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Def, Corte Conti: “Passo ripresa largamente insufficiente. Dare risposte immediate”

Audizioni in Parlamento sul Documento di economia e finanza. Bankitalia avverte: “Nel 2015 spending review insufficiente”, mentre l’Istat fai i conti in tasca ai beneficiari del taglio Irpef
Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 15 aprile 2014 attualità
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“Il passo della ripresa potrebbe continuare a essere largamente insufficiente per riportare la nostra economia sui livelli pre-crisi”. Parole nette quelle pronunciate dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, nel corso dell’audizione in Parlamento sul Documento di economia e finanza, considerando che nel medio termine “le differenze fra le previsioni indipendenti e quelle governative raggiungono il valore cumulato di un punto e mezzo per il Pil e di quasi 5 punti per gli investimenti”. Non solo. ”Il passaggio a più favorevoli condizioni del ciclo economico non comporta un allentamento del vincolo di bilancio: il rispetto degli obiettivi europei e del dettato costituzionale richiede, al contrario, un ancora più stringente controllo sui saldi di finanza pubblica”. Quindi “i miglioramenti che, automaticamente, vengono trasmessi ai saldi da una crescita più robusta, da un recupero dei redditi, dal venir meno di esigenze emergenziali dal lato della spesa, non appaiono sufficienti ad assicurare il profilo richiesto dal patto europeo. Il ritorno della crescita allevia, ma non elimina lo sforzo fiscale”, ha aggiunto.

STRADA IMPERVIA E ANCORA LUNGA – Secondo i magistrati contabili, il Paese ha all’orizzonte “una strada impervia e ancora lunga da percorrere”. Anche perché la disoccupazione “che nel 2018 rispetto ad oggi potrà ridursi di 2,4 punti” nel confronto con i “valori pre-crisi rimarrebbe superiore di oltre 4 punti”. Quindi bisogna ”dare attuazione concreta ad interventi in grado di riattivare la crescita con rapidità ed efficacia rappresenta una necessità immediata per offrire risposte al Paese. Ed è una sfida che rischia di essere senza prove di appello”.

Tuttavia “solo nel 2015 la nostra economia rientrerebbe nel limite rappresentativo di ‘normali’ condizioni recessive. La richiesta di derogare dal percorso di avvicinamento all’Obiettivo di Medio Termine fino al prossimo anno non sembra, dunque, inconciliabile con le indicazioni europee”. Ma gli obiettivi di stabilizzazione della finanza pubblica “devono essere perseguiti senza compromettere le prospettive di sviluppo del paese”. Anche perché “il corto-circuito fra rigore e crescita ha senza dubbio contributo ad approfondire oltre misura, nella nostra economia, le dimensioni del ‘vuoto di prodotto’ (output gap), un parametro decisivo, fra l’altro, proprio al fine di ripristinare un permanente equilibrio strutturale dei saldi di bilancio”. E in quest’ottica la revisione della spesa e il ridisegno delle strutture organizzative “non devono essere solo ispirati da esigenze di copertura finanziaria; essi devono basarsi su una chiara strategia di governo della spesa, in cui il ridisegno sia frutto di una nitida visione circa il profilo che si intende assegnare al sistema pubblico dei prossimi decenni”.

LE STIME DISCORDANTI DELL’ISTAT- A fare i conti in tasca al governo Renzi ci ha pensato l’Istat second il quale lo sconto Irpef previsto dal Documento di economia e finanza, i cui dettagli saranno definiti in un decreto legge atteso per venerdì 18, lascerà nelle tasche delle famiglie italiane più povere 714 euro in più all’anno. Secondo l’istituto di statistica, gli sgravi varranno il 3,4% del reddito complessivo per il 20% della popolazione che guadagna meno. L’effetto positivo sarà invece di 796 euro per le famiglie del secondo “quinto” (lo scaglione subito sopra quello dei redditi più bassi), di 768 per il terzo e di 696 per il quarto. Lo sconto scenderà poi progressivamente al salire delle entrate del nucleo familiare, fino a ridursi allo 0,7%, pari a 451 euro, per i più ricchi. Si tratta comunque di valori medi: oltre i 55mila euro di reddito non ci sarà alcun beneficio. Le entrate fiscali, stando ai calcoli dell’Istat, si ridurranno di conseguenza di circa 11,3 miliardi.

