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Liberi tutti (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 29/12/2013. Marco Travaglio attualità

Provate a indovinare: qual è per il governo la prima emergenza della giustizia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere? Non ci arriverete mai, ci vuole un aiutino: la prima emergenza della giustizia in Italia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere sono i troppi arrestati che finiscono in carcere. Quindi, dopo il decreto svuota-carceri, ci vuole una bella legge anti-arresti. Vi sta provvedendo la ministra Cancellieri, coadiuvata da un’apposita commissione presieduta da Giovanni Canzio, il presidente della Corte d’appello di Milano che nel febbraio 2012 impiegò un mese per respingere la ricusazione dei giudici del processo Mills, regalando così a B. la sua ottava prescrizione. Insomma l’uomo giusto al posto giusto per una giustizia più rapida ed efficiente.Il disegno di legge infatti è comicamente dedicato alla “velocizzazione del processo penale” e prevede alcune novità strepitose. La prima è l’obbligo per il giudice di interrogare l’indagato prima di arrestarlo: oggi infatti capita che alcuni candidati all’arresto, non sapendo di essere nel mirino dei magistrati, si facciano trovare in casa al momento del blitz e dunque finiscano sventuratamente in manette. Il governo ritiene che ciò non sia sportivo: l’arrestando dovrà essere preavvertito col dovuto anticipo della prava intenzione dei giudici, convocato per l’interrogatorio e ivi informato dettagliatamente dei sospetti che gravano sul suo capo: così, ove ritenesse ingiusto il proprio arresto, avrà modo di dileguarsi per tempo. La seconda ideona è quella di affidare la decisione sulle richieste di cattura dei pm a un collegio di tre giudici. Oggi se ne occupa uno solo, il gip, anche perché poi l’arrestato può ricorrere al Tribunale del Riesame (tre giudici) e, se gli va buca, alla Cassazione (5 giudici). Ma, per il governo, un pm e 9 giudici non bastano ancora. Dunque ciò che oggi fa uno solo domani lo faranno in tre, così si spera che litighino fra loro e lascino perdere. L’effetto accelerante di una simile norma non può sfuggire. Naturalmente nei tribunali più piccoli sarà difficile trovare tre giudici liberi, o non incompatibili per essersi già occupati di vicende affini: così molte catture non si faranno più o andranno alle calende greche. Il ddl governativo parla di sopprimere i tribunali del Riesame, che però oggi intervengono in seconda battuta ed esaminano un numero molto inferiore di casi (e quando il sospettato è già stato assicurato alla giustizia). In ogni caso si fa presto ad aggiungere un ente, mentre è molto complicato sopprimerne uno (vedi l’accrocco fra regioni e province). Terza novità: niente più limiti al colloquio nei primi cinque giorni fra l’arrestato e il difensore (salvo per mafia e terrorismo). È una norma di elementare buonsenso per evitare che l’arrestato, prima dell’interrogatorio, venga istruito a tacere o a mentire secondo un copione prestabilito. Ora invece sarà un gioco da ragazzi per l’avvocato “formattare” l’arrestato per dettargli le cose da dire e quelle da non dire, i complici da inguaiare e i mandanti da salvare, specie nei processi di corruzione e criminalità finanziaria, dove spesso il difensore rappresenta non solo il singolo, ma l’intera organizzazione criminale. L’ultima genialata è l’idea di escludere dal giudizio abbreviato le parti civili, che per il risarcimento dei danni dovranno avviare una separata causa civile, costosissima e lunghissima. Così le vittime di delitti gravissimi (l’abbreviato è previsto persino per l’omicidio) saranno escluse da molti processi: un capolavoro.

Ma non basta ancora, perché il ddl governativo verrà integrato con la legge anti-manette Ferranti & C. appena varata in commissione Giustizia. Questa fra l’altro – come spiega Valeria Pacelli a pagina 8 – rende praticamente impossibile arrestare gli incensurati. Che non sono soltanto i delinquenti alla prima impresa, ma anche quelli rimasti impuniti e beccati per la prima volta. A questo punto manca soltanto un codicillo: l’arresto obbligatorio, per manifesta pericolosità sociale, del pm che chiede un arresto. In galera.

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Il dito (medio) e la luna (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/11/2013… Marco Travaglio attualità

Dunque, ricapitolando. Il vero scandalo del caso Cancellieri è che la stampa abbia pubblicato le sue telefonate con i Ligresto’s. E il vero scandalo del caso Vendola è che i giornali abbiano riportato la sua chiacchierata ridanciana con Archinà, il faccendiere dei Riva. Lo sostiene una multiforme e trasversale combriccola di politicanti, che naturalmente ha deciso di lasciare la Cancellieri e il Vendola ai loro posti. Per la Cancellieri, la scusa è che non è indagata. Per Vendola non si può, perché è indagato sia sul caso Ilva (concussione) sia sulla malasanità pugliese (un paio di abusi d’ufficio), e allora la scusa è che non è stato condannato. I fatti emersi dalle stesse parole dei due protagonisti, con tutta la loro dirompente rilevanza morale e politica, non contano: infatti l’unica preoccupazione è che siano venuti fuori e che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Come sempre, indichi la luna e tutti guardano il dito. Anzi tentano di mozzartelo. Ieri, a SkyNews24, il noto Nitto Palma e l’ignoto Danilo Leva – inopinatamente responsabile giustizia del Pd – cinguettavano amorevolmente sullo scandalo della stampa che pubblica intercettazioni, mentre i loro partiti in Parlamento facevano scudo alla ministra dei Ligresto’s, che Letta Nipote si era caricato sulle spalle come fosse la sua pròtesi. Così ha deciso il presidente della Repubblica, capo del governo e segretario del Pd: Giorgio Napolitano. In effetti, se i giornali non uscissero, o non pubblicassero notizie, o si limitassero alle pagine degli spettacoli, dei necrologi e della gastronomia, nessuno saprebbe nulla della ministra Cancellieri-Fonsai. Ci vuole una riforma. Potrebbe scriverla Brunetta, che alla Camera ha dato prova di saperla lunga: a suo dire, il caso Cancellieri non esiste, se non per “la macchina del fango messa in moto da Repubblica e dal Fatto Quotidiano, dotati di intercettazioni e tabulati che non si capisce come siano finiti dalle procure a loro”. Se volesse capire come sono finiti a noi, glielo spieghiamo volentieri: sono atti pubblici, in quanto depositati agli avvocati e agli imputati dell’inchiesta ormai chiusa sulla spoliazione di Fonsai, perforata con un buco di quasi 1 miliardo dalla famiglia Ligresti che lui dovrebbe conoscere bene, visto che gentilmente l’ha ospitato per anni nella reggia Fonsai di via Tre Madonne, quartiere Parioli, Roma.

