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Banche italiane, con la bad bank si salvano solo i dinosauri del credito

Separare i prestiti tossici, sperando che poi recuperino valore, evita che gli azionisti perdano potere con gli aumenti di capitale. E i manager conservano il posto
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Fonte Il FattoQuotidianoit di di Diego Valiante | 24 marzo 2014 attualità
Il sistema bancario italiano è in forte difficoltà. I crediti in sofferenza hanno ormai superato l’8 per cento degli impieghi, per oltre 156 miliardi di euro, raggiungendo quasi il 12 per cento di tutti i prestiti erogati fino a oggi, mentre le provvigioni a copertura di questi crediti sono solo al 39 per cento. Ma non è il solo dato finanziario che preoccupa. Le tristi vicende del Monte dei Paschi ci ricordano gli intrecci comuni in Italia tra la politica e la governance delle banche.

Un retaggio dei tempi in cui si tappavano i buchi con grandi svalutazioni monetarie pagate dai cittadini con tassi d’inflazione a doppia cifra. Mentre il retail banking digitale sostituisce i pagamenti in moneta, l’Italia è anche tra le prime otto nazioni al mondo per densità di filiali per ogni 100.000 abitanti. Deteniamo una tra le più alte percentuali sul valore degli impieghi di spesa per il personale nell’Eurozona. Un’infrastruttura enorme che andrà indubbiamente riconvertita ad altri usi. È un sistema bancario logorato da una governance del secolo scorso che fatica a rinnovarsi, in un sistema finanziario sempre più integrato con un’agguerrita concorrenza internazionale e con sfide ben più serie a livello globale.

Il razionamento del credito in Italia, il cosiddetto credit crunch, ha radici più profonde che la crisi dell’eurozona sta dissotterrando. Mentre la Bce esamina i bilanci delle principali banche europee con l’asset quality review, in Italia (e non solo) è già partita la corsa per salvare lo status quo. Buona parte del sistema bancario andrebbe ristrutturato, alcune banche acquisite da altri gruppi bancari e altre addirittura liquidate. È un modello di business che non funziona più. La risposta però è sempre la stessa, una bad bank. Una terminologia che ricorda la brutta storia della bad company di Alitalia. Il diavolo è nei dettagli di come verrebbe organizzata la nuova banca, ma cos’è in generale una bad bank? E’ un intervento con cui si separano gli attivi che hanno poche probabilità di recupero da quelli che hanno ancora un valore di mercato. La banca con gli asset tossici, la bad bank appunto, è mantenuta in vita di solito tramite garanzie statali, in attesa che questi attivi recuperino un valore di mercato. È la principale alternativa alla nazionalizzazione diretta delle banche durante una grave crisi finanziaria, come nell’autunno del 2008.

A spese dei cittadini
Tuttavia, il collasso di Lehman Brothers e il crollo dei mercati finanziari del mondo occidentale con il blocco totale del mercato interbancario sono ricordi del passato. L’attuale stabilità del quadro macroeconomico ci permette di organizzare riforme più radicali senza la giustificazione dell’emergenza. La proposta di una bad bank in questo contesto macroeconomico ha il sapore di una minestra riscaldata, con la quale si pospone un intervento risolutivo nel breve e si salvano elegantemente un po’ tutti quelli che quell’ignoto meccanismo di autoconservazione nel nostro Paese lo conoscono molto bene.

Si salvano pertanto i principali azionisti delle banche italiane, che si contano oramai sulle dita di una mano, da una pesante svalutazione di capitale scaricata in gran parte sui cittadini tramite le garanzie statali sul capitale della bad bank. Si salva il management, che ricicla se stesso mettendo in curriculum la capacità (più politica che manageriale) di aver protetto gli azionisti dalla diluizione del capitale e i creditori più importanti da perdite eccessive nella ristrutturazione della banca. Si salva il governo, che diventa paladino dell’italianità del sistema bancario limitando nell’arco della sua breve legislatura l’impatto di una ristrutturazione del sistema bancario sul costo del debito pubblico. La patata bollente passerà intanto al prossimo esecutivo. Si salva una parte della classe politica, che sulle commistioni con la governance delle banche ha costruito la sua intoccabilità.

Non si salva però il nostro sistema economico che convive da decenni con “i lacci e lacciuoli” di una parte della classe dirigenziale e una miriade di corporazioni. Non si salva il mercato del lavoro e un tessuto d’imprese sempre meno competitivo, anche a causa dello scarso accesso al credito. Non si salvano i cittadini, che pagheranno comunque i costi di un sistema bancario obsoleto che non finanzia l’innovazione e la crescita. Non si salvano le nuove generazioni di un Paese vecchio incapace di finanziare nuove idee.

Allora, di quali soluzioni dovrebbe occuparsi il nuovo governo? Dovrebbe innanzitutto preoccuparsi un po’ meno del costo del debito, che è certamente influenzato dallo stato del sistema bancario ma maggiormente dal dato macroeconomico. Dovrebbe preoccuparsi invece delle vicende europee, dove l’Italia ha lasciato le riforme per l’unione bancaria nell’Eurozona nelle mani di Francia e Germania.<a Tra queste riforme c’è proprio quello che servirebbe all’Italia oggi. Un meccanismo unico per la ristrutturazione o liquidazione delle banche, affiancato da un’autorità nazionale e da un fondo europeo, gestito da un’autorità europea, che protegga da subito i conti correnti sotto i 100 mila uro. Tale meccanismo è il passo più importante per riconquistare una parziale neutralità dell’azione politica nel riorganizzare il sistema economico, e quindi anche nella ristrutturazione del sistema bancario. Quando il governo sarà stato capace di fare questo, saremo già a metà dell’opera.

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IL NUOVO BLUFF DELLA BORSA CHE SALE

corel
blog.ilgiornale.it/foa DI MARCELLO FOA del 13/08/2013 attualità
Viviamo nell’era dell’”uomo razionale”. Esiste la teoria del cittadino razionale, del consumatore razionale, dell’elettore razionale e naturalmente dell’investitore razionale. Secondo questa teoria i nostri comportamenti sarebbero dettati dalla capacità di soppesare attentamente pro e contro di ogni scelta onde optare per quella a noi più conveniente.

In realtà se pensate a come vi comportate nella vita di tutti i giorni, vi accorgerete come il vostro comportamento sia determinato soprattutto da comportamenti istintivi, emotivi, impulsivi ovvero non razionali, com’è normale che sia: il cuore, l’anima, la personalità, l’umore, il bisogno di appartenenza (familiare, patriottica, sociale), la necessità di essere accettati prevalgono sovente (quasi sempre?) sul raziocinio.

E chi si occupa di comunicazione sa che per manipolare sia l’individuo che le masse occorre far leva su tecniche psicologiche che agiscono sulla parte non razionale di noi.

La percezione conta più della realtà, modella quella che è la nostra aspettativa, il nostro sentire comune e, in ultima analisi, i nostri comportamenti.

E’ quel che ha capito benissimo uno dei pochi economisti davvero liberi in Italia, Alessandro Penati, che, in quanto scomodo, raramente trova spazio sulle prime pagine dei giornali. Ieri ha scritto un articolo straordinario (*) in cui dimostra come la recente crescita delle Borse si basi non su aspettative ragionevoli e un’analisi obiettiva della realtà, ma sul management delle percezioni con la regia decisiva (e non è una sorpresa) di Mario Draghi e Ben Bernanke i quali possono contare sulla cortese e interessatissima compiacenza delle grandi banche d’affari, che hanno un ruolo fondamentale nell’orientare il gregge dei piccoli e medi investitori, e dunque di amplificare movimenti al rialzo o al ribasso.

