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Borsellino ucciso perché indagava sulla trattativa, trovato il fascicolo. E spuntano nomi “pesanti”.

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fonte Altrainformazione.it 15 settembre, 2013 redazione attualità
La ricostruzione dei giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, mette i brividi: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma arriva dal ritrovamento di un fascicolo assegnato a Borsellino in data 8 luglio 1992 (11 giorni prima di essere ucciso…) in cui viene fuori l’ufficialità dell’indagine e i nomi delle persone coinvolte. Nomi pesanti. Nomi di capimafia. Nomi di politici. Nomi di esponenti dei servizi segreti.

In piena stagione stragista, a metà giugno del ‘92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l’ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo). Una sorta di prologo della trattativa. Su quell’anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell’aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino. Con un’indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perché non meritava “l’attivazione della giustizia”.

IL DOCUMENTO dell’assegnazione del fascicolo a Borsellino e a Vittorio Aliquò, datato 8 luglio 1992, insieme alle altre note inviate tra luglio e ottobre di quell’anno, non è stato acquisito al fascicolo processuale perché il presidente del Tribunale Mario Fontana non vi ha riconosciuto una “valenza decisiva” ai fini della sentenza sulla mancata cattura di Provenzano nel ‘95, che sarà pronunciata mercoledì prossimo.

Ma le note sono state trasmesse alla Procura nissena impegnata nella ricostruzione dello scenario che fa da sfondo al movente della strage di via D’Amelio. In aula a Caltanissetta, infatti, nei giorni scorsi, Carmelo Canale ha raccontato che il 25 giugno 1992, Borsellino, “incuriosito dall’anonimo” volle incontrare il capitano del Ros Beppe De Donno, in un colloquio riservato alla caserma Carini, proprio per conoscere quel carabiniere che voci ricorrenti tra i suoi colleghi indicavano come il “Corvo due”, ovvero l’autore della missiva di otto pagine.

Quale fu il reale contenuto di quell’incontro? Per il pm, gli ufficiali del Ros, raccontando che con Borsellino quel giorno discussero solo della pista mafia-appalti , hanno sempre mentito: una bugia per negare l’esistenza della trattativa, come ha ribadito Di Matteo ieri in aula, nell’ultima replica. Tre giorni dopo, il 28 giugno, a Liliana Ferraro che gli parla dell’iniziativa avviata dal Ros con don Vito, Borsellino fa capire di sapere già tutto e dice: “Ci penso io”.

Il primo luglio ‘92, a Palermo il procuratore Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per l’individuazione dell’anonimo. Il 2 luglio, Subranni gli risponde con un biglietto informale: “Caro Piero, ho piacere di darti copia del comunicato dell’Ansa sull’anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti”.

NEL LANCIO Ansa, le “soffiate” del Corvo sono definite dai vertici investigativi “illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti”. Come ha spiegato in aula Di Matteo, “il comandante del Ros, il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, dice al procuratore della Repubblica: guardate che stanno infangando Mannino”.

Perché Subranni tiene a far sapere subito a Giammanco che l’indagine sul Corvo 2 va stoppata? Venerdì 10 luglio ‘92 Borsellino è a Roma e incontra proprio Subranni, che il giorno dopo lo accompagna in elicottero a Salerno. Borsellino (lo riferisce il collega Diego Cavaliero) quel giorno ha l’aria “assente”. Decisivo, per i pm, è proprio quell’incontro con Subranni, indicato come l’interlocutore diretto di Mannino. È a Subranni che, dopo l’uccisione di Salvo Lima, l’ex ministro Dc terrorizzato chiede aiuto per aprire un “contatto” con i boss.

È allo stesso Subranni che Borsellino chiede conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi? No, secondo Basilio Milio, il difensore di Mori, che ieri in aula ha rilanciato: “Quell’incontro romano con Subranni è la prova che Borsellino certamente non aveva alcun sospetto sul Ros”.

