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Lorenza Carlassare Costituzione a rischio “Questo governo non ama il pluralismo, cioè la Carta”

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Fatto Quotidiano del 13/04/2013 di Silvia Truzzi attualità
Professoressa Carlassare, le polemiche sulle riforme non accennano a placarsi . C’è una verità sotterranea che unisce certi comportamenti: l’insofferenza al dia- logo e alle critiche, la reazione smodata a un appello firmato da persone comple- tamente prive di potere, come siamo noi che abbiamo sottoscritto il documento di Libertà e Giustizia. Ed è la mancanza assoluta di cultura costituzionale, che porta a un’idea deformata di democrazia: cioè che si può arrivare anche a escludere i cittadini dalle decisioni. Quello che si avverte – ed è ben evidenziato dall’art icolo di Marco Travaglio sul Fatto di mercoledì – è che il concetto di democrazia costituzionale è del tutto estraneo anche a persone di buona cultura. Ce lo spieghi meglio. Democrazia “costituzionale” significa soprattutto controllo sul potere; per evi- tare che si concentri, ha co- me fondamentale principio la divisione dei poteri e il reciproco controllo. L’a b- biamo ripetuto centinaia di volte: il costituzionalismo esprime l’esigenza di dare regole e limiti al potere e dunque, limiti alla maggioranza per realizzare “una serie di garanzie reciproche tra le varie forze sociali e politiche in modo da evitare che la sovranità popolare si risolva automaticamente nella sovranità di una semplice maggioranza parlamentare” (come diceva un grande costituzionalista, Vezio Crisafulli). La nostra è una democrazia pluralista . Il punto è esattamente que- sto, la Costituzione vuole il pluralismo in tutte le sue forme: pluralismo religioso, sindacale, politico, territoriale. Ma siccome il pluralismo costituisce un freno, non lo si ama. E ora si vogliono eliminare i limiti giuridici e politici derivanti dalla pluralità di opinioni difformi. Si vuole cancellare il Senato: io non amo il Senato, né il bicameralismo perfetto, vorrei chiarire, ma a questa riforma che vuole eliminarlo o reciderne il legame con gli elettori si accompagna l’idea di eleggere la Camera dei deputati con un sistema che esclude il pluralismo e potenzia al massimo un partito (che raggiunge una soglia non elevata) mediante un premio che lo pone in posizione egemone. Il limite politico, in democrazia, è dato dalle minoranze, ma con l’Italicum restano fuori dal Parlamento. Oltre al contenuto, a lei non è piaciuto nemmeno il modo in cui le riforme sono nate, con il patto del Nazareno. Il modo in cui le riforme sono nate non è democratico. Non possono essere i capi di due partiti a decidere. Al Parlamento si fanno proposte, non si può pretendere che siano immodificabili. È una cosa folle: a questo punto sarebbe meglio eliminiamo non solo il Senato, ma anche la Camera! Spendiamo meno e le leggi le fanno in due. Tra il Porcellum e l’inerzia legislativa degli ultimi anni, ci siamo assuefatti a un Parlamento diminuito? Appunto, si vuole – si è voluto – emarginare il Parlamento che è l’organo della rappresentanza popolare. O meglio: quello che ci resta perché questo Parlamento, per le note vicende del Por- cellum, non ci rappresenta. Depotenziata la rappresentatività delle due Camere, ora si vuole sancire anche lo svuotamento delle loro funzioni imponendo decisioni prese altrove. Ormai si legifera solo con decreti leggi o leggi delega. Il paradosso è che nel periodo berlusconiano le leggi che servivano all’ex Cavaliere venivano approvate alla velocità della luce. Sono riu- sciti perfino a fare una riforma costituzionale che nel 2006 il referendum ha bocciato. Poi c’è stato un abnorme ricorso alla legislazione d’urgenza e ora si vuole un Parlamento che si limiti ad approvare. Si ricorda Berlusconi quando parlava di un “Parlamento di figuranti”? Che, aggiungo io, è stato sfigurato da quella legge elettorale poi dichiarata illegittima. Ma ora la si vuole perpetuare: l’Italicum ha gli stessi difetti del Porcellum. Dunque un Parlamento “per approvare”. Ma attenzione, per approvare non solo ciò che propone il governo, ma ciò che i capi partito hanno deciso nelle segrete stanze e che impongono all’Assemblea che dovrebbe rappresentare il popolo. Cioè il popolo “sovrano”, in base all’articolo 1 della Costituzione: forse vogliamo cancellare anche quello?

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138, ultima chiamata al Pd: “Consentite il referendum sul ddl

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Da La Repubblica del 23/10/2013 Luca De Carolis attualità

OGGI IL SENATO VOTA IL TESTO CHE STRAVOLGE LA CARTA SENZA IL SÌ DEI 2/3, POSSIBILE LA CONSULTAZIONE POPOLARE.

Assalto alla Carta, ultimo atto in Senato. Con un’unica, flebile incognita (o ancora di salvezza): il numero dei votanti. Oggi Palazzo Madama approverà in seconda lettura il ddl costituzionale 813-b, che stravolge l’articolo 138, la “valvola di sicurezza” della Carta, e affida a un comitato di 42 parlamentari il compito di riscrivere almeno metà della Costituzione. Cifre alla mano, non c’è partita: a favore della riforma voteranno i partiti di governo più Lega Nord e gruppi sparsi. Contrari, solo Cinque Stelle e Sel. Ovvero, 57 senatori su 321. Insomma, il ddl che spalanca le porte alla riforma presidenzialista passerà di certo a Palazzo Madama.

