del 30/10/2013.Antonella Mascali attualità
La legge Severino sull’incandidabilità, e sulla decadenza di un parlamentare, per i condannati a oltre due anni di pena, come Silvio Berlusconi, “non è sovrapponibile” a un processo penale, ha un iter “distinto”. Ergo, il leader del Pdl deve decadere da senatore ed è in-candidabile per i prossimi 6 anni.

La smentita della tesi difensiva dei berlusconiani in Parlamento e degli avvocati-parlamentari al processo Mediaset-diritti Tv, su una supposta non retroattività, arriva dai giudici milanesi dell’Appello bis, che il 19 ottobre scorso hanno condannato il Cavaliere a 2 anni di interdizione dai pubblici uffici.

E BERLUSCONI si lamenta con Bruno Vespa: il voto sulla sua decadenza “sarebbe una macchia per la democrazia”, il governo potrebbe modificare la norma scrivendo che “non è retroattiva. Letta dica sì o no”.

Quanto al merito delle motivazioni, depositate ieri, anche per i giudici della terza sezione penale della Corte d’Appello Berlusconi non merita le attenuanti generiche: è un evasore incallito e per di più ha frodato il fisco pure da “uomo politico”. L’appello bis è stato celebrato dopo che la Cassazione, il primo agosto, ha confermato 4 anni di pena (3 indultati) e l’interdizione dai pubblici uffici. Ma, invece, dei 5 inflitti in primo e secondo grado, la Suprema Corte ha ordinato il ricalcolo della pena sulla base della legge tributaria che prevede da 1 a 3 anni di interdizione. Berlusconi non ha avuto il minimo perché “Il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato… anche e soprattutto come uomo politico aggrava la valutazione della sua condotta”. I giudici, inoltre, ricordano che “ è stato l’ideatore e l’organizzatore… della galassia di società estere collettrici di fondi neri e apparenti intermediarie nell’acquisto dei diritti televisivi…”. Dimostrata pure “la particolare intensità del dolo nella commissione del reato e perseveranza in esso”.

Chiamato in causa dai difensori, sulla legge Severino, il no del collegio presieduto da Arturo Soprano, al ricorso alla Consulta, suo malgrado, è piombato sul dibattito politico.

LA NORMA, si legge (estensore Maria Rosaria Mandrioli), è altra cosa dalle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici, che “comminano i giudici”. “Ha un ambito di applicazione distinto, ben diverso e certamente non sovrapponibile” con quello del processo penale. Anzi, le pene inflitte dai giudici, per la legge Severino, sono un “presupposto per la incandidabilità del soggetto, ovvero per la valutazione della sua decadenza dal mandato elettorale conferitogli”.

Dunque, non si pone il problema della retroattività su cui ha puntato la difesa per ottenere il ricorso e su cui, ieri, ha insistito Francesco Nitto Palma (Pdl) sostenendo che i giudici hanno definito la Severino una sanzione amministrativa e dunque non retroattiva. Gli ha risposto il senatore del Pd Felice Casson: “La Corte non ha affatto detto questo, ha detto che la Severino attiene ai requisiti” per essere candidabile e per restare in Parlamento.

Tornando alle motivazioni, contengono, inoltre, una rivelazione: non è vero che Mediaset ha già sanato il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, relativo al 2002-2003, oggetto della condanna di Berlusconi: “La difesa si è limitata a produrre in causa una mera ‘proposta di adesione extragiudiziale’ formulata solo in data 11/9/2013, con previsione di rateizzazione dei pagamenti a partire dal 22/10/2013 con scadenza al 22/7/2016″. In ogni caso, rispondono i giudici agli avvocati, per evitare l’interdizione, il contenzioso fiscale va sanato prima dell’inizio del dibattimento.

Ed è falso che Berlusconi non abbia potuto pagare al posto di Mediaset perché non aveva un ruolo formale in azienda e che, pertanto, non abbia potuto evitare l’interdizione: “Nulla precludeva, invero, a Berlusconi Silvio… di attivarsi personalmente per estinguere il debito tributario in questione”.

L’avvocato Niccolò Ghedini, il 19 ottobre scorso, alla fine dell’udienza, aveva dichiarato che Mediaset aveva sanato il debito con il fisco pagando “circa 11 milioni di euro”.