Anche la senatrice Finocchiaro potrebbe dare una mano: l’altro giorno la cosiddetta presidente della commissione Affari Costituzionali si è molto doluta con il presidente ridens del Senato, Piero Grasso, perché i giornali hanno pubblicato le sue telefonate con la compagna Maria Rita Lorenzetti, già governatrice dell’Umbria e poi presidente di Italferr (gruppo Fs), purtroppo arrestata per corruzione. Bisogna assolutamente fare qualcosa: per esempio abolire la cronaca giudiziaria, così la gente non saprebbe nemmeno che il marito della Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, è sotto processo per abuso d’ufficio e truffa su un appalto senza gara da 1,7 milioni di euro. Quindi facciamo così: una bella legge-silenziatore firmata da Brunetta, Cancellieri, Finocchiaro, e magari pure da Vendola. Il quale, davanti al consiglio regionale pugliese, anziché dimettersi per l’indegna telefonata con Archinà, ha accusato il Fatto di averla manipolata. Forse gli sarebbe piaciuto: manipolandola, gli avremmo fatto un favore. La tragedia (sua) è che l’abbiamo pubblicata integrale.

Ps. Ieri i 5Stelle hanno fatto un figurone con la mozione di sfiducia alla Cancellieri e le proteste in aula per l’inaudito salvataggio. Infatti, come sempre in questi casi, hanno deciso di sputtanarsi con un inverecondo commento sul blog di Grillo che accusa la nostra Paola Zanca di avere “mentito sapendo di mentire” sulla notizia (vera, e per nulla scandalosa) della richiesta di un contributo ai parlamentari per autofinanziare il prossimo V-Day. Complimenti vivissimi: ogni volta che si differenziano dai partiti, fanno di tutto per scimmiottare i partiti.

LETTA ASFALTA IL PD: “LEI RESTA

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INVIATO DA NAPOLITANO A PLACARE I DEMOCRATICI SUL CASO CANCELLIERI, IL PREMIER PRIMA CHIAMA RENZI E GLI RACCONTA DELLE PRESSIONI DEL COLLE, POI GRIDA: “È ATTACCO AL GOVERNO”.
Da Il Fatto Quotidiano del 20/11/2013. Fabrizio d’Esposito attualità
La monarchia del Napolitanistan salva la ministra della Famiglia Ligresti. Tutto accade molto prima della fatidica assemblea dei deputati del Pd, ieri sera alle nove. Vietato toccare Annamaria Cancellieri. Lei rimane rinchiusa al ministero della Giustizia, per limare il discorso di oggi alla Camera, quando si discuterà la mozione di sfiducia dei grillini. Il lavoro sporco, per la serie “mi chiamo Wolf e risolvo problemi”, lo fanno il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio.

Stavolta, però, per Giorgio Napolitano, “commissario” del Pd da un biennio dopo una vita trascorsa in minoranza nel Pci, lo sforzo è più impegnativo del solito. Dall’altra parte non ci sono Bersani o Epifani. C’è Matteo Renzi, vincitore del primo round per la leadership del partito. A lui, segretario in pectore del Pd, il premier Enrico Letta fa due telefonate. E tutte e due le volte fa la stessa premessa: “Caro Matteo è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Lo scudo di Napolitano serve a Letta per fare a sua volta lo scudo della Cancellieri. Renzi obietta, resiste. Il premier, anche a nome del Colle, diventa giustizialista a sua insaputa: “Ma anche per la procura di Torino è innocente”. Per Renzi è l’ammissione, ennesima, che la politica è subordinata alla magistratura. Ribatte: “Enrico ma che c’entra? La questione è politica, io non aspetto i giudici per avere una linea”. Ed è in queste telefonate che matura l’esito del match. Renzi, che poi lo scriverà su Twitter, rilancia: “Caro Enrico allora mettici la faccia. Vai all’assemblea e spiega che questo è un voto di sfiducia contro di te. Fossi in te non lo farei, ma non vedo altre uscite”. Renzi chiede di poter partecipare all’assemblea, ma si sente rispondere che non è deputato. Su un fronte, il premier che supera un altro scoglio e richiude una falla che ha rischiato di far affondare tutto il governo, almeno secondo l’analisi del Colle. Sull’altro, Renzi si intesta la questione morale sulla ministra dei Ligresti e si piega solo di fronte ai numeri del gruppo a Montecitorio, in cui i renziani sono “appena” una cinquantina. Forza cospicua ma non sufficiente a ribaltare gli equilibri. Ma la lezione Cancellieri fa capire a Renzi quale sarà il principale problema nei prossimi mesi, quando guiderà il Pd da segretario con pieni poteri: l’interventismo di Napolitano, a tutto campo e ormai quotidiano, con telefonate a getto continuo. Si lascia scappare anche una battuta, il sindaco di Renzi, che dal Colle è già stato ripreso, in un passato recentissimo, su amnistia e legge elettorale: “Per me Napolitano può fare anche il presidente del Consiglio (qui la perfidia è rivolta soprattutto a Letta, ndr), ma il segretario del Pd sarò io”.