RIMANE una speranza: ossia, che il testo non venga approvato dai dei due terzi dei suoi componenti (214 voti), così da rendere possibile un referendum sul testo, impossibile in caso di approvazione con maggioranza “qualificata”. I firmatari del manifesto in difesa della Carta, “Via Maestra”, hanno rivolto un appello pubblico a tutti i senatori: “Permettete anche ai semplici cittadini di dire la loro, rendete possibile il referendum”. Parole indirizzate innanzitutto al Pd, il gruppo più ampio a palazzo Madama con 108 senatori. Lo scorso 11 luglio, in occasione del primo passaggio in Senato, i Democratici votarono compatti sì al ddl. Con due eccezioni: Walter Tocci e Silvana Amati, astenuti. “La nostra generazione ha dimostrato abbondantemente l’inadeguatezza al compito costituente, pensare che possa compierlo ora è un ardimento senza responsabilità” spiegò Tocci in aula. Oggi potrebbe votare contro, assieme ad Amati e a Corradino Mineo, che ha anticipato al Fatto il suo no al ddl. Le indiscrezioni parlano di altri 3 o 4 malpancisti, in bilico tra astensione e voto contrario. Complicato pensare che il fronte dei contrari possa allargarsi. Anche e soprattutto perché si voterà con scrutinio palese. “Ma di appelli e inviti di ripensarci sul 138 ce ne arrivano tanti” ammetteva ieri un senatore dem. Sullo sfondo, un’altra ipotetica via d’uscita: le assenze nel Pdl (91 senatori). La scorsa volta, il ddl passò con “soli” 204 sì (con meno dei 2/3, quindi) proprio per i vuoti nel centrodestra. Mancava uno su quattro, nel partito di Berlusconi, che però proprio in quel giorno aveva fissato un delicato ufficio di presidenza. Oggi di motivi per assentarsi non dovrebbero essercene . Mentre un senatore Pdl riflette: “Se falchi e colombe vogliono farsi i dispetti, difficile che lo facciano a voto palese sulle riforme”. È però evidente come il tema Costituzione non appassioni a destra. E poi, ci sono le fibrillazioni in Scelta Civica (20 senatori, prima della bufera ). Tirate le somme, il quorum dei 2/3 è ampiamente alla portata della maggioranza. Ma qualche intoppo è possibile. Alberto Airola (M5S): “Comunque vada, è evidente che si aggrappano a questa riforma per tirare avanti. Sono i partiti che vanno cambiati, non la Costituzione”. Oggi in aula si inizia con la replica del governo e le dichiarazioni di voto. Poi lo scrutinio. Chiusa la partita in Senato, ultimo passaggio alla Camera a dicembre. Dove l’assalto alla Carta potrebbe diventare legge.

50.000 SCUDI PER LA COSTITUZIONE

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UNA PIAZZA DEL POPOLO GREMITA PER DIFENDERE “LA VIA MAESTRA”. RODOTÀ AL PREMIER LETTA: “NO AL GRANDE IMBROGLIO”. FISCHI PER IL COLLE, MA ZAGREBELSKY INVITA ALLA “MODERAZIONE”.

Ve lo promettiamo, non finiremo spiaggiati”. Gustavo Zagrebelsky, negli inediti abiti del comizio di piazza, interpreta l’animo dei 50 mila che riempiono piazza del Popolo. Il corteo in difesa della Costituzione che il professore di Libertà e Giustizia ha voluto insieme a Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini, è pienamente riuscito. “Oltre ogni mia aspettativa” dirà al termine Rodotà.

UN CORTEO non lungo, da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, ma fitto. Molte bandiere rosse, della Cgil, della Fiom, di Sel e del Prc, ma anche molto “popolo” democratico nel senso vero del termine. Persone abbandonate dalla politica di palazzo, in cerca di valori. Conservatori? “In realtà siamo gli unici che vogliono cambiare questo paese” risponde Landini. Rinnovare applicando la Carta. Quando Zagrebelsky invita a un movimento di “moderati e determinati” raccoglie solo applausi. E un boato accoglierà l’intervento del nostro giornale che con Antonio Padellaro e Marco Travaglio, porta in dote le 440 mila firme raccolte dall’appello avviato a fine luglio. Applausi da stadio quando Padellaro cita Pertini o quando Travaglio ricorda che nel “mondo rovesciato” della nostra politica Berlusconi tiene in ostaggio l’intero paese ma gli ostaggi, cioè la classe politica, “fraternizzano con il sequestratore”.
Tante gente, identità diverse. Mentre Zagrebelsky parla, giù dal palco l’ex disobbediente Casarini annuisce; intervengono i comitati per l’acqua e subito dopo il costituzionalista Alessandro Pace. Don Luigi Ciotti affascina la piazza citando don Andrea Gallo, don Tonino Bello e “l’amore dei cristiani per la Costituzione” . Arriva un messaggio dal “no-Tav” Sandro Plano, ex sindaco Pd in Val di Susa e viene ricordata Giusy Nicolini sindaco di Lampedusa. Anche l’Arci ha garantito la riuscita dell’evento. Gli interventi che si alternano rappresentano un articolo della Costituzione: l’11 con Cecilia Strada di Emergency; il 9, per la cultura, con Salvatore Settis. Parla Giovanni Valentini, di Repubblica, a portare l’appello del suo giornale contro la Bossi-Fini, ma anche “Tarzan” della lotta per la casa.

LA POLITICA dei partiti è presente con Ingroia, Vendola, Ferrero, Di Pietro ma si tiene ai lati del palco. La domanda di politica, però, resta nella piazza. Ne parla Landini che, dopo aver ringraziato gli operai Fiat, riprende l’invito di Zagrebelsky: “Non finisce qui” e invita “a praticare la Costituzione tutti i giorni”. Ne parla don Ciotti, sottolineando che non è tempo di formare coalizioni o nuovi partiti. Ne parla più diffusamente nelle conclusioni Stefano Rodotà, coniando l’espressione “Coalizione dei vincitori” citando come esempi positivi le donne di “Se non ora quando” o le mobilitazioni contro la “legge bavaglio”.