Il 17 luglio, però, Borsellino dice alla moglie Agnese che “Subranni è punciuto”. Poche ore dopo, in via D’Amelio, viene messo a tacere per sempre. Nell’autunno successivo, il 3 ottobre, il comandante del Ros torna a scrivere all’aggiunto Aliquò, rimasto solo ad indagare sull’anonimo: “Mi permetto di proporre – lo dico responsabilmente – che la signoria vostra archivi immediatamente il tutto ai sensi della normativa vigente

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Via D’Amelio 1992-2013. Colloquio con Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto alla strage

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Articolotre ripropone la testimonianza, sempre di angosciante attualità, di Antonio Vullo, l’autista di Paolo Borsellino e unico superstite dell’eccidio di via Mariano D’Amelio.articoltre R.C.- 19 luglio 2013- Quel pomeriggio del 19 luglio 1992 in via Mariano D’Amelio arrivarono due auto blindate: la scorta Quarto Savona 21, da cinquantasei giorni aveva un compito difficile, proteggere “un cadavere che cammina”.

Dalla prima macchina scesero due agenti,Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, per la –bonifica-, per controllare che tutto fosse a posto. “Tutto tranquillo, Agostino, puoi fare scendere il dottore”. Scesero il capo scorta Agostino Catalano, l’agente Emanuela Loi ed il giudice Paolo Borsellino.

Poco più indietro, a copertura, l’agente Eddie Walter Cosina, mentre Antonio Vullo riportò l’auto all’inizio della strada. Vullo, l’unico superstite alla strage, dalla macchina osservò il magistrato che, circondato dai colleghi, si avvicinava all’abitazione della madre. Pensò “Non è una bella situazione, via D’Amelio è un budello, bisogna entrare in fila indiana ed uscire in retromarcia. Guarda quante auto parcheggiate!”. Antonio Vullo diede un’occhiata all’orologio mentre il procuratore Borsellino suonava il campanello dell’abitazione della madre.

Si scatenò all’improvviso l’inferno, la 126 imbottita di tritolo esplose uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti Loi, Li Muli, Catalano, Cosina e Traina. Dopo la tremenda esplosione, l’autista ferito e stordito uscì dalla macchina per cercare di prestare soccorso ai colleghi, fu investito da una nuvola di fumo incandescente, attorno a sé solo un mondo di morti, un’atmosfera irreale.

Gli inquirenti gli domandarono se avesse notato qualcosa dopo l’attentato, Vullo rispose “Niente, solo brandelli di colleghi”. Nulla e nessuno potrà mai fargli dimenticare quel giorno, quella storia, la vista annebbiata, il fumo, l’odore acre, niente cancellerà quelle immagini.

Antonio Vullo fatica a raccontare il suo indelebile incubo, lo sostiene l’ avvocato storico, Mimma Tamburello, spesso la notte si sveglia, accende tutte le luci perché ha paura di camminare al buio, teme di camminare sui corpi fatti a pezzi dei colleghi, come quel terribile 19 luglio, dopo quel giorno, un percorso di incubi, notti insonni, di farmaci inutili a cancellare il ricordo, a lenire il dolore.

E’ precocemente invecchiato, soffre di seri disturbi fisici e psicologici, ha meno di cinquant’anni, ma ne dimostra almeno dieci di più.

“Il dottore ha sorriso, si è acceso una sigaretta. E poi…”. Vullo non si sente un sopravvissuto per uno strano disegno del destino “… penso che siano stati i miei colleghi a proteggermi. Non so come”.

Poi, il racconto “Eravamo andati a prendere il dottore, che ci aveva telefonato, per accompagnarlo dalla madre. Siamo arrivati. Il magistrato ed i ragazzi sono scesi dalle macchine. Ho visto Borsellino che si è rivolto ai colleghi dicendo qualcosa mentre sorrideva, ha acceso una sigaretta ed ha suonato il campanello…”

Vullo s’interrompe, non riesce più a raccontare, ma non dimenticherà mai l’ultima sigaretta, l’ultimo sorriso di Paolo Borsellino.

Agenda rossa. Il procuratore Lari: “Pazzesco, perchè la foto non è mai stata segnalata?”

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agenda-rossa1Fonte articolotre Redazione- 18 maggio 2013 attualità
– “Se fosse vero, sarebbe pazzesco”: cosi’ il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ha commentato la foto, pubblicata dal quotidiano La Repubblica, tratta da un video girato dai vigili del fuoco dopo la strage di Via D’Amelio, che immortala l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino accanto al corpo carbonizzato del magistrato.

