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Crisi economica, patologia degenerativa del capitalismo

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Fonte CaratteriLiberi del 22 luglio 2013 di Loredana Biffo Attualità

Un’analisi sulle origini del capitalismo e del concetto di “mercato” dal medioevo ai giorni nostri. A partire dagli effetti devastanti della crisi economica. Loredana Biffo, socia di LeG Torino, firma questo articolo per la rivista on line CaratteriLiberi che nasce dalla volontà di un gruppo di giornalisti free lance e studiosi, di contrastare la deriva culturale a cui stiamo inesorabilmente assistendo, nonchè la sottomissione dell’informazione ai poteri forti.

Alla luce degli effetti devastanti che la crisi economica sta provocando sulla pelle degli individui, è oggi più che mai necessario, analizzare il passato, per comprendere il presente; come sosteneva Tucidide. Partendo da questa premessa, la realtà, ci impone di rovesciare il paradigma dominante, per il quale il sistema economico non conosce altra legge che quella del mercato, un assunto che si presenta addirittura come amorale difronte allo smantellamento dei diritti e dello stato sociale messo in atto nell’ultimo ventennio.

In un sistema (Bobbio) in cui non è dato di distinguere tra ciò che è indispensabile e ciò che non lo è; un sistema in cui non si è vista sulla scena della storia, altra democrazia che non sia quella coniugata con una società di mercato; è necessario rendersi conto che l’abbraccio del sistema politico – democratico con il sistema capitalistico, è insieme vitale e mortale, o meglio – è mortale anche se vitale.

Come sappiamo, il capitalismo ha le sue radici nel medioevo, quando il mondo rurale comprendeva i tre quarti della popolazione. Il signore imponeva la corvèe, il fattore pagava il suo affitto, e l’oste era ai margini del bosco. Queste erano le “tipologie sociali classiche” dell’età medioevale, come il servo e il domestico; non le sole però.

Nelle città le condizioni di sviluppo economico erano più stabili grazie alla possibilità di ampliare un giro d’affari o la vicinanza di una clientela agiata, nonché la circolazione di denaro in modo più regolare.

Lavoro e profitto

Nasce così la concezione di “giusto prezzo” di vendita, ossia, a seconda delle condizioni del mercato, il consuetudinario e sempre equo rapporto fra il costo di fabbricazione e il prezzo di vendita: il ricavo, che è la base della buona mercatura, la regola d’oro della mentalità dell’epoca.

I canonisti ammettevano che alla fatica e al servizio compiuti, doveva corrispondere un guadagno, che doveva però rimanere molto modesto: “lucrum moderatum”, come avrebbe detto Tommaso d’Aquino. E’ stata proprio l’esistenza di un simile freno nella ricerca del massimo guadagno possibile, che impedì di applicare all’età medioevale tutti i caratteri attribuiti al sistema capitalistico attuale.

Sarà poi la cultura protestante a dare una nuova connotazione al capitalismo. Max Weber nel celebre trattato “L’etica protestante” cercherà di comprendere il mondo moderno, in particolare la società industriale capitalista. Ciò che fece fu definire la misura in cui la religione aveva contribuito alla formazione ed espansione dello spirito del capitalismo, osservando la unicità dell’occidente, l’aspirazione a un guadagno sempre rinnovato, ossia la “redditività”, grazie all’organizzazione capitalistica del lavoro con la separazione dell’azienda dalla casa.

Weber riteneva che lo spirito del capitalismo implicasse un’etica economica, o un senso del dovere, in particolare un dovere verso una “vocazione”; questo è decisamente in contrasto con quello che la modernità ci presenta, cioè il lavoro incessante per il mero profitto, cosa che spinge gli individui molto oltre i bisogni, lasciandosi guidare da motivazioni del tipo: “il tempo è denaro”.

In weber lo spirito del capitalismo non poteva essere spiegato dal desiderio del lusso. La risposta stava in due idee religiose fondamentali del protestantesimo: “vocazione e predestinazione”. Egli dimostrò come un insieme di idee religiose potesse influenzare il modo di lavorare e spendere. Il risultato di una particolare forma di comportamento economico contribuì al sorgere della forma occidentale di capitalismo che ha dominato l’economia mondiale per tre secoli.