Ecco alcuni passaggi del pezzo di Penati di cui raccomando la lettura:

La politica economica è diventata una questione di comunicazione. La Fed ha creato un’aspettativa continua di quantitative easing, con l’obiettivo di iniettare fiducia; la Borsa, più sensibile agli umori, sale, creando un effetto ricchezza; la gente, sentendosi più ricca dovrebbe consumare di più e le imprese tornare a investire. Ma se Wall Street ha messo a segno una forte crescita, credito, consumo e investimenti languono.

Anche Draghi ha sposato l’approccio mediatico (…) Lo scopo è convincere che se la crescita è alle porte, la crisi è finita, il debito pubblico diventa sostenibile, il rischio paese e lo spread spariscono, e la riduzione dei tassi rilancia credito, consumi e investimenti.

Se la ripresa è dietro l’angolo, l’angolo però non si vede. Il credito è un indicatore sensibile al ciclo economico. Ma il credito non si sta espandendo, e addirittura continua a contrarsi (-2% alle imprese dell’Eurozona a giugno, -4% in Italia). È la stessa politica della Bce ad aggravare il problema: la Fed ha acquistato attività finanziarie sul mercato, prevalentemente dalle famiglie, iniettando moneta direttamente nel settore privato; la Bce lo ha fatto in quantità analoga alla Fed (tolto oro e valute, 19% del Pil, rispetto al 21% della Fed), ma dalle banche.

E’ uno scambio di attività col sistema bancario, che lo tiene artificialmente a galla

Compiacersi perché abbiamo rallentato la caduta, o l’abbiamo fermata, ma rimaniamo a terra, pur sopravvissuti allo schianto, significa aver perso di vista il problema: l’Europa ha subìto contemporaneamente il peggior episodio di doppia recessione e il più lungo periodo di contrazione visti nel dopoguerra. Non se ne esce con la politica degli annunci. Come negli altri casi, mi sembra rivolta a condizionare i mercati; ma che crea soltanto l’illusione di poter risolvere i problemi economici sottostanti.

Bravissimo Penati. Ma è meglio che certi articoli restino confinati nelle pagine interne. Non vorrete mica risvegliare le coscienze della gente?

Marcello Foa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/08/13/il-nuovo-bluff-della-borsa-che-sale/
13.08.2013

*http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/draghi-inietta-fiducia-con-le-chiacchiere-bernanke-con-soldi-finti-le-borse-se-li-61056.htm

CRISI ALIMENTARE IN GRECIA: LE FAMIGLIE RISCHIANO LA FAME DURATE L’ESTATE

Constantinos Polychronopoulos ladels out food at a soup kitchen in Athens
Fonte theguardian.com HELENA SMITH 10/08/2013 attualità

Le organizzazioni di carità in prima linea rivelano che il 90% delle famiglie nei quartieri più poveri deve affidarsi alla banca del cibo e alle mense dei poveri per la sopravvivenza. Ma la fine dell’austerità non è in vista, e ora anche i volontari stanno rallentando.

“Fame” non è una parola che venga facile ad Antonis Antakis. E al 28 di Veikou Street, negli spazi ristretti e affollati del Club della Solidarietà, è una parola che non viene nemmeno pronunciata. Ma la paura di non avere abbastanza da mangiare è la forza che spinge quelli che arrivano qui – ed è quella che sostiene gli instancabili volontari che accatastano pacchi di riso, pasta e altre merci secche che i greci come Antakis si portano a casa.

“La verità è che, se non venissi qui, non avrei i mezzi per nutrire i miei figli,” dice il padre di tre figli, recentemente rimasto vedovo, con gli occhi fissati sul pavimento. “Tre anni fa, quando io ero il capo e avevo due dipendenti, l’idea di andare da qualche parte a raccattare cibo sarebbe stata inconcepibile. Allora, guadagnavo €3.000 al mese e il frigo era sempre pieno”.

Il compito di assicurare che le famiglie come quella di Antakis abbiano da mangiare per tutta l’estate è diventato più gravoso in questo fine settimana, in cui i greci si preparano alla tradizionale pausa estiva, condizionando la fornitura di servizi di base come la distribuzione di cibo ai poveri.

Normalmente, la prospettiva che la Chiesa ortodossa – o qualsiasi altra organizzazione caritatevole – in agosto rallenti l’attività, sarebbe passata inosservata. Ma in questa Grecia tramortita dai debiti è impossibile da ignorare. In un contesto di disoccupazione record e con il paese intrappolato nella sua peggiore crisi dai tempi moderni, il disagio emerge in modi che pochi avrebbero mai potuto prevedere. Fame e malnutrizione sono parte del quadro.

Per Antakis e per il numero crescente di persone che dipendono dalle mense dei poveri, che ora saranno privati di ogni supporto esterno, agosto è diventato il mese più crudele.

“Mi preoccupo seriamente che un giorno non sarò più in grado di nutrire i miei figli”, ha spiegato l’ex piastrellista trentanovenne, ora diventato taxista. Prima ero il capo, ora sono fortunato se guadagno 500 € al mese. Non puoi vivere solo di questo, pagare le bollette, tutti i debiti e tutte le tasse che ti accollano e riuscire a sopravvivere.”

Con il suo personale motivato e il suo spirito positivo, il Club della Solidarietà è simile a molti altri gruppi creati dai cittadini preoccupati e afflitti dagli effetti corrosivi dell’austerità. È gestito, anche se non finanziato, dalla sezione locale del partito di opposizione della sinistra radicale, Syriza.

Un segno rivelatore del tessuto sociale greco, è che Veikou street non si trova nella periferia decrepita di una capitale intrappolata nel sesto anno consecutivo di recessione, ma nel centro, a pochi isolati di distanza dal viale più elegante di Atene, in vista dell’antica Acropoli.

“Non avevo idea – e sono rimasto scioccato nel saperlo – che la gente di questo quartiere, in queste strade, in tutti gli edifici a cui passo davanti ogni giorno, stesse soffrendo in questa maniera,” dice Panaghiota Mourtidou, 54 anni, co-fondatore dell’organizzazione, mentre imballa alacremente scatole di cibo. “Dopo tutto, stiamo parlando della classe media, persone che per lungo tempo si sono vergognate troppo per poter ammettere di avere di questi problemi.”

I bambini malnutriti, alla fine, hanno svelato il segreto attraverso i rapporti sugli svenimenti di alunni nelle scuole di tutto il paese. “Gli insegnanti hanno segnalato casi di bambini che venivano a scuola da mesi con nient’altro che riso o biscotti stantii”, ha ricordato Mourtidou. “E’ lì che abbiamo deciso di lavorare con le associazioni dei genitori per identificare le famiglie in difficoltà. Attraverso le raccolte di cibo fuori dal supermercato ora nutriamo circa 130 persone per due volte al mese.”

Mentre il paese vacilla elemosinando un aiuto dopo l’altro, un clima di silenziosa disperazione cresce in Grecia. La politica della povertà – causata dai tagli implacabili, aumenti di tasse e licenziamenti richiesti in cambio dei fondi di salvataggio di UE e FMI – lascia disastri nella sua scia.

La Chiesa greco-ortodossa da sola alimenta circa 55.000 persone al giorno; le autorità comunali distribuiscono altri 7.000 pasti presso le mense dei poveri intorno ad Atene. «Normalmente non chiudiamo, ma le volontarie che cucinano nelle cucine delle chiese in tutta Atene hanno bisogno di riposo» ha detto padre Timotheos, portavoce del Santo Sinodo, massima autorità della Chiesa.