Decadenza, B. conta sui fuggitivi da Monti

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/10/2013. Chiara Paolin attualità
Davanti alle telecamere di Lucia Annunziata, Mario Monti lascia trasparire un lampo velenosetto: “Sulla decadenza di Berlusconi io voterò in base alla relazione che la Giunta del Senato farà pervenire in aula: per me la votazione è sull’applicazione di una legge approvata un anno fa e che allora non fu contestata, non un giudizio su una persona. Vediamo se in Italia c’è o no lo Stato di diritto. Altri senatori, tra gli 11 di Scelta civica che mi hanno sfiduciato, hanno detto che intendono fare la stessa cosa”.

DUNQUE IL PALLOTTOLIERE del voto pro o contro Silvio è sempre in movimento, apparentemente stabile nel dare vantaggio a chi vuol mettere fuori gioco il Cavaliere, ma suscettibile di sorprese causa modalità di espressione: procedendo col voto segreto (come pare ormai probabile), il campo dei franchi tiratori sarà vasto e iperbolico.
La verità è che nel gioco lento del governo bipartisan, ognuno deve curare almeno un po’ l’orto di partito mirando alleelezioni che prima o poi verranno. E allora gli Scissionisti di Scelta civica diventano importanti: “Non siamo appassionati ai giochi di palazzo e alle sigle, ma a un grande centrodestra. Noi dobbiamo riunire tutta l’area alternativa alla sinistra come ha fatto il Polo della Libertà nel ‘94 e la Casa delle Libertà nel ‘96. Lo ha fatto Berlusconi vincendo in entrambi i casi. Noi puntiamo ad una larga vittoria del centrodestra, unendo tutta l’area alternativa alla sinistra. Il futuro è una larga vittoria, non una larga intesa”. Parole che il Tg1 ieri ha piazzato nella edizione delle ore 20, il massimo ascolto per il segnale più chiaro: quel 7,2 per cento che l’ultimo sondaggio (Lorien, ieri sera) riconosce al centro di Monti e Casini serve eccome per gabbare il Pd.

Nel merito della decadenza, Alfano va sul classico: “La legge Severino non può essere retroattiva, nè prevedere un periodo di esclusione dalla politica di 6 anni che va ben oltre i 2 dell’interdizione. Siamo certi che il Pd potrà rivedere la sua posizione”. Poi ci pensa Daniela Santanchè a spingere un po’ di più: “In Italia ci sono dei traditori. Il primo è il Pd, perché è venuto meno ai patti. Poi c’è il Capo dello Stato, che sta facendo il suo secondo mandato perché lo ha proposto Berlusconi , ma la pacificazione di cui aveva parlato non c’è – ha detto ieri l’onorevole nell’Arena di Massimo Giletti -. Ho votato Napolitano, ma oggi non lo voterei più. Deve mantenere la parola data ed essere arbitro della Costituzione, non un giocatore”.

A STRETTO GIRO la risposta istituzionale del partito: “Siamo certi che i parlamentari delPdl non condividono le gravi affermazioni dell’onorevole Santanchè nei confronti del presidente Napolitano. Le sue rimangono valutazioni personali e come tali vanno giudicate” dettano alle agenzie di stampa i presidenti dei gruppi di Senato e Camera, Renato Schifani e Renato Brunetta. Mentre l’ecumenico Cicchitto così fraseggia: “La via maestra è il binomio Alfano-Berlusconi. E traditore non si dica più a nessuno”.

Insomma tutto per bene nel Pdl che ondeggia tra manovre instabili, fratture interne e leader ingombranti: decadenza o interdizione, il problema è sempre

DECADE B. E ROTOLA IL GOVERNO

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/09/2013. Fabrizio D’Esposito attualità

LA MINACCIA È PRONTA: APPENA LA GIUNTA AFFOSSERÀ LA RELAZIONE DI ANDREA AUGELLO IL PDL È PRONTO A BUTTARE GIÙ LETTA. L’OBIETTIVO: VOTARE PRIMA DELLA FINE DELL’ANNO.