Se l’agire sociale, riflette gli aspetti culturali necessari a comprendere un mutamento sociale, per collegarci all’attualità, è particolarmente utile analizzare lo sviluppo del capitalismo a partire dalla concezione Taylorista, messa poi in atto da Enry Ford nel regime produttivo dei primi anni trenta del dopoguerra.

Il taylorismo necessitava di masse di lavoratori, e il lavoro domestico femminile diventava una garanzia al sostentamento dell’uomo in una società in cui dominava il modello famigliare dell’uomo “procacciatore di reddito”.

Altro fatto fondamentale era il “disciplinamento dei lavoratori”, in base alla famosa teoria di Taylor, secondo la quale i lavoratori sono “plebaglia”: cioè individui rozzi, ignoranti e motivati solo dal guadagno; redarguiti da sanzioni severe che equivalevano alla perdita del salario, o il licenziamento.

Nel regime fordista – keinesiano, era fondamentale la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro, ne conseguiva un welfare italiano di tipo familistico, con matrimoni precoci e alti tassi di fertilità, e lavoro a tempo indeterminato per gli uomini; fino a quando si giunse alla crisi dell’impresa fordista per saturazione dei mercati dovuta all’ ingresso nel mercato dei paesi asiatici che proponevano beni di consumo di massa, ma ad alta tecnologia.

Il risultato, fu il fenomeno della “stagflazione”, ovvero l’aumento dei prezzi e la riduzione della domanda di lavoro con conseguente disoccupazione dovuta alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Avvenne di conseguenza il passaggio al “just-in-time”, sistema produttivo che garantisce la continua e perfetta simmetria tra l’offerta dei beni prodotti e la domanda che proviene dal mercato. Si tratta di un’idea semplice che consiste nel produrre merci finite al momento opportuno, per inserirle nei sottogruppi, e i materiali acquistati per trasformarli in parti. Le conseguenze che si ottengono con questo modo di produrre, sono opposte alla produzione di massa.

Capitalismo flessibile

Il sistema just-in-time rende possibile l’uscita di prodotti in serie brevi e differenziate con aggiustamenti continui alle fluttuazioni della domanda che “tira” la produzione, in questo modo il modello giapponese, consiste nel collegare la qualità all’essenzialità. Due fattori che si connetto direttamente alla “flessibilità produttiva, che ha come conseguenza l’apertura a forbice sul tasso di occupazione, si pensi che per le donne decresce dal 1960 al 1970, con una tendenza a peggiorare nel tempo, gli studi sui “rischi di cronicità” ci dicono che il lavoro è diventato più obsoleto.

Nella società post-fordista, tutta l’enfasi viene posta sulla “flessibilità”, si comincia a parlare di “capitalismo flessibile”, cambia il significato del lavoro, non si hanno più le carriere in cui un individuo doveva incanalare i propri sforzi in campo economico con una direzione che si poteva seguire per tutta la vita. Fanno la loro comparsa i “contratti atipici”, differenziali salariali e relativa selezione avversa.

Il carattere strutturale della precarietà, nel post-fordismo diventa un dato acquisito: è difficile che un mercato possa funzionare bene senza che ci sia precarietà. Il capitalismo flessibile sposta i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, cancella i “ percorsi lineari” tipici delle carriere.

Oggi la flessibilità mette in evidenza il significato della parola “job”, che nell’Inghilterra del trecento indicava un “blocco”, un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte all’altra; la conseguenza è che ora le persone sono chiamate a svolgere “pezzi” di lavoro.

E’ un sistema in cui sono evidenti le difficoltà a perseguire obiettivi a lungo termine, in un’economia che ruota attorno al “breve periodo”. La sfida che il capitalismo flessibile ci pone, è la difficoltà a decidere quali dei nostri tratti merita di essere conservato all’interno di una società “impaziente”., che si concentra solo sul momento, vengono a mancare nella vita delle persone, le “metanarrazioni”.

