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TRATTATIVA TRA COLLE E SILVIO: GRAZIA CONTRO DIMISSIONI?

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/09/2013. Marco Palombi attualità

NAPOLITANO HA APERTO ALLA CANCELLAZIONE ANCHE DELLE PENE ACCESSORIE MA B. MENTRE ASPETTA VUOLE RESTARE SENATORE. IERI CONFALONIERI AD ARCORE.

Serve senso di responsabilità da parte di tutti i giocatori ossia i partiti di maggioranza. E giocatore e arbitro è Napolitano”. Renato Brunetta, da Cernobbio, riassume così i termini della questione nel giorno in cui sembrano di nuovo prevalere i toni calmi dell’appeasement istituzionale. Fedele Confalonieri, infatti, dopo la sua visita al Quirinale di giovedì, ieri s’è presentato a pranzo a Villa San Martino, Arcore. Come per incanto, in attesa di capire come andrà a finire, i canti di guerra del centrodestra si sono placati. Nelle stesse ore Giorgio Napolitano sbarcava a Venezia per la Mostra del Cinema: “Ritiene che il clima politico si sia rasserenato?”, gli chiede un cronista. Lui, serafico: “Mi fa piacere che lei lo veda rasserenato”. Tanta gentilezza ha una sua ragione, spiegano fonti di maggioranza (tanto di area Pd che Pdl): il capo dello Stato avrebbe “aperto” alle richieste di Silvio Berlusconi su una grazia “esaustiva” (copyright di Sandro Bondi) ed escluso il suo appoggio a “governicchi” tipo il Letta bis con “responsabili” annessi.

E QUI IL TERRENO si fa più scivoloso. Per un motivo piuttosto semplice: non è chiaro se le due parti si siano capite davvero. Napolitano non si è mosso dalla linea illustrata nella sua nota di agosto: è disposto a lavorare sulla “agibilità personale” del Cavaliere, cioè sulle condanne, su quella politica se questo significa riconoscerne anche pubblicamente la leadership sul centrodestra, ma la carriera da parlamentare e uomo di governo del tycoon di Mediaset è finita. Un riflesso di questa posizione del capo dello Stato si coglie nelle parole di ieri di Massimo D’Alema: “Uscire di scena? Berlusconi può uscire dal Parlamento, ma fino a quando lui mantiene un consenso e una presa sul suo partito continuerà ad esercitare un ruolo politico. Certo la sua stagione volge al declino”. Non a caso, il Colle – a quanto pare – starebbe consigliando al capo del centrodestra di non andare nemmeno allo scontro sulla decadenza: cominci a pensare alle dimissioni, piuttosto, che sono la strada meno traumatica per dare a questa partita un finale che accontenti tutti.

La trattativa, insomma, gira attorno alla rinuncia di Berlusconi ad un ruolo attivo da un lato e dall’altro a una concessione piena della grazia da parte di Napolitano, cioè anche sulla pena accessoria dell’interdizione ai pubblici uffici che arriverà peròsolo quando la Corte d’appello di Milano l’avrà ricalcolata: metà ottobre, se fa in fretta. È a questo incrocio di decisioni e desideri che la faccenda rischia di finire in un incidente mortale.

La trattativa, infatti, è un fiore delicato e rischia di appassire al primo scroscio d’acqua o giornata di sole. “Confalonieri non ha portato a casa nulla”, dicono infatti quelli che vogliono andare al voto subito e lo stesso Berlusconi sarebbe molto scettico sui risultati della missione sul Colle del suo amico più fidato e massimo manager di Mediaset. “Napolitano fa bene a fidarsi di noi”, si fa coraggio Alfano.

IL FATTO è che il Cavaliere vuole restare in Senato almeno fino a un minuto prima che il capo dello Stato gli abbuoni i quattro anni di galera e quelli di interdizione. Niente fretta sulla decadenza: “Se lunedì la Giunta accelera non ci sarà altra discussione”, scolpisce ancora Brunetta. “Un mese se ne va anche solo a termini di regolamento”, aprono fonti del Pd. Si potrebbe arrivare, in sostanza, a quella metà ottobre in cui tutti i destini dovrebbero compiersi: la Corte d’Appello quantificare l’interdizione, Silvio Berlusconi cominciare a scontare la pena, il Colle a preparare la grazia “esaustiva” di cui sopra, l’interessato gentilmente a dimettersi da senatore.