La tregua tra Letta e Renzi per salvare governo e partito si percepisce a Montecitorio che non è ancora buio. La fine ènota. Dopo il caos e le minacce di lunedì, il Pd viene asfaltato ancora una volta dalla dittatura delle larghe intese di Re Giorgio. I renziani, per bocca di Paolo Gentiloni, ex ministro, promettono un ordine del giorno anti-Cancellieri. La mozione di sfiducia di Civati, invece, non sfonda. Il senso di marcia è chiaro. Se anche si dovesse votare, nell’assemblea, oggi tutti si uniformeranno alla linea maggioritaria di Letta e Bersani e Franceschini e D’Alema: no alla sfiducia.

Il premier arriva all’assemblea direttamente dalla Sardegna. L’orario d’inizio viene posticipato, alle ventuno. È lui ad aprire la riunione. La salvezza della Cancellieri è una questione politica: “Questo è un passaggio politico a tutto tondo. Quello che viene chiesto è un voto di sfiducia al governo. Al Pd chiedo un atto di responsabilità”. Il problema non sono le telefonate. Anzi: “La mozione è frutto di una campagna aggressiva molto forte e slegata dal merito. Vi chiedo di considerare la cosa per quello che è: un attacco politico al governo. Mi appello al senso di responsabilità collettivo che è parte di noi. La nostra condivisione unitaria della responsabilità è il punto di tenuta del sistema politico”. La responsabilità rimbalza di intervento inintervento. Parla Cuperlo. “La Cancellieri avrebbe fatto meglio a dimettersi però noi siamo responsabili”. Gentiloni, renziano, prende atto “con rammarico” e responsabilità. Perfino Civati, il movimentista filogrillino, si arrende nel segno della responsabilità: “Sono in disaccordo, ma mi atterrò alla linea”. Il Pd che ha affondato Prodi per il Quirinale si ritrova compatto per salvare la Cancellieri. Contrappasso da unità.

Monito ergo sum (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 20/11/2013. Marco Travaglio attualità

Solo nelle Repubbliche delle banane, e forse neppure più in quelle, il capo dello Stato plaude a una decisione dei magistrati sul conto di un ministro nominato da lui. Qualunque essa sia. Infatti Giorgio Napolitano ha applaudito alla decisione della Procura di Torino di non indagare la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri per false dichiarazioni al pm e di inviare il fascicolo intonso alla Procura di Roma, competente per territorio in quanto le dichiarazioni al pm sono state rilasciate nell’ufficio del ministro, in via Arenula, nella Capitale. È una delle interpretazioni possibili delle norme procedurali: i pm torinesi avrebbero anche potuto iscrivere la ministra e poi inviare l’incartamento a Roma, ma così avrebbero orientato un’indagine comunque destinata altrove; dunque hanno ritenuto preferibile che fossero i pm che dovranno svilupparla e concluderla a valutare eventuali reati nelle parole della Cancellieri. Non è né un favoritismo, né uno scaricabarile: è una scelta squisitamente tecnica. Del resto, se i pm torinesi avessero voluto favorire la ministra, avrebbero potuto usare altri strumenti consentiti dalla procedura: per esempio quello di non interrogarla subito come teste sulle sue telefonate con la famiglia Ligresti; e soprattutto quello di stralciarle e magari distruggerle in quanto non penalmente rilevanti. Invece le hanno giudicate utili a descrivere lo strapotere di cui tuttoggi i Ligresti godono nel Palazzo, dunque le loro potenzialità di inquinamento probatorio. E le hanno allegate agli atti depositati alle parti, rendendole conoscibili. Senza quell’atto, nessuno saprebbe che la Cancellieri il 17 luglio chiamò la compagna di Ligresti per solidarizzare con la Dynasty appena arrestata contro i giudici e mettersi a completa disposizione; e poi, sollecitata da Antonino Ligresti, si attivò il 19 agosto presso i vicecapi del Dap per far scarcerare Giulia, comunicando il giorno 21 allo zio della donna di aver fatto la segnalazione; infine nascose, nell’interrogatorio del 22, la telefonata della sera prima, accennando solo a uno scambio di sms. Insomma, senza la severità della Procura di Torino, oggi la Guardasigilli non sarebbe sull’orlo delle dimissioni.

Infatti l’altro giorno La Stampa ha dato voce ad anonime ma autorevoli fonti del ministero (che infatti non le ha smentite), che accusano i pm torinesi di: 1) non aver “distrutto” le telefonate; 2) in alternativa non aver chiesto al Senato l’autorizzazione a utilizzarle; 3) non aver inviato il fascicolo al Tribunale dei ministri; 4) in subordine non aver sentito la Cancellieri come indagata, con l’avvocato accanto e la facoltà di non rispondere. Un pizzino intimidatorio e anche un po’ ricattatorio, visto che è partito dai fedelissimi del ministro titolare dell’azione disciplinare contro i magistrati e del potere ispettivo. In realtà: 1) le telefonate sono state conservate e depositate in quanto penalmente rilevanti per i Ligresti, mentre per la Cancellieri lo sono politicamente e moralmente; 2) non occorre alcun permesso del Parlamento per usare le intercettazioni indirette di un ministro non parlamentare; 3) la falsa testimonianza non è affare da Tribunale dei ministri, visto che mentire ai pm non rientra fra le funzioni ministeriali; 4) prima della testimonianza della ministra, era impossibile ipotizzare una falsa testimonianza, dunque era sacrosanto sentirla come teste e non come indagata. Eppure i pm subalpini passano, nell’immaginario collettivo, per delle marionette al servizio della Cancellieri e del suo alto protettore che siede sul Colle. È il bel risultato del comunicato di Napolitano che “apprezza” – chissà mai a che titolo – “la chiarezza e il rigore” della Procura di Torino. Qualcuno prima o poi dovrà spiegare al presidente che non è il Re Sole e non può dare ordini preventivi né plausi o moniti successivi ai magistrati. Che, per Costituzione, sono “autonomi e indipendenti da ogni altro potere”, compreso il suo. E “sono soggetti soltanto alla legge”, cioè non a lui.