L’istituto che ha parlato per bocca del presidente, Antonio Golini, rivede però al ribasso, rispetto alle previsioni del governo, l’impatto dell’intervento sul prodotto interno lordo: il Def auspicava che la maggiore disponibilità economica degli italiani, a partire dai meno abbienti, lo avrebbe fatto crescere dello 0,3 per cento. Golini, invece, ha comunicato che il rialzo sarà al massimo dello 0,2% e potrebbe limitarsi allo 0,1 al netto degli interventi di copertura delle maggiori spese e minori entrate.

SPENDING REVIEW INSUFFICIENTE DAL 2015 – E un’altra tegola arriva invece dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, anche lui audito in Parlamento sul Documento. “Nel 2015″, ha detto Signorini, “i risparmi di spesa indicati come valore massimo ottenibile dalla spending review (18 miliardi, ndr) non sarebbero sufficienti a conseguire gli obiettivi programmatici”. In pratica, secondo Signorini, se il taglio della spesa dovesse “finanziare lo sgravio dell’Irpef, evitare l’aumento di entrate e dare anche copertura agli esborsi connessi con programmi esistenti non inclusi nella legislazione vigente”, non basterebbe.

In generale, ha detto Signorini, il Def fissa obiettivi che “non si possono non condividere“, ma “è importante che l’azione riformatrice sia nei fatti incisiva e coerente con queste premesse”. Il Documento “propone azioni congiunte e simultanee: la riduzione del debito pubblico, il rilancio della crescita e un ritorno alla normalità dei flussi di credito, l’adozione di riforme strutturali che aumentino la produttività”. Ma tra il dire e il fare c’è un abisso, sembra ricordare l’istituto guidato da Ignazio Visco. Abisso colmabile solo con interventi rapidi e decisi.

ATTESE AMBIZIOSE DALLE PRIVATIZZAZIONI
– Prendiamo i proventi che dovrebbero derivare dalle privatizzazioni: il target dello 0,7% del Pil indicato nel Def è “ambizioso”, secondo via Nazionale. Che ricorda: “Negli ultimi 10 anni gli importi da dismissioni mobiliari sono stati pari a 0,2 punti di Pil in media l’anno”. Raggiungere l’obiettivo, quindi, “richiede un rapido e preciso programma di dismissioni”. “Plausibili”, invece, le previsioni riguardo agli “effetti netti degli interventi programmati per la riduzione del cuneo fiscale (aumento delle detrazioni Irpef e riduzione dell’Irap) e delle voci di copertura (la revisione della tassazione sulle rendite finanziarie e interventi sulla spesa pubblica)”, ha continuato Signorini.

“L‘equilibrio finanziario pubblico non si deve perseguire, ovviamente, con strategie miopi“, ha detto poi il funzionario. “La possibilità di ridurre il peso del debito sul Pil non dipende solo da una gestione prudente delle finanze ma anche dalla capacità di crescita dell’economia”. E i due obiettivi “devono essere inscindibili”, anche perché “le procedure europee consentono alcuni margini di flessibilità che possono essere sfruttati in accordo con le autorità europee al patto di avere al tempo stesso una strategia di riforme credibili e una bussola certa per le decisioni di finanza pubblica”. In questa luce, “assicurare la sostenibilità del debito pubblico resta necessario”, ha proseguito. La crescita, invece, sarà indispensabile anche “per il progressivo riassorbimento della disoccupazione, specie della componente giovanile più colpita dalla crisi”. Il ruolo delle politiche economiche, in questa fase, deve essere quindi quello di “sostenere la fiducia di imprese e famiglie, proseguire nella realizzazione delle riforme” e consolidare “l’allentamento delle tensioni sul mercato del debito sovrano che riflette certo il miglioramento del clima di mercato relativo all’euro, della finanza pubblica e delle prospettive di crescita, ma anche sviluppi contingenti sui mercati globali”.

ATTESA PER LA BAD BANK DI SISTEMA Signorini ne ha poi approfittato per rilanciare il tema della bad bank di sistema che era stato surclassato prima dal cambio di governo e poi dalle nomine pubbliche. In particolare sull’ipotesi di istituire una scatola dove concentrare i crediti di difficile riscossione, “rinvio a quanto detto dal Governatore: in presenza di una forte incidenza sui bilanci delle banche di crediti dubbi il modo di gestirli è molto importante”, ha detto per poi aggiungere che “abbiamo salutato con favore le iniziative in tal senso da parte di numerose banche, non vedremmo male iniziative di portata più generale”.

