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Comuni e bilanci, i mille trucchi per arrivare agli esami della Corte dei Conti

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Un decreto di Monti del 2012 dà la possibilità ai Comuni in dissesto di sottoporre i piani di risanamento ai giudici contabili. Ed è partita la corsa a rendere presentabili i conti. Napoli ci infila la vendita delle Terme di Agnano, che però è in ballo da dieci anni
Fatto Quotidiano del 13 aprile di Fiorina Capozzi 2014 attualità
Ma come si fa a vendere le Terme di Agnano? Sono dieci anni che il Comune di Napoli vuole piazzarle a dei privati e intanto ci ha investito 12 milioni di euro. E vogliamo parlare della dismissione degli alloggi popolari partenopei? Degli introiti eventualmente realizzati, solo il 25% può essere usato per ripianare il deficit del capoluogo campano. Il resto è vincolato ad opere di edilizia popolare. Eppure nel piano di riequilibrio del Comune di Napoli entrambe le proprietà dell’ente sono indicate come future fonti di incasso per rimettere in sesto i conti.

Ma c’è chi si è spinto oltre scegliendo una soluzione ancora più semplice: indicare nel piano i potenziali incassi dagli immobili in vendita scrivendoli tra i crediti già vantati e ha chiuso cosi il gioco del piano di riequilibrio finanziario. Almeno virtualmente. E’ il caso del comune beneventano di Cerreto Sannita, dove i magistrati della Corte dei Conti, incaricati di esprimere un giudizio sui piani di risanamento degli enti in crisi finanziaria, contestano 2,3 milioni di euro di incassi datati 2011 da cessioni del mattone per una “errata appostazione in parte corrente degli introiti delle vendite di beni immobili”. In pratica il Comune ha iscritto in bilancio “residui attivi da alienazione e da concessioni cimiteriali” inesistenti perché non ha realmente venduto né immobili né loculi.

E se in Campania la situazione è drammatica, non si può dire che si tratti di una Regione isolata nel disperato tentativo di far quadrare i conti davanti ai magistrati contabili. In Toscana, ad esempio, Porto Azzurro ha deciso di mettere in vendita la controllata Alarcon srl stimando di poter incassare dalla cessione un centinaio di milioni. Una valorizzazione che, però, non è suffragata da un’analisi di bilancio e che quindi è stata messa in dubbio dalla Corte dei Conti che ne ha bocciato il piano di riequilibrio. Reggio Calabria, invece, ipotizza “ulteriori riduzioni” di spese del personale. “Senza cifre”, come rileva la magistratura contabile nelle motivazioni di rigetto del piano.

E queste sono solo alcune delle astuzie contabili che i Comuni e le Province in difficoltà finanziaria hanno tirato fuori dal cilindro per superare l’esame dei bilanci da parte della magistratura contabile, che attualmente è al lavoro su un centinaio di piani di riequilibrio di amministrazioni locali arrivate ormai alla canna del gas. Dalle pronunce delle sezioni regionali della Corte presieduta da Raffaele Squitieri che sono in corso di pubblicazione da inizio 2014, emerge infatti un quadro delle autonomie locali con bilanci imprecisi, spesso da rifare e amministratori non sempre all’altezza del compito affidatogli dal legislatore. Ci sono contenziosi e debiti fuori bilancio, residui attivi indicati fittiziamente, scarsa chiarezza su controllate e partecipate, sponsorizzazioni con introiti incerti. Insomma, la fantasia degli amministratori locali non ha limite. Con l’aggravante che, in pendenza di giudizio della Corte, i creditori degli enti sono pure costretti a fare buon viso a cattivo gioco, visto che la procedura di riequilibrio blocca gli atti esecutivi, cioè i pignoramenti. E le responsabilità degli amministratori locali non emergono con chiarezza.