MA A COSA SERVE tutto questo marchingegno al Cavaliere? Gli serve perché è convinto di poter fregare tutti ancora una volta, di potersi permettere comunque un ultimo rodeo elettorale, quando sarà, nonostante la legge Severino lo renda incandidabile per i prossimi sei anni. Il meccanismo è semplice quanto, per così dire, berlusconiano: si tratta semplicemente di forzare le regole del gioco.

Berlusconi si candida, l’Ufficio elettorale lo cancella dalle liste, lui fa ricorso al Tar con annessa cagnara mediatica sui giudici antidemocratici e se gli riesce di rimanere in lista anche in via cautelare il gioco è fatto: riparte la grancassa sui milioni di voti espropriati, negati, stracciati. “Stavolta però non ce la fa – prevede uno dei suoi, specie ‘falco’ – Tra Renzi e la sua incandidabilità rischiamo di uscirne completamente devastati”.

Quirimediaset (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/09/2013 Marco travaglio attualità

La domanda è molto semplice e, nonostante la comicità della situazione generale, molto seria. Se è vera la notizia – pubblicata da alcuni quotidiani e non smentita per tutta la giornata di ieri – del “colloquio riservato” di Fedele Confalonieri con Giorgio Napolitano per impetrare la grazia o altri salvacondotti sfusi per l’amico Silvio, a che titolo il presidente della Repubblica ha ricevuto il presidente di Mediaset? Il 2 luglio scorso, quando Beppe Grillo, leader del M5S che aveva appena raccolto il 25% alle elezioni, chiese sul suo blog di incontrare il capo dello Stato, questi rispose piccato di non aver “ricevuto alcuna richiesta di incontro nei modi necessari per poterla prendere in considerazione”. Resta ora da capire se, quando e come il signor Confalonieri, privato cittadino sprovvisto di qualsivoglia carica o politica – anzi da vent’anni dichiarato dal Parlamento ineleggibile ai sensi della legge 361/1954 per assicurare l’eleggibilità abusiva a B. – abbia formulato una richiesta di incontro col Presidente, e nei modi necessari per essere presa in considerazione dal destinatario. Ma purtroppo non se ne sa nulla, come non è dato sapere a che titolo Gianni Letta, altro privato cittadino sprovvisto di qualunque carica elettiva o politica a parte la parentela diretta con il Premier Nipote, entri ed esca dal Quirinale, come riferiscono i giornali vicini a B. e N., anch’essi mai smentiti.