Un’altra settimana di passione per il governo Letta, dopo quella che si è appena chiusa. Ancora una volta giorni decisivi per l’esecutivo delle larghe intese appeso alle sorti del Condannato di Arcore. E ancora una volta l’ultimatum più importante è affidato a Renato Schifani, uno delle guide spirituali e siciliane delle colombe del Pdl, l’altra è il corregionale Angelino Alfano. Dice Schifani: “È ormai tutto chiaro, il Pd vuole le elezioni e lavora per questo”. Il riferimento è al voto fatidico di mercoledì sera, alle 20 e 30, nella giunta delle immunità del Senato. Oggetto: la decadenza del Cavaliere in base alla legge Severino. L’accordo per contarsi, dopo le minacce e le tensioni di lunedì e martedì scorsi, è stato unanime ma la scontata bocciatura della relazione di Andrea Augello, ex An, contrario alla decadenza, ha innescato una nuova escalation.

Così i soliti falchi del Pdl annunciano tra mercoledì e venerdì l’atteso ritorno di B. in video, forse a un talk-show, che secondo i loro pronostici dovrebbe essere l’estrema unzione al governo di Enrico Letta. Un’invettiva cruenta contro i magistrati che non potrà lasciare indifferente il Pd, il bilancio sanguinoso di una guerra che dura da vent’anni. Dicono dal cerchio magico berlusconiano: “Se il presidente parlerà è per dire cosa pensa e cosa vuole, poi toccherà al Pd comportarsi di conseguenza”. Insomma, rullano di nuovo i tamburi di guerra. Un’agonia infinita, determinata dagli umori e dai ragionamenti del Condannato, che già si è autorecluso da agosto nella sua villa, ormai bunker, di Arcore. Aggiunge un commissario della giunta, quota centrodestra: “Giovedì mattina il governo non ci sarà più”. Minacce, minacce, minacce.

Il punto è che prima o poi alla decadenza del Cavaliere ci si arriverà e tanto vale, allora, sfasciare la maggioranza prima per tenere aperta, entro l’anno, la finestra elettorale d’autunno-inverno. Daniela Santanché alias la Pitonessa lo sostiene esplicitamente: “In un Paese dove ci sono due papi si può votare anche a Natale”. Continua la Santanché: “La ferita non è più rimarginabile, per me la giunta non esiste più”. Tutto questo restringe, se non annulla completamente, i margini per un’altra trattativa da qui a mercoledì, sotto lo sguardo vigile e preoccupato del Colle interventista. Pure una supercolomba come Gaetano Quagliariello ammette: “Sarebbe insopportabile trasformare il voto in giunta in una corrida contro Berlusconi”.

EPPURE I TERMINI della tregua sottoscritta martedì scorso tra Pd, Pdl e Quirinale avevano spostato a metà ottobre, al voto in aula sulla decadenza, la scadenza per la resa dei conti. Ma la chiusura del Pd a ogni tentativo di ricorso del Pdl contro condanna e legge Severino ha di fatto azzerato la tregua. Secondo le colombe più ottimiste si sarebbe arrivati a ottobre inoltrato, appunto, in coincidenza con la scelta di Berlusconi su servizi sociali o domiciliari e la rideterminazione del-l’interdizione in Appello. Ma ieri ad Arcore, lo stesso Berlusconi avrebbe giudicato inutile questa strategia del rinvio e dei tempi lunghi: “Io non mi dimetto mi cacciassero loro. Se il Pd vota contro la relazione di Augello meglio finirla subito, non ha senso aspettare”. Linea questa che è un ulteriore indizio contro lo schema del Quirinale sulla grazia da concedere dopo il passo indietro dalla politico e l’inizio dell’affidamento ai servizi sociali.

Ovviamente da oggi, i mediatori saranno di nuovo al lavoro e il finesettimana andrà via in convulse telefonate tra Letta Zio e Nipote poi tra i Letta e Napolitano. Il premier tenta di resistere e parla come se avesse vita lunga. Riforma del bicameralismo (“non stiamo sfasciando la costituzione, la riformiamo”). Attacco a Renzi che parla “per spot”. E difesa a oltranza di questa maggioranza. “Non bisogna vergognarsi delle larghe intese”. Ieri mattina si è anche sparsa la voce che Berlusconi sarebbe dovuto intervenire con una telefonata o un video dalla festa di Atreju, organizzata dai Fratelli d’Italia. Le colombe però lo avrebbero convinto a rinviare e a soprassedere ancora. Segno che comunque il momento del suo ritorno pubblico è molto vicino. Anche perché questa sarà anche la settimana del lancio della nuova Forza Italia.