Per gli enti in difficoltà, del resto, è difficilissimo riportare i conti in pareggio senza toccare le spese fisse. Il decreto Monti 174/2012, che ha istituito il fondo rotativo, ha tentato di trovare la quadra dando la possibilità ai Comuni e alle Province di strutturare un piano di riequilibrio da sottoporre al vaglio della Corte dei Conti. In caso di bocciatura, Monti aveva previsto la segnalazione al Prefetto e alla Conferenza permanente per il coordinamento degli enti, dando al consiglio 20 giorni di tempo per deliberare il dissesto. La procedura proseguiva poi con la nomina di un commissario chiamato a stilare un piano per rimettere in sesto le finanze pubbliche attraverso aumento della tassazione locale, riduzione all’osso dei servizi, blocco delle assunzioni e taglia della pianta organica nei tetti previsti dalla legge. Ipotesi quest’ultima rimasta solo sulla carta, come dimostra il fatto che un comune come Napoli non solo non ha bloccato le assunzioni, ma ha aumentato il numero dei dirigenti.

L’intero meccanismo messo in piedi da Monti si è però incagliato in corso d’opera con l’intervento dell’esecutivo Renzi che nel Salva-Roma, il decreto per mettere in sicurezza i conti della capitale, ha introdotto anche un più generale salva-comuni: in caso di bocciatura del piano di riequilibrio da parte della Corte, secondo il primo decreto legge dell’era Renzi (il numero 16/2014), non c’è più la segnalazione al Prefetto e l’ente può fare ricorso entro 30 giorni alle sezioni riunite dei magistrati contabili. Non solo: in baso di bocciatura in appello, il Comune può ripresentare entro 120 giorni il bilancio ai magistrati contabili. A patto però che ci sia un miglioramento nella situazione complessiva. Anche di un solo euro. Ed ecco che il gioco salva-comuni è ripartito. Non a caso nell’audizione dello scorso 21 marzo alla Camera del presidente Squitieri si legge “la formulazione dell’ipotesi normativa, che fa riferimento ad un ‘miglioramento’, andrebbe qualificata in termini più significativi, altrimenti potrebbe ritenersi sussistente anche per modeste variazioni nelle poste contabili”.

La vicenda ha insomma del paradossale anche perché per la prima volta nella storia della Corte dei Conti, i magistrati (poco meno di 400 in tutta Italia) sono chiamati ad un controllo prospettico: finora infatti il loro lavoro si fermava all’analisi del passato, oggi invece devono anche valutare l’efficacia dei piani di riequilibrio pluriennale degli enti, muovendo rilievi sulle azioni pensate dai Comuni per ripianare il deficit.

Non tutti del resto sono fortunati come Firenze o Torino. La città di Renzi e quella del presidente dell’Anci, Piero Fassino, anche consigliere della Cassa Depositi e Prestiti, sono infatti riusciti in extremis a migliorare i conti grazie alle cessioni immobiliari: Firenze ha venduto il teatro comunale per 26 milioni incassati alla fine del 2013, Torino ha ceduto invece un ex complesso scolastico e una vecchia caserma dei vigili del fuoco. E in più la Provincia piemontese ha venduto un complesso immobiliare. A comprare la Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito di una maxi-operazione da 725 milioni per l’ acquisto di immobili demaniali e di alcune città concluso alla fine dell’anno scorso.

D’altro canto va detto che gli immobili di pregio di interesse della Cdp (alla ricerca di un rendimento del 7%) sono pochi e quindi è difficile che tanti altri Comuni in difficoltà possano salvarsi cedendo il mattone che hanno in pancia, in un mercato immobiliare in piena crisi con transazioni e prezzi in discesa. L’unica strada percorribile per gli enti in crisi finanziaria, al momento resta quindi quella dei tagli. Ai cittadini prima di tutto e poi forse anche ai dipendenti. E naturalmente c’è l’opzione dell’aumento al massimo consentito delle tasse locali per mantenere in piedi una struttura amministrativa decotta che, troppo spesso, è legata a doppio filo con la politica e le sue pratiche di spartizione di posti di lavoro pubblici.