Comuni e bilanci, i mille trucchi per arrivare agli esami della Corte dei Conti

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Un decreto di Monti del 2012 dà la possibilità ai Comuni in dissesto di sottoporre i piani di risanamento ai giudici contabili. Ed è partita la corsa a rendere presentabili i conti. Napoli ci infila la vendita delle Terme di Agnano, che però è in ballo da dieci anni
Fatto Quotidiano del 13 aprile di Fiorina Capozzi 2014 attualità
Ma come si fa a vendere le Terme di Agnano? Sono dieci anni che il Comune di Napoli vuole piazzarle a dei privati e intanto ci ha investito 12 milioni di euro. E vogliamo parlare della dismissione degli alloggi popolari partenopei? Degli introiti eventualmente realizzati, solo il 25% può essere usato per ripianare il deficit del capoluogo campano. Il resto è vincolato ad opere di edilizia popolare. Eppure nel piano di riequilibrio del Comune di Napoli entrambe le proprietà dell’ente sono indicate come future fonti di incasso per rimettere in sesto i conti.

Ma c’è chi si è spinto oltre scegliendo una soluzione ancora più semplice: indicare nel piano i potenziali incassi dagli immobili in vendita scrivendoli tra i crediti già vantati e ha chiuso cosi il gioco del piano di riequilibrio finanziario. Almeno virtualmente. E’ il caso del comune beneventano di Cerreto Sannita, dove i magistrati della Corte dei Conti, incaricati di esprimere un giudizio sui piani di risanamento degli enti in crisi finanziaria, contestano 2,3 milioni di euro di incassi datati 2011 da cessioni del mattone per una “errata appostazione in parte corrente degli introiti delle vendite di beni immobili”. In pratica il Comune ha iscritto in bilancio “residui attivi da alienazione e da concessioni cimiteriali” inesistenti perché non ha realmente venduto né immobili né loculi.

E se in Campania la situazione è drammatica, non si può dire che si tratti di una Regione isolata nel disperato tentativo di far quadrare i conti davanti ai magistrati contabili. In Toscana, ad esempio, Porto Azzurro ha deciso di mettere in vendita la controllata Alarcon srl stimando di poter incassare dalla cessione un centinaio di milioni. Una valorizzazione che, però, non è suffragata da un’analisi di bilancio e che quindi è stata messa in dubbio dalla Corte dei Conti che ne ha bocciato il piano di riequilibrio. Reggio Calabria, invece, ipotizza “ulteriori riduzioni” di spese del personale. “Senza cifre”, come rileva la magistratura contabile nelle motivazioni di rigetto del piano.

E queste sono solo alcune delle astuzie contabili che i Comuni e le Province in difficoltà finanziaria hanno tirato fuori dal cilindro per superare l’esame dei bilanci da parte della magistratura contabile, che attualmente è al lavoro su un centinaio di piani di riequilibrio di amministrazioni locali arrivate ormai alla canna del gas. Dalle pronunce delle sezioni regionali della Corte presieduta da Raffaele Squitieri che sono in corso di pubblicazione da inizio 2014, emerge infatti un quadro delle autonomie locali con bilanci imprecisi, spesso da rifare e amministratori non sempre all’altezza del compito affidatogli dal legislatore. Ci sono contenziosi e debiti fuori bilancio, residui attivi indicati fittiziamente, scarsa chiarezza su controllate e partecipate, sponsorizzazioni con introiti incerti. Insomma, la fantasia degli amministratori locali non ha limite. Con l’aggravante che, in pendenza di giudizio della Corte, i creditori degli enti sono pure costretti a fare buon viso a cattivo gioco, visto che la procedura di riequilibrio blocca gli atti esecutivi, cioè i pignoramenti. E le responsabilità degli amministratori locali non emergono con chiarezza.