“A tutti i livelli, le persone stanno attraversando un periodo molto difficile. La richiesta di cibo è cresciuta enormemente” ha dichiarato al Guardian, ammettendo che se i bisognosi non potessero recarsi alla mensa centrale della Chiesa dovrebbero affrontare immense difficoltà.

Attraversando la città fino a Neos Kosmos, un quartiere della classe operaia i cui abitanti sono visti spesso rovistare in cerca di cibo al mercato settimanale di frutta e verdura, Christos Provezis descrive i fatti senza mezzi termini. L’ingegnere civile disoccupato, che ha avviato un proprio gruppo di solidarietà nella zona lo scorso anno, dice: “In passato una persona su 10 andava alla mensa dei poveri, oggi siamo quasi a nove persone su 10.”

“Dicevano che la crisi sarebbe finita nel 2012 e ora, nel 2013, dicono che vedremo la luce in fondo al tunnel nel 2014. La verità è che la situazione continua a peggiorare. I greci hanno speso i loro risparmi, non hanno più nulla da parte”.

In un rapporto agghiacciante di quest’anno, l’Unicef stima che in Grecia quasi 600.000 bambini vivono al di sotto della soglia di povertà e che più della metà di loro non può soddisfare le necessità nutrizionali quotidiane di base. “Nelle famiglie più povere stiamo assistendo all’incapacità di garantire le necessità di salute, sociali ed educative dei bambini,” ha detto Lambros Kanellopoulos, che dirige il ramo greco dell’Unicef. “L’esclusione sociale è in crescita. Lo si nota nella classe media, dove i redditi sono stati duramente colpiti da tutti i tagli.”

Nell’ambiente politico greco, sempre più teso, la politica del cibo è delicata. Negli ultimi mesi il partito di estrema destra Alba Dorata ha iniziato a tenere distribuzioni alimentari ” per soli greci” al fine di guadagnare consensi.

I politicanti hanno nascosto quello che molti temono possa trasformarsi in una crisi umanitaria nei prossimi mesi. Come la malnutrizione – ad oggi il più pernicioso sottoprodotto dell’austerità – anche il fenomeno dei senzatetto è in aumento. “La situazione peggiorerà ancora prima di poter vedere qualche miglioramento” ha detto Xenia Papastavrou, che gestisce la principale organizzazione di soccorso alimentare del paese, Boroume.

“I servizi sociali dei comuni non possono nemmeno tenere il passo a registrare il numero delle persone in stato di bisogno,” ha detto Papastavrou, il cui programma distribuisce le eccedenze alimentari donate da catene di negozi, ristoranti, pasticcerie e alberghi a 700 mense dei poveri in tutta la Grecia. “In quartieri borghesi tradizionali come Zographou il numero di coloro che richiedono aiuto dal 2011 è salito da 50 a 500 persone. Ovunque andiamo è la stessa storia, ed è il motivo per cui abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile.”

Versione originale:

Helena Smith
Fonte: http://www.theguardian.com
Link: http://www.theguardian.com/world/2013/aug/06/greece-food-crisis-summer-austerity
6.08.2013

Versione italiana:

Fonte: http://vocidallestero.blogspot.it
Link: http://vocidallestero.blogspot.it/2013/08/crisi-alimentare-in-grecia-le-famiglie_9.html#more
9.08.2013

Vandana Shiva: i brevetti sui semi minacciano la libertà

corel

    «Vendete agli amici le sementi del pomodoro giallo salentino, che nessuno coltiva più da due secoli? Ronzate su Internet alla ricerca dell’introvabile seme di pera veneta rinascimentale per abbellire il vostro orto? Ebbene, siete da oggi tutti fuorilegge. Come i pirati che scaricano film coperti da copyright, come i ragazzini che trafficano con i Cd copiati dalla Rete». Così Debora Billi, all’indomani di una sentenza della Corte Europea che già nel 2012 prevedeva il divieto di vendere sementi non iscritte allo specifico albo certificato dell’Unione Europea, prima ancora che – nel 2013 – venisse formalmente proposto il “riordino” della materia, attraverso l’Agenzia delle Varietà Vegetali Europee, cui anche i piccoli produttori dovrebbero sottoporsi, per poter commercializzare i prodotti del loro orto. Super-burocrazia per scoraggiare le piccole coltivazioni? Di questo passo, avvertono l’inglese Ben Gabel del “Real Seed Catalogue” e lo scrittore Mike Adams, i divieti potrebbero insidiare persino gli orticoltori amatoriali.
    «Un’altra bella norma liberista che va a favore della libertà di impresa e di libero scambio, ne siamo certi», ironizzava Debora Billi un anno fa, segnalando i sospetti avanzati da “Net1News”: «Perchè non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti? Forse perchè non c’è una Monsanto della minuteria metallica». Perché mai regolamentare la produzione di ortaggi e vietare il libero commercio dei semi? «Sottomettere le sementi ad una procedura del genere, che esiste ed è giustificata per i medicinali e i pesticidi, ha evidentemente il solo scopo di eliminare alla lunga le varietà di dominio pubblico, e quindi liberamente riproducibili, per lasciare in campo solo quelle brevettabili». O forse, conclude la Billi, è solo un altro favore alle compagnie sementiere, «le uniche a godere delle norme protezioniste liberiste», su cui vigila il Wto. «Pensavate che tale libertà fosse, ancora, a vostro vantaggio?».

    Attenti: sottoporre anche i semi alla logica industriale è un pericolo per l’umanità. Lo afferma la fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, che a partire dalla storica conferenza mondiale sul clima svoltasi a Nairobi nel 2007 si è spesa per sostenere il “manifesto per il futuro delle sementi”. Primo caposaldo, la biodiversità: è la nostra più grande sicurezza, sostiene il “manifesto”. «La diversificazione è stata la strategia di innovazione agricola più diffusa e di successo negli ultimi 10.000 anni». Vantaggi evidenti: «Aumenta la scelta tra diverse opzioni e le probabilità di adattarsi con successo ai cambiamenti ambientali ed ai bisogni umani». Perciò, in contrasto con l’attuale tendenza verso la monocultura e l’erosione genetica, proprio la diversità «deve tornare ad essere la strategia di punta per lo sviluppo futuro delle sementi».

    Si tratta di preservare la diversità di semi, di sistemi agricoli, di culture e di innovazioni, ricorda Marco Pagani su “Ecoalfabeta”, analizzando il “manifesto” di Vandana Shiva. Diversità e, naturalmente, libertà dei semi: «Le sementi sono un dono della natura e delle diverse culture, non un’invenzione industriale. Trasferire questa antica eredità di generazione in generazione è un dovere ed una responsabilità. Le sementi sono una risorsa di proprietà comune, da condividere per il benessere di tutti e da conservare per il benessere delle generazioni future e per questo non possono essere privatizzate o brevettate», checché ne pensino il Wto e l’Unione Europea. In gioco, sottolinea Pagani, è quindi «la libertà dei contadini di conservare le sementi, di scambiarle e commerciarle, di sviluppare nuove varietà e di difendersi dalla privatizzazione, dalla biopirateria e dalle contaminazioni genetiche degli Ogm».