Lo stato di disoccupazione, comporta “effetti psico-relazionali”, con perdita di contatto, mette in crisi il ruolo sociale di quelli che fino agli anni 70/80 erano i procacciatori di reddito, da tempo ormai una famiglia per sopravvivere è dovuta diventare “dual-erner”, ossia a due redditi. La disoccupazione diventa frizionale e strutturale, se prolungata crea erosione dei risparmi creando l’abbassamento del cosiddetto “ salario di riserva”, al di sotto del quale non si è disposti a lavorare, e relativa caduta nella povertà.

Il mercato tenta di risolvere le sue crisi, attraverso il peggioramento delle condizioni di vita (Malthus) dei lavoratori, là dove il salario dipende dalla produttività marginale. La discesa verso la povertà che sta colpendo fasce sempre più larghe della popolazione, è causa di esclusione sociale, le diseguaglianze durevoli, danneggiano così tanti aspetti della vita delle persone, al punto da non essere riconosciute dagli altri come appartenenti alla comunità, si entra nella sfera della “squalificazione sociale”. La differenza di reddito, al di là di una certa soglia, diventa causa di discriminazione, si pensi a quello che viene definito il “culto del self”, cioè di come per acquisire uno status, dobbiamo esibire la nostra appartenenza rispetto a idee o pregiudizi che si ritengono condivisi: le “regole grammaticali”, i riti del self nella società moderna sono diventati quotidiani: il “consumo” e le sue forme, le regole di chi è capace a procurarsi da vivere sul mercato, nascono spontaneamente dal regime produttivo di una società che ha nel recente passato, raggiunto un elevato grado di benessere. Il focus cui grava la vita materiale, è la “vergogna” da parte di chi non ce la fa: pensiamo ai suicidi.

Povertà assoluta e povertà relativa

Nel 1901 si parlava di “povertà assoluta”, nel 1962/64 di “povertà relativa”, oggi viene reintrodotto il concetto di povertà assoluta, in conseguenza alla crisi dei mercati dal 2008/2009.

E’ evidente da questi dati, che è necessario un intervento del welfare come politica di reddito minimo garantito là dove la crisi genera disoccupazione, e che se non sussidiata, produce povertà; risolvere l’esclusione sociale con politiche del reddito condizionate alla disponibilità a lavorare.

Sono indispensabili politiche di empowerment: il problema non dipende solo dai rafforzamenti sull’individuo (formazione ecc.), ma anche da una appropriata trasformazione dei contesti in cui l’individuo opera. Le politiche di contrasto alla vulnerabilità, comportano uno spostamento degli “obiettivi di giustizia”, il focus deve essere spostato dal discorso dell’eguaglianza al discorso della libertà. E’ significativa la correlazione causale tra libertà e diritti, in un processo di espansione delle libertà umane che si contrappone ad altre visioni più ristrette dello sviluppo, come quelle che lo identificano unicamente con la crescita del Pil.

Fondamentale il ruolo delle istituzioni della democrazia, che anche se sono nate per per favorire la formazione del mercato, dovrebbero altresì regolare il mercato e porre dei limiti alle forme di mercificazione. E’ evidente che questo è un un tema di grande respiro storico, essendo il reddito un importante mezzo di capacitazione a dirigere la propria vita, questo è basilare per l’eliminazione della povertà di reddito.

Il mercato non è, come tentano di farci credere, un qualcosa che esiste in natura, bensì è una istituzione alla quale partecipano soggetti diversi, e portatori di interessi diversi; un mercato senza regole non è un mercato efficiente in cui le parti sono tutelate, e dove le asimmetrie informative, sono ridotte al minimo e i contratti sono trasparenti, dove non c’è qualcuno che imbroglia.

Sul piano politico, è altresì necessario riflettere su ciò che è bene o non è bene fare e decidere politicamente, smetterla di applicare al lavoro, la categoria di “merce”, cosa ampiamente avvenuta nel mare magnum delle forme contrattuali, lavoro a progetto, lavoro in affitto, lavoro a chiamata ecc.

In tale contesto, la democrazia viene fatta apparire sempre più un lusso inutile e voluttuario, la giustizia sociale, i diritti e le questioni dell’eguaglianza sono diventati di per se un ostacolo, non solo ai mercati, ma al rendimento economico e allo sviluppo: vengono conteggiati come costi superflui.