Per gli enti in difficoltà, del resto, è difficilissimo riportare i conti in pareggio senza toccare le spese fisse. Il decreto Monti 174/2012, che ha istituito il fondo rotativo, ha tentato di trovare la quadra dando la possibilità ai Comuni e alle Province di strutturare un piano di riequilibrio da sottoporre al vaglio della Corte dei Conti. In caso di bocciatura, Monti aveva previsto la segnalazione al Prefetto e alla Conferenza permanente per il coordinamento degli enti, dando al consiglio 20 giorni di tempo per deliberare il dissesto. La procedura proseguiva poi con la nomina di un commissario chiamato a stilare un piano per rimettere in sesto le finanze pubbliche attraverso aumento della tassazione locale, riduzione all’osso dei servizi, blocco delle assunzioni e taglia della pianta organica nei tetti previsti dalla legge. Ipotesi quest’ultima rimasta solo sulla carta, come dimostra il fatto che un comune come Napoli non solo non ha bloccato le assunzioni, ma ha aumentato il numero dei dirigenti.

L’intero meccanismo messo in piedi da Monti si è però incagliato in corso d’opera con l’intervento dell’esecutivo Renzi che nel Salva-Roma, il decreto per mettere in sicurezza i conti della capitale, ha introdotto anche un più generale salva-comuni: in caso di bocciatura del piano di riequilibrio da parte della Corte, secondo il primo decreto legge dell’era Renzi (il numero 16/2014), non c’è più la segnalazione al Prefetto e l’ente può fare ricorso entro 30 giorni alle sezioni riunite dei magistrati contabili. Non solo: in baso di bocciatura in appello, il Comune può ripresentare entro 120 giorni il bilancio ai magistrati contabili. A patto però che ci sia un miglioramento nella situazione complessiva. Anche di un solo euro. Ed ecco che il gioco salva-comuni è ripartito. Non a caso nell’audizione dello scorso 21 marzo alla Camera del presidente Squitieri si legge “la formulazione dell’ipotesi normativa, che fa riferimento ad un ‘miglioramento’, andrebbe qualificata in termini più significativi, altrimenti potrebbe ritenersi sussistente anche per modeste variazioni nelle poste contabili”.

La vicenda ha insomma del paradossale anche perché per la prima volta nella storia della Corte dei Conti, i magistrati (poco meno di 400 in tutta Italia) sono chiamati ad un controllo prospettico: finora infatti il loro lavoro si fermava all’analisi del passato, oggi invece devono anche valutare l’efficacia dei piani di riequilibrio pluriennale degli enti, muovendo rilievi sulle azioni pensate dai Comuni per ripianare il deficit.

Non tutti del resto sono fortunati come Firenze o Torino. La città di Renzi e quella del presidente dell’Anci, Piero Fassino, anche consigliere della Cassa Depositi e Prestiti, sono infatti riusciti in extremis a migliorare i conti grazie alle cessioni immobiliari: Firenze ha venduto il teatro comunale per 26 milioni incassati alla fine del 2013, Torino ha ceduto invece un ex complesso scolastico e una vecchia caserma dei vigili del fuoco. E in più la Provincia piemontese ha venduto un complesso immobiliare. A comprare la Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito di una maxi-operazione da 725 milioni per l’ acquisto di immobili demaniali e di alcune città concluso alla fine dell’anno scorso.

D’altro canto va detto che gli immobili di pregio di interesse della Cdp (alla ricerca di un rendimento del 7%) sono pochi e quindi è difficile che tanti altri Comuni in difficoltà possano salvarsi cedendo il mattone che hanno in pancia, in un mercato immobiliare in piena crisi con transazioni e prezzi in discesa. L’unica strada percorribile per gli enti in crisi finanziaria, al momento resta quindi quella dei tagli. Ai cittadini prima di tutto e poi forse anche ai dipendenti. E naturalmente c’è l’opzione dell’aumento al massimo consentito delle tasse locali per mantenere in piedi una struttura amministrativa decotta che, troppo spesso, è legata a doppio filo con la politica e le sue pratiche di spartizione di posti di lavoro pubblici.