IL NODO DELL’INTERROGATORIO Scontro totale tra ministero e giudici torinesi

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Fatto Quotidiano del 18/11/2013 Marco Lillo attualità
inviato a Torino A un passo dallo scontro istituzionale con il ministro, oggi la Procura di Torino deciderà sul caso di Anna Maria Cancellieri. La Procura po- trebbe iscrivere il ministro nel registro degli indagati ma non ha alcuna intenzione di conte- stare l’abuso di ufficio perché la scarcerazione di Giulia Ligresti è avvenuta a seguito di una re- lazione della psicologa del carcere e di una perizia richiesta dalla Procura prima delle tele- fonate del ministro con Anto- nino Ligresti. IL PROBLEMA sono invece le dichiarazioni reticenti o lacunose su quelle telefonate rese al pm Vittorio Nessi il 22 agosto dal ministro a Roma. La Pro- cura potrebbe contestare al mi- nistro di non avere detto tutta la verità sulla telefonata del 21 agosto con Antonino Ligresti. Le ipotesi sul tavolo della riunione di oggi del procuratore Giancarlo Caselli con i due ag- giunti Vittorio Nessi e Marco Gianoglio sono tre: 1) i pm iscrivono a Torino il ministro per violazione dell’articolo che punisce con pena fino a quattro anni di reclusione chi “rende dichiarazioni false ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito”, per poi trasmettere gli atti alla Procura di Roma, dove è avvenuta la deposizione del 22 agosto del ministro; 2) i pm creano un fascicolo separato, un cosiddetto modello 45, sen- za indagati né ipotesi di reato e lo girano a Roma; 3) i pm sen- tono di nuovo il ministro a sommarie informazioni per completare le sue dichiarazioni lacunose. Salva poi la scelta di archiviare o trasmettere a Roma il fascicolo. Il ministro ha fatto filtrare la sua irritazione. Ieri è apparso su La Stampa di Torino un articolo nel quale si attribuivano al “mi – nistero”una serie di accuse alla condotta dei magistrati. “La scelta di ascoltare il ministro di Giustizia come persona infor- mata dei fatti ha prodotto ab origine una catena di violazioni di regole processuali di indiscutibile gravità”è questa la prima IL PROPRIETARIO DELL’INTER Thohir, subito derby con Berlusconi: “Come lui? Sì, ma io non mi candido” Per la sua prima intervista a una televisione italiana, il nuo proprietario del l’Inter, il miliardario indonesiano Erick Thohir, sceglie “Che tempo che fa”di Fabio Fazio e non si sottrae a un paragone con Silvio Berlusconi. En- trambi, nei rispettivi paesi, sono proprietari di giornali, televisioni e squadre sportive. Ma il successore di Mas- simo Moratti fa notare la differenza: “Però io non mi candido ”. Fa l’imprenditore e promette anche ai tifosi di nerazzurri di “riparlarne” di Messi, per un acquisto che sarebbe davvero del secolo, poiché il fuoriclasse ar- gentino richiede un investimento eccezionale. REGIONE TATARSTAN Boeing si schianta in pista 50 morti in Russia Potrebbe essere stato un errore del pilota la causa dello schianto di un boeing 737 a Kazan, in Russia, nel quale sono morte 50 persone, in Italia erano appena passate le 16:20 di ieri. Lo riferisce una fonte delle forze di sicurezza russe all’agenzia Interfax. A bordo del velivolo, proveniente da Mosca, c’e ra n o 44 passeggeri e sei membri dell’equipaggio e che hanno tutti perso la vita nell’incidente. Tra le 50 vittime di Kazan in Tatarstan, Russia centrale, c’è anche uno dei figli del presidente della regione, Ru- stam Minnikhanov. accusa attribuita tra virgolette al “ministero”. Altro che ricon- vocazione del ministro davanti ai pm. “La procura – prosegue ‘il Ministero’ secondo La Stampa – avrebbe dovuto mandare le carte al Tribunale dei ministri, magari ipotizzando un abuso d’ufficio nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli”. Il procuratore generale della Corte di Appello di Torino, Marcello Maddalena, cioè il magistrato che riveste il grado più alto nell’ufficio dell’accusa, ha replicato alle “pretese accuse nei confronti della Procura della Repubblica di Torino che verrebbero mosse dagli stessi uffici del Ministro Anna Maria Cancellieri”. Secondo Madda- lena “l’intera vicenda è stata trattata dai magistrati torinesi con il massimo scrupolo e la più puntigliosa osservanza di tutta la normativa vigente in mate- ria, oltre che con il massimo ri- spetto sia delle prerogative fun- zionali sia della dignità di tutte le persone coinvolte nella vi- cenda”, compreso il ministro della Giustizia. “Ben vengano” quindi “ tutti i possibili e im- maginabili accertamenti”, inclusi “quelli ministeriali”: se il ministro vuole, mandi pure gli ispettori, è il messaggio del magistrato. Per Maddalena “alcune asser- zioni riportate nell’articolo ap- paiono stupefacenti anche sotto il profilo della conoscenza della normativa processuale penale”. In particolare il preteso obbligo di trasmettere il fa- scicolo al tribunale dei ministri è considerato dai pm torinesi un errore di procedura penale. I pm non vogliono contestare il presunto abuso delle telefona- te, perché nelle telefonate della Cancellieri non ci sarebbe per loro una violazione della legge né un vantaggio patrimoniale del ministro. Comunque ove anche ci fosse stato il reato, per i pm, non sarebbe stata la Pro- cura di Torino a trasmettere gli atti, bensì la Procura di Roma, competente per territorio. Oggi è un giorno difficile per il ministro ma anche la Procura di Torino si trova in forte im- barazzo. Non sarà facile inda- garla a tre mesi dalle false di- chiarazioni e a due giorni dalla discussione della mozione di sfiducia. I tabulati telefonici che smentiscono la versione reticente sui rapporti con i Ligresti sono stati richiesti dai pm il 30 agosto scorso e non sarebbe semplice spiegare perché la Procura ha atteso un momento così delicato per inchiodare il ministro alle sue mezze bugie del 22 agosto. ANCHE NEL MERITO non si può dire che la contestazione di false dichiarazioni al pm sia invincibile. Effettivamente il mi
nistro non precisa al pm Nessi se la sera prima ha risposto ad Antonino Ligresti con un sms o con una lunga telefonata di 7 minuti, come è emerso poi dai tabulati richiesti il 30 agosto ma che sarebbero stati consegnati, secondo Repubblica , solo il 6 no- vembre. Effettivamente non è possibile credere che Anna Maria Cancellieri non ricordasse i contenuti di una telefonata così importante avvenuta meno di 24 ore prima. Il problema però è che il pm Vittorio Nessi non ha registra- to la deposizione ed è andato da solo a Roma a sentire il mini- stro. Alla fine ha steso un verbale riassuntivo delle risposte senza riportare le sue domande. Insomma se la risposta del mi- nistro nel verbale non c’è va detto che manca anche la do- manda. Se non fosse il ministro della giustizia, i pm riconvo- cherebbero Anna Maria Can- cellieri per precisare le sue di- chiarazioni. Ma ieri “il ministe- ro”ha detto che non ha gradito la prima convocazione da testi- mone e ora sarà difficile con- vocarla ancora. La Procura potrebbe scartare di lato sentendo Antonino Ligresti. Però il medico è fratello di Salvatore e zio di Giulia e il codice gli concede il diritto di non rispondere. Davvero un bel rebus.