Questa è la dimensione del nuovo iperliberismo che pone ormai apertamente il mercato non solo come equivalente della forma democratica, ma addirittura come sostitutivo di essa – come forma politica tout-court, che può in ampi campi della vita associata, sostituirsi allo strumento statuale di regolazione per determinare in assoluta autonomia una logica di totalitarismo di mercato.

Il messaggio esplicito del capitalismo, saldamente in mano alla finanza, è che dobbiamo “adattarci”, non si può far nulla contro l’ingiustizia sociale (da loro intenzionalmente creata) del mondo del lavoro.

I soprusi, la corrosione impressionante dei diritti, il disprezzo dei “padroni”: questo è l’orrore del regime capitalista, e di tutta l’infelicità che ne deriva. L’odioso diritto dei ricchi di disporre della vita dei lavoratori, ma soprattutto farne il motivo stesso del suo fallimento e mai del suo successo. Oggi siamo giunti ad una lettura del loro arrogante e presunto diritto a calpestare la libertà e dignità altrui, da qui bisogna ripartire.

L’autrice è giornalista e socia di LeG Torino

ITALIA, “PUNTO DI NON RITORNO” IL GOVERNO VEDE IL BARATRO.

corel
Da Il Fatto Quotidiano del 03/07/2013.redazione attualità
IL MINISTRO GIOVANNINI: “CRISI PIÙ DURA DELLA STORIA, IN VISTA ALTRE CHIUSURE”. ZANONATO: “È UNA CORSA CONTRO IL TEMPO”.

Avolte succede così, mentre sei impegnato a fare altro e non ci pensi nemmeno. Se sei, per dire, un ministro dello Sviluppo economico, può succedere che ti scappi una parola di verità invece delle solite banalità da convegno. Da ieri lo sa bene Flavio Zanonato, che davanti alla placida platea degli assicuratori dell’Ania (che s’aspettava, puntualmente accontentata, la solenne promessa di tagliare gli indennizzi per il danno biologico) ha buttato lì una frase che è quasi una condanna per il governo del rinvio di cui fa parte: “Siamo arrivati ad un punto di non ritorno, abbiamo bisogno di tornare a crescere in tempi rapidi, è una corsa contro il tempo per dare speranza alla nostra economia”. I numeri della discesa libera che ci ha portati vicini al tracollo ve li raccontiamo nella pagina accanto, ma è curioso notare come Zanonato – uomo caro a Bersani venuto a Roma dal Veneto fiaccato dalla crisi – ieri abbia contraddetto di fatto il suo collega dell’Economia, usando toni in una certa consonanza con quelli usati invece da Beppe Grillo (vedi qui sotto). Fabrizio Saccomanni, infatti, ieri è tornato a dispensare coram populo il suo placido ottimismo di tecnico: “Il primo trimestre era molto brutto, il secondo direi che è un trimestre di passaggio, di stabilizzazione, quindi, da economista penso che possa essere prodromico ad un consolidamento della ripresa, anche alla luce delle misure che sono state prese”. Insomma, alla fine dell’anno tornerà il sereno, il ministro ha visto la luce.

GLI INDUSTRIALI invece no. “Io Saccomanni lo stimo moltissimo – ha messo a verbale il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi – ma in effetti la luce in fondo al tunnel non la vedo ancora”. Anche perchè, insiste, dai dati emerge che “maggio è meglio di aprile, giugno di maggio, ma la produzione industriale a giugno è in calo del-l’1,7% su base annua, ci stiamo stabilizzando sul fondo e verso fine anno credo che ricominceremo la risalita”. Il ministro Enrico Giovannini, che con Saccomanni condivide l’estrazione tecnico-romana, vorrebbe stare col ministro che viene da Bankitalia (“il clima di fiducia delle imprese negli ultimi due mesi sta leggermente migliorando”), ma essendo responsabile del Lavoro ha altre evidenze davanti agli occhi: “È la recessione più dura della storia d’Italia, finché non riusciamo a far ripartire il ciclo avremo casi come quello della Natuzzi”. Al suo ministero sanno che la disoccupazione, in particolare giovanile, oltre che un danno per i singoli lavoratori , è un “un grande buco nero” che crea un danno economico per la collettività: i cosiddetti Neet – i giovani che non studiano e non lavorano – “costano all’Italia 24 miliardi di euro l’anno, l’1,8% del Pil”, ha spiegato ieri Giovannini.