In qualunque democrazia, anche la più scalcinata, quando un’alta carica dello Stato riceve Tizio o Caio, lo comunica ufficialmente ai cittadini, spiegandone il perché. In Italia invece la clandestinità del potere è diventata normale anche sul Colle più alto, come insegnano le trame per assecondare le pretese del signor Mancino, indagato per falsa testimonianza sulla trattativa Stato-mafia. E come dimostra l’incredibile nota diffusa l’altroieri, poco dopo l’incontro aumma aumma Napolitano-Confalonieri, non direttamente dal capo dello Stato, ma da non meglio precisati “ambienti del Quirinale” che nessuno ha mai capito in che cosa consistano, a chi rispondano, che valore abbiano, perché parlino. Un modo come un altro per dire e non dire, lanciare il sasso e ritrarre la mano, una via di mezzo fra ufficialità e ufficiosità (l’ufficialosità) per poi, a seconda delle convenienze, poter dire “io l’avevo detto” o “io non l’avevo detto”. Nella nota ufficialosa, si comunicava che il Presidente “non sta studiando o meditando il da farsi in casi di crisi” perché “conserva fiducia nelle ripetute dichiarazioni dell’on. Berlusconi sul sostegno al governo”. A parte l’involontaria assonanza con il “nutro fiducia” di Luigi Facta, ultimo premier democratico d’Italia prima del fascismo, nei giorni della marcia su Roma, quelle parole sanno di presa in giro degli italiani, visto che la visita di Confalonieri le smentisce platealmente: il Presidente sta studiando e meditando eccome, infatti prosegue la trattativa (ancora!) con gli emissari privati del noto ricattatore pregiudicato perché tenga in piedi il governo Letta. É la trattativa Stato-Mediaset. Non è la prima volta che Confalonieri scende a Roma e consulta politici di destra, centro e sinistra: lo fa ogni qualvolta l’amico Silvio, e dunque la ditta, è in difficoltà. Lo fece nel 2006 quando tentò di mandare l’amico D’Alema al Quirinale. Lo rifece nel novembre 2011 quando le azioni Mediaset precipitavano nel gorgo della tempesta finanziaria e si trattava di pilotare la ritirata di B. in cambio del suo salvataggio politico e aziendale col governo Monti e le mancate elezioni anticipate. E ora rieccolo – scrive il Corriere – “parlare di politica con i politici” in un “giro romano delle sette chiese” e “consultare amici e avversari, prima e dopo la sua salita al Colle”, convinto che “è necessario muoversi senza fare casino”. Per parlare di cosa? Dei nuovi palinsesti di Canale 5? Delle azioni Mediaset? Delle polizze Mediolanum? Della campagna acquisti del Milan?

No, secondo il Corriere ha parlato di “garantire l’agibilità personale per Berlusconi con un gesto di clemenza”. Sarà un caso, ma appena il presidente di Mediaset è sceso dal Colle, i proclami guerreschi del Pdl si sono interrotti. È l’apoteosi del conflitto d’interessi che, dopo avere privatizzato governi, parlamenti, codici, leggi e Costituzione, s’impossessa dell’ultimo arbitro, cancellandone definitivamente la terzietà e l’imparzialità. Dopo Confalonieri e Letta, si attende con ansia il pellegrinaggio al Colle di Doris, Galliani, Marina e Pier Silvio, Allegri, Balotelli, Kaká e Gabibbo (ma perché non Dell’Utri?). Poi sul campanile del Quirinale, al posto del Tricolore, garrirà giuliva la bandiera del Biscione.

TELEVISIONE, “RAI E MEDIASET NON TOLLERANO CONCORRENZA ”Di Stefano (Europa7): “Continuano a danneggiare i piccoli”


Redazione
Come dice spesso Marco Travaglio le tv servono e incidono.
E infatti continua la Rai e Mediaset continuano a cercare di monopolizzare il mercato televisivo, nonostante che l’Europa avesse aperto una procedura d’infrazione contro L’italia e la legge Gasparri e di conseguenza il governo aveva aperto il Il beauty Contest che avrebbe dovuto dare la possibilità ad altre emittenti Italiane e straniere di poter entrare nel mercato televisivo pea avere una condizione di pluralismo.
Ma a quanto pare quell’asta per le frequenze televisive serve solo a non far entrare altri gestori nessuno è in grado di presentarsi, e quelli con i requisiti in regola per comprarle come la 7 e sky e le altre emittennti più piccole non paiono intenzionati a parteciparvi perciò per ora rimane tutto così com’è e i soldi dell’asta probabilmente non arriveranno per dare un aiuto ai bilanci pubblici.
Fatto Quotidiano 24/04/2012 Tag Attualità di Carlo Tecce