Cancellieri, la mozione di sfiducia del M5S sarà votata il 21 novembre

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La Conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha decidere di calendarizzare la richiesta presentata dal M5S, per votare la sfiducia contro il Guardasigilli
-articolotre Redazione- Giovedì 21 novembre alle ore 16 attualità, la Camera voterà la mozione di sfiducia presentata dal M5S contro Annamaria Cancellieri.
Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo a Montecitorio, al termine di un’intensa discussione sui tempi del voto.
La mozione è stata presentata in relazione alla segnalazione del ministro dell’Interno al Dap sulla situazione di Giulia Ligresti, figlia di Salvatore, allora in carcere per il caso Fonsai.
Nel corso della riunione della conferenza dei capigruppo della Camera, secondo quanto si apprende, il Pd e il Pdl avrebbero sottolineato la necessità di dare priorità ai decreti in scadenza, rispetto alla mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.
I gruppi di opposizione hanno ribattuto che non si può far trascorre ancora troppo tempo, rispetto al momento in cui la Guardasigilli si è recata alla Camera per riferire sulla vicenda Fonsai. Per questo motivo è stata scelta la data del prossimo 21 novembre; tuttavia, non è escluso che il voto di sfiducia possa essere rinviato, nel caso in cui si rilevasse una sovrapposizione con i decreti, determinandone un rallentamento.

Scancellieri (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 03/11/2013 Marco Travaglio attualità

È ufficiale: il ministro della Giustizia non conosce o non capisce il dovere di imparzialità a cui è tenuto ogni membro del governo e della Pubblica amministrazione. Non conosce o non capisce l’art. 97 della Costituzione: “I pubblici uffici sono organizzati… in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. E neppure l’art. 98: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Sicuramente conosce, ma non capisce (come la gran parte dei suoi colleghi di Casta), l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ma anche Napolitano e Letta jr., per non parlare dei partiti della maggioranza, hanno idee molto confuse in materia. Infatti il primo tace (e meno male, visto quel che riuscì a dire per difendere un altro ministro da cacciare, Alfano). E il secondo biascica che la ministra “chiarirà tutto”: come se non fosse tutto abbastanza chiaro. Lei intanto ha capito che la farà franca e ripete che sparlare con la moglie di un arrestato – a sua volta padre di tre arrestati – dei magistrati che hanno disposto gli arresti, e poi raccomandare presso i sottoposti una delle persone arrestate, è cosa assolutamente normale per un ministro della Giustizia. Anzi, “doverosa”. Anzi, non farlo sarebbe “colpevole omissione”. Non le passa neppure per l’anticamera del cervello che intercedere per una detenuta amica sua, figlia di un amico suo, fra l’altro datore di lavoro di suo figlio, significa tradire i doveri di imparzialità e di servizio all’intera Nazione. Ed è ridicolo affannarsi a citare altre analoghe “segnalazioni” come prova che lei tratta tutti i detenuti allo stesso modo. Se la famiglia Ligresti non possedesse il numero di cellulare dell’amica ministra, questa non avrebbe mai potuto “segnalare” il caso di Giulia, malata di anoressia, ai vicedirettori del Dap. E questo non fu soltanto un trattamento privilegiato, ma anche un atto superfluo (la Procura di Torino, motu proprio, aveva subito disposto una perizia sulle condizioni di salute della reclusa, giudicate incompatibili con il carcere). Peggio: un attestato di somma sfiducia nell’amministrazione penitenziaria e giudiziaria che la Cancellieri dirige.