Il diario, in cui Borsellino appuntava spunti investigativi e riflessioni, ritenuto un elemento chiave anche per ricostruire il movente reale del delitto, è scomparso dal giorno dell’eccidio.

“Si tratterebbe di immagini tratte da un video girato dopo l’esplosione dai vigili del fuoco: al 99 per cento è stato visionato dalla Scientifica che ha raccolto tutte i filmati girati dopo la strage – spiega – Noi accerteremo di averlo comunque agli atti, ma c’é da chiedersi per quale motivo non si stato segnalato come rilevante”.

“O gli investigatori che con probabilita” altissime l’hanno visionato – aggiunge – hanno escluso che potesse essere l’agenda di Borsellino, ritenendo che non si sarebbe mantenuta integra vista la temperatura provocata dall’esplosione, oppure è sfuggito all’osservazione”. “Certamente – aggiunge – c’é da capire cosa sia accaduto”.
Le indagini hanno sempre cercato l’agenda nella borsa del giudice, spostata dalla macchina e ritrovata vuota. Questa scoperta farebbe pensare che il magistrato avesse invece con sé il diario. “Borsellino aveva qualcosa sotto l’ascella – conclude Lari – ma – si chiede – dal corpo sono saltati via gli arti: questo è compatibile col ritrovamento dell’agenda integra come si vede dalla foto?

Via D’Amelio. Una prostituta rivelò ad un carabiniere del tritolo

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Fonte articolotre Redazione- 10 maggio 2013- attualità
Ad affermarlo lo stesso militare deponendo nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta al processo “Borsellino quater”.

Il militare ha riferito di aver appreso la circostanza da una prostituta che per lui rappresentava all’epoca una fonte confidenziale molto attendibile.

La donna, poco prima della strage di via d’Amelio, rivelò al sottufficiale che ci sarebbe stato un incontro al quale avrebbero partecipato Totò Riina, alcuni esponenti del clan dei Fidanzati e altri grossi latitanti. Il summit si tenne il 16 luglio del 92.

“Fui io stesso -ha dichiarato il teste- ad accompagnare la donna a quell’incontro. Quando si concluse mi disse che in Italia si stavano preparando degli attentati e che sarebbero stati imminenti. In uno di questi progetti omicidiari, l’auto doveva essere messa in una via e bisognava far spostare altre macchine. Una macchina doveva essere imbottita di tritolo e doveva esplodere davanti ad un parente. La bomba destinata a Di Pietro doveva invece esplodere nel Palazzo di Giustizia di Milano”.

Il sottufficiale tentò di infornare telefonicamente i suoi superiori ma invano. Ha anche aggiunto di aver inviato loro una relazione su quanto appreso ma solo dopo la strage di via d’Amelio. “In quel periodo -ha detto- correva voce che avrebbero ucciso Borsellino. Qualcuno avrebbe pensato che io stessi raccontando una bufala, probabilmente non sarei stato creduto”.

Decise quindi di recarsi personalmente da Di Pietro, che incontrò nel suo ufficio invitandolo a cambiare abitudini. Gli raccontò anche delle altre rivelazioni apprese dalla donna. Il sottufficiale dell’Arma ha anche affermato che dopo la strage di via d’Amelio, lo andarono a trovare nel suo ufficio alcuni uomini del Ros e del Sismi.

LA SFIDA DI BORSELLINO:“NAPOLITANO DEVE PARLARE richiesta ai pm nisseni di acquisire le telefonate”