Italia: “taglio tasse non ora”, per Ocse “rischio di una nuova manovra”

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Fonte Wall Street Italia 2/05/2013 attualità
Non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale. Banche deboli, soggette a rischi sistemici. Paese ostaggio dei mercati. Tagliate stime Pil a -1,5%, debito/Pil balzerà al 134% in 2014. Se deficit risale oltre 3%, servirà manovra correttiva. Via l’Imu?: “prima ridurre tasse su imprese e lavoro”.
ROMA (WSI) – L’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil italiano per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% stimato a novembre. Il ritorno alla crescita non è previsto prima del 2014, con un +0,5%, anche se qualche segnale potrebbe arrivare anche a fine 2013. Secondo l’organizzazione, la priorità resta la riduzione del debito pubblico che nel 2014 arrivera’ al 134%. “Con un rapporto debito/Pil vicino al 130%”, il Paese, infatti, “rimane esposto all’umore dei mercati”. Sarebbe dunque meglio non avviare un taglio delle tasse in questo momento.

“I dati non sono affatto buoni” “non è assolutamente possibile ridurre la pressione fiscale, anche perchè il Pil continua a scendere”. Non ci sono alternative. Poi il problema del rapporto debito Pil, che salirà al 131,5% nel 2013″.

Ancora, “l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo prevede che lo stesso deficit sia sotto il 3% altrimenti è chiaro che bisognerà fare qualcosa”: lo ha detto il capo economista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan, rispondendo alla domanda di un cronista che gli chiedeva se all’Italia sarà necessario attuare una nuova manovra correttiva.

Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria ha affermato che “una delle priorità in ogni paese, specialmente in questa fase, è la riduzione delle imposte sulle imprese e, per secondo, una riduzione delle tasse sul lavoro”: così ha risposto a chi gli chiedeva un commento sul dibattito in atto in Parlamento circa la revoca o il mantenimento dell’imposta sulla prima casa, ovvero l’Imu.

“La priorità è quindi la riduzione ampia e prolungata del debito pubblico” e i risultati ottenuti grazie alle recenti riforme strutturali “devono essere consolidati e sono necessarie ulteriori misure volte a promuovere la crescita e migliorare la competitività”.

L’Ocse rileva che nel 2012 è stata realizzata una importante azione di risanamento. Nonostante l`impatto a breve termine sulla produzione e i costi sociali generati, tali sforzi sono stati ricompensati da una maggiore fiducia dei mercati finanziari e hanno migliorato le prospettive a medio termine.

Il governo italiano si è giustamente adoperato a frenare l`aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil e a ricondurlo verso una traiettoria discendente, cercando allo stesso tempo come utilizzare al meglio le limitate risorse per proteggere le fasce di reddito più basse.

Per riuscirci, prosegue l’Ocse, occorre puntare a un bilancio pubblico in pareggio o leggermente in avanzo e attuare allo stesso tempo una serie di riforme strutturali tese a favorire la crescita e l`istituzione di un nuovo sistema d`indennità di disoccupazione.

Nuove restrizioni di bilancio avrebbero effetti transitori negativi sulla produzione, ma consentirebbero di ridurre il debito in tempi più rapidi e di attenuare, di conseguenza, il rischio di nuove reazioni negative da parte dei mercati finanziari.

Le misure di bilancio dovrebbero concentrarsi sul contenimento della spesa pubblica e un processo continuo di valutazione delle politiche pubbliche dovrebbe mirare a migliorarne l`efficienza.

Secondo l’Ocse è ugualmente possibile ristrutturare il sistema fiscale per ridurre le distorsioni, in particolare tramite la riduzione delle agevolazioni fiscali.

Sebbene il sistema bancario si sia dimostrato complessivamente solido, diversi istituti di credito hanno incontrato gravi difficoltà e il settore finanziario rimane esposto a rischi sistemici. Occorre quindi proseguire gli sforzi in atto per rafforzare l`adeguatezza patrimoniale e gli accantonamenti per perdite. Di questo parla anche il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, che sottolinea che: “faremmo di tutto per fare uscire il paese dalla recessione nel 2013, ma sarà difficile. Banche sono troppo deboli e sopratutto restano sottoposte a rischio sistemico”. (AGENZIE)

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