    Servono semi per il futuro, liberi da vincoli, per dare cibo alle comunità locali. Agricoltura pulita, riduzione dei gas serra: «Le sementi non devono richiedere input energetici esterni (attraverso i fertilizzanti, i pesticidi e il combustibile) oltre lo stretto necessario». E niente veleni: «Eliminazione di agenti chimici tossici nello sviluppo delle sementi». Il che significa salute, oltre che qualità del cibo, cioè sapore e valore nutrizionale. Vandana Shiva riconosce il protagonismo femminile nell’agricoltura libera: «Le donne rappresentano la maggioranza della forza lavoro agricola e sono le tradizionali custodi della sicurezza, diversità e qualità dei semi: il loro ruolo centrale nella protezione della biodiversità deve essere sostenuto». Insomma, le sementi non sono una faccenda tecnica per esperti agronomi, ma devono interessare tutti, perché ne va del futuro della nostra sovranità alimentare. «Democratizzare l’uso delle sementi – conclude Pagani – è uno dei pilastri per la difesa futura della democrazia sulla terra». Contro le lobby che dettano legge, imponendo sempre nuove dipendenze, fino a far “privatizzare”, con tanto di brevetto, anche i semi di pomodoro.

È big bang: banche italiane a corto liquidità

corel
Fonte WallStreetItalia del readazione 17/05/2013 attualità
Tra sofferenze, recessione e stress test, lo stato patrimoniale diventa sempre più debole. Mancano all’appello miliardi di euro. In vista regole più rigide per i prestiti.
NEW YORK (WSI) – Il peggioramento della recessione e gli stress test più rigidi definiti da Basilea 3 potrebbero mettere nei guai le banche italiane di medie dimensioni, che rischiano di trovarsi a corto di miliardi di euro.

E’ quanto conclude un’analisi di Reuters, secondo cui il peggioramento delle casse degli istituti di credito italiani più piccoli potrebbe mettere l’Italia nella situazione di dover chiedere nuova liquidità mentre allo stesso tempo si prospetta una revisione sulle regole per la concessione dei prestiti.

Anche in vista degli stress test europei, che dovrebbero avvenire in concomitanza, o poco prima che la Banca centrale europea (BCE), il prossimo anno, assumerà la diretta supervisione di banche della zona euro, gli istituti più piccoli sono sotto pressione per rafforzare i loro bilanci dopo che Bankitalia ha verificato la presenza di prestiti che non rispettano le regole patrimoniali più severe definite da Basilea 3. Negli ultimi mesi, le sofferenze sono saliti al tasso annuo del 20%.

Tra gli istituti di credito che si ritrovano in questa situazione, Banca Carige che, con l’obiettivo di rafforzare il capitale, sta raccogliendo 800 milioni di euro, circa due terzi del suo valore di mercato, vendendo asset. Con un core tier del 6,7%, la capacità della banca genovese di assorbire perdite è tra le più basse nel settore

Tour europeo finito, risultati (quasi) zero

corel
Fonte conropiano.org Giovedì 02 Maggio 2013 attualità
Il tour europeo di Enrico Letta ha sostanzialmente confermato quel che era chiaro da tempo. Le scelte di politica continentale restano di fatto bloccate fino alle elezioni tedesche, ma non è affatto detto che dopo possano esser diverse.

In fondo, persino il sindacato dei metalmeccanici, l’IgMetall, ritiene che i “paesi cicala” debbano fare tutti i sacrifici loro richiesti dalla Troika. Segno che l’”unità di classe”, sul continente, è tutto meno un dato “spontaneo”. Una peraltro improbabile vittorio dei socialdemocratici della Sod, insomma, potrebbe non cambiare molto nella gestine teutonica della crisi europea.

Nel frattempo, tutti gli altri paesi di grandi dimensioni e con problemi economici più o meno gravi, si incontrano e si dicono d’accordo sulla necessità di politiche “per la crescita”. Ma nonostante i “numeri” che possono vantare nelle istituzioni europee non hanno la potenza economica sufficiente a far cambiare l’orientamento della nave unitaria.

Resta quindi un parlottare convulso, un fiorire di ipotesi e “possibili soluzioni”, che si scontra puntualmente col “nein” di Berlino e degli altri paesi “virtuosi” (Olanda, Finlandia ben poco altro).

Anche il povero Letta, dunque, ha fatto il suo giro per infine ritrovarsi al punto di partenza: gli impegni sul contenimento del debito pubblico assunti davanti all’Europa devono essere confermati ma, «nei limiti dei target definiti», vanno individuati spazi per la crescita.

Botte piena e moglie ubriaca, frasi che si possono dire ma che indicano azioni in contrasto fra loro. Eppure il “programma” enunciato da Letta in Parlamento, quello su cui ha ottenuto la difucia e viene ricattato da Berlusconi, può fare qualche passo pratico soltanto se la “rigidità” degli impegni europei viene allentata in misura significativa. Perché il margine per trovare nuove risorse – a impegni confermati – appare decisamente inesistente. Una coperta corta, dove se togli l’Imu devi tagliare altre spese, se copri l’intera platea degli “esodati” o delle valanghe di nuovi cassintegrati saresti costretto ad aumentare un pressione fiscale oltre i limiti della tollerabilità, se “freni” i metodi brutali di Equitalia ti ritrovi con minori entrate, ecc.

Saranno sei mesi durissimi, insomma, quelli che ci separano dal prossimo governo tedesco. Sei mesi in cui appare raggiungibile qualche risultato sul fronte europeo solo sotto forma di “cancellazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo”, che comporterebbe alcune rigidità in meno nel rispetto di altri parametri. Un minimo di margine operativo su cui – con una compagine così disomogenea e a tratti scgangherata – è facile prevedere uno scontro titanico.

Letta non ha ottenuto molto, dal suo tour. Barroso ha sorriso molto, ma concesso il minimo. «Positivamente impressionato per il forte impegno europeo di Letta. Entrambi siamo convinti necessità conti pubblici sani. Ridurre il debito per l’Italia è una necessità. Occorre accelerare le riforme strutturali», ha sottolineato. In cambio, si è detto «molto fiducioso sulla possibilità che l’Italia esca dalla procedura di infrazione». Ma tagliare il debito e fare le “riforme strutturali” è la condizione per ottenere l’assoluzione nel “processo” a carico dell’Italia.

Stesso ammoninento da parte del presidente del Consiglio Europeo, .Herman Van Rompuy Che ha sì assicurato a Letta che l’Ue é pronta a fare «pieno uso della flessibilità esistente», ma solo «conservando come obiettivo centrale la solidità delle finanze pubbliche».

Il maggior successo lo ha ottenuto con l’altro grande malato, la Francia di Hollande. Ma è quasi tutto sul piano della pura retorica. «Non possiamo avere un’Europa dove gran parte del continente affonda e 2-3 paesi vanno bene. È tutto il continente che deve andare bene».

Con una consapevolezza forte, peraltro sottaciuta quando parla in Italia: «Se la dimensione europea non c’è, se in Italia si compiono scelte che in Europa non si vogliono compiere, è come scavare una montagna e non ce la faremo». La tenaglia del Fiscal Compact, con i suoi 50 miliardi di spesa pubblica da tagliare ogni anno per i prossimi 20 anni, sta per scattare; ed è una catena recessiva da cui – ammette – non sarà possibile uscire vivi.

Per questo continua a rivolgersi all’”Europa tedesca” affinché cambi presto indirizzo: «Se l’Europa viene percepita come una matrigna che frustra le opportunità delle persone, le butta giù, l’elettorato le si rivolta contro e si trasforma in un disastro democratico».