LA CRISI, peraltro, peggiora anche le condizioni di chi un lavoro ce l’ha già: oltre sei imprese su dieci, per la precisione il 62%, sono risultate irregolari per quanto riguarda il trattamento dei dipendenti sul campione delle oltre 65mila ispezionate dallo stesso ministero del Lavoro e dalle forze dell’ordine. Il dato è in crescita del 7% netto sul 2012, che già non era stato un anno buono. Eppure governo e partiti continuano a parlare di Imu e Iva o di piccoli provvedimenti, magari sacrosanti, che difficilmente potranno rilanciare l’economia italiana. Peraltro, anche sulla questione tasse che agita il dibattito politico, l’accordo dentro la maggioranza ancora non c’è. Lunedì il Pd, benedetto dal Tesoro, aveva lasciato filtrare una sorta di intesa attorno ad una rimodulazione dell’Imu in base alla capacità contributiva: “L’ipotesi di far pagare una patrimoniale in base al reddito è una follia della scienza finanziaria”, visto che è “un’imposta reale che si basa sulle cose e che prescinde dal reddito”. Insomma, il Pdl non ci sta. I democratici, dal canto loro, non hanno gradito invece la resurrezione della spending review sulla sanità: “Solo dei pazzi possono pensare di fare altri tagli in questo settore”, dice la presidente della commissione competente del Senato, Grazia De Biasi. Anche sul pagamento dei debiti della P.A. potrebbe esserci qualche intoppo: “Bisogna controllare bene – ha detto Saccomanni – che chi vanta un credito nei confronti della Pubblica amministrazione, poi lo abbia davvero. Siamo il Paese dei falsi invalidi, dei falsi ciechi, ci sarà pure qualche falso creditore”. È così, parlando molto d’altro, che la politica italiana cincischia sull’orlo del baratro.

Nessun dubbio, nostre pensioni distrutte”

corel
Da Wall street italia 13/04/2013 attualità
Parola di Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. In una intervista a Der Spiegel: banche centrali si stanno inginocchiando per fare favore ai governi. Il prezzo sarà pagato dai risparmiatori, ogni giorno.
NEW YORK (WSI) – Lei è Carmen Reinhart, economista dell’Università di Harvard. “Nessun dubbio, le nostre pensioni sono distrutte”, dice senza mezzi termini a href=”http://www.spiegel.de/international/business/interview-with-harvard-economist-carmen-reinhart-on-financial-repression-a-893213.html”>in una intervista rilasciata a Der Spiegel

I governi sono incapaci di ridurre i loro debiti, e le banche centrali si stanno facendo avanti per risolvere la crisi. Alla fine, sentenzia, il prezzo sarà pagato ogni giorno dai risparmiatori.

“Questa crisi non è finita ancora – sottolinea – nè negli Stati Uniti nè in Europa” e il punto è che “nessuna banca centrale ammetterà di star mantenendo bassi i tassi di interesse per aiutare i governi a uscire dalla crisi dei debiti. Di fatto, (le banche centrali) si stanno inginocchiando per aiutare i governi a finanziare i loro deficit”.

E il punto è che non è neanche una cosa nuova, spiega, se si guarda alla storia. Dopo la Seconda guerra mondiale, tutti i paesi alle prese con alti debiti hanno fatto affidamento alla repressione finanziaria per evitare un default che sarebbe stato inevitabile.

Dopo la guerra, i governi imposero infatti tetti sui tassi di interesse ai titoli di stato; ma, ai tempi di oggi, “è la politica monetaria che sta facendo il lavoro. E in una situazione di elevata disoccupazione e bassa inflazione tutto ciò non desta neanche sospetti. Solo quando l’inflazione tornerà a crescere, fattore che prima o poi accadrà, diventerà ovvio che le banche centrali sono diventate sottomesse ai governi”.

