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CSM, È STATO NAPOLITANO A VOLER PROCESSARE DI MATTEO (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 09/02/2014. attualità Marco Travaglio
PROCESSO A DI MATTEO PER UN’INTERVISTA : IL MANDANTE È IL COLLE UN DOCUMENTO UFFICIALE RIVELA CHE LA SEGNALAZIONE PER UNA AZIONE DISCIPLINARE CONTRO IL PM CHE INDAGA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA PARTÌ DAL QUIRINALE.

Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a “denunciare” al Pg della Cassazione il pm della Trattativa per un’intervista sulle telefonate con Mancino. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato più odiato da Riina è sotto azione disciplinare, senza aver violato alcun segreto.

Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma “spintanea”, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: “Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012”. In quella lettera, il segretario generale del Quirinale Donato Marra, braccio destro di Napolitano, trasmette un suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato e fra questa e la Procura di Palermo a proposito di un’intervista di Nino Di Matteo a Repubblica . L’intervista si riferisce alle rivelazioni diffuse il 20 giugno 2013 dal sito di Panora ma : intercettando Nicola Mancino, i pm di Palermo sono incappati non solo in 9 sue conversazioni col consigliere Loris D’Ambrosio, ma anche in alcune con Napolitano in persona. Notizia rilanciata il 21 giugno dal Fatto e da altre testate. Il 22 giugno Repubblica intervista Di Matteo, il quale spiega che, negli atti appena depositati ai 12 indagati per la trattativa Stato-mafia, “non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. L’intervistatrice domanda se le intercettazioni non depositate saranno distrutte, Di Matteo risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. È OVVIO CHE, fra quelle da distruggere, ci siano anche le intercettazioni indirette del Presidente, visto che sono “irrilevanti” (almeno sul piano penale), mentre quelle ancora da approfondire riguardano altri soggetti. Ma, anzichè ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. L’Avvocato dello Stato, Ignazio Caramazza, viene attivato subito dopo l’intervista dal segretario generale Marra, perché chieda a Messineo “una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”. Il 27 giugno Caramazza scrive a Messineo per sapere come si sia permesso Di Matteo di svelare a Repubblica che sono “state intercettate conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura si riserverebbe di utilizzare”. Il procuratore risponde con due lettere: una firmata da Di Matteo, l’altra da lui. Entrambe chiariscono ciò che è già chiarissimo dall’intervista: “La Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”: cioè con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto dei nastri – previsto espressamente dal Codice di procedura penale – da parte degli avvocati. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme, minacciando “le iniziative del caso”. Allora una normale intervista che spiega come la Procura abbia rispettato e intenda rispettare la legge diventa un caso di Stato. Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue “prerogative”. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un “procedimento paradisciplinare”, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come “avocare” da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di “coordinarla” con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. Il primo agosto un sostituto di Ciani scrive al Pg di Palermo per sapere se Messineo avesse autorizzato Di Matteo a rilasciare l’intervista e perchè non l’avesse denunciato al Csm per averla rilasciata. Il Fatto lancia una petizione e raccoglie 150 mila firme in un mese: lo vede anche un bambino che il processo disciplinare è fondato sul nulla. IL 10 AGOSTO il Pg di Palermo risponde a Ciani: l’intervista di Di Matteo non richiedeva alcuna autorizzazione e non violava alcuna norma deontologica perché non svelava alcun segreto, visto che la notizia delle telefonate Napolitano-Mancino l’avevano già diffusa Panorama e poi decine di testate. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” e “leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica”; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda: la notizia delle telefonate Mancino-Napolitano non la svelò Di Matteo, ma Panora ma , in un articolo “presente nella rassegna stampa del Csm del 21.6.2012”. Quindi “con apprezzabile probabilità occorre assumere che la notizia… fosse oggetto di diffusione da parte dei mass media in tempo antecedente” a quello dell’intervista incriminata” del giorno 22. Ma va? Ergo “è del tutto verosimile” che Di Matteo tenne “un atteggiamento di sostanziale cautela” e “non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica”, semmai “intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine”. Quindi “la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti”, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm. Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario – già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi.