ENRICO LETTA E IL GOVERNO BILDERMERKEL

913016 Quirinale - Giuramento del Governo Letta
Fonte altrainformazione.it DI

MARCO DELLA LUNA
marcodellaluna.info 1/05/2013 attualità
Tanto rumore per il solito governo commissariale
Si dà grande risalto mediatico al fatto che PD e PDL si mettano insieme nel governo, per nascondere il fatto veramente importante, ossia che lo fanno per portare avanti decisioni che sono prese da altri e da fuori dai confini italiani, e che sono imposte, e che vengono mantenute sebbene si dimostrino rovinose. La contraddizione, lo scontro di interessi, non è tra PD e PDL, ma tra chi impone quelle decisioni e la gente che ne subisce gli effetti.
Il potere politico è nelle mani di chi ha le leve macroeconomiche, soprattutto di decidere quanta moneta mettere in circolazione, a chi darla, a che tassi, a che condizioni, e di decidere se e quanto lo Stato possa investire, anche a deficit, per indurre l’attivazione dei fattori di produzione, l’occupazione, la crescita. E decidere sulla regolazione dei cambi valutari, regolamentare le importazioni di beni, servizi e capitali. Uno Stato che non detenga questo potere, può tirare un po’ in su o un po’ in giù la coperta, e poc’altro. Cioè può spostare un po’ di soldi da un capitolo all’altro della spesa pubblica, può spostare un po’ di peso fiscale da una categoria a un’altra di soggetti, può riconoscere i matrimoni omosessuali e le coppie di fatto, ma non può intervenire sulla recessione strutturale.
I paesi dell’Eurozona hanno devoluto questi poteri, interamente, ad organismi esterni. Alla BCE in quanto alla moneta, imponendo insieme vincoli rigidissimi di pareggio di bilancio. Inoltre, la BCE notoriamente ha il fine prioritario di proteggere il potere d’acquisto dell’Euro senza curarsi della recessione, e non può comprare titoli pubblici dai governi, cioè non può finanziarli direttamente, diversamente da altre banche centrali, come la Fed. Essa, programmaticamente, non può intervenire per invertire una recessione strutturale, né per riequilibrare le disponibilità monetarie e creditizie nei vari paesi dell’Eurozona; e invero non lo fa, lascia andare avanti le cose. Al più, lancia allarmi e interviene comprando titoli, sui mercati secondari, di quei paesi che sono a rischio di lasciare il tavolo dell’Euro per default.
Il suddetto insieme di scelte presuppone una precisa decisione, ossia che, da un lato, il settore pubblico non sia in grado di usare le leve macroeconomiche (investimenti produttivi e infrastrutturali) per indurre crescita e piena occupazione, nonché di prevenire o risolvere le recessioni; e che, dall’altro lato, i mercati, lasciati sa se stessi, siano in grado di raggiungere quegli obiettivi, e per giunta, assieme ai vincoli di bilancio e al controllo monetario (fissazione dei tassi, soprattutto) da parte della BCE, siano in grado di operare anche la convergenza tra i vari sistemi economici dei paesi dell’Eurozona, senza bisogno di un budget federale e di un governo federale che intervengano per redistribuire le risorse finanziarie che, per varie ragioni, si concentrino in modo squilibrato e squilibrante in certi paesi, sguarnendo altri paesi.
Si noti che questa fondamentale ed epocale decisione è stata presa senza proporne i termini all’opinione pubblica, senza coinvolgimento democratico,e viene realizzata attraverso una lunga, pluridecennale serie di trattati, leggi e riforme, i cui effetti non vengono spiegati se non falsamente, rimangono latenti per alcuni anni, in modo che la gente si abitui, e poi esplodono quando è troppo tardi per tornare indietro. Questa medesima decisione non viene mai posta nel dibattito pubblico, a cui si offre, invece, il dilemma se ci si possa alleare con Berlusconi oppure no.
La predetta decisione si traduce nell’adozione di una concezione generale di come di fatto l’economia funziona e di come la si possa guidare, e dovrebbe essere oggetto di revisione, ossia di controllo empirico della sua correttezza. Cioè si dovrebbe controllare se produca i risultati predetti e desiderati, oppure no; nel secondo caso, andrebbe revocata siccome confutata dai fatti – così come avviene con qualsiasi teoria applicata alla realtà, con qualsiasi diagnosi, con qualsiasi ricetta.
Orbene, noi abbiamo che i fatti la confutano – la presente crisi recessiva, col suo perdurare, la confuta, assieme al crescente divario tra i paesi dell’Euro – però essa viene mantenuta; quindi questa decisione di mantenerla nonostante si dimostri errata e dannosa, va interpretata. Le ipotesi interpretative che mi vengono in mente sono che essa produca risultati diversi da quelli promessi, anzi contrari ad essi, ma sia conforme agli interessi di coloro che la mantengono, che hanno la forza di imporla. Interessi in termini di profitto (aumento dei redditi, concentrazione della ricchezza nelle loro mani) e/o in termini di ristrutturazione sociale e politica (concentrazione del potere nelle loro mani, in un modello sociale ove il vertice della piramide detiene un potere non contendibile e non sindacabile, mentre una minoranza di tecnici e funzionari gode di vari gradi di benessere e privilegio, e il grosso della popolazione è povero sia di denaro che di diritti e politici e civili, e sta sostanzialmente e passivamente a disposizione “del mercato”, privo di qualsiasi strumento per influenzare l’andamento della storia). Per meglio portare avanti questo piano, si fa in modo che esso dia un vantaggio concreto, per un certo tempo, ai paesi più forti (Germania in testa), permettendo loro di risucchiare capitali, aziende e tecnici dai paesi più deboli, abbattendo la loro competitività industriale. Così i paesi più forti stanno al gioco. Il vecchio divide et impera funziona sempre.
Complotto? No, applicazione alla società dello schema gestionale della zootecnia, stabile e sicuro. E, nei circoli che hanno preso quella decisione, che hanno formulato quell’insieme di scelte che producono questo insieme di effetti (Aspen, Trilateral, Bilderberg, etc.), troviamo, almeno dal 1995, anche Enrico Letta, che quindi è parte e origine di quei mali che, al popolo, si racconta che dovrebbe risolvere attraverso la tormentosa unione con Berlusconi combinata dalla saggezza di Napolitano nello spirito del patriottismo, rinegoziando anche il patto di Maastricht con i poteri forti. Si potrebbe immaginare una balla più grossa?
In ogni caso, Stati ed istituzioni politiche elettive, c.d. democratiche, conservano, nei paesi dell’Eurozona diversi dal paese creditore egemone, poteri marginali; quindi sono giuridicamente declassate ad autonomie locali, tanto più che la maggioranza dei provvedimenti legislativi adottati in tali paesi è in realtà un recepimento di norme decise dall’Unione Europea.
Marginali sono anche le scelte di politica interna, sicché è risibile presentare come importante la scelta di fare un governo con Berlusconi. Cambia ben poco. I governi Berlusconi, esattamente come quelli Prodi e D’Alema, hanno seguito la linea dettata da Berlino e Bruxelles, e il modello economico prescritto da Washington. Il governo Letta farà la medesima cosa, anche perché Enrico Letta, come pure suo zio Gianni, è uomo della finanza internazionale, esecutore dei suoi piani “europeisti”, difensore dei suoi dogmi, come ha messo nero su bianco nel suo libro Euroi sì: morire per Maastricht. Abbiamo quindi la prova scritta dei suoi obiettivi.
Ma enfatizzare l’inciucio PD-PDL o la novità del governissimo è risibile anche perché l’inciucio destra-sinistra, DC-PCI, è in atto dalla fine degli anni ’40, col ben noto sistema di spartizione dei territori, delle poltrone, della spesa pubblica, dei ruoli morali e politici – sistema in cui, di fatti, il PCI votava oltre l’80% delle leggi di spesa. Il governissimo è sempre stato il vero sistema di gestione del Paese.
La novità è semmai che i due maggiori partiti si accordano per mettere insieme la faccia nella gestione di un periodo pessimo, che genera scontento crescente nella base, e in cui si adotteranno provvedimenti ancora più impopolari. Il fatto di metterci la faccia insieme consentirà loro di fare porcate ancora più grosse di quelle passate, perché nessuno dei partiti della coalizione dovrà temere che altri partiti si avvantaggino delle misure impopolari e recessive che esso approverà, per conto di terzi. Porcate e, temo, violenze, perché la recessione continua e continuerà a peggiorare, e bisognerà ricorrere alla violenza e all’intimidazione per mantenere la gente nell’obbedienza al sistema, lasciandole come unica via di sfogo l’emigrazione, oltre al suicidio.
Il fattore di instabilità di un simile governo marionetta di coalizione non è nella fittizia e recitata contrapposizione morale e ideologica o programmatica delle forze che lo compongono, bensì nella reale contrapposizione tra gli interessi della casta nazionale e dei suoi burattinai stranieri, che questo governo porta avanti, e quelli della popolazione generale. E questa contrapposizione reale continuerà a generare e a gonfiare forze rappresentative della protesta dei delusi e degli oppressi di ieri e di oggi, anche se questa volta si riesce a integrare la Lega e a inertizzare provvisoriamente Grillo.
L’opportunità che governi come gli ultimi due offrono e sempre più offriranno, è che con essi non si riesce più ad evitare che l’opinione pubblica percepisca e discuta il dato di fatto centrale, ossia che i governi italiani sono tutti e inevitabilmente governi Bildermerkel commissariali e che i loro programmi effettivi sono imposti da burattinai stranieri per gli interessi loro e a danno di un Paese e di un elettorato ormai svuotati di ogni autonomia, ridotti a colonia, e i cui riti elettorali e parlamentari non hanno alcun effetto o utilità.