Quello che nasce, quindi, è un esercizio di “buona politica” come “antidoto alle oligarchie”. Quando Zagrebelsky dice che“la Costituzione è stata scritta da gente sana per gente sana” da voce al disgusto imperante per la politichetta quotidiana. E quando, probabilmente avendo letto gli editoriali del Corriere della Sera, ricorda che per i “riformatori” la Costituzione “non è adatta per governare”, chiede a sua volta: “Ma voi siete adatti?”. Dietro le parole della Costituzione, spiega, “c’è un modello di società”. È il filo che srotola Landini ponendo la questione della “redistribuzione della ricchezza”. Ci torna Rodotà nella proposta di “ricostituire uno spazio politico” sia “guardando lontano”, verso il destino del Paese, ma anche “guardando vicino”, all’Italia delle povertà.

Rodotà, ma lo fanno tutti, indica poi la politica quotidiana accusando Letta di “grande imbroglio” perché, al fondo delle riforme, spiega, “c’è la modifica della forma di governo”.

IL FATTO NUOVO , dunque, è che nasce un movimento “che vuole riappropriarsi della Costituzione”. Ci saranno comitati locali e, assicura Rodotà, si continuerà “ad allargare il fronte”, includendo ancora le tante potenzialità che non si sono espresse. Si contano anche le assenze. Tranne Cofferati e Civati, il Pd ha disertato in pieno (ma la manifestazione è riuscita). E così la Cgil, a esclusione della sua sinistra, Fiom, Flc o Lavoro e Società. Rodotà definisce “puerili” le “imbarazzanti diserzioni” che hanno utilizzato l’accusa di voler fare un partitino. Che respinge irritato: “Ma secondo voi Fiom, Libera o Emergency si sciolgono? Sono stupidaggini in malafede. Pensate ai partitoni vostri” è la sua conclusione

COSTITUZIONE, GIÙ LE MANI MA RE GIORGIO NON DEMORDE

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Da Il Fatto Quotidiano del 12/10/2013 Sandra Amurri attualità

NEL GIORNO DELLA MANIFESTAZIONE IN DIFESA DELL’ARTICOLO 138 IL PRESIDENTE NAPOLITANO FA SAPERE CHE SI DEVE PROCEDERE CON IL “RINNOVAMENTO ”.

Ieri, alla vigilia della grande manifestazione in difesa di quella Costituzione che i senatori Violante del Pd e Quagliariello del Pdl definiscono “usurata” – che contrasta con ciò che, invece, attende di essere “applicato” – arriva il messaggio che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha inviato ai partecipanti al Forum italo-francese “Dalle riforme, la rinascita” a Cogne in Val d’Aosta, in occasione del 70° anniversario della Carta di Chivasso sull’autonomia dei popoli alpini. Parole di lode e di incoraggiamento, quelle del Garante della Costituzione, a chi si appresta a “manometterla”: “È ora possibile e necessario affrontare il compito di un sapiente rinnovamento del nostro ordinamento costituzionale, coerente con i suoi valori fondanti” dice dopo aver ricordato “il valore ancora attuale della Carta come strumento di indirizzo e stimolo in direzione di una Europa di pace e di progresso”, e conclude con l’auspicio “che dal confronto con i nostri amici e vicini francesi possa scaturire un utile arricchimento della riflessione in corso nel nostro Paese e delle proposte che sono sul tappeto”. Le proposte sono quelle partorite dai Saggi, che partono dalla modifica dell’articolo 138; azione giudicata “pericolosissima” dai cinque promotori dell’iniziativa di oggi poiché “rappresenta la creazione di un precedente che nel futuro potrebbe rivelarsi disastroso”.

QUELLO CHE inizierà alle ore 14 in piazza Esedra e si concluderà alle 15:30 a piazza del Popolo dove si svolgeranno gli interventi, infatti, segnerà il primo grande passo di un lungo cammino. Dal palco parleranno i cinque promotori Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Lorenza Carlassare, Gustavo Zagrebelsky, don Luigi Ciotti, oltre a personalità impegnate nella difesa e per l’applicazione della Costituzione e il direttore del nostro giornale, Antonio Padellaro, con il vicedirettore Marco Travaglio, che “presenteranno” le 440 mila firme raccolte finora chiedendo che si costituisca un Comitato unitario per consegnarle ai presidenti di Camera e Senato. La manifestazione, essendo in difesa della Costituzione ma soprattutto avendo come obiettivo quello di rivendicarne l’applicazione, costituisce il primo momento di un impegno continuativo per “promuovere un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente”. Un “programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa”. Più di 200 le adesioni di associazioni nazionali e locali da Faenza a Catania , comitati, movimenti come Peacelink, Legambiente, AssoPacePalestina, Psichiatria democratica, Arciragazzi, Fiom-Cgil, Libertà e Giustizia, Gruppo Abele, Arci, Rete della Conoscenza, Emergency, Comitati Dossetti per la Costituzione , Articolo 21, Flc-Cgil, Un ponte per il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Voglio Restare, Papillon, Comunità San Benedetto al Porto, Attac, Agende Rosse, Associazione di Persone Immigrate e di Origine Straniera, Fondazione Teatro Valle Bene Comune, La Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto, solo per citarne alcuni. Oltre ai partiti come Sel, Rc, Pdc, Italia dei Valori, il movimento Azione Civile mentre del M5S ha aderito soltanto il gruppo di Pescara. L’Anpi, come abbiamo scritto ieri, non ha aderito mentre lo ha fatto la sua vicepresidente, ex senatrice del Pci, Carla Nespolo che assicura: Io ci sarò con i partigiani nel cuore ” e spiega “Oggi in ballo c’è la difesa della Costituzione, e io credo che bisogna partecipare a ogni manifestazione che abbia questo come oggetto. Non c’è tempo né occasione da perdere. Il Parlamento ha già approvato in prima lettura la deroga all’articolo 138”. Oggi in piazza ci saranno donne, uomini logorati dalla crisi, smarriti dalla perdita di valori condivisi e da quella garanzia costituzionale che è il Bene Comune e che ancora credono che la Carta, scritta con il sangue di chi ha dato la vita per la libertà e la difesa dei diritti, sia la sola ancora di salvezza per non naufragare nel mare che accoglie solo forti, potenti e impuniti.