Il messaggio che lancia con queste scriteriate dichiarazioni è terrificante: la ministra della Giustizia pensa che i magistrati e i funzionari delle carceri siano dei sadici aguzzini che se ne infischiano abitualmente dei detenuti a rischio, al punto che senza, le sue personali segnalazioni per questo o quel detenuto, nelle carceri italiane sarebbe una strage quotidiana. Sul sito del ministero, in alto a sinistra, c’è una frase in grassetto: “Percorsi chiari e precisi: un tuo diritto”. Ritiene la ministra Cancellieri che quello seguito per Giulia Ligresti sia un “percorso chiaro e preciso”? O non somiglia piuttosto alla classica scorciatoia, alla solita corsia preferenziale di cui troppo spesso godono gli amici degli amici nel Paese che punisce la conoscenza e premia le conoscenze? La questione è tutta qui. Altro che “critiche da matti”, altro che “attacchi falsi”, altro che “paese di Cesare Beccaria”. Quello della Giustizia è il solo ministro ad avere rilievo costituzionale: l’art. 110 della Carta gli affida il compito di curare “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Se la Guardasigilli ritiene che quei servizi siano così mal organizzati da lasciar morire come le mosche i detenuti malati, li riformi. Lasci perdere, per decenza, le citazioni di Stefano Cucchi, i cui familiari purtroppo non conoscevano nessun ministro. E pubblichi subito il suo numero di cellulare sul sito del ministero, affinché tutti gli altri detenuti malati possano chiamarla, con pari opportunità rispetto a Giulia Ligresti e famiglia. Ma, per favore, non parli più di “dovere d’ufficio” e di “coscienza a posto”. In quale posto: a casa Ligresti?

La figlia di Mubarak (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 02/11/2013. Marco Travaglio attualità

Quando Anna Maria Cancellieri diventò ministro dell’Interno, poi fu candidata al Quirinale, infine divenne ministro della Giustizia, il Fatto – come sempre – segnalò i suoi potenziali conflitti d’interessi familiari legati alla vecchia amicizia con la famiglia Ligresti, cliente da tempo immemorabile di procure, tribunali e patrie galere; e al ruolo del figlio Piergiorgio Peluso, alto dirigente prima di Unicredit, poi di Fonsai, infine di Telecom. In particolare ci occupammo della tragicommedia dei “braccialetti elettronici” per controllare i detenuti in libertà, un appalto di sette anni per centinaia di milioni rinnovato dal Viminale sotto la Cancellieri alla Telecom in cui andò a lavorare il pargolo. Ma la parola conflitto d’interessi, dopo vent’anni di mitridatizzazione berlusconiana, suscita noia, fastidio, sbadigli. E morta lì. Ora il conflitto d’interessi, da potenziale, diventa effettivo, concreto, reale: la ministra della Giustizia Cancellieri, amica dei Ligresti, telefona alla compagna di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, appena arrestato per gravissimi reati finanziari insieme alle due figlie e a vari manager, per darle la sua solidarietà contro un provvedimento della magistratura che definisce “la fine del mondo”, “sono veramente dispiaciuta”, “c’è modo e modo”, “non è giusto”, “qualsiasi cosa io possa fare conta su di me”. Insomma, si mette a disposizione. Ma non abbastanza per i gusti della Fragni, che si sfoga con la figlia: “Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona… Ecco, capito? ‘Ah, son dispiaciuta’… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti”. Fra questi anche il rampollo Peluso. Almeno secondo Giulia Ligresti, che prima dell’arresto lo accusava di aver “distrutto la compagnia” nei pochi mesi di permanenza ai vertici di Fonsai: solo che “invece di chiedergli i danni”, “in consiglio nessuno ha fiatato” quando si decise di liquidarlo con 3,6 milioni (lei dice addirittura 5) di buonuscita dopo appena un anno, “approvato all’unanimità, che se fosse stato il nome di qualcun altro…”. Resta da capire chi sia “la persona” che “ha messo lì” la ministra. Chi siano i “tutti” che hanno “mangiato”. E in che senso il “nome” di Peluso gli abbia garantito tutti quei milioni. Basterebbe questo per consigliare alla ministra di andarsene. Ma c’è molto di più, perché il 17 agosto, quando la richiesta di scarcerazione di Giulia Ligresti per motivi di salute (anoressia e rifiuto del cibo) viene inizialmente rigettata dal gip di Torino, la Fragni chiama il quasi-cognato Nino perché mobiliti “quella nostra amica”. Che è la ministra della Giustizia. Lui la chiama, lei risponde. Poi telefona ai vicedirettori delle carceri, Cascini e Pagano, perché intervengano. Infine avverte via sms Nino Ligresti: “Ho fatto la segnalazione”. La scena ricorda parecchio le telefonate di B. da Parigi alla Questura di Milano per far liberare Ruby, appena fermata per furto, e affidarla a Nicole Minetti. E le chiamate di Nicola Mancino al consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, per influenzare o spostare l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Ma stavolta – diversamente dai funzionari della Questura e dal duo D’Ambrosio-Napolitano – Cascini e Pagano rispondono che non si può fare niente, se non affidarsi alle normali procedure giudiziarie. E stoppano sul nascere le pressioni della ministra, che per questo unico motivo non giungeranno mai sul tavolo dei magistrati di Torino. I quali decideranno autonomamente di scarcerare Giulia Ligresti per motivi di salute, come prevede la legge, dopo il suo patteggiamento, mentre tengono tuttora in carcere la sorella Jonella, che non è malata e non ha patteggiato: la prova che nessun favoritismo è stato fatto dalla Procura e dal gip ai Ligresti amici della ministra. La quale, due giorni dopo l’uscita della notizia, ancora finge di non cogliere lo scandalo e dice di aver fatto “il mio dovere” a scopo “umanitario”.