Marco Della Luna
Fonte: http://marcodellaluna.info
Link: http://marcodellaluna.info/sito/2013/04/28/enrico-letta-e-il-governo-bildermerkel

.Grecia sempre più a picco: pronto il licenziamento degli statali

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Da Altrainformazione,it Fonte: contropiano.org 27/04/2013 attualità

Da tempo la troika ha ordinato il licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici. Per un po’ il governo ellenico ha fatto resistenza, ma ora i licenziamenti di massa sono pronti a partire.

Dopo una serie di rinvii e di mal di pancia interni ai tre partiti che compongono l’esecutivo di Atene, la questione dei licenziamenti dei dipendenti del settore pubblico in Grecia, considerati dalla troika (Fmi, Ue e Bce) una delle condizioni indispensabili per continuare il piano di aiuti economici al Paese, sembra ora in dirittura d’arrivo. Dopo la riunione del Consiglio governativo per la Riforma Amministrativa, svoltasi sotto la presidenza del premier Antonis Samaras, il ministero competente si è detto pronto ad accelerare le procedure necessarie per l’allontanamento di migliaia di dipendenti. I licenziamenti di massa, così come annunciato già negli ultimi mesi, verranno mascherati come intervento punitivo nei confronti di dipendenti statali “irregolari” o inadempienti rispetto ai nuovi requisiti fissati dall’esecutivo.
Entro la fine di luglio, ha detto il ministro per la Riforma Amministrativa Antonis Manitakis, il piano per il ”nuovo settore pubblico” sarà ultimato. In base a tale piano, concordato con i rappresentanti della troika, entro la fine del 2014 dovranno essere licenziati 15.000 dipendenti di cui i primi 4.000 entro la fine del 2013 e i restanti 11.000 entro il 2014. Per ogni dipendente che verrà licenziato, promette il governo, sarà assunto un giovane con i requisiti previsti dalla legge per le assunzioni nel settore pubblico. Riguardo la ristrutturazione di alcuni ministeri, approvata dal Consiglio per la Riforma dello Stato, fonti del ministero della Pubblica Amministrazione sostengono che essa ha come obiettivo la riduzione della burocrazia e il miglioramento dei servizi a favore del cittadino.
Il prossimo 1° Maggio i sindacati hanno proclamato l’ennesimo sciopero generale contro i nuovi tagli al welfare e al lavoro imposti dal governo Samaras.

DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA

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FONTE: TEMPESTA PERFETTA Piero Valerio Venerdì, 26 aprile attualità

Grazie ai benefici acquisiti con l’introduzione dell’euro, che annullando la normale fluttuazione dei tassi di cambio ha cancellato di colpo l’unico strumento di difesa delle economie deboli nei confronti di quella forte, la Germania ha di fatto stravolto gli equilibri politici-economici fino ad allora esistenti in Europa, diventando l’unico paese egemone in mezzo ad una serie di paesi cuscinetto o colonie. E ben consci di questo ruolo, i tedeschi non hanno più alcun imbarazzo e pudore a comportarsi come un paese di conquistatori ed invasori: in attesa di mettere le mani sugli ultimi pezzi pregiati aziendali e patrimoniali dell’Italia, la Germania si porta via le nostre migliori competenze tecniche disponibili, formate grazie ai sacrifici delle famiglie italiane e agli investimenti nel nostro sistema scolastico statale o privato.

Noi seminiamo e i tedeschi raccolgono i frutti. E c’è una ragione precisa che spinge i tedeschi alla ricerca disperata di nuova manodopera qualificata: mentre nell’eurozona continua ad aumentare il numero di persone in età da lavoro, in Germania invece diminuisce progressivamente. Come si può vedere nel grafico sotto, la forza lavoro della Germania fra i 15 e i 64 anni si è ridotta del 2% negli ultimi undici anni, al contrario della media dell’intera zona euro, dove è aumentata del 7%.

Questo potrebbe anche essere uno dei motivi che spiega i livelli record di bassa disoccupazione della Germania, rispetto alla crescita che si registra nell’eurozona, dove gli ultimi dati confermano la salita del tasso di disoccupazione fino al 12%. Da notare poi che i tedeschi non cercano manodopera generica, perché questa può essere reperita a buon mercato tra le folte schiere degli immigrati che arrivano dall’Est Europa, dalla Turchia o dall’Africa, ma persone molto istruite e specializzate, che in qualunque paese rappresentano il serbatoio principale da cui partire per costruire la futura classe imprenditoriale e dirigente: un paese senza quadri e competenze è un paese senza futuro. E questo la Germania pare saperlo bene, mentre l’Italia crede ancora che costringere i nostri migliori cervelli alla fuga e tenersi la feccia sia una mossa furba che ci concede onere e lustro in tutto il mondo. Ripetiamo che mandare i nostri ragazzi in Germania a farsi le ossa e l’esperienza potrebbe essere un grande vantaggio per noi in un’ottica di lungo periodo (sperando che un giorno l’Italia riesca ad uscire dai pantani e una parte di questi ragazzi possa rientrare in patria con un notevole bagaglio di conoscenze e know how), ma in una fase di crisi come questa risulta solo l’ultimo affronto che i tedeschi hanno fatto al presunto spirito di cooperazione e collaborazione che “dovrebbe” animare questa strampalata unione monetaria. Invece di aiutare la ripresa delle aziende italiane, la Germania non solo ostacola tutti i piani di politica economica espansiva che potrebbero favorire la crescita, ma preferisce addirittura dare il colpo di grazia agli storici concorrenti privandoli della linfa vitale che assicura l’operosità, il rinnovamento, la creatività e il ricambio generazionale delle nostre aziende.