COSTITUZIONE, IL DIBATTITO PATACCA NELLA CAMERA VUOTA

quagliarelloDa Il Fatto Quotidiano del 02/08/2013. luca de carolis attualità

IN AULA LA DISCUSSIONE SUL DDL CHE STRAVOLGE LA CARTA. IN COMMISSIONE QUAGLIARELLO PARLA DELLE “MACCHINE A VAPORE”. A SETTEMBRE VOTO SUL TESTO.

Resti agli annali: eravamo in 47 per discutere della nuova Costituzione”. Poco dopo mezzogiorno, il deputato di Sel Arcangelo Sannicandro conclude il suo intervento alla Camera, riassumendo il senso di un dibattito. Ieri l’aula semivuota e distratta della Camera ha esaurito in poche ore la discussione generale sul ddl costituzionale che stravolge l’articolo 138 della Carta e vara un comitato di 42 parlamentari, che dovrebbe riscrivere quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Formalità sbrigata e arrivederci al 6 settembre, quando a Montecitorio si inizierà a votare il ddl. “Se riusciremo ad approvarlo entro l’8 settembre avremo impiegato 57 giorni, non si può parlare di esame incompleto” s’improvvisava ragioniere Gaetano Quagliarello, ministro delle Riforme e custode principe del provvedimento. Lo stesso Quagliarello che mercoledì, in commissione Affari Costituzionali, aveva discettato “dell’influenza delle macchine a vapore sulla democrazia parlamentare” . Un intervento pronunciato con voce scadenzata, ostentando tanta ma tanta calma. I Cinque Stelle ne hanno postato un estratto sul blog di Grillo. E punta il dito: “Mercoledì mattina a sorpresa i partiti stavano votando a raffica gli emendamenti di M5S (bocciandoli tutti, ndr). Hanno scoperto che, disquisendo emendamento per emendamento, si fa slittare a data da destinarsi la questione del finanziamento pubblico ai partiti. E così mirabolanti dialettiche per fare melina, con Quagliariello che descrive l’importanza delle macchine a vapore”. Insomma, solo parole inutili pur di non doversi occupare del ddl sui soldi ai partiti, annunciato più volte entro la pausa estiva ma sempre più in bilico. Racconta Riccardo Nuti, capogruppo M5S: “Mercoledì in commissione hanno rinviato la trattazione degli emendamenti sul finanziamento ad oggi (ieri, ndr), su proposta del Pd. L’obiettivo ormai è chiaro: prendere tempo, in qualsiasi modo”.

CHISSÀ SE SERVIVANO davvero a questo le parole colte del ministro per le Riforme, che ha raccontato ai deputati di “un magistrale saggio dei primi del Novecento”, in cui si spiega che “la democrazia cambia anche tenendo conto dei sistemi di trasporti: senza il treno non ci sarebbero stati i comizi anche fuori provincia. Nessuno può negare che l’evoluzione del parlamentarismo è legata all’evoluzione della tecnica”. Poi riflessioni sulla consultazione sulle riforme sul sito del governo (www.parteci  pa.gov.it  ): “Il risultato deve essere depurato da coloro i quali accedono al sito più d’una volta dallo stesso indirizzo, e quindi bisogna garantire che tutti gli accessi vengano fatti da indirizzi differenti”. Precauzione ovvia, per qualsiasi sondaggio o consultazione tramite il web. Ma Quagliarello ne ha ricordato ugualmente l’importanza. Intanto ieri il ddl costituzionale è passato per l’aula. Nel momento di massima capienza, i parlamentari erano una sessantina. Gli altri erano troppo distratti dalla sentenza su Berlusconi, o semplicemente disinteressati. Nella pancia della Camera, la difesa del testo da parte della maggioranza: talvolta con parole surreali. Marina Sereni (Pd) assicurava: “Nessuno stravolgimento della Costituzione e nessuna modifica dell’articolo 138”. Curiosa smentita del dimezzamento da tre mesi a 45 giorni dell’intervallo tra le deliberazioni delle due camere sull’eventuale riforma, previsto dalla norma a tutela della Carta. Renato Balduzzi (Scelta Civica) commette un mezzo autogol: “Il ddl costituzionale è lo strumento per fare qualcosa, finalmente”. Della serie: sinora abbiamo perso tempo. Deputati sparsi della Lega, favorevolissima al ddl, rivendicano di “voler essere protagonisti del processo di riforme”, e mollano l’ennesima botta al governo: “Mantenga almeno una promessa, facendo le riforme entro 18 mesi”. Anche La Russa dice sì, ma precisa: “Non sono molto ottimista, so che la maggioranza farà più resistenza di quanto saranno vogliosi di ammettere, di fronte alla possibilità di trasformare questa Repubblica in semi-presidenziale”.

E Rosy Bindi, che in direzione Pd aveva sibilato: “Non sacrifico la Carta a questo governo”? Pacificata: “La centralità del Parlamento è stata rispettata, anche attraverso un metodo costituzionale”. Ovvero, quella procedura da quel 138 a cui la maggioranza vuole derogare. Contrari, come sempre, Cinque Stelle e Sel. Fraccaro (M5S): “Hanno bocciato tutte le nostre proposte, se questo è il modo di coinvolgerci il futuro della Repubblica è grigio”. Se ne riparlerà a settembre. Alla maggioranza serve il sì della Camera, per puntare all’approvazione definitiva in seconda lettura entro fine anno. Insomma, vogliono continuare a correre: come i treni di Quagliarello.