Agenzie di rating, la Corte dei conti vuole 234 miliardi

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Fonte Fatto Quotidiano del Redazione 6/02/2014 attualità
LA PROCURA della Corte dei conti del Lazio ci prova: chiedere un enor- me risarcimento alle agenzie di rating che, declassando il debito pubblico italiano, nel 2001 hanno aggravato prima la crisi di fiducia sulla tenuta dell’Italia e poi contribuito a far precipitare la crisi politica. Secondo le anticipazioni del FinancialTimes , la richiesta danni sarebbe di 234 miliardi di euro. Una delle ragioni per cui la Corte contesta l’accuratezza della decisione di declassare presa da Standard & Poor’s, la più grossa delle agenzie, è che non è stato considerato il patrimonio artistico dell’Italia (il cui valore finanziario, però, è quantomeno difficile da stimare). A catena, anche Moody’s e Fitch, le altre due agenzie, avrebbero sbagliato a giudicare l’affidabilità creditizia del Paese. Reazione seccata delle agenzie che già sono alle prese con i tentativi della Procura di Trani di processarle per aver favorito la speculazione nel 2011. “Non faccio commenti diretti. Ma ho sempre trovato che il ruolo delle agenzie di rating come valu- tatore del rischio di un paese fosse eccissivo”, dice il ministro del Te- soro Fabrizio Saccomanni.

ALLA RICERCA DELLA LIQUIDITA’ PERDUTA

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Fonte Comedonchisciotte DI MARCO DELLA LUNA da marcodellaluna.info 13/0/2013 attualità

Il sistema-paese soffre di arretratezza tecnologica e infrastrutturale, di inefficienza e dispendiosità della macchina amministrativa, di lentezza e corruzione di quella giudiziaria, di costi elevati di una politica e di una burocrazia ampiamente parassitarie, per non parlare dell’influenza istituzionale della criminalità organizzata e, ovviamente, della insostenibile pressione fiscale.
Il male di fondo, che toglie i mezzi anche per affrontare gli altri mali, e da cui direttamente dipendono insolvenze, fallimenti, licenziamenti, crollo di speranza, investimenti e consumi, è però un altro, ossia la carenza di mezzi monetari, il costo eccessivo (rispetto ai paesi competitori) del denaro, le difficoltà ad ottenere credito.

Una carenza crescente, sempre crescente, che, attraverso la deflazione, rende sempre più oneroso, difficile o impossibile, il pagamento degli interessi e dei debiti. E delle imposte. E dei contributi. Non dimenticate che la Corte dei Conti ha rilevato che molti enti pubblici sono morosi di parecchi miliardi di versamenti contributivi all’Inpdap-Inps. Corre voce, forse gonfiata, che questa mina esploderà presto.

Immaginiamo una pozza in cui l’acqua stia calando lentamente progressivamente. I pesci rossi, gialli e verdi boccheggiano. Perché cala l’acqua nella pozza? In parte evapora, in parte defluisce seguendo rigagnoli, in parte – la parte maggiore – si raccoglie in una cavità nascosta sotto il fondo dello stagno.

I pesci non hanno più lo strumento della creazione di liquido e non possono usarlo per compensare l’acqua che se ne va. Hanno ancora lo strumento fiscale, con cui possono distribuire l’acqua diversamente tra pesci rossi, gialli, verdi – ossia, tra settore pubblico e privato, tra nord e sud – ma non possono trattenerla né rabboccarla. Anzi, le misure fiscali tendono a far aumentare la fuga dei liquidi e scoraggiano gli investimenti stranieri. La gente comune non ha ben chiaro che i soldi che lo Stato prende con imposte e con la lotta all’evasione sono soldi che semplicemente si spostano all’interno della pozza, ma non aumentano la quantità di liquidi disponibile, quindi non alzano il livello dell’acqua nella pozza, ma semmai accelerano il suo deflusso.

L’acqua che evapora sono quei capitali – miliardi di Euro – che si spostano all’estero e vengono investiti in modi tali da sottrarsi al fisco nazionale (vedi scandalo Offshore-Leaks: 32.000 miliardi di dollari scoperti sinora, ovviamente in ambito globale). L’acqua che defluisce nei rigagnoli sono i liquidi che vanno all’estero come pagamenti di interessi e capitali (disavanzo commerciale), come rimesse degli immigrati (pensiamo particolarmente ai cinesi), come trasferimenti netti a favore di UE, MES, etc.

Su queste perdite di liquidi si può intervenire, ma solo marginalmente e non certo risolutivamente, anche perché per attrarre liquidità dall’estero mediante saldi attivi della bilancia commerciale, turismo e investimenti, dovremmo svalutare rispetto ai partners, ma questa opzione è preclusa dall’Euro, dalla cessione del controllo sui cambi. Il calo del livello dell’acqua continuerà inevitabilmente e mortalmente. Possiamo ritardare il calo, guadagnare qualche mese, ma non fermarlo, non cambiare l’esito, e l’esito è che i pesci moriranno uno dopo l’altro, sempre più velocemente. Lo stanno già facendo.