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Nausea con monito (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 14/11/2013. Marco Travaglio attualità

Anziché seguitare a trafficare intorno al giudice Antonio Esposito, cercando ogni pretesto per punirlo, il Csm potrebbe dire chiaramente ciò che abbiamo capito tutti. Esposito si è reso “divisivo” perché ha osato fare ciò che nessuno aveva mai fatto: condannare definitivamente Silvio Berlusconi. Diversamente da plotoni di toghe che, al primo cenno del Quirinale, si mettono sull’attenti e sospendono processi, interrompono requisitorie, si bevono impedimenti-farsa, congelano udienze, rinviano camere di consiglio, Esposito ha obbedito soltanto alla legge. Come presidente della sezione feriale della Cassazione, ha emesso la sentenza del processo Mediaset il 2 agosto, prima che scattasse la solita prescrizione. E così ha disturbato la “pacificazione” ordinata da Napolitano e Letta jr. per tener buono il Caimano. Dunque bisogna trovare il modo di punirlo, anche se non ha fatto altro che il suo dovere, anzi proprio per questo. Il pretesto è noto: l’intervista apparsa sul Mattino il 6 agosto, intitolata “Berlusconi condannato perché sapeva”. Peccato che, nel testo concordato col giornalista, Esposito non parlasse mai di B.. Peccato che la domanda su B. fosse stata aggiunta dopo, senza il suo consenso, appiccicata a una risposta sull’infondatezza del “non poteva non sapere” nei processi. Peccato che le motivazioni depositate il 29 agosto siano totalmente diverse dai princìpi enunciati nell’intervista. Ma non è bastata la prova provata che Esposito non ha mai anticipato le motivazioni della sentenza Mediaset. Il Csm ha aperto un procedimento per trasferirlo d’ufficio (e dove, di grazia, visto che la Cassazione è competente su tutt’Italia?). E il Pg ha avviato un’istruttoria disciplinare. Due iniziative che hanno alimentato il linciaggio sugli house organ della Banda B. Ma due iniziative illegali. La prima perché il trasferimento d’ufficio dipende da situazioni incolpevoli di incompatibilità ambientale, che prescindono dalle condotte volontarie (come le le interviste). La seconda perché la legge che regola i procedimenti disciplinari, la 269/2006, ritiene illecite solo le “dichiarazioni o interviste che riguardino soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione ovvero trattati e non definiti”. E il processo Mediaset era già definito con sentenza definitiva. Ed Esposito non aveva neppure nominato il “soggetto coinvolto” (ma, se l’avesse nominato, non avrebbe commesso illeciti ugualmente).

Nei giorni scorsi Esposito ha appreso dai giornali, che riprendevano un lancio di agenzia, che la sua pratica di trasferimento stava per essere archiviata, e con quale motivazione. Bel paradosso: il Csm anticipa a mezzo stampa la sentenza su un giudice accusato di aver anticipato a mezzo stampa una sentenza. Il relatore ha smentito di averla spifferata lui. Ma ieri s’è scoperto che il verdetto corrisponde alle indiscrezioni. Dunque qualcuno dal Csm l’ha fatto uscire prima. Peccato che l’interessato non ne sapesse nulla: del resto non l’hanno neppure ascoltato per consentirgli di difendersi. Alla fine, con 17 Sì, 2 No e 5 astenuti, il Plenum ha deciso di non trasferirlo. Ma ha trovato comunque il modo di sputtanarlo: “Il comportamento può integrare profili disciplinari, deontologici e professionali, da affrontarsi eventualmente nelle sedi competenti”. Anche se la legge non lo prevede. Perché fosse tutto ancor più chiaro, i signori del Csm hanno infilato nella delibera l’ultimo monito di Napolitano alle toghe: “misura e riservatezza“, niente “fuorvianti esposizioni mediatiche” né “atteggiamenti protagonistici e personalistici”. Come se i moniti valessero più delle leggi. Immediata l’esultanza del laico del Pdl Niccolò Zanon, che è pure uno dei 35 saggi ricostituenti di Letta & Napolitano: “Il lato positivo è che la delibera parla di aspetto disciplinare. Speriamo che la Procura generale faccia quello che deve fare”. Se si danno da fare, magari riescono a punire il giudice innocente prima che decada il pregiudicato colpevole.