LA CARTA STRACCIATA L’ULTIMA INFAMIA

corelDa Il Fatto Quotidiano del 30/07/2013. di Paolo Flores d’Arcais attualità

L’Italia è ormai in macerie: economiche, culturali, morali. La povertà delle famiglie è diventata una piaga di massa, mentre i più ricchi diventano più straricchi e più evasori, e il bottino all’estero è ormai dismisura. I monumenti che tutto il mondo ci invidia vengono lasciati cadere a pezzi (con gli immaginabili vantaggi per il turismo), la scuola è trattata peggio di Cenerentola (con gli immaginabili vantaggi per l’innovazione e l’economia), ma boss e gregari della partitocrazia non mollano neppure un euro delle loro prebende di Casta. Mafie e altre criminalità spadroneggiano ormai ovunque, dalla valle d’Aosta alla Calabria, mentre il dittatore kazako colonizza il ministero degli Interni. L’informazione conosce un tasso di servilismo (e relativa disinformacija) che renderebbe raggiante anche Putin. Si finisce in galera (fatiscente) per il furto di qualche mela, e in parlamento per il furto di qualche milione. Il paese va a rotoli, insomma. Perlomeno sappiamo di chi è la colpa: Piero Calamandrei e Duccio Galimberti. Gli uomini e le donne che hanno scritto la nostra Costituzione, gli uomini e le donne che qualche anno prima sono saliti in montagna, hanno preso le armi, hanno dato vita alla Resistenza da cui la Costituzione è nata. Se l’Italia si sta decomponendo nella putrefazione dell’illegalità e dell’inefficienza, del-l’ottundimento mediatico e della menzogna, la colpa è infatti della Carta repubblicana e la salvezza nel suo abbattimento, questo vanno predicando di sproloquio in borborigmo gli ominicchi e i quaquaraquà di un governo inetto e miserabile, di una maggioranza stomachevole e cialtrona (al netto dai crimini). E i loro manutengoli mediatici.
Rappresentano la quintessenza delle mediocrità, il rovescio esatto della meritocrazia. Anche i sassi sanno che i problemi dell’Italia nascono dalla mancata realizzazione della Costituzione, ma questi parvenu e macchiette della Repubblica hanno la temerarietà di impalcarsi a nuovi padri costituenti, benché di fronte agli uomini e le donne del ’46 non siano neppure nani di fronte ai giganti, ma una nuova e deplorevole specie zoologica. Hanno una sola preoccupazione, che oggi venga salvato Berlusconi. E che comunque venga calpestata la Costituzione. Se si permettono ogni ignominia è perché l’indignazione, quando non si trasforma in lotta e poi in organizzazione e in voto, finisce per convertirsi in rassegnazione, foriera di esplosioni senza futuro. Ribelliamoci: con centinaia di migliaia di firme, e una manifestazione nazionale di piazza a settembre.

COSTITUZIONE, IL BLITZ PD-PDL RIMANDATO A SETTEMBRE L’OSTRUZIONISMO DEI GRILLINI, L’OPPOSIZIONE DI SEL E QUALCHE MALDIPANCIA DEMOCRATICO FANNO CAMBIARE LINEA. IL VOTO IN AULA SLITTA A FINE ESTATE

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/07/2013.luca de carolis attualità
L’OSTRUZIONISMO DEI GRILLINI, L’OPPOSIZIONE DI SEL E QUALCHE MALDIPANCIA DEMOCRATICO FANNO CAMBIARE LINEA. IL VOTO IN AULA SLITTA A FINE ESTATE.

Colpo di mano sventato: almeno fino a settembre. Il ddl costituzionale 813, quello che strapazza l’articolo 138 e potrebbe aprire praterie al presidenzialismo, sembrava l’unica certezza rimasta alla maggioranza delle incerte intese. Compatta, nel voler correre a tappe forzate per approvare il testo alla Camera (in prima lettura) entro il 1° agosto, per poi avere il sì definitivo entro fine novembre. E invece hanno vinto le barricate di Cinque Stelle e l’opposizione di Sel, aiutate dal malumore di parte del Pd: il voto sul ddl slitta al 6 settembre, oltre un mese dopo i piani del governo. Del testo si discuterà in Aula il 1° e il 2 agosto, e non più lunedì prossimo, come pretendeva la maggioranza. Così ha stabilito ieri sera la conferenza dei capigruppo, sul finire di una giornata di nervi, incontri e appelli.
UNA DECISIONE che riporta al primo posto dell’agenda la legge sul finanziamento ai partiti, fino a ieri a forte rischio di slittamento a settembre. Ora, teoricamente, approvabile entro la pausa estiva ad agosto. Un’altra buona notizia, dal Palazzo dove la mediazione sulle riforme sembrava una chimera. Poi però è stato il giorno delle sorprese: per giunta, iniziato con foschi segnali. In mattinata, Sel batte un colpo con una lettera del capogruppo Gennaro Migliore a Enrico Letta: “Coinvolgete le opposizioni sulle riforme e rinviate la discussione del ddl a settembre , altrimenti Sel ricorrerà all’ostruzionismo”. Proprio come M5S, che alle 13 ha in programma un incontro con Letta a Palazzo Chigi, per offrirgli la fine delle barricate in cambio dello slittamento a settembre. Ma l’appuntamento salta, su richiesta degli stessi grillini. Il capogruppo Riccardo Nuti: “Il decreto del fare è ancora in aula, dovevamo vederci dopo la sua approvazione. Ci riuniamo in assemblea per fare il punto, perché hanno convocato tutte le commissioni, compresa la Affari Costituzionali: dobbiamo presidiarla”. Chiara la strategia di M5S: ostruzionismo anche in commissione, con interventi di tutti i 106 deputati. L’incontro con Letta? Congelato. Nel frattempo a Palazzo Chigi va Migliore (Sel), che incontra il premier, Franceschini e Quagliarello. Il capogruppo ribadisce lerichieste dei vendoliani: fate slittare il ddl, discutiamo subito di finanziamento ai partiti e omofobia. La sintesi della risposta è: “Vedremo”. All’uscita Migliore è molto scettico: “Abbiamo chiesto un rinvio ma mi pare che il governo voglia andare avanti: si è impuntato”. Gelido Franceschini: “Abbiamo semplicemente ascoltato la delegazione di Sel, ricordando che il ddl è stato presentato dal governo in adempimento di un mandato delle due Camere”. M5S intanto gioca un’altra carta. “Ci chiediamo cosa ne pensi Napolitano, nell’ultimo incontro al Quirinale (il 10 luglio scorso, ndr) il presidente ci aveva manifestato le sue perplessità sulle modalità adottate dalla maggioranza sulle riforme costituzionali”, afferma Nuti. Aggiungendo: “Gli parlai dei tempi forzati della maggioranza, e lui rispose: Effettivamente , se è così”. Ricostruzione a cui dal Quirinale rispondono con un “no comment”. La certezza è che l’incontro tra M5S e Letta è saltato. Nel frattempo dalla maggioranza arrivano “no” a pioggia al rinvio. Fuori microfono però si riflette. Più d’uno teme il ricasco mediatico dallo slittamento di molti decreti, causa fretta sulle riforme. Dalla direzione del Pd si schiera Rosy Bindi: “Non sacrifico la Carta costituzionale per questo governo”. È il primo, netto “no” di un esponente Pd di primo piano. Pare un segnale. Poi però sul palco della direzione sale Letta, che picchia duro: “La battaglia di 5Stelle è contraria ai cambiamenti della Costituzione: loro non vogliono la riforma, ma la rottura di sistema”. Suona come il no definitivo al dialogo.