Banano, che fare? (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/09/2013. Marco Travaglio attualità

Giungono notizie sempre più strazianti dalla reggia di Arcore dove la mummia del Banano ha deciso di anticipare gli arresti domiciliari da – calcola puntigliosamente un affranto cronista del Corriere – “37 giorni” cioè “888 ore” cioè “53.280 lunghissimi minuti”. Notizie talmente ferali da muovere a commozione persino il più sfegatato degli antiberlusconiani. No, non può finire così. Bisogna fare qualcosa. Non si può lasciare quel povero vecchietto in ostaggio al carro di Tespi minore che, pensando di far cosa gradita, gli tiene compagnia dandogli giorno dopo giorno il colpo di grazia. Nessun reato, neppure la strage, potrebbe mai giustificare la pena accessoria di essere circondato e guardato a vista da Coppi, Ghedini, Longo, Letta Zio, Doris, Paolo minor, Del Debbio, più l’onorevole badante Maria Rosaria Rossi e la fidanzata Francesca Pascale col cane Dudù che “ha preso l’abitudine di dormirgli addosso” e “sceglie a piacimento come, quando e soprattutto dove fare i suoi bisogni” (in effetti ultimamente il colorito del pover’ometto tende un po’ al giallino). Come se non bastasse, gli vengono inflitte le letture – citiamo testualmente, con un filo di sgomento– degli “atti dei congressi di Magistratura democratica, del libro di Fabrizio Cicchitto sull’uso politico della giustizia e dell’intervento che il magistrato Carlo Nordio ha letto domenica a Cernobbio”. Il che spiega perché l’insonnia lo perseguiti e, in un luogo un tempo popolato da allegre mignotte d’ogni età e nazionalità, lo conduca a meste passeggiate notturne nel parco con barboncino gay al seguito; e soprattutto perché lui rifiuti di chiedere la grazia e i servizi sociali, e ai domiciliari preferisca decisamente la galera. Ma per forza: piuttosto che vedere certa gente o leggere certe boiate, uno normale fa domanda per Guantanamo. Sfido io che non dorme: non per le sentenze, ma per tutti quelli che ha pagato, da Lavitola a De Gregorio a Tarantini che ritrovano improvvisamente la memoria. Scene che stringono il cuore e impongono una gara di solidarietà per liberarlo dalla morsa di colombe e falchi, pitoni e pitonesse, cani da compagnia e da riporto, delfini e tonni, insomma tutto lo zoo. Perduta ogni speranza nei cosiddetti amici che l’han ridotto così, il Banano dovrebbe fidarsi di noi nemici, che almeno siamo disinteressati. Abbiamo in mente qualche via di fuga più interessante e sicura di quelle fin qui suggerite dai consigliori, tipo attendere la grazia (che non estingue la pena accessoria), sperare nei franchi tiratori del Pd in Senato (idem come sopra) o ricorrere a Strasburgo e Lussemburgo, poi magari a Edimburgo, Salisburgo, Magdeburgo, Pietroburgo (sveglia! la piscina con l’acqua miracolosa è a Lourdes). Europa per Europa, tanto vale provare con Eurodisney (solo nel regno del fantasy un noto frodatore fiscale può sperare di passare per un perseguitato politico). O con l’Eurotunnel (potrebbe magari occuparsene l’on. avv. Gelmini, esperta del ramo). E, a proposito di tunnel: nelle notti insonni con Dudù fra i piedi, magari fischiettando per distrarre eventuali pedinatori e intercettatori, potrebbe incaricare gli appositi Schifani e Brunetta (soprattutto il secondo: dà meno nell’occhio) di scavare una galleria sotto il parco in vista della fuga. Destinazione? I Caraibi e la Russia dell’amico Putin sono troppo scontati e prevedibili per funzionare. Meglio una repubblichetta ex sovietica, tipo le baltiche Estonia, Lettonia e Lituania (lui un giorno, quand’era ministro degli Esteri ad interim, parlo anche dell’“Estuania”, ma è sconsigliabile perché non esiste), che facendo parte dell’Europa potrebbero persino candidarlo e farlo eleggere con immunità incorporata, non conoscendo la legge Severino. Oppure quelle che finiscono in -stan: Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan. Ecco, l’ideale sarebbe proprio il Kazakistan: basta travestirsi da moglie di un dissidente, e al resto ci pensa Alfano.

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