Fatto Quotidiano 24/07/2012 di Giuseppe Lo Biancoe Sandra Rizza
Di cosa ha paura Napolitano? Come mai ha avuto una reazione così abnorme non appena ha saputo
dell’esistenza delle intercettazioni che avevano registrato la sua voce? Chi ci dice che queste intercettazioni, irrilevanti per Palermo, lo siano anche per l’in dagine di Caltanissetta?’’ . Sono le domande di Salvatore Borsellino che ieri mattina, con una memoria di dieci pagine, ha chiesto alla procura di Caltanissetta di acquisire tutte le registrazioni delle conversazioni telefoniche tra Nicola Mancino e il Quirinale. Sia quelle con il consigliere giuridico del capo
dello Stato, Loris D’A m b ro s i o , già depositate agli atti dell’in chiesta di Palermo sulla trattativa mafia-Stato, sia quelle – non depositate e neppure trascritte con Giorgio Napolitano. Gli echi dell’attacco istituzionale dell Colle contro la Procura di Palermo, sfociato nel conflitto di attribuzione sollevato dal capo dello Stato presso la Corte Costituzionale, si spostano ora a Caltanissetta, grazie alla mossa del fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, intenzionato a sfidare il Colle sul terreno della ricerca della verità: “Napolitano dichiari di cosa ha parlato con Mancino – dice Salvatore – e io recederò dalla mia iniziativa’’ . La palla passa ora al procuratore nisseno Sergio Lari che nei mesi
scorsi, nella richiesta di rinvio a giudizio su via D’Amelio, non ha individuato “profili di responsabilità penale” nella condotta di Mancino, pur confermando l’esistenza della trattativa, definita “una stagione ingloriosa” del Paese. “Quelle conversazioni servono sicuramente a chiarire il ruolo dell’ex presidente del Senato, indicato da Giovanni Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale della trattativa che accelerò la morte di mio fratello. Spero che questo atto – dice oggi Salvatore Borsellino – spinga il capo dello Stato a rivelarne il contenuto. Purtroppo oggi la mia fiducia in Napolitano non è elevata. In questi anni non ha battuto ciglio sui provvedimenti del governo Ber-lusconi, che io considero cambiali della trattativa; come capo del Csm non ha reagito agli attacchi contro la magistratura; e oggi ha mostrato questa fretta anomala di interferire nel lavoro della procura di Palermo, costituendo un oggettivo intralcio alla verità”.
S A LVATO R E Borsellino è convinto che in quelle telefonate con Napolitano potrebbero nascondersi elementi utili a chiarire l’effettivo ruolo dell’ex ministro dell’Interno a partire dal suo insediamento al Viminale, il 1 luglio 1992. “É da ritenere – scrive Borsellino nella sua memoria – che (al telefono, ndr) Mancino abbia parlato probabilmente in modo più spontaneo e genuino di quanto fatto nel corso dei verbali delle dichiarazioni rese alle procure di Palermo e di Caltanissetta e alla Commissione a n t i m a fi a ”, dichiarazioni che a Palermo gli sono costate l’iscr izione nel registro degli indagati per falsa testimonianza. E se la procura di Palermo ha depositato un voluminoso faldone di intercettazioni di telefonate tra Mancino e D’Ambrosio avvenute tra novembre 2011 e aprile 2012, per il fratello del giudice ucciso quelle più interessanti si collocano tra marzo e aprile, proprio quando – in occasione del deposito dell’ordinanza del gip di Caltanissetta Alessandra Giunta su via D’Amelio – Mancino avrebbe scoperto che il suo nome era ampiamente citato nelle carte giudiziarie. É a quel punto che l’ex presidente del Senato precipita in uno stato di preoccupazione, che si manifesta con lunghi sfoghi nelle conversazioni col Colle. “Appa re rilevante – scrive Borsellino – la coincidenza temporale fra le intercettazioni delle conversazioni di Mancino raccolte dal-Il fratello del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio è parte civile nel processo di Caltanissetta
Salvatore e Rita Borsellino, fratello e sorella di Paolo (FOTO ANSA)
l’autorità giudiziaria di Palermo, e la divulgazione, attraverso gli organi di informazione, nel marzo 2012, di quanto contenuto nell’ordinanza del gip Giunta firmata il 2 marzo”. Prima che le intercettazioni possano essere distrutte, come chiede il capo del-
lo Stato, occorre per Borsellino che vengano acquisite agli atti dell’indagine di Caltanissetta su via D’Amelio, dove lui è parte offesa, per i necessari approfondimenti. Nella sua memoria, stilata con l’assistenza dell’av vo c a t o Fabio Repici, il fratello del giudice ucciso scrive che “rispetto all’interesse all’accertamento della verità sulla strage di via D’Amelio, soccombe qualunque sollecitazione alla distruzione (peraltro, in forma contraria alla legge) di elementi di prova dei quali, proprio per le caratteristiche del soggetto intercettato (Mancino) deve essere considerata prima facie indispensabile l’acqui sizione agli atti del presente procedimento per ogni ulteriore valutazione, prima che quegli elementi di prova dovessero sciaguratamente essere distrutti”.