E INVECE arriva il ramoscello d’ulivo che non ti aspetti, quello del ministro berlusconiano Quagliarello: ddl in Aula ad inizio agosto, ma voto solo a fine mese. La proposta filtra sulle agenzie prima della capigruppo, che inizia attorno alle 19. Nella riunione, maggioranza e opposizione trovano la quadra. Il ddl verrà discusso in commissione, poi sarà alla Camera il 1° e il 2 agosto per la discussione generale. Voto fissato per il 6, 7 e 8 settembre. “Si è evitato il braccio di ferro, ora possiamo approvare la legge sul finanziamento prima della pausa”, dice Migliore. Sorrisi larghi anche per M5S, che annuncia “una grande manifestazione per informare la gente” sulle riforme. Agenzie festanti dal Pdl, con in prima fila proprio Quagliarello: “Abbiamo evitato lo scontro”. Mentre la Bindi rivendica: “Il Pd ha assicurato il rispetto delle garanzie, ottenendo tempi certi per la creazione del Comitato e l’avvio delle modifiche”. Carta salva. Almeno per quest’estate.

ASSALTO ALLA COSTITUZIONE NON HANNO TEMPO DA PERDERE

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/07/2103. Luca de Carolis attualità

La maggioranza accelera sull’art. 138. Rinviata la modifica del finanziamento ai partiti.

Stravolgere la Costituzione viene prima di tutto. Persino dell’abolizione del finanziamento ai partiti, su cui pure il governo dei rinvii aveva speso promesse. Così ha deciso ieri la maggioranza in commissione Affari Costituzionali, alla Camera, in una seduta di due ore, tesissima: accelerando sul disegno di legge costituzionale 813, quello che vuole lasciare a un comitato di 42 parlamentari mano libera per riscrivere la Carta, e facendo slittare la proposta di legge sui soldi alla politica. Tradotto in date, il ddl costituzionale è stato messo in calendario in aula per lunedì 29 luglio con l’obiettivo, nero su bianco, di approvarlo entro il 1° agosto. “Lavoreremo in commissione giorno e notte, senza interruzioni” ha detto più volte il ministro per le Riforme, Quagliarello. Del testo sul finanziamento, invece, se ne riparlerà dopo: a inizio agosto, formalmente, ma col rischio che slitti a settembre. L’urgenza, per il governo, è approvare in prima lettura il ddl costituzionale già passato a tempo di record in Senato. Il piano è chiaro: approvarlo in via definitiva entro ottobre, per poi varare la riforma della seconda parte della Carta (quattro titoli su cinque) entro 18 mesi, grazie anche allo stravolgimento dell’articolo 138.

LA NORMA prevede infatti un intervallo minimo di tre mesi tra un voto e l’altro delle Camere sui disegni di legge costituzionale: ma il ddl 813 lo abbatte a 45 giorni. Tutto, pur di fare in fretta. E la nuova legge elettorale? Sarà fatta solo dopo la riforma. E allora non stupisce lo strappo di ieri pomeriggio della maggioranza. Nell’ufficio di presidenza della I commissione, M5S e Sel hanno ribadito la loro richiesta: far slittare la discussione a settembre. E non solo: “Non possiamo permettere che il Parlamento si autosospenda, lasciando decidere le modifiche alla Carta a un comitato di 42 persone” ripeteva il capogruppo 5 Stelle, Riccardo Nuti. Ma il presidente della commissione, Sisto (Pdl), ha subito fatto muro per poi invertire i tempi. L’arrivo in aula del testo sui soldi ai partiti, fissato inizialmente per il 26 luglio, è stata rinviato assieme al testo sull’eco-bonus. Tutto posticipato pur di fissare al 29 luglio la discussione sulle riforme. Nuti racconta di un Quagliarello padrone della seduta: “Sisto di fatto si rivolgeva solo a lui, ignorandoci”. Danilo Toninelli , vicepresidente di commissione per M5S, aggiunge: “Ho fatto presente che la commissione aveva dedicato solo 2 ore e 20 al ddl 813. Quagliarello mi ha risposto urlando che spesso lui aveva lasciato i lavori perché nessuno interveniva. Falsità totale”. M5S e Sel hanno anche proposto di votare sul calendario dei lavori, ma Pd e Pdl non avrebbero avuto i numeri. E allora ci si è arrangiati, come spiega Gennaro Migliore, capogruppo di Sel: “C’è stata una forzatura del ministro e Sisto, in maniera sbrigativa, ha assunto un orientamento senza voto”. È finita con Quagliarello a ribadire “la posizione del governo” e la maggioranza ad assicurare che i ddl su Carta e soldi ai partiti andranno avanti “contestualmente”. Ora la commissione lavorerà a tappe forzate, notti comprese, con l’obiettivo di chiudere i lavori per domenica. Sul tavolo 123 emendamenti, 106 di M5S. “Noi ci batteremo in tutti modi, anche con l’ostruzionismo, pur di spostare tutto a settembre” assicura Nuti. Ieri sera, annunciava la presenza a rotazione di tutti i parlamentari 5 Stelle in commissione. Ancora Migliore: “Dobbiamo decidere se partecipare ai lavori, così sembrano una finta. Ci consulteremo coi Cinque Stelle”. Ed è proprio l’ostruzionismo la possibile buccia di banana per il governo. Ieri sera ha parlato anche Letta: “Il sistema è da riformare”. Ma i mal di pancia nel Pd sono molti. “Il rischio di slittare a settembre con il ddl sul finanziamento ai partiti è concreto” notava la renziana Maria Elena Boschi.