“I pm di Palermo? Corretti Avrei fatto la stessa cosaANTONELLO RACANELLI, CONSIGLIERE DEL CSM: ”GIUSTO NON DISTRUGGERE LE INTERCETTAZIONI”


Fatto Quotidiano 8/07/2012 di Marco Lillo attualità
I pm della Procura di Palermo si sono comportati correttamente. Al loro posto avrei agito allo stesso modo. Le intercettazioni di Napolitano non anda-
vano distrutte d’ufficio e mi sorprende che solo Il Fatto e pochi altri sostengano questa tesi”. A parlare è Antonello Racanelli, consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura in quota Magistratura Indipendente: un moderato, non sospettabile di essere un amico della Procura di Palermo. È stato lui il pm che ha chiesto l’archiviazione per Silvio Berlusconi nel caso Saccà e che ha acconsentito alla distruzione delle telefonate imbarazzanti del Cavaliere con le sue amiche in cerca di lavoro in Rai. Racanelli oggi però non si unisce al coro di chi dà ragione al presidente Napolitano: “Da sostituto procuratore – dice al Fa t t o – mi sono occupato più volte del problema della distruzione delle intercettazioni non rilevanti e, se fossi stato al posto dei colleghi di Palermo, mi sarei comportato esattamente come loro. Il procuratore Messineo, Ingroia e Di Matteo hanno rispettato la legge. Inutile girarci attorno: la normativa attuale non prevede la possibilità di distruggere gli audio delle conversazioni del presidente con Nicola Mancino al di fuori dell’udienza davanti al Gip alla presenza degli avvocati
delle parti e del pm”.
Alcuni giuristi, come Gianluigi Pellegrino, sostengono che il Presidente ha ragione e che le intercettazioni andrebbero distrutte applicando la Costituzione e l’articolo 271 del codice.
Quella norma non c’entra nulla: riguarda le telefonate dell’indagato con il suo legale, non è applicabile per analogia al Capo dello Stato. La Costituzoccupa delle intercettazioni indirette, ma solo del divieto di disporre l’i n t e rc e t t a z i o n e del Capo dello Stato. L’interpretazione costituzionalmente orientata a cui lei fa riferimento merita rispetto, ma ho delle perplessità su questa tesi. A mio parere c’è una la-cuna normativa e spetta al Parlamento colmarla. Non può farlo il pm inventandosi una norma che non c’è o applicando un’a l t ra norma che non c’entra nulla come il 271.
Il Fatto sostiene da tempo questa tesi nell’isolamento generale. Perché nessun costituzionalista ha il coraggio di farsi intervistare per dire una cosa così ovvia?
Lei sa che le mie posizioni su molte questioni sono lontane anni luce dal Fa t t o . Devo dire però con mia sorpresa che su questi aspetti molte volte ho notato che siete stati gli unici a scrvere, magari con toni che non condivido (specie con riferimento alla persona del Presidente), cose corrette dal punto di vista tecnico.
Anche se alcuni giuristi come il professor Cordero hanno scritto che la procedura seguita dai pm di Palermo è giusta, effettivamente non sono state tante le voci fuori dal coro. Anche l’Anm non ha brillato nel difendere i sostituti della Procura di Palermo sottoposti non a legittime critiche, ma a pesanti accuse.
Come valuta l’intervento del Capo dello Stato nella questione del coordinamento tra le procure che indagano sulle stragi e sulla trattativa? La famosa lettera al Procuratore generale Ciani per imporre un coordinamento tra procure è un’ano mala invasione di campo su richiesta di un amico di Napolitano o è una normale attività del presidente?