E il drammatico verdetto. “Nessun dubbio, le pensioni sono distrutte”. E cira il caso della Francia, dove i fondi pensione pubblici hanno trasferito i loro soldi dai titoli azionari ai titoli di stato. “Non perchè i loro ritorni sono appetibili, ma perchè si tratta di un espediente per il governo”.

E alla domanda: “Dunque, sarebbe utile chiudere alcune banche?”, Reinhard risponde: “Cosa c’è di sacrosanto nei debiti delle banche?”.

Crisi Europa, Stiglitz: “E’ un disastro creato dall’euro”

corel
Fonte wall street Italia 3/02/2013 attualità
Per il Premio Nobel, i problemi dell’Europa sono stati provocati dalla moneta unica. “Ha creato disparità”. Adesso serve solidarietà, altrimenti ristrutturazione Ue. George Soros: caos politicamente inaccettabile.
Roma (WSI) – La crisi dell’euro è colpa dell’euro. Per il professore della Columbia University, Joseph Stiglitz, i problemi economici dell’Europa sono tutti racchiusi lì: nella moneta unica. L’agonia che alcuni Paesi continentali più di altri stanno vivendo è “un disastro provocato dall’uomo e soprattutto dall’euro”, ha denunciato il premio Nobel. Ma forse “abbiamo abbastanza solidarietà per cercare di dare vita davvero al progetto dell’euro.”

La soluzione che suggerisce è quella di sacrificare l’euro e riformare il “quadro europeo”. Una tesi basata sulla realtà dei fatti. L’analisi di Stiglitz parte infatti riconoscendo lo stato di recessione in cui si trovano oggi molti paesi europei. Stiglitz definisce questa situazione una depressione, che sta comportando una perdita enorme di capitale umano.

Mentre in questi anni è stato cavalcata la politica dell’austerity come strategia di crescita, adesso sarebbe più opportuno valutare una completa ristrutturazione dell’Unione europea, piuttosto che degli Stati che la compongono. Una tesi condivisa dal guru di Wall Street, George Soros, convinto che “l’euro abbia fatto nascere a una situazione viziata fin dall’inizio”.

Per l’esperto di investimenti è palese che la moneta unica abbia fatto emergere divisioni fra i Paesi europei che sono diventati col passare del tempo sempre più evidenti a causa di Paesi in surplus e in deficit. Una situazione a suo avviso politicamente inaccettabile

La gogna greca per chi ha provato a fregarare l’erario (una storia parallela all’Italia)


redazione
La Grecia si sta muovendo a livello economico parallelamente all’Italia con i vantaggi che ne comporta per l’euro, chi ci è cascato dentro prima ora è in fase più avanzata, vedremo gli sviluppi.
redazione del Fatto Quotidiano 24/01/2012
I4 mila 152 nomi sono on line da ieri: sono i grandi evasori della Grecia che il governo di Atene ha deciso di esporre alla gogna
mediatica. Si tratta di privati e aziende che sono in debito con l’erario di oltre 14 miliardi e 800 milioni di euro, una cifra superiore al 5% del prodotto interno lordo. Il ministero delle Finanze finora ha inserito nella black list solo i cittadini che devono
allo Stato più di 150 mila euro ma – se l’Authority per la privacy darà il consenso – prossimamente sarà consultabile in rete anche l’elenco di coloro che hanno evaso il fisco per cifre inferiori. Al primo posto nella lista dei 4.152, c’è la compagnia Nikol Kasimatis di Salonicco, una società di consulenza e revisione che non avrebbe versato l’Iva per un ammontare di oltre 952.000 euro. In Grecia, a fronte
di un totale di evasione fiscale valutato intorno ai 42 miliardi di euro, soltanto 5.000 contribuenti dichiarano un reddito di oltre 100.000 euro all’a n n o. Il governo di Atene ha dichiarato guerra all’ev a s i o n e fiscale dal 2009 ma, nonostante un forte rialzo delle aliquote dell’Iva, lo scorso anno le entrate fiscali sono diminuite in seguito al persistere della recessione per il terzo anno consecutivo.

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