Ma il dovere di un ministro, quando riceve una segnalazione, è quello di dirottare il segnalatore alle autorità competenti: che, essendo la legge uguale per tutti, non sono l’amica ministra, ma i giudici attraverso gli avvocati difensori. Che queste cose finga di non capirle la signora Cancellieri è comprensibile: difende la poltrona e, se ci riesce, la reputazione. Ma che non le capiscano i politici, almeno quelli del Pd che giudicano un abuso di potere le telefonate di B. per Ruby, è sconcertante. Pigolano “richieste di chiarimenti” e balbettano giaculatorie sulla “trasparenza”, come se la lettura delle intercettazioni non fosse abbastanza chiara e trasparente. Si trincerano dietro il fatto che la Cancellieri non è indagata (e chi se ne frega: oltre alla responsabilità penale, c’è anche quella politica e morale). Sventolano il comunicato della Procura di Torino che nega di aver subito pressioni dalla ministra: ma non perché non ci siano state, bensì soltanto perché furono stoppate prima. Finirà che, per salvare la madrina della figlia di Ligresti, crederanno pure al padrino della nipote di Mubarak.

Il Cancellierato (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 01/11/2013. Marco Travaglio attualità

In un paese normale il ministro della Giustizia non parla con i parenti di un’amica arrestata per gravi reati, rassicurandoli con frasi del tipo: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. Né tantomeno chiama i vicedirettori del Dipartimento Amministrazione penitenziaria per raccomandare le sorti dell’amica detenuta. Ma, se lo fa e viene scoperto da un’intercettazione telefonica (sulle utenze dei familiari della carcerata), si dimette un minuto dopo. E, se non lo fa, viene dimissionato su due piedi, un istante dopo la notizia, dal suo presidente del Consiglio. Siccome però siamo in Italia, il premier tace, il Quirinale pure. Come se fosse tutto normale. Una telefonata allunga la vita, diceva un famoso spot: qui invece accorcia la galera, o almeno ci prova. Nel paese del sovraffollamento carcerario permanente, Anna Maria Cancellieri, prefetto della Repubblica in pensione, dunque “donna delle istituzioni” che molti in aprile volevano addirittura capo dello Stato, ha pensato bene di risolverlo facendo scarcerare un detenuto su 67 mila: uno a caso, una sua amica. Poi ha dichiarato bel bella ai magistrati torinesi che la interrogavano come testimone su quelle telefonate: “Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione. Essendo io una buona amica della Fragni (Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti, padre dell’arrestata Giulia, ndr) da parecchi anni, ho ritenuto, in concomitanza degli arresti, di farle una telefonata di solidarietà sotto l’aspetto umano”. E ha raccontato una bugia sotto giuramento, perché il suo non è stato solo “un intervento umanitario”, tantomeno “doveroso”, né una “telefonata di solidarietà”. È stata un’interferenza bella e buona nel normale iter della detenzione dell’amica di famiglia. Anche perché, dopo quella telefonata, ne sono seguite altre ai vicedirettori del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano. Che, a quanto ci risulta, hanno – essi sì, doverosamente – respinto le pressioni, spiegando all’incauta Guardasigilli che la detenzione di un arrestato compete in esclusiva ai giudici, non ai politici. Anche su questo punto la Cancellieri ha raccontato una bugia ai pm: “Ho sensibilizzato i due vicecapi del Dap perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”. Salvo poi dover ammettere che li aveva sensibilizzati su un unico carcerato: l’amica Giulia.

La figlia di don Salvatore Ligresti soffriva di anoressia e rifiutava il cibo in cella, ma non è la sola malata fra i 67 mila ospiti delle patrie galere. Per questi casi esistono le leggi e i regolamenti, oltre al personale penitenziario specializzato che di solito, nonostante l’eterna emergenza, segue con professionalità le situazioni a rischio. Così come effettivamente stava avvenendo, anche da parte dei magistrati torinesi. Senza bisogno delle raccomandazioni del ministro. La Procura aveva subito disposto un accertamento medico e in seguito aveva dato parere favorevole alla scarcerazione, respinta però in un primo tempo dal gip, che aveva scarcerato la donna soltanto dopo il patteggiamento. L’iter giudiziario, dunque, non è stato influenzato dalle pressioni della ministra: ma non perché la ministra non le abbia tentate, bensì perché i vicecapi del Dap le hanno stoppate. Eppure la Cancellieri avrebbe dovuto astenersi anche dal pronunciare il nome “Ligresti”, specie dopo la retata che portò in carcere l’intera dinastia, visti i rapporti non solo familiari, ma anche d’affari che suo figlio Piergiorgio Peluso intrattiene con don Salvatore e il suo gruppo decotto. Peluso è stato prima responsabile del Corporate & Investment banking di Unicredit, trattando l’esposizione debitoria del gruppo Ligresti verso la banca; poi divenne direttore generale di Fondiaria Sai (gruppo Ligresti) dal 2011 al 2012; e quando passò a Telecom, dopo un solo anno di lavoro, incassò da Ligresti una buonuscita di 3,6 milioni di euro.