Centinaia di ricorsi, decine di lettere, anni di nulla. E poi il canale Europa 7 che s’accende lenta-
mente perché l’abusiva Rete 4 non s’era mai spenta. L’abruzzese Francesco Di Stefano non è soltanto un imprenditore, ma una sentinella di truffe e trame che s’i n fi l t ra n o nel mercato televisivo: “Non occorre fare sofisticate previsioni oppure ragionamenti burocratici, l’a z z e ra m e n t o del beauty contest non aiuta il pluralismo italiano. L’asta sarà un fiasco: non cambia niente, i piccoli non crescono, i nuovi non entrano, i monopolisti godono. Vi siete chiesti perché Mediaset ha protestato così timidamente?”. Domanda complicata, Di Stefano prova a rispondere: “Pe rò facciamo un salto indietro nel tempo. Il famoso beauty contest, che doveva assegnare gratuitamente le frequenze, viene pensato perché l’Europa aveva aperto una procedura d’infrazione (rischio multe milionarie, ndr) che diceva che la Gasparri aveva fatto un disastro ammazzando la concorrenza. Non finisce qui”.
IL RACCONTO è ingarbugliato non per colpa di Di Stefano: a volte, la lentezza è una qualità tipicamente politica. “E anche a Bruxelles – a ggiunge l’imprenditore – C’era stata pure una sentenza storica che riguardava Europa 7: la Corte di Giustizia europea spiegava che le storture causate con la legge Gasparri andavano sistemate e il mercato finalmente aperto”. E invece il governo di Silvio Berlusconi, eventi ancora recenti, istituisce un concorso di bellezza, il beauty contest , l’errore sta in quell’atto sciagurato. Mediaset e Rai, i monopolisti, non dovevano partecipare: non potevano. Il beauty contest serviva per le società, italiane o straniere, che potevano rinfrescare un quadro immobile con il Biscione e viale Mazzini a spartirsi ascolti e pubblicità”. Senza scivolare nel conflitto d’interessi, s’immagini al governo: come rimediare? “Il premier Mario Monti e il ministro Corrado
“A Confalonieri non interessano nuove frequenze, ma che non ci siano rivali e il risultato è raggiunto”
Passera conoscono benissimo la materia. Sanno perfettamente che una parte di quelle frequenze in gara, fra poco, cioè nel 2015, sono riservate agli operatori telefonici. La soluzione è semplice: Rai e Mediaset non possono iscriversi, le frequenze disponibili vanno a quelli danneggiati come me oppure a quelli che vogliono investire”. Lei non è a palazzo Chigi, dunque non si toccano le pedine. Il governo prevede un’asta pubblica fra quattro mesi, che succede? “Non credo che Telecom Italia Media (La7) o Rai saranno dei giochi. L’unico dubbio forse è Sky, che sarebbe anche l’unico timore di Mediaset. Quando Fedele Confalonieri avrà la certezza che il campo sarà libero, terrà la sua azienda fuori: al Biscione possono interessare nuove frequenze per impedire che vadano la concorrenza, altrimenti può farne a meno”. Mediaset protesta, però: ci tengono fuori,dicono, c’è il divieto di cinque multiplex e noi siamo esattamente a cinque. Vero o falso? “Questo è l’ennesimo regalo. Confalonieri si finge vittima perché intuisce e spera che le frequenze per la tv sul telefonino – che già possiedono – saranno convertite al digitale terrestre. Identico omaggio per la Rai. Il rischio c’era anche con il beauty contest, perché ora fanno questa scenata?”. Il racconto si trasforma in romanzo. Non s’intravede la fine. Come sarà? “Non ci sarà la gara per le televisioni, semmai fra chissà quanti anni verranno coinvolti i telefonici. Fra avere più frequenze e misurarsi con la concorrenza, Mediaset preferisce la prima scelta. Anche la Com-missione europea ha colpe gravissime. La procedura d’infrazione è stata attivata sei anni fa, sono maestri nel perdere tempo e nel cincischiare. Non dimenticherò facilmente l’ex ministro Paolo Gentiloni che difesa le legge Gasparri a Bruxelles. La Commissione per la concorrenza non ha più alibi”. Europa 7 farà l’asta? “Non ci penso nemmeno, faremo i nostri ricorsi. Noi avevamo vinto il beauty contest, ci avevano messo in un lotto vuoto perché in Italia neppure tentano di fare televisioni. Mi dispiace perché l’ultimo treno è passato, e il mercato televisivo italiano sarà sempre lontano dai principi di un paese europeo: la concorrenza ce la sogniamo”.

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