Diversamente dai pesci della pozza USA e della pozza del Sol Levante, noi non possiamo creare acqua per ristabilire il livello vitale, poiché anche questo potere l’abbiamo trasferito alla BCE, la quale, per statuto, non può fare interventi di questo tipo, che invece fanno la Fed con Obama e la BoJ con Shinzo Abe. La BCE e altri istituti internazionali ed esteri intervengono abbassando i tassi e dando denaro fresco alle banche e al settore finanziario, però questa liquidità non arriva, sostanzialmente alla pozza, ai pesci, all’economia reale – rimane dei circuiti finanziari, in impieghi che non pagano tasse nel Paese, perché le banche usano quei soldi non per prestiti all’economia reale, ma per chiudere buchi di bilancio (contenzioso sommerso) e per investimenti speculativi, più redditizi e sicuri in un’epoca di depressione con outlook sfavorevole. Anche i tassi rimangono alti e handicappanti nella competizione internazionale.

In conclusione, le possibilità di intervento sono scarse, marginali e nessuna è idonea a risanare la situazione e a rilanciare l’economia. Il dibattito attuale è quindi improduttivo.

Rimane l’acqua nascosta nella caverna sotto il fondo dello stagno. E la falla attraverso cui quell’acqua è finita nella caverna. E’ una falla causata da principi contabili errati, cioè non corrispondenti alla realtà economica, in materia monetaria e creditizia. Il concetto è estremamente semplice – così semplice, da risultare sfuggente, ma è oggettivo e verificabile. Si tratta di riuscire a riflettere sull’ovvio. Se si chiude la falla, migliorano drasticamente i bilanci delle banche commerciali, sia come conto economico, sia come stato patrimoniale; inoltre la erogazione dei crediti diventa molto più leggera patrimonialmente. Do per scontato che tutti sia noto che il sistema bancario opera attraverso un moltiplicatore, che gli consente di prestare un multiplo della raccolta – le banche non sono soltanto intermediari del credito, non si limitano a prestare la raccolta applicando una forbice sui tassi, ma creano liquidità – ecco perché il credit crunch è anche un liquidity crunch.

La falla consiste nel mancato rilevamento contabile, in conto di ricavo della banca, di una realtà economica oggettiva e fondamentale, ossia dell’acquisizione di potere d’acquisto (valore) da parte dei mezzi monetari – denaro primario e denaro creditizio, come assegni circolari, bonifici, lettere di credito, saldi attivi di conti correnti. I mezzi monetari non hanno un valore intrinseco non essendo fatti di metalli pregiati, né sono convertibili in metalli pregiati. Il loro valore, cioè il potere d’acquisto, non è prodotto dalla banca, ovviamente, la quale non produce beni reali; esso deriva dalla loro accettazione da parte del mercato, dal fatto che il mercato è disponibile a dare beni o servizi reali in cambio di essi, sebbene essi non siano beni reali. Essi quindi, nel momento in cui la banca li emette sotto forma di erogazione di credito o di acquisto diretto di titoli finanziari, assorbono o ricevono dall’esterno il valore, il potere di acquisto, e cessano di essere meri pezzi di carta o impulsi elettronici per divenire moneta. La banca preleva dal mercato, dalla generalità dei soggetti, un potere d’acquisto che essa non crea, e lo presta a un soggetto determinato, percependo da questo soggetto un interesse.

Orbene, questa trasformazione, questa acquisizione di valore, è un fatto economico reale, esattamente un ricavo della banca che emette la moneta primaria o quella creditizia. Un ricavo che, con i principi contabili vigenti, non viene contabilizzato. Conseguentemente abbiamo che la banca, quando eroga 100, dovrebbe, nel conto economico, registrare, a scalare:

ricavo da acquisizione di potere d’acquisto: + 100

costo da erogazione di potere d’acquisto: – 100

ricavo da acquisizione di credito: + 100

SALDO OPERAZIONE: + 100

Sotto gli attuali principi contabili, la prima registrazione non avviene, quindi il ricavo di 100 “sparisce” nella caverna sotterranea, non viene tassato, non si traduce in attivo patrimoniale, in possibilità di credito. Le sorti di questi ricavi non contabilizzati dovrebbero essere indagati. Probabilmente prendono la via di paradisi fiscali, dove riaffiorano, carsicamente, e sono impiegabili in operazioni speculative o in vantaggiosi investimenti reali.