A chi giova stravolgere la nostra Costituzione

corelDa Il Fatto Quotidiano del 07/07/2013. Furio Colombo attualità

ATTACCO ALL’ART. 138.

Sta accadendo un fatto strano e difficile da spiegare, che appare più fisiologico che politico o giuridico: la Costituzione si sta trasformando. Cambia di colpo in punti vitali. Per esempio è in atto un progetto che sta svolgendosi all’insaputa dei cittadini, ed è bene saperlo. Il progetto è di mettere mano al-l’art. 138 della Costituzione, o meglio di cominciare di lì. Quell’articolo è un cardine: impedisce che la Costituzione possa essere facilmente e liberamente manomessa al di fuori della complessa procedura costituzionale. Prescrive due volte il voto di ciascuna camera, e un referendum popolare di approvazione finale. Invece la Commissione dei 40, che segue, nella stranezza e nella anomalia, quella dei dieci saggi che all’inizio di tutta questa vicenda, erano stati chiamati a consigliare il Quirinale, comincerà proprio da qui, (queste sono le istruzioni) da un ritocco che renda inutile la barriera dell’art. 138. Si può fare senza una garanzia – ovvero senza che il progetto sia previsto e concordato, fra la politica (così come essa è rappresentata nel governo) e le Istituzioni?

SE È COSÌ, ciò che sta accadendo punta verso una Costituzione ignota, che ancora non abbiamo e ancora non conosciamo. A quanto pare la Costituzione ignota ha già corretto in senso verticale le sue istituzioni. Il potere adesso discende dal potere, invece di risalire dal voto. Non solo gli elettori appaiono abbandonati sul fondo, ma anche i parlamentari. Discutono a vuoto, votano a vuoto e non contano niente. Di questo fatto, che è strano perché mai deciso e mai votato dagli eletti, trovo una attendibile descrizione in un editoriale del quotidiano Il Tempo : “Le prerogative del Parlamento non possono tradursi in una sorta di diritto di veto sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate (…) Il comunicato diffuso ieri dal Quirinale al termine della riunione del Consiglio Superiore della Difesa, presieduto dal Capo dello Stato ha aggiunto una pietruzza sulla strada, cara al presidente della Repubblica, delle riforme istituzionali (…) indicando in modo fermo e non equivoco , i limiti alla attività del Parlamento. Tutto ciò dimostra come sia già in atto, nella prassi, un processo di trasformazione delle istituzioni nel senso di un rafforzamento dell’Esecutivo. In altre parole, si sta affermando una nuova Costituzione reale ben diversa dalla Costituzione formale. (…) Anziché parlare di uno schiaffo al Parlamento, come fanno i grillini e le vestali di una Costituzione ingessata e superata dai tempi, sarebbe bene che si cogliesse l’invito implicito a mettere mano, finalmente, alle riforme. Per il bene del Paese”. (Francesco Perfetti, 4 luglio). L’articolo è interessante perché è ispirato (dal comunicato della Presidenza della Repubblica), perché dimostra in modo chiaro e persuasivo di quali riforme si tratta (la verticalizzazione presidenzialista o semi- presidenzialista del potere politico in Italia, la marginalizzazione del Parlamento, le istruzioni per l’uso della Commissione dei 40, a cui viene assegnata la prova da svolgere con obbligo di copiatura di istruzioni già date.

E QUEL TANTO di scherno (“le vestali di una Costituzione ingessata e superata dai tempi” ) che è sempre stato il canto di guerra della vasta e disordinata aggregazione berlusconiana. Ma allora le rivelazioni che ci vengono consegnate come una notizia, con fermo invito ad adeguarci subito, sono due. La prima, abbiamo appena appreso, è che, fin dal primo momento delle votazioni presidenziali, il progetto era già completo, con tutte le sue istruzioni per l’uso, e significava trasformazioni profonde, mai concordate e mai votate, alla Costituzione. La seconda è la vistosa e pesante asimmetria delle forze che sono state associate (la forma passiva dei verbi è necessaria) per formare il “governo insieme”. Ecco la formula di quel governo. Da una parte tutti gli interessi personali, proprietari, giudiziari di Berlusconi più tutte le forme diverse di reazione e ostilità alla esigente e coerente Costituzione italiana. Dall’altra, figure sparse dette, per pura esigenza di identificazione, “di sinistra” (di solito intente a respingere con sdegno quella definizione) che non hanno, come riferimento, né un partito deciso a guidare né una Istituzione disposta a difendere. Un peso preponderante, dunque, è dalla parte di coloro che militano con furore e passione contro la Costituzione nata dalla Resistenza. E le figure sparse se ne accorgono quando ricevono, se si scostano, sgridate durissime e autorevoli, di solito interpretate bene, e tempestivamente espresse, dal capogruppo di Berlusconi, Brunetta. A questo punto il discorso si fa drammatico e semplice: il dovere democratico è difendere la Costituzione senza accettare alcuna manomissione, contro un simile squilibrio di intenti e di forze. Pretendere una urgente e decente legge elettorale come unico impegno verso il Paese, il solo che si può fare a carte scoperte. Subito dopo dovremo persuadere i cittadini che per il 50 per cento si sono astenuti nelle ultime elezioni, a tornare al voto.