Marco Travaglio e Ingroia- Servizio Pubblico – 15/03/2012 Satarlanda.eu


Fate schifo(Marco Travaglio)


Fatto Quotidiano 13/03/2012 di Marco Travaglio
Ma interessa ancora a qualcuno sapere perché ven t ’anni fa è morto Paolo Borsellino con gli uomini di scorta? Sapere perché l’anno seguente sono morte 5 persone e 29 sono
rimaste ferite nell’attentato di via dei Georgofili a Firenze, altre 5 sono morte e altre 10 sono rimaste ferite in via Palestro a Milano, altre 17 sono rimaste ferite a Roma davanti alle basiliche? Interessa a qualcuno tutto ciò, a parte un pugno di pm, giornalisti e cittadini irriducibili? Oppure la verità su quell’orrendo biennio è una questione privata fra la mafia e i parenti dei morti ammazzati? È questa, al di là delle dotte e tartufesche disquisizioni sul concorso esterno in associazione mafiosa, la domanda che non trova risposta nel dibattito (si fa per dire) seguìto alla sentenza di Cassazione su Marcello Dell’Utri e alle parole a vanvera di un sostituto Pg. O meglio, una risposta la trova: non interessa a nessuno. A parte i soliti Di Pietro e Vendola, famigerati protagonisti della “foto di Vasto” che va cancellata o ritoccata come ai tempi di Stalin, magari col photoshop, non c’è leader politico che dica: “Voglio sapere”. Anzi, dalle dichiarazioni dei politici che danno aria alla bocca senza sapere neppure di cosa parlano, traspare un corale “non vogliamo sapere”. Forse perché sanno bene quel che emergerebbe, a lasciar fare i magistrati che vogliono sapere: il segreto che accomuna pezzi di Prima e Seconda Repubblica, ministri e alti ufficiali bugiardi e smemorati, politici, istituzioni, apparati, forze dell’ordine, servizi di sicurezza. Quel segreto che viene violato solo quando proprio non se ne può fare a meno perché mafiosi e figli di mafiosi han cominciato a svelarlo. Quel segreto che ha garantito carriere ai depositari e ai loro complici. Già quel poco che si sa – che poi poco non è – è insopportabile per un sistema che si ostina a raccontarci la favoletta dello Stato da una parte e dell’Antistato dall’altra, l’un contro l’a l t ro armati. La leggenda del “mai abbassare la guardia”, delle “centinaia di arresti e sequestri”, “della linea della fermezza”, del “tutti uniti contro la mafia”, mentre dietro le quinte si tresca con quella per venire a patti, avere voti, usarla come braccio armato e regolare i conti sporchi della politica, rimuovendo un ostacolo dopo l’altro: da Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, giù giù fino a Falcone e Borsellino. Ora, nel ventennale di Capaci e via D’Amelio, prepariamoci a un surplus di retorica, nastri tagliati, cippi, busti e monumenti equestri, moniti quirinalizi, lacrime tecniche e sobrie, corone di fiori delle alte cariche dello Stato (anche del presidente del Senato indagato per concorso esterno che spiega all’Annunziata la sua teoria di giurista super partes sul concorso esterno senza neppure arrossire). Sfileranno in corteo trasversale quelli che -come da papello – han chiuso Pianosa e Asinara, svuotato il 41-bis facendo finta di stabilizzarlo come da papello, abolito i pentiti per legge, tentato di abolire pure l’ergastolo, regalato ai riciclatori mafiosi tre scudi fiscali. Quelli che han detto “con la mafia bisogna convivere” e ci sono riusciti benissimo. Casomai interessasse a qualcuno, i disturbatori della quiete pubblica riuniti nell’Associazione vittime di via dei Georgofili, guidata da una donna eccezionale, Giovanna Maggiani Chelli, hanno appena reso noto la sentenza con cui la Corte d’assise di Firenze ha mandato all’ergastolo l’ultimo boss stragista, Francesco Tagliavia. “Una trattativa – scrivono i giudici – indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Dopo il concorso esterno, se ci fosse un po’ di giustizia, la Cassazione dovrebbe abolire anche la strage. Oppure unificare i due reati in uno solo, chiamato “schifo ”.

La mafia non esiste (Marco Travaglio).

La mafia non esiste (Marco Travaglio)..

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