Un conflitto d’interessi bifamiliare che avrebbe dovuto sconsigliare al ministro di occuparsi della Dynasty siculo-milanese. Non è stato così, e ora la ministra (della Giustizia!) deve pagare per le conseguenze dei suoi atti. Se restasse al suo posto, confermerebbe ancora una volta il principio malato della giustizia ad personam per i ricchi e i potenti, già purtroppo consolidato da vent’anni di casi Berlusconi, e anche dallo scandalo Mancino-Napolitano. Ma a quel punto tutti e 67 mila i detenuti potrebbero a buon diritto farla chiamare da un parente qualunque perché s’interessi dei loro 67 mila casi personali: 67 mila “conta su di me”. Se una telefonata accorcia la galera, che almeno valga per tutti.

TAGLIO DEI TRIBUNALI: CAOS E RIVOLTE ,AVVOCATI BARRICATI A SULMONA, TRENI FERMI IN SICILIA. A SALA CONSILINA UN UOMO SI DÀ FUOCO

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PROTESTE PER IL PIANO DI RISPARMI SULLA GIUSTIZIA DEI PICCOLI CENTRI. FACCHINI BLOCCATI A CAMERINO,AVVOCATI BARRICATI A SULMONA, TRENI FERMI IN SICILIA. A SALA CONSILINA UN UOMO SI DÀ FUOCO
Fatto Quotidiano 14/09/2013 di Maria Gabriella Lanza attualità
È arrivata l’ora di chiudere: mille sedi in tutta Italia tra tribunali, procure, sezioni distaccate e uffici del giu- dice di pace oggi saranno cancellate. Entra infatti in vigore, dopo aver ottenuto il definitivo via libera dalla Corte costitu- zionale, la riforma delle circoscrizioni giudiziarie contenuta nei decreti legislativi 155 e 156 del settembre 2012. E anche se tutti se l’aspettavano ormai da un anno, ieri avvocati, sindaci e cittadini hanno urlato forte il loro no a una razionalizzazione che giudicano insensata, e che rallenterà ancora di più la già arrugginita macchina giudiziaria italiana. Ovunque ci sono state manifestazioni e sit-in davanti ai palazzi di giustizia. A Sala Consilina, in provincia di Salerno, un uomo si è cosparso di benzina e ha tentato di darsi fuoco: è stato subito bloccato dagli altri manifestanti, ma ha minac- ciato di riprovarci se entro 24 ore il ministro della giustizia, Anna Maria Cancellieri, non bloccherà la riforma. Gli avvocati di Sulmona, vicino L’Aquila, hanno attivato un presidio permanente all’interno del tri- bunale e da lunedì inizieranno lo sciopero della fame. A Came- rino, nelle Marche, i dipendenti della ditta incaricata per il tra- sloco sono stati bloccati dai ma- nifestanti. Dopo l’intervento dei vigili urbani e dei carabinie- ri, avvocati e cittadini sono en- trati nel palazzo e hanno con- tinuato a ostacolare il lavoro dei facchini. PROTESTE ANCHE DAVANTI ai tribunali di Pinerolo, Potenza e Rosarno, dove la via d’ingres- so al Palazzo di giustizia è stata bloccata. In Sicilia 140 persone sono state denunciate per aver bloccato mercoledì scorso – nel- la stazione di Capo D’Orlando – il treno Messina-Palermo: pro- testavano contro la soppressio- ne dei tribunali di Nicosia (Enna) e Mistretta (Messina). Gli avvocati dell’associazione forense dell’isola d’Ischia, che da giorni protestano contro la chiusura della sezione distacca- ta del tribunale di Napoli sul- l’isola, si riuniranno oggi per decidere se bloccare il porto. Annunciano, inoltre, che organizzeranno in piazza un finto processo a carico del ministro Cancellieri e del capo dipartimento Birritteri, con l’allestimento di una finta ghigliotti- na. L’obiettivo della riforma era di far risparmiare allo Stato 80 milioni di euro e ammodernare una mappa delle circoscrizioni vecchia di oltre 150 anni, concepita prima dell’Unità d’Italia. Ma cancellare 1000 sedi giudi- ziarie avrà delle conseguenze pesanti per i tribunali che reste- ranno aperti, e che dovranno farsi carico di una consistente mole di lavoro in più. ambia idea e va dritta per la sua strada: “La riforma deve andare avanti”, aveva detto solo qual- che giorno fa. Contro il Guar- dasigilli si mobilitano le associazioni degli avvocati. L’Oua, Organismo Unitario dell’Avvo- catura, ha chiesto le dimissioni del ministro “per la mancanza assoluta di volontà di confronto dimostrata sulla riforma”. Un provvedimento che secondo Valerio Marini, presidente del- l’Oua, porterà al caos la macchi- na giudiziaria e che mette a ri- schio decine di migliaia di cau- se. “Siamo alla farsa” afferma Marini e annuncia un ricorso alla Corte dei conti per danno erariale. Contrarie alla riforma anche le sigle della pubblica amministrazione di Cgil, Cisl e Uil: “Il ministro ci deve convocare prchè il sistema giudiziario rischia di bloccarsi”. E poi ci sono le in- cognite “su date, fissazione dei processi, trasferimenti del per- sonale”, come rileva il Consiglio nazionale forense, che annun- cia un monitoraggio sui disser- vizi basato sui dati che arrive- ranno dagli Ordini forensi. IL PRESIDENTE DELL’ANCI, Piero Fassino, ha invece chia- mato in causa il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccoman- ni. Il sindaco di Torino in una lettera inviata al ministro chiede “un intervento indispensabi- le a superare la grave crisi in cui versano i Comuni italiani in relazione alle spese degli uffici giudiziari”. Fassino ricorda come queste spese ricadano sui bilanci degli enti locali, chiamati ad anticiparle per conto dello Stato e denuncia il mancato rimborso delle spese sostenute. A sostegno della riforma, si schiera, invece, il vicepresiden- te del Csm, Michele Vietti: “L’accorpamento dei tribunali è indispensabile per aiutare la giustizia e servire il cittadino”, ha affermato.

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