Quelli che ancora credono al sogno europeo, alla chimera degli Stati Uniti d’Europa che fino ad oggi è servita a confondere e depistare gli allocchi di turno, dovrebbero dare un’occhiata alla lunga lista di svendite di pezzi importanti della nostra industria nazionale che si è ampliata senza sosta in questi ultimi anni, per capire meglio la portata della catastrofe economica in cui ci siamo volontariamente impelagati. Nel nome del liberismo selvaggio e dell’apertura incondizionata ai “mercati”, di indirizzi cioè di politica economica più che mai discutibili e anacronistici che in misura così sconsiderata e scriteriata hanno contagiato soltanto i paesi dell’eurozona, mentre il resto del mondo si è guardato bene da seguire alla lettera i dettami di questa scellerata dottrina accademica-teologica (i cui dogmi, come abbiamo visto, sono basati perlopiù da manipolazioni e strumentalizzazioni dei dati reali) e ha adottato misure più o meno protezionistiche per difendere il proprio tessuto economico nazionale. Curiosa poi la circostanza che mentre i francesi hanno fatto incetta di tutto ciò che si poteva razzolare in Italia, dalla grande distribuzione all’energia, i tedeschi si sono limitati ad acquisire marchi di prestigio (come per esempio Ducati) dall’elevato grado di innovazione tecnologica, dalla diffusa riconoscibilità a livello internazionale e dalla spiccata tendenza a penetrare nei mercati esteri. Strategia questa che conferma ciò che abbiamo prima detto: la Germania si propone di diventare l’unico polo industriale sviluppato d’Europa, dedicato principalmente alle esportazioni, lasciando ai paesi della periferia il compito di produrre a buon prezzo la componentistica e i beni a basso o nullo contenuto tecnologico (le viti e i bulloni, per intenderci).

Ma c’è un altro aspetto inquietante di tutta la vicenda: la svendita a prezzi di realizzo del patrimonio demaniale dello stato. Mentre in Italia i progetti del ministro Grilli di svendere e privatizzare circa 15-20 miliardi di beni pubblici all’anno (comprese le partecipazioni in aziende come Eni, Enel, Finmeccanica), procedono piuttosto a rilento, in Grecia i programmi vanno avanti rapidamente, a causa delle scadenze di rimborso delle rate dei piani di salvataggio garantiti dalla trojka FMI, BCE, UE. In tutto sono in vendita in questo momento circa 70.000 lotti, che comprendono distese di coste incontaminate, porti turistici, bagni termali, stazioni sciistiche e intere isole. Persino le quote del monopolio statale sul gioco d’azzardo sono in vendita al migliore offerente. L’isola di Rodi che per un terzo è ancora di proprietà dello stato è già per gran parte all’asta e a questa frenetica vendita ad incanto partecipano un po’ tutti, dall’emiro del Quatar, agli immancabili oligarchi russi fino ai soliti tedeschi e francesi. Si tratta in pratica di un’espropriazione forzosa di un pezzo di storia dell’antica e millenaria civiltà greca, che aveva insegnato alle generazioni successive cosa siano la democrazia, l’etica, i pilastri su cui si regge un buon governo. Parole al vento, stuprate dall’ingordigia del denaro e dal meccanismo infernale del debito senza fine, che si perpetua nel tempo senza alcuna soluzione di continuità.

Ma se Rodi è in procinto di essere colonizzata senza armi dagli invasori stranieri, Corfù è già di fatto un resort della famiglia di banchieri internazionali dei Rothschild, che ambisce a mettere le mani anche sullo storico palazzo reale dell’isola. A proposito di palazzi, la Grecia ha anche messo in vendita il colossale palazzo del Ministero della Cultura ad Atene, il quartier generale della polizia, gli edifici che ospitano i ministeri della salute, dell’istruzione, della giustizia e persino l’ambasciata greca in Holland Park a Londra, alla modica cifra di 22 milioni di sterline. Una pessima idea quella di coprire un debito a breve e medio termine con la vendita di beni immobiliari, su cui successivamente si dovrà pagare un flusso costante di affitti ai privati. Lo stato si priva a prezzi di svendita di un asset di proprietà, che a parte la manutenzione periodica non comporta alcun costo, aprendo le casse a delle spese immediate che molto probabilmente causeranno la nascita di nuovo debito a breve e medio termine, che con il passare del tempo e l’alienazione di tutti i beni immobiliari e strumentali, sarà sempre più difficile da rimborsare. Una pazzia contabile e fiscale bella e buona, che però rappresenta uno dei principi fondanti di questa sciagurata e disgraziata eurozona: le privatizzazioni sono infatti un prerequisito essenziale per ricevere i fondi di salvataggio, senza i quali la Grecia dovrebbe immediatamente dichiarare default e uscire dalla zona euro. Un ricatto in pieno stile mafioso, tipico delle peggiori e più spietate organizzazioni criminali.

Tuttavia, la propaganda mediatica e il terrorismo psicologico che agisce a pieno regime in Grecia impedisce ai cittadini di capire che proprio l’uscita dall’euro potrebbe essere l’unica via d’uscita da questa tragedia nazionale, che ha trasformato un intero paese una volta democratico in un emporio a cielo aperto. E nonostante tutti sappiano che le privatizzazioni non riusciranno a risolvere i problemi strutturali della Grecia, si continua ad andare avanti verso il calvario, con i profittatori e gli speculatori di tutto il mondo pronti a fare affari sulle spalle di un popolo ormai stremato ed impotente. L’esempio della privatizzazione dell’acqua è lampante: dopo che il governo greco ha privatizzato la rete idrica, la qualità del servizio è scesa notevolmente ed è aumentato il prezzo di erogazione. E proprio sull’onda di questo fallimento annunciato, i sindacati e i lavoratori stanno attuando una strenua ed eroica resistenza per evitare che venga privatizzata la società ferroviaria pubblica Hellenic e la principale compagnia statale di produzione e distribuzione di energia elettrica, la Public Power Corporation. Probabilmente però le loro proteste rimarranno inascoltate, perché il governo di Samaras si muove ormai sul filo del rasoio e degli equilibrismi linguistici, puntando su uno stato permanente di emergenza e di paura.

Dall’inizio della crisi il debito pubblico è quasi raddoppiato raggiungendo la quota impressionante del 189% del PIL, e sconfessando bruscamente tutte le previsioni dei piani di austerità, che indicavano una progressiva discesa proprio a partire dal 2013. Negli ultimi tre anni sono stati persi posti di lavoro nel settore privato al ritmo di 1000 al giorno, e in cambio degli aiuti della trojka il governo Samaras si è impegnato a licenziare 15.000 dipendenti pubblici entro quest’anno: cosa che nella migliore delle ipotesi provocherà un ulteriore crollo dei consumi e delle entrate tributarie, vanificando in pratica la riduzione della spesa pubblica per stipendi. A causa di continui errori nelle stime degli incassi dalle vendite, il governo ha mancato l’obiettivo di privatizzare €3 miliardi di beni pubblici lo scorso anno e per assicurare la trojka ha alzato il tiro per i prossimi anni: €11 miliardi di privatizzazioni entro il 2016 e €50 miliardi complessivi entro il 2019. In buona sostanza si tratta della più grande vendita all’ingrosso di un intero paese mai avvenuta nella storia, la quale creerà un precedente che deve fare riflettere soprattutto noi italiani, che potremo essere i prossimi ad essere spogliati di tutto il nostro patrimonio pubblico, con il solito becero conformismo e l’indifferenza con cui abbiamo accolto in passato simili operazioni di rapina ed espropriazione: è una necessità che ci impongono i “mercati” per evitare di finire come la Grecia e tutti sanno che il nostro stato (cioè noi stessi) è spendaccione e inefficiente, mentre i privati sono bravi, belli e produttivi. E sulla scia di questa scemenza collettiva, al grido di “viva lo stato minimo!” perorato da PD, PDL e persino dal Movimento 5 Stelle (il quale si renderà responsabile di questo scempio, quando gli italiani si accorgeranno che tutto ciò, tutta questa crisi, tutta questa sofferenza, erano fortemente “volute” e non frutto dell’ignoranza e dell’incompetenza), le nazioni forti, prima fra tutte la Germania, non solo si accaparreranno nel silenzio più assoluto gran parte del nostro patrimonio artistico, storico, ambientale, ma stanno già attivandosi per portarsi via la nostra stessa migliore manodopera qualificata.