Se il Presidente Napolitano è intervenuto come Capo dello Stato nella mia qualità di componente del Csm posso solo esprimere rispetto istituzionale. Ma se si è trattato, come alcuni hanno sostenuto, di un intervento nella qualità di Presidente del Csm, allora, secondo me, si pone un problema sul quale è opportuno riflettere con serenità e rispetto. Ritengo che se il presidente del Csm interviene su una questione così delicata dovrebbe interessare il Consiglio. Pur con il massimo rispetto e con la massima stima per il suo insostituibile ruolo nella difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura mi chiedo: perché il Presidente della Repubblica, quando ha deciso di far scrivere alPg della Cassazione, non lo ha comunicato a noi consiglieri del Csm?
Il Csm si occuperà del problema della distruzione delle intercettazioni. Le sembra opportuno?
Dai giornali ho appreso dell’apertura di una pratica sulle prassi e sulle linee interpretative corrette in materia, su richiesta del consigliere Nappi.
Non sono affatto d’accordo: non è compito del Csm dire ai pubblici ministeri e ai gip cosa è giusto fare nel merito delle decisioni. Mi sembra una china pericolosa: il Csm non è né il Parlamento né la Cassazione.
Nappi è di Md e altri esponenti influenti di Md come Nello Rossi hanno criticato pubblicamente nel merito l’inchiesta di Ingroia e Di Matteo.
generale mi sembra inaccettabile che un magistrato critichi pubblicamente un altro magistrato nel merito delle sue indagini. Sono rimasto deluso dal comportamento dell’Anm. La magistratura associata deve difendere per principio un pm esposto ad attacchi molto forti, sia dall’interno della magistratu- sia da esponenti politici, solo perché sta applicando la legge e sta svolgendo, nel suo libero convincimento, la sua funzione nel modo che ritiene giusto. A prescindere dalle idee che ciascuno può avere sul merito dell’indagine sulla trattativa, la nostra associazione di categoria doveva difendere Ingroia e Di Matteo così come secondo me era giusto difendere il sostituto pg Iacoviello quando fu attaccato per la sua requisitoria al processo Dell’Utr i.
Lei ha votato contro il collocamento fuori ruolo di Ingroia. Se tutti i consiglierivessero fatto come lei, Ingroia non sa-ebbe potuto andare in Guatemala.
È sicuro che sarebbe stato un male per la giustizia italiana? Ed è sicuro che quello era dav-ero il desiderio più profondo di un magistrato appassionato come Ingroia? Il mio timore è che abbia deciso di fare questo passo proprio perché ha sentito l’isolamento creato anche all’interno della stessa magistratura ed è questa la novità che mi preoccupa.

Csm: Ciechi Sordi Muti (Marco Travaglio).

Csm: Ciechi Sordi Muti (Marco Travaglio)..

Il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia “partigiano della costituzione ” Il Csm archivia ma possibile multa,


redazione
Adesso siamo oltre al ridicolo il procuratore di Palermo per altro molto noto Antonio Ingroia si schiera a favore della Costituzione e rischia sanzioni da parte del Csm.
da Redazione del Fatto Quotidiano 23/01/2012
Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, bacchettato a maggioranza dalla Prima commissione del Csm, che ha aperto
un fascicolo dopo che il magistrato, al congresso del Pdci, dell’ottobre scorso, si era dichiarato “par tigiano della Costituzione”. I consiglieri Zanon (Pdl), Calvi (Pd) e Corder (Indipendente), con i voti contrari di Borraccetti e Rossi (Area) e l’astensione di Fuzio
(Unicost) hanno approvato un documento che propone al Plenum di archiviare perché non ci sono i presupposti per un trasferimento d’ufficio: la partecipazione di Ingroia al congresso è stata inopportuna ma episodica, sostengono. Ma chiedono, comunque, una “punizione”: l’invio degli atti alla Quarta commissione, che valuta la professionalità dei magistrati. a.masc .

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