Con questo concludo, ritenendo di aver perlomeno indicato in linee generali dove bisogna metter mano, se non si vuole sprofondare domani o fra una settimana nel buco nero dell’indebitamento. E di aver anche dimostrato la sostanziale impotenza, o il valore meramente dilatorio, delle altre opzioni sul tavolo.

Un’ultima osservazione: nel mondo l’aggregato del debito soggetto a interesse è di almeno 2 milioni di miliardi di Dollari, e l’aggregato degli interessi da pagare sicuramente supera i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale arriva a 74.000 miliardi. Il servizio del debito esistente viene quindi pagato contraendo nuovo debito. Il mondo è un grande schema Ponzi, e non vedo altre vie che la riforma contabile suddetta, per prevenire che lo schema Ponzi scoppi in un global meltdown.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/05/12/alla-ricerca-della-liquidita-perduta/Mm
13.05.2013

COSTI SPROPOSITATI E SPRECHI: QUANTO È CARA LA VELOCITÀ Una relazione della Corte dei Conti sulla linea Torino-Milano-Napolii


Fatto Quotidiano 6/03/2012 di Paolo M. Ruggero
Dodici miliardi e 950 milioni di euro. È il passivo che lo Stato ha dovuto iscrivere a bilancio per coprire i
debiti realizzati dalla costruzione della linea Alta velocità Torino-Milano-Napoli. Un buco a carico di tutti gli italiani frutto di un dannoso intreccio di politica assente e di imprenditoria parassitaria. È quanto emerge dalle “Risultanze del controllo sul-
la gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS., Rfi, Tav e Ispa per infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema Alta velocità”, 58 pagine di istruttoria della Corte dei Conti firmate nel 2008 dai giudici Aldo Carosi e Fabio Viola, tornate oggi (inevitabilmente) di stretta attualità. Non un atto d’accusa all’Alta velocità in sé, ma alle operazioni finanziarie e ai soggetti pubblici e privati che l’hanno così (male)
realizzata: “Il progetto – scr ivono infatti i giudici contabili – può ritenersi accettabile in relazione all’indubbia strategicità dei fini in esso contenuti, ma deve essere accompagnato da una realistica analisi dinamica della copertura economica. Diversamente non poteva che verificarsi un onere rilevantissimo per la finanza pubblica, come avvenuto nel caso di specie”. I quasi 13 milioni di debito che gli italiani hanno dovuto accola. E non arriva neanche il Tfr
larsi nascono dal fallimento del famigerato sistema del project finance promosso dall’ormai disciolta Infrastrutture Spa, azienda a capitale pubblico istituita nel 2002 su impulso dell’a l l o ra ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il project financing, ossia la realizzazione di opere pubbliche senza (in teoria) oneri finanziari per la pubblica amministrazione, si è rivelata una bufala colossale.
IN PRATICA per gli investimenti sul Tav (che avrebbe dovuto essere finanziata dai privati) si è aperta negli anni una colossale linea di credito (garantita però dallo Stato, azionista di Infrastrutture Spa) che avrebbe dovuto essere compensata dai ricavi prodotti dalla nuova ferrovia. Compensazioni, tuttavia, basate su “previsioni molto ottim i s t i ch e ” di traffico e di ricavi, per di più “proiettate – si legge – su tempi di lunga durata (un cinquantennio circa) nel corso del quale molte variabili esterne alle volontà e ai comportamenti del gestore dell’infrastruttura, delle imprese ferroviarie e degli stessi poteri pubblici nazionali e sovranazionali, possono influenzare positivamente o negativamente i risultati ipotizzati”. Il tutto, sempre secondo i giudici della Corte dei Conti, è potuto
“Previsioni molto ottimistiche” di traffico e di ricavi, “p ro i e t t a t e su tempi di lunga durata”
avvenire a causa di una “c a re n t e istruttoria, che condusse ad adottare uno strumento di finanza innovativa” senza “nessuno studio di fattibilità attendibile che avesse quantificato la vantaggiosità di tale operazione rispetto al sistema creditizio tradizionale per realizzare gli investimenti”. In pratica lo Stato italiano si è pesantemente indebitato per realizzare un’opera violando i più elementari criteri di trasparenza ed economicità. Un debito, tuttavia, che il nostro Paese (grazie alla “i n n ova t i va ” architettura finanziaria del project finance) teneva fuori dai conti pubblici. L’Eu ropa se ne è accorta durante una procedura d’infrazione e ha imposto al governo italiano di rimediare. È nato così il comma 966
della Finanziaria 2007 (governo Prodi) secondo cui “gli oneri per capitale ed interessi dei titoli emessi e dei mutui contratti da Infrastrutture Spa fino alla data del 31 dicembre 2005 per il finanziamento degli investimenti e per la realizzazione della infrastruttura ferroviaria ad alta velocità ‘Tor ino-Milano-Napoli’, nonché gli oneri delle relative operazioni di copertura sono assunti direttamente a carico del bilancio dello Stato”. Un atto d’accusa, quello dei giudici contabili, verso la politica e verso i manager “che hanno favorito il nascere delle passività successivamente assunte dallo Stato” e che non manca di stigmatizzare come operazioni del genere pregiudichino “l’equità inter generazionale”, caricando “in modo spropositato su generazioni future ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Le risultanze della Corte dei Conti valgono per l’Alta velocità che già esiste; il fatto che funzioni non autorizza a tacerne i costi spropositati. Per la Torino-Lione, invece, non c’è nemmeno un progetto preliminare. Chi sostiene la necessità dell’opera, difficilmente può fare a meno di rileggere quanto scritto dalla Corte dei Conti e studiare qualcosa di diverso. Altrimenti il “no” vince fa c i l e .