E senza mezzi termini, quando uno stato diventa povero di proprietà e beni pubblici e privo di competenze tecniche (e anche umanistiche, giuridiche, “politiche”), è destinato prima o dopo a diventare una colonia, una nazione satellite, un paese del Terzo Mondo . E questo non lo diciamo solo noi bloggers di frontiera o economisti isolati qua e la in mezzo allo sterminato deserto dei Tartari italiano, ma tutti i maggiori analisti economici e finanziari del mondo (basta farsi un giro sui siti e sui giornali americani, inglesi, giapponesi, australiani, per capire di cosa stiamo parlando), non ultimo lo stesso premio Nobel per l’economia americano Paul Krugman, che riferendosi proprio all’Italia e alla Spagna, aveva detto tempo fa: “Quello che è successo è che entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia hanno ridotto loro stessi a paesi del Terzo Mondo, che prendono in prestito la moneta di qualcun’altro, con tutte le perdite di flessibilità che tale operazione comporta. In particolare, siccome i paesi dell’area euro non possono stampare moneta neanche in casi di emergenza, sono soggetti a interruzioni di finanziamenti, a differenza dei paesi che invece hanno mantenuto la propria moneta. Il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi”.

Fonte: http://tempesta-perfetta.blogspot.it
Link: http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/04/diario-di-un-saccheggio-ecco-cosa-vuole.html#more
23.04.2013

ITALIA MONTIANA A QUALUNQUE COSTO (UMANO)

RAVAGLI - CAMERA: VOTAZIONE ELEZIONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
FONTE: altrainformazione.it redazione CLOROALCLERO.COM 23/04/2013 attualità

Amo tanto le metafore escrementizie e mai come ora sarebbero quelle che piu’ si adattano a far da commento alla situazione politica attuale…. ma vi risparmierò la coprolalìa e cercherò di essere civile, anche se di civile, in questo dannato paese, mi sa che ci è rimasta solo la guerra…
Napolitano definiva “al limite del ridicolo” la sua candidatura solo una settimana fa
La situazione pre-elettorale la conosciamo tutti: c’era convergenza di tanta parte del parlamento su Rodotà (M5S e SEl) che, lo ricordiamo, è del Pd. Pero’ poi il PD stesso ha espresso un chiusissimo “niet”. Politici hanno provato a far pressioni sulla figlia di Rodotà affinchè facesse ritirare il padre, hanno provato a far eleggere prima Marini e poi Prodi (entrambi meno peggio di Napolitano), andate male le due cose e poi… voilà, rielezione del vecchio “migliorista”.
A latere della questione ci sarebbe la telefonata di Draghi a Napolitano per convincerlo a ricandidarsi, la riunione dei capi di PD, PdL, Napolitano stesso e Monti (che ha preso il 6% alle elezioni ma governa tuttora e governerà in futuro).
Una grande massa di italiani, non solo del M5S gridano al golpe e a questi italiani, qualche politico purtroppo ancora con un certo margine di gradimento (Finocchiaro, Boldrini (1) e Renzi: tra le figure piu’ oscene di questa classe dirigente) ha pure rimproverato i cittadini che parlavano di golpe. Niente golpe: tutto istituzionale. Tutto regolare. Come gli arbitri corrotti che si girano dall’altra parte per non vedere il fallo in area di rigore che non sanzionano.
Pero’ richiamano gli italiani moralisticamente alla fiducia nell’osservanza della costituzione. Almeno gli uomini del PdL hanno avuto il buon gusto di stare zitti su questo punto e tutto sommato l’assenza in loro, oltre che di morale, di moralismo, me li fa essere piu’ simpatici di un’ipocrita boldrini (2) o di un arrivista zerbino Renzi.
Molti pensano che Berlusconi sia l’artefice e il maggior beneficiario di questo golpe legale, in realtà è Draghi, il regista, è Draghi che ne beneficerà perchè la prospettiva sarà Amato premier e Monti agli esteri.
E’ evidente, purtroppo, la palese volontà di questa classe dirigente di portare avanti la politica di Monti ad ogni costo, in un’escalation di tagli e di salassi (sui conti correnti e tramite equitalia) a beneficio di finanziarie, banche ed enti assicurativi. La loro “base politica” è all’estero, negli USA, precisamente e si chiama Goldman Sachs. Non a caso Obama si è precipitato sorridente ed entusiasta a complimentarsi per l’ottima scelta. Non siamo mica il Venezuela, noi.
La costituzione in effetti è diventata di un’elasticità disarmante…abbiamo un governo di emergenza che dura da 15 mesi e l’emergenza che si è aggravata, ciononostante lo stesso governo tecnico legifera in modo mortifero anche dopo le elezioni.
Puzzava che Napolitano non avesse ancora sciolto le camere. Puzzava che Monti sembrasse (sembri) così inamovibile.
Puzzava una nomina a senatore a vita di uno che non si era mai presentato ad elezioni fino ad ora e puzza che questa stessa persona sia stato presente alla ristrettissima cerchia di politici che ha rideciso per Napolitano presidente.
Puzza che proprio due giorni fa la cassazione avesse deciso di stralciare e distruggere le intercettazioni di Napolitano. Puzzava che due settimane fa la magistratura facesse un’offensiva a coloro che “offendevano Napolitano sul web” partendo con decine di denunce. Tutto puzzava, peggio delle fogne di Calcutta.
Non s’era mai verificata una situazione del genere, dal ’48 ad oggi: Berlusconi ora avrà quel che voleva sicuramente: l’impunità, la prescrizione. Ma non per aver orchestrato tutto questo, ma per aver accondisceso. Draghi gli darà quel che chiede. Monti comanderà ancora e Amato ruberà nuovamente i soldi dei cittadini dai conti correnti. Goldman Sachs, vero artefice del disastro italiano (3) ha fatto nuovamente vincere i suoi uomini e se non si mette di mezzo qualcosa, una situazione tipo Grecia aspetta presto questo paese.
Non concludo riponendo speranze nel M5S, perchè soltanto un riscatto da parte di quegli italiani sbattuti e offesi potrebbe sortire un effetto. Ma la speranza, come diceva il bravo Monicelli, è un sentimento che risponde alla volontà padronale. Come l’applicazione della costituzione in questo paese.

Fonte: http://www.cloroalclero.com/
Link: http://www.cloroalclero.com/?p=10836

1) http://www.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=43130&typeb=0
2) http://www.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=43130&typeb=0
3) http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32901-napolitano-vince-le-banche-esultano/#.UXLzgWPaChk.facebook

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