Assalto alla Costituzione, la maggioranza sfonda

corelDa Il Fatto Quotidiano del 05/07/2013.Luca De Carolis attualità

IL DDL DELLA RIFORMA LUNEDÌ IN AULA: CORSA CONTRO IL TEMPO CON DIBATTITO (QUASI) AZZERATO, PER CHIUDERE ENTRO OTTOBRE.

Corrono, per stravolgere la Costituzione a tempo di record. Dimezzando i tempi dell’articolo 138 e riducendo ai minimi termini il dibattito in Parlamento. La tabella di marcia della maggioranza ha tempi chiari: il ddl costituzionale va approvato tra fine ottobre e inizio novembre, per poi lasciare tutto in mano a un comitato di 42 persone, libere di riscrivere la seconda parte della Carta senza vincoli e regole. Il governo delle larghe intese va dritto che è un piacere, sulla riforma della Carta. Martedì scorso in commissione Affari Costituzionali, in Senato, Pd e Pdl si sono rimessi d’accordo dopo qualche giorno di broncetti reciproci. Soppresso l’emendamento Bruno, capogruppo berlusconiano che voleva infilare nella riforma il titolo IV (quello sulla magistratura) e spazio a quello di Anna Finocchiaro (Pd), relatrice del testo, che mette qualche paletto: la parte sulla giustizia non verrà toccata, salvo che per le norme “strettamente connesse” a quelle che verranno mutate. Parecchie, visto che si parla dei titoli I, II, III e V della parte seconda.

PER IL RESTO, tutto confermato: compreso lo stop a una nuova legge elettorale in sintonia coi contenuti della riforma (ma c’è qualche malpancista) e compresa la deroga al 138. “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi” recita la norma. Bene, il ddl riduce l’intervallo a 45 giorni (ma nella prima versione era appena un mese). “Noi avevamo provato a fermarli con una ventina di emendamenti, ma i numeri sono dalla loro parte” spiega Loredana De Petris (Sel), che parla di “atto di propaganda” della maggioranza: “Con la deroga al 138 hanno voluto dimostrare che si accelera e che questa volta porteranno a casa la riforma”. Non basta: “Il ddl vieta la possibilità di sub-emendamenti in aula da parte di singoli parlamentari, con una lesione del diritto di rappresentanza di ogni eletto”.

IN SENATO o alla Camera, a proporre modifiche al testo potranno essere solo i capigruppo, 10 senatori o 20 deputati. A Palazzo Madama il ddl approderà già lunedì, perché la maggioranza ha imposto la procedura d’urgenza. L’obiettivo è quello di approvare il testo entro il 15 luglio. De Petris: “Noi di Sel presenteremo subito la pregiudiziale d’incostituzionalità: ovviamente non passerà, ma almeno costringeremo tutti a prendersi le proprie responsabilità politiche, perché questa volta non si voterà per alzata di mano”. A dire no al ddl c’è anche il Movimento 5 Stelle, che in commissione aveva presentato 103 emendamenti. “Chiedevamo che i cittadini venissero consultati preventivamente sulla riforma, ma ovviamente hanno cassato tutto”, ricorda il senatore Francesco Campanella. Che pone un altro tema: “Il testo istituisce il comitato dei 42 (20 deputati e 20 senatori, più i due presidenti delle commissioni Affari costituzionali, ndr) secondo un meccanismo non chiaro. Ci si baserà sulla consistenza numerica dei gruppi e sui voti presi dalle liste, ma di fatto siamo su un piano discrezionale”. Ma in aula i 5 Stelle cosa faranno? “Ripresenteremo i nostri emendamenti, per cercare almeno di ritardare un po’ i tempi. Ormai abbiamo capito che dobbiamo tornare nelle strade, per coinvolgere i cittadini. La prospettiva è quella di raccogliere le firme per un referendum contro il ddl”.

UNA CONSULTAZIONE ampia è quello che propone anche Antonio Ingroia, fondatore di Azione Civile, che ieri ha inviato una lettera a Epifani, Grillo e Vendola: “Chiedo loro una moratoria sulla riforma: fermiamo tutto, e sentiamo prima cosa ne pensa la gente attraverso delle primarie sui contenuti”. Ingroia ricorda che Azione Civile “è nettamente contraria a questa riforma, che punta al semi-presidenzialismo”. Ma precisa: “Ora il nodo principale è il metodo: il compito di riscrivere la Costituzione verrà affidato a una commissione extraparlamentare di 42 persone. Le aule verranno ridotte a meri notai”. E poi c’è la deroga al 138. “Un fatto grave – sostiene l’ex pm – anche perché a detta di molti costituzionalisti questo articolo non può essere modificato o derogato. Di fatto, l’articolo 138 sancisce la differenza tra Costituzione rigida (modificabile solo con una procedura speciale, ndr) e flessibile (per cui basta una legge ordinaria, ndr)”. Timori che non incidono sul programma della maggioranza. Il ddl lo dice nero su bianco: la riforma va approvata entro 18 mesi. I tempi ci sono. La volontà del governissimo anche. Anzi, di più

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