Bustarelle: arrestati consiglieri Pd e Udc a Pomezia e Sabaudia (LA CORRUZIONE DILAGA)


Redazione alcuni pezzi tratti dal Fatto Quotidiano Eduardo di Biasi
La Corte dei Conti attraverso il suo presidente Luigi Giampaolino denuncia che il fenomeno in Itaia è più che mai presente le cui dimensioni si possono callcolare in circa 60 miliardi di euro che vengono sottratti all’economia del paese.
Basti pensare che la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione è del 1999. L’Italia la firmò, ma oggi, a distanza di 13 anni, il Parlamento, unico nel continente, non è ancora riuscito a recepirla.
Intanto il parlamento prende tempo e il decreto anticorruzione è bloccato
.IERI, CON UN CERTO tempismo, il ministro della Giustizia Paola Severino, dopo aver affermato che “sulla corruzione va condotta una battaglia veramente seria” ha preso tempo sul ddl anticorruzione. “C’è bisogno di tempo per prepararlo in maniera corretta – ha spiegato – Io credo molto in questo progetto, ma per ciò i progetti in cui si crede sono quelli sui quali accentrare la massima attenzione”.

Da redazione Fatto Quotidiano 17/02/2012
Mazzette forever. Politici locali in manette, sorpresi mentre intascavano tangenti: Antonini (Pd) e
Nicola Bianchi (Udc), consiglieri di Pomezia e Sabaudia. Antonini è stato arrestato proprio di fronte al municipio di Pomezia, in piazza Indipendenza, colto in flagranza dai carabinieri mentre intascava denaro, circa 2.500 euro, consegnato da una persona
all’interno di un’automobile. E li avrebbe presi proprio a poche ore dall’inizio della seduta del consiglio comunale. A consegnare il denaro al consigliere del Pd sarebbe stato uno dei responsabili di una ditta che si occupa di facchinaggio e pulizie. Antonini, che è anche un noto sindacalista, era da tempo finito nel mirino degli inquirenti, sospettato di intascare bustarelle per favorire l’assegnazione di appalti.
Stessa sorte per un consigliere comunale di Sabaudia, Nicola Bianchi, 76 anni, capogruppo dell’Udc e delegato del sindaco alle politiche demaniali: è stato arrestato in flagranza di reato, proprio mentre riceveva dalle mani di un imprenditore 5 mila euro in contanti, che erano una parte del prezzo pattuito per il cambio di destinazione d’uso